Gestione del cambiamento e delle crisi …. capacità su cui lavorare in Europa e non solo

Nessuno può mettere più in dubbio che l’epoca che stiamo attraversando sia un epoca di cambiamento, del resto tutto scorre, “panta rei” dicevano i greci, e l’evoluzione del mondo nel suo succedersi di ere e specie viventi ne è una dimostrazione. Quello in atto però, come molti altri, è una discontinuità netta, non graduale né dolce, ma sembra essere piuttosto irruenta. Mai come adesso il termine cambiamento si può associare alla sua radice etimologica di crisi, termine che sta caratterizzando il presente.

Le crisi per come le intendiamo nella nostra modernità, vale a dire periodi di estrema difficoltà, ci pongono di fronte alla necessità di saper gestire simili eventi così da portare avanti la nostra sopravvivenza. Il paragone è volutamente estremizzato, ma a pensarci bene neppure troppo.

Fino ad oggi la nostra società, forse differenziandosi da quelle del passato che erano avvezze ad adattarsi in modo più rapido a mutate condizioni, pare dimostrare di giorno in giorno di non aver la ben che minima capacità di affrontare crisi di un certo rilievo.

La capacità di fronteggiare e gestire le crisi, crisis management, dovrebbe essere caratterizzata almeno da quattro elementi:

  1. Capacità di prevederle, almeno in parte.
  2. Gestirne l’evoluzione.
  3. Reazione ed adattamento prendendo le opportune contromisure.
  4. Mitigazione ad apprendimento.

Recentemente la nostra modernissima ed altamente tecnologica cultura ha dimostrato di avere pesanti, incolmabili, lacune in ognuno dei quattro punti presentati. Le cause di questa deficienza risiedono sicuramente nella complessità delle recenti crisi che si inseriscono in un contesto sempre più globalizzato ed interconnesso in cui segregare gli effetti di eventi avversi diventa sostanzialmente impossibile e l’innesco dell’effetto domino risulta essere se non immediato sicuramente molto rapido, ma risiedono anche nell’assenza di una strategia comune di intervento mirata a perseguire obiettivi condivisi e che sia definita in modo olistico in ogni suo aspetto, nell’anteposizione di interessi particolari e nazionali  ed alla tendenza al mantenimento dello status quo, di privilegi acquisiti, del potere accumulato da parte di certi gruppi di influenza che pure a livello globale ancora esistono potenti. Non si parla di cospiratori o poteri oscuri dominatori dell’intero pianeta, ma semplicemente di gruppi di persone che principalmente per la posizione che ricoprono e per la loro capacità di fare sinergia proteggendo vicendevolmente i propri interessi comuni (cosa che i singoli stati non sono capaci di fare efficacemente in modo da indirizzare un benessere più diffuso) riescono ad avere notevoli influenze su aspetti che poi si ripercuotono su un numero molto elevato di persone ed hanno impatti importanti su interi sistemi.

Una dimostrazione di incapacità nella gestione di crisi e cambiamenti, limitandoci per un attimo al perimetro italiano, è rappresentata dagli ultimi episodi alluvionali di Genova che si sono verificati. Nonostante i recenti precedenti (a 3 anni da un evento identico ed avvenimenti simili accadono con cadenza annuale) non è stato possibile prevedere e quindi diffondere tempestivamente ed in modo ottimale l’allarme né avere danni limitati testimoniando che anche la gestione durante l’evento è stata approssimativa, in certi casi tardiva e troppo dipendente dall’iniziativa di singoli gruppi di persone più o meno organizzate. Il fatto che poi vi fosse un precedente dimostra l’incapacità nelle azioni di mitigazione nonostante i fondi stanziati per interventi di abbattimento del rischio e nell’apprendimento della lezioni impartita da madre natura. Inoltre a distanza di pochi giorni dalla vicenda di Genova eventi analoghi e problemi di gestione simili si sono verificati anche in Toscana (ricalcando un evento già accaduto nelle medesime zone solo due anni fa), a Trieste ed in Emilia Romagna. Salendo di livello, il verificarsi con sempre maggior frequenza di eventi atmosferici estremi, che per il numero di volte che si ripetono non possono più essere definiti straordinari, è strettamente collegabile al cambiamento climatico in atto. Il “Climate Change” è da tutti i consessi scientifici, a cominciare dall’IPCC, indicato come un rischio globale da fronteggiare e tale tesi è accettata da tutti i governi che periodicamente indicono riunioni e conferenze senza però che vi sia una roadmap tangibile e pratica per far fonte al problema riconosciuto come grave. Nel mentre le condizioni del pianeta tendono a peggiorare, i ghiacciai a sciogliersi, le acqua ad innalzarsi, la desertificazione avanza verso il continente europeo e l’incontro tra correnti d’aria calda africana con quella fredda nordica conferisce alle precipitazioni un’energia molto superiore rispetto al passato, tale da scatenare gli episodi a cui periodicamente assistiamo, inclusi tornado ed uragani. Pur avendo previsto tutto ciò ed avendone le basi scientifiche non siamo ancora capaci di gestire gli eventi né siamo in grado di adattarci e mitigarne il rischio.

