Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea

Giornata di crollo delle borse, con Piazza Affari come sovente capita in queste circostanze maglia nera, perdendo sul campo il 3.92%, FTSE All-Share sotto i 20’000 punti e Spread a 142 pti.
In Europa (indice Stoxx600 dei principali listini) la perdita ammonta a circa 222 miliardi di €.
I numeri italiani non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli dei mesi più bui della crisi e sappiamo anche come i mercati siano decisamente volatili e speculino su queste circostanze, ma la debacle finanziaria c’è stata. Il motivo principale che la maggior parte degli analisti ritiene aver scatenato le vendite sarebbe stato il discorso di Mario Draghi da Napoli.
Sicuramente la strategia della BCE è una causa importante, ma non è affatto l’unica perché la situazione tende a complicarsi sempre di più.

Dalla bocca di Draghi non sono uscite quelle parole che fino ad ora, pur rimandando o ritardando quasi costantemente interventi potenti di politica monetaria nonostante i dati economici, hanno saputo tranquillizzare e sospingere i mercati. La BCE ha confermato il suo programma di acquisto di ABS e Covered Bond ed ha mantenuto il costo del denaro al tasso minimo di 0.05%. Innanzi tutto è mancato il dettaglio temporale delle misure di acquisto, infatti la comunicazione si è limitata ad ipotizzare metà ottobre come data di inizio. Secondo elemento di dubbio è relativo all’ammontare complessivo. L’istituto di Francoforte suppone 1’000 miliardi, ma al momento sono solo teorici anche perché il mercato dei Covered Bond è relativamente limitato. Altro punto è che non si conosce l’ammontare delle cartolarizzazioni che le banche emetteranno quindi un’ulteriore variabile incerta che non piace ai mercati. La precedente prima emissione di T-LTRO ha raccolto meno richieste del previsto, le banche quindi hanno distribuito meno denaro soprattutto per gli imminenti stress-test UE e per la richiesta di credito in diminuzione (dovuta principalmente alla continua negazione dello stesso). Infine il trasferimento del rischio finanziario, causa della crisi del 2007, da Banche private ad un organo centrale come la BCE può lasciare spazio a dubbi. È vero che i titoli acquistati dalla BCE sono garantiti, gli ABS ad esempio son di livello “senior” o “mezzanino”, i Covered Bond acquistabili invece hanno rating fino a BBB- (non proprio alto) e possono provenire anche da pesi come Grecia e Cipro (e, volendo utilizzare tale misura, non sarebbe corretto ed equilibrato il contrario).
Nonostante il momento di urgenza quindi la BCE ha nuovamente tergiversato, non menzionando affatto QE tramite acquisto diretto di titoli di stato sovrani in modalità FED (la quale continua col tapering e che in linea teorica potrebbe spostare flussi di capitali dagli USA all’Europa se la politica monetaria ed il processo riformatore agissero in modo espansivo), limitandosi a ribadire ciò che era già noto e rimarcando la propria disponibilità ad utilizzare misure non convenzionali, un bazooka più grosso, nel caso il periodo di bassa inflazione continuasse. In Realtà il periodo di bassa inflazione, attualmente allo 0.3% contro un target del 2% e con molti stati tra cui l’Italia (-0.1%) già in deflazione, è lungamente consolidato e la discesa inflazionistica non tende a smorzarsi. In aggiunta a ciò i dati macroeconomici continuano a peggiorare, gli investimenti pubblici e privati non ripartono ed anche la stessa BCE, oltre a ribadire correttamente la necessità di riforme importanti, ha definito più volte il periodo come fragile ed incerto proprio per via della stessa inflazione e delle tensioni geopolitiche che pure non accennato a diminuire (sono ripresi i bombardamenti su Donetsk, Mosca ha limitato la presenza di entità straniere nei media locali al 20% ed iniziato a censurare e controllare il web con lo scopo di ostacolare lo spionaggio della CIA).
Non si capisce quindi la frase della BCE:
“nel caso in cui la tendenza alla bassa inflazioni si protragga ulteriormente …”
è una affermazione già verificata, ed in questo momento in cui lo stesso Draghi intima rapidità ed urgenza d’azione ai governi sarebbe il caso di mettere in campo tutti gli strumenti possibili. A ben vedere però la motivazione che ha sempre rallentato e ritardato l’operato della BCE potrebbe essere allocata nella Germania, totalmente avversa (Schaeuble e Weidmann sono stati chiarissimi in merito) ad ogni politica monetaria espansiva e ad ogni flessibilità dei patti europei, che tra l’altro risulta essere la maggior azionista della stessa BCE. Draghi quindi si è sempre trovato imbrigliato pur alla guida di un Istituto formalmente neutrale.

