Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita

Nella giornata dei due eventi formalmente afferenti alla stessa parte politica, il PD ma che di fatto ne sanciscono la divisione tra l’area governativa, moderata ed inclusiva del Premier Renzi, e quella più marcatamente di sinistra rappresentata oggi dalla CGIL e dalla minoranza del PD di Cuperlo e Civati solo per citare due nomi conosciuti, è doveroso fare un passo indietro e tornare agli accadimenti caratterizzanti il Consiglio Europeo appena concluso.

La Leopolda e la manifestazione CGIL di Piazza San Giovanni sono due eventi emblematici la situazione politica italiana, in particolare quella attualmente di Governo, ma in questo frangente conviene non perdere mai di vista l’Europa soprattutto nel periodo di revisione dei budget, delle valutazioni delle leggi di stabilità e di stress test bancari.

Come ormai sappiamo l’UE vaglierà la manovra italiana analizzando e valutando ogni scostamento rispetto ai parametri previsti negli accordi europei e chiederà chiarimenti in merito. La questione subito emersa è stata quella di una correzione sul deficit strutturale di 0.1% rispetto allo 0.5% presente negli accordi con Bruxelles. La differenza di 0.4% varrebbe circa 8 miliardi, cifra non irrisoria considerando la cronica difficoltà italiana nel reperire coperture ed alla luce dei valori di debito/PIL e deficit/PIL da dover ridurre come da ridurre dovrebbe essere la pressione fiscale. La linea del Presidente di Commissione uscente, Barroso, era probabilmente quella di richiedere il completo raggiungimento dello 0.5% ma col trascorrere delle ore pare sempre più probabile un accordo sul valore intermedio dello 0.3% (come peraltro già pronosticato, vedi link a fondo pagina) che vale attorno a 3.2 miliardi somma pressoché totalmente accotonata nel tesoretto già previsto in Legge di Stabilità (che secondo quanto riportato da La Stampa per ottenere la bollinatura della Ragioneria Generale di Stato sarebbe stata stravolta rispetto a quella presentata in Parlamento – Link Articolo).

Nonostante l’ufficialità da Barroso non sia ancora arrivata, attenderà infatti la risposta italiana alla richiesta di chiarimenti europei che giungerà a Bruxelles lunedì 27 e forse perverrà nella successiva valutazione completa da parte della Commissione, la probabile mediazione allo 0.3% in cambio di un dettagliato piano di riforme che l’Italia dovrà presentare entro fine anno, viene sbandierata coma una vittoria di tutti, anzi come una sconfitta dell’austerità. In tutta umiltà e sincerità mi terrei ben lontano da un’affermazione simile che incontra tutto il mio scetticismo. Lungi dal voler essere un gufo, anzi tutt’altro, ma l’approccio che porta alla crescita non può basarsi su concessioni di qualche decimo di punto ed il fatto che l’Europa si sia intestardita a richiedere una correzione, seppur minimale, al valore proposto non lascia presagire nulla di buono proprio adesso che c’è bisogno di un rapido cambio di direzione e quando la flessibilità necessaria ad una poderosa virata non può essere insita in patti stipulati in circostanze e congiunture macroeconomiche neppur lontanamente paragonabili a quelle in corso.

Come detto negli articoli dei giorni addietro la nazionalità Portoghese di Barroso e la sua volontà di rientrare da candidato politico in Portogallo dove non sono stati fatti sconti e la Troika ha operato per il risanamento del bilancio, unitamente alle solite pressioni tedesche affinché ogni numero venga rispettato, hanno contribuito a spingere il Presidente uscente ad mantenere una linea ancora decisamente intransigente.

Un secondo elemento che si contrappone alla volontà di cambiamento nella governance Europea è la richiesta di un conguaglio dovuto al ricalcolo Eurostat del PIL dei vari paesi a partire dal 1995. L’adozione della nuova metodologia costerebbe 2.1 miliardi alla Gran Bretagna, 340 milioni all’Italia mentre 1 miliardo andrebbe in favore della Francia e 779 milioni della Germania. Tecnicamente (ed è l’eccessiva tecnocrazia ancora imperante a preoccupare) il meccanismo non fa una piega, il PIL è stato rivisti, ha incluso anche alcune attività illegali, ha supportato (o penalizzato) i parametri di rapporto deficit/PIL e debito/PIL, ma porta la contropartita di una maggiore (minore) contribuzione, che avviene proprio in rapporto al valore assoluto del prodotto interno lordo, al bilancio europeo. In sostanza se il PIL è stato rivisto al rialzo, come nel caso italiano, dal primo ottobre abbiamo avuto un vantaggio nei rapporti deficit/PIL (quantificabile in 0.2% circa) e debito/PIL, ma al contempo avendo un prodotto interno lordo maggiore l’-Europa ci chiederà anche un contributo maggiore rispetto a quanto già versato, andando tale contribuzione proprio in relazione al valore assoluto del PIL.