Analogo ragionamento può essere fatto per il virus Ebola. Un problema grave che rischia di mettere in ginocchio l’economia mondiale come ha confermato l’ONU. La vicenda dell’infermiera statunitense contagiata è emblematica. Questa persona, entrata in contatto con malato proveniente dall’Africa pur seguendo ufficialmente le procedure è caduta vittima del contagio. Recatasi poi all’ospedale di Dallas è stata dimessa e si è imbarcata su un volo di linea assieme ad altre 300 persone. Qui è evidente la presenza di errori umani. La gestione delle procedure e degli eventi in un caso molto grave e noto non sono state sufficienti e c’è da scommettere che non lo sarebbero neppure altrove. Fin tanto che non verrà scoperto un vaccino minimamente efficace, e c’è da augurarsi che le case farmaceutiche al di là dell’interesse economico ci stiano lavorando, solo le procedure e la capacità di gestione possono contenere la minaccia, quindi devono essere seguite pedissequamente.

Anche sulla gestione dei flussi migratori l’Europa, e per la sua posizione l’Italia è la prima a risentirne, è stata, principalmente perché, dietro la spinta di specifici interessi, non interessata a contribuire economicamente ad un problema che pare di dominio altrui, incapace di lavorare in modo efficace e coordinato per fronteggiare l’emergenza, né ha imparato dal passato essendo le migrazioni un annoso problema.

Che dire poi delle crisi geo-Politiche ancora insolute, e lontane dall’esserlo, con le loro ripercussioni economiche ed umanitarie che sono tutt’ora in atto in Russia-Ucraina ed in medio Oriente?  Al di là di riunioni e vertici l’Unione Europea ha sostanzialmente raggiunto risultati nulli e, quasi in contemporanea con gli incontri tra vertici di stato, gli scontri continuano violenti senza che si capisca quale strategia di intervento sia stata elaborata.

Infine veniamo all’aspetto più veniale delle crisi economiche. Siano esse finanziarie o sistemiche si ripetono quasi periodicamente segno di un sistema che non riesce a reggersi in modo equilibrato e che prima o poi deve scaricare i propri oscillatori. Nell’ultima crisi del 2011, seguente a quella del 2007 dei Mutui Subrime dalla quale pare non si sia appreso nulla, è mancata la capacità di previsione nonostante alcuni segnali già vi fossero e qualche allarme fosse stato lanciato, è mancata la capacità di gestione perché le misure messe in campo come ad esempio il salvataggio di svariate banche, la politica adottata con la Grecia e l’approccio monetario non sono servite ad evitare la spirale recessiva e l’avvitarsi degli eventi; è mancata la capacità di adattamento perché nonostante i risultati evidentemente negativi non è mai mutato l’approccio con cui si è continuato ad affrontarla contribuendo al suo aggravamento (vedi i casi di Cipro, la prosecuzione dell’austerità inflessibile, e l’attuale ricaduta greca). Adattando quanto detto ad un evento recente, l’intenzione di Katainen, Commissario UE ad interim agli affari economici e monetari, di utilizzare un metodo strettamente aritmetico per l’analisi delle leggi di bilancio proposte dagli stati membri è esattamente il migliore emblema dell’incapacità e della non volontà di adattarsi agli scenari mutevoli.

La parola d’ordine del presente e del futuro è resilienza, dobbiamo constatare che non siamo in grado di indirizzare l’ordine degli eventi, ma dobbiamo essere bravi ad evolvere in modo da adattarci nel migliore e più proficuo dei modi, se necessario anche cambiando radicalmente le nostre convinzioni ed i nostri modelli fino ad oggi ritenuti, a torto o a ragione, vincenti.

Di sicuro la capacità di gestire il rapido cambiamento e le crisi in senso lato non è una delle qualità più acute dell’Europa e della nostra società, ma di per certo conviene a tutti che si inizi subito a far fronte a questa mancanza.

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15/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

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