Come fanno notare da Francoforte però il calo dei mercati era già iniziato prima del discorso di Draghi (a parte la solita fuga di notizie che si ha prima delle parole ufficiali che sempre esiste) ci sono altri elementi che minano la fiducia dei mercati. Nella fattispecie le dichiarazioni del ministro francese Sapin di non rispettare il vincolo del 3% sul rapporto deficit/pil portandosi quest’anno al 4.3-4.4% con rientro al di sotto del 3% (2.8% stimato) solo nel 2017. Il debito francese inoltre arriverà a toccare nel 2016 il picco del 98% del PIL per poi scendere. Questo atteggiamento di rottura unilaterale nei confronti dei patti europei e delle linee guida EU e tedesche può essere visto come conseguenza, oltre che della necessità (condivisa) di reperire risorse per investimenti, delle proteste sociali che stanno coinvolgendo il paese e dell’successo del partito anti-EU FN della Le Pen che è la prima forza nel paese.
I mercati, al di là del singolo caso francese comunque grave, possono leggere l’evento come un precedente per altri stati a cominciare dall’Italia, nonostante le smentite londinesi del Premier Renzi che, pur rispettando le decisioni francesi considerandole assolutamente nelle corde di uno stato autonomo e nazionale (non condanna quindi in alcun modo lo sforamento, anzi dice che è nelle possibilità degli stati togliendo in modo esplicito autorità a quanto prescritto dall’Europa), conferma che l’Italia non andrà oltre il 3%, rispettando vincoli (benché solo parzialmente in quanto il rapporto avrebbe dovuto attestarsi al 2.6-2.7% e sarebbe stato più alto del 3% senza il ricalcolo del PIL introdotto da Eurostat).

La vicenda francese non è stata indolore per il venturo Commissario UE agli affari economici e monetari, il francese Moscovici, che è visto con sospetto da Bruxelles e Berlino proprio per la sua nazionalità che potrebbe portalo a difendere gli interessi transalpini. La Merkel e Katainen hanno subito precisato che non avrà in alcun modo potere decisionale in temi economici e monetari considerando il nuovo potente ruolo dei VP che nel caso in questione è ricoperto dal rigorista Donbrovsky. Il VP sorveglierà e nel caso rettificherà l’operato del Commissario economico. Questa situazione mette addirittura in discussione la posizione stessa di Moscovici che potrebbe non superare il voto dell’Europarlamento.

Tali tensioni ovviamente pongono a rischio la credibilità dell’istituzione europea e mostrano quanto le dichiarazioni pre-elettorali della ricerca del perduto spirito europeo dei patriarchi lasciando l’austerità per un approccio più umano e rivolto ai popoli siano deboli e fatte senza convinzione se si tratta di mettere sul piatto interessi particolari. Evidentemente perseverando in questo egoismo l’Europa e gli stati membri avranno ben poche possibilità di risollevarsi e competere a livello globale ed anche la Germania, benché più lentamente, si indebolirà come del resto alcuni dati già iniziano a mostrare. Senza volontà comune e strategia condivisa per la crescita non si può pensare di superare la peggior crisi forse di tutti i tempi.