Quello bisogna chiedersi è se in questo momento problematico, con gli stress test bancari alle porte, le leggi di stabilità al vaglio, una crisi più lunga e dura del previsto che morde l’UE e la rende fanalino di conda tra tutte le economie avanzate mondiali, fosse davvero il caso di aggrapparsi a questa “tecnicalità” invece di rimandarla (non cancellarla) a periodi meno foschi?

Cameron è ovviamente stato il più indignato ed ha assicurato che non pagherà assolutamente questo debito ripianato dai soldi dei contribuenti britannici. “Una Europa così non è accettabile” avrebbe asserito il premier inglese, e c’è poco da scherzare perché nel 2017 la gran Bretagna andrà alle urne per votare se rimanere o meno in Europa.

Questi elementi non sono di buon auspicio, anzi fanno intendere che il modello economico votato al rigore è ancora lungi dall’essere prevaricato, anzi continua a sussistere nelle vene tedesche ed in alcune vene europee, nonostante le necessità impellenti di intraprendere un cammino di crescita. Cammino che non può essere lanciato dalle correzioni decimali, che attingono peraltro a clausole di salvaguardia già accantonate in via precauzionale ma che sarebbe stato meglio lasciare nel cassetto, e badare che l’Italia non è il solo paese ad essere in questa condizione, ma deve basarsi sul percorso di riforme richiesto da ogni istituzione, BCE, Commissione ed agenzie di rating, e su un piano di investimenti ove il privato è indispensabile ed in ottica di medio lungo periodo dovrà rappresentare la parte preponderante beneficiando dei risultati delle riforme, ma dove anche il pubblico ha un ruolo non sostituibile od omissibile. Ed il pubblico in questo periodo, nel caso italiano ma non solo, necessita di poderosi tagli di spesa, invero già ipotecati per riduzione del debito e defiscalizzazione, e di risorse da impiegare che nel caso di importanti interventi infrastrutturali potranno essere raccolte solamente sforando quegli stringenti vincoli europei fatti in tempi e condizioni differenti. Continuarenel rigore mascherato dalla locuzione “flessibilità entro i limiti dei patti” non può portare altro che allo sgretolamento europeo in conseguenza alle difficoltà dei singoli paesi che potrebbero tranquillamente sfociare in default e del sentimento anti-europeo che il comportamento vessatorio aizza e che nei casi peggiori si trasforma in xenofobia, nazionalismi, razzismi ed in generale paura del diverso.

La speranza che questi siano solo gli ultimi colpi di coda della Commissione Barroso è obbligatoria così come che la nuova Commissione Juncker esaudisca davvero le promesse pre-elettorali di focalizzarsi al di là del rigore, sulla crescita e sul lavoro impostando subito un piano di investimenti transnazionali da 300 miliardi di €, da solo non sufficiente, ma capace di dare un piccolo contributo iniziale. Coloro che spronano non sono pochi né mancano di autorevolezza, infatti a spingere, inascoltato, da tempo verso una nuova direzione vi è l’FMI con la stessa Lagarde, le agenzie di Rating, Fitch è solo l’ultima, ed ora, un po’ a sorpresa, anche la BCE il cui Governatore Draghi secondo alcune fonti avrebbe rotto i rapporti con il Governatore della BuBa Weidmann fino ad oggi vero dominatore assieme al suo Cancelliere della politica economica e monetaria di Bruxelles e Francoforte. La nuova Commissione dovrebbe insediarsi in via ufficiale il primo novembre, da lì avrà poco tempo per portare i primi risultati concreti, ma di qui a quella data ancora molti colpi di scena potrebbero succedere.

Link:
La piccola gaffe dell’epistola “segreto di Pulcinella” UE ed un umilissimo consiglio: low profile!
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso
Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità
Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino
Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

 

 

25/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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2 Risposte

  1. […] dimissioni? Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare […]

  2. […] del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e […]

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