Analoga frammentazione vi è in Italia, dove i dibattiti sull’articolo 18 e sulla riforma del lavoro lasceranno tracce e non sembrano di facile soluzione, nonostante il tema sia di fondamentale importanza (non tanto il singolo articolo, ma la riforma complessiva) e monitorato da UE ed investitori.
La “buffa” vicenda delle elezioni della consulta mostrano poi come i centri di potere quando vedono minati propri interessi e privilegi siano ancora forti, tanto da aver portato a ben 16 votazioni senza esito positivo pur con il patto del Nazareno ancora in essere e non curandosi né dei moniti di Napolitano né dell’evidente necessità di liberare i lavori parlamentari da questo impegno.
Allo “sbocca Italia” che avrebbe dovuto agevolare il ritorno di quegli investimenti che nel nostro paese latitano non trovando le condizioni per essere redditizi, sono stati presentati circa 2000 emendamenti.
Infine pare che i proventi della spending review, elemento fondamentale da presentare in Europa, che ad un certo punto sembrava la soluzione di tutti i mali, che gli investitori vogliono vedere portato a compimento seriamente poiché gli sprechi enormi sono segno di un paese inefficiente e corrotto se si considerano le spese in certe opere pubbliche e che deve proseguire anche solo per semplice rispetto dei contribuenti, siano molto inferiori ai 15-16 miliardi previsti per il 2015: si fermerebbero infatti a 5 miliardi.

Logicamente, applicando una analisi un po’ più approfondita rispetto alle parole proferite da Draghi e dalla BCE, risulta complesso chiedere ai mercati, che si muovono rapidamente inseguendo certezza e flussi di capitali, ed agli investitori, che cercano stabilità, poca burocrazia e leggi certe, di credere in una Europa decisamente ancora frammentata, senza una linea guida politica ed economica ben definita quasi che fosse incapace di leggere il contesto che accompagna questo ciclo storico caratterizzato per giunta da alte tensioni geo-politiche ed interessanti opportunità altrove.

02/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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2 Risposte

  1. […] In Italia l’FMI ha rivisto al ribasso la crescita del PIL 2014 a -0.2% (sarà +0.8% nel 2015), con rapporto debito/PIL in crescita a 136.7% e deficit/PIL al limite del 3%. Al prestigioso ed italiano Ateneo Luiss, il direttore esecutivo dell’istituto di Washington, l’italiano Andrea Montanino, ha dichiarato che l’Italia non può avere un futuro radioso fin tanto che le previsioni di crescita si attesteranno attorno allo 0.5%. Effettivamente, calcoli alla mano, la ripresa della domanda di lavoro, così come il rispetto dei parametri di bilancio (Debito/PIL e Deficit/PIL in particolare) potranno migliorare solamente in presenza di almeno 1.5% di crescita e simultaneo taglio del deficit e debito, supponendo invece un debito non crescente servirebbe almeno un 2.8% costante. In Europa vi sono esempi di stati con i parametri in miglioramento, come la Spagna (PIL +1.5% 2014, +2% 2015) che hanno saputo seguire un virtuoso processo di riforme, ancora non pienamente presente in Italia, ma non va dimenticato a che prezzo per la popolazione che continua a vivere nella disoccupazione e con salari e pensioni decisamente impoveriti (LINK). In questa fase anche la virtuosa Germania, come avevamo già previsto in più occasioni, sta iniziando ad avere ripercussioni economiche, con un calo della produzione del 4% e gli ordinativi a -5.7% (dati relativi ad agosto) era evidente che, essendo la Germania forte esportatrice (prima manifattura) in Europa, alla lunga, con il ritardo fisiologico dovuto appunto alla sua forza, gli effetti si sarebbero ripercossi anche su di loro. Nonostante ciò, e nonostante una Francia in difficoltà che ha dichiarato che non rispetterà il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL portandolo al 4.4% per il 2014, sembra che i propositi pre-elettorali siano stati dimenticati (LINK). […]

  2. […] Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino 19/11/14 Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea 03/12… Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS 26/09/14 Draghi: “allarme rosso sulla […]

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