Archivi Mensili: novembre 2014

Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond. Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

Come previsto la Legge di Stabilità italiana è stata promossa a Bruxelles. Più che una promozione si tratta di un rinvio a marzo per un nuovo controllo alla luce dei progressi fatti. Rispetto alla comunicazione ufficiale le parole di Juncker sono state decisamente più melliflue infatti hanno puntato a mettere in luce una maggiore applicazione della flessibilità sottolineando che pur essendoci i margini per multare l’Italia, la Francia ed il Belgio, ciò non è stato fatto riscontrando le condizioni eccezionali della crisi e concedendo quindi più tempo e fiducia a questi paesi. All’Italia ha ricordato la necessità di proseguire con il risanamento dei conti e con le riforme, ma ha avuto parole anche per la Germania alla quale ha fatto presente che per lei ha la possibilità è venuto il momento da parte di investire.

Il comunicato ufficiale, anch’esso riconoscendo l’eccezionalità della crisi, riguardo al nostro paese ha riconosciuto l’impegno nel perseguire alcune riforme, ma ha anche aggiunto che quello che è stato fatto non è sufficiente e sono necessari più sforzi. Effettivamente oltre a qualche buon impostazione si vede ancora ben poco. Il rischio Italia è rimane a alto, sia dal punto di vista delle riforme stesse, sia dal punto di vista dei conti. Vieni richiesto infatti al governo un maggior impegno nel taglio della spesa, nell’ottimizzazione ed efficientamento nell’utilizzo di denari pubblici, nel taglio del debito e nel programma di privatizzazioni. Come detto, a marzo vi sarà una nuova valutazione dell’ex finanziaria alla luce dei progressi e se questi dovessero risultare insufficienti è più che probabile che verranno presi poco piacevoli provvedimenti ossia procedure di infrazione. Si tratta più che di una promozione di un vero ultimatum, perché se quest’anno è stata applicate una pseudo-flessibilità, che comunque non sarà da sola in grado di far fronte alla spirale recessiva, per il prossimo non sono previsti sconti.

Anche per un poco attento osservatore è gioco facile notare che vi è davvero ben poco di nuovo e che quanto riportato nel comunicato ufficiale sono null’altro che i capisaldi degli impegni presi dal nostro paese e presentati alla Commissione UE dal Governo Monti in poi, a cominciare proprio da Spending Review e privatizzazioni. Da allora scarsi obiettivi sono stati raggiunti e neppure è pensabile poter invocare oltre che un po’ di flessibilità in più, finora relegata a quella prevista dai patti che in quanto tale non può definirsi flessibilità ma semplicemente corpo del patto stesso, una vera e propria revisione dei trattati perché l’intento (sempre da Monti in poi) era  quello avanzare la richiesta con in mano la contropartita della Spending Review, delle privatizzazioni, di qualche dato incoraggiante sul debito, della defiscalizzazione e delle riforme, contropartita che al momento non abbiamo.

Il corollario economico non mostra segni particolarmente positivi e se sull’Italia Confindustria si mostra moderatamente ottimista, Moody’s ha tagliato le stime di crescita ed anche Padoan ha messo in guardia su un 2015 che potrebbe continuare ad essere difficoltoso, pur mantenendo la previsione, ma dalla sua posizione non potrebbe fare altrimenti, di un ritorno al segno “più”.  Gli ultimi dati sulla disoccupazione italiana non sono confortanti, infatti l’Istat registra +13,2% a ottobre, record, tasso più alto dall’inizio delle serie, cioè dal 1977. Sempre ad ottobre i disoccupati sono 3,4 mln, +90’000 in un mese. L’aumento dipende anche dal ritorno alla ricerca del lavoro e questa è la parte mezza piena del bicchiere, ma crescono contemporaneamente anche le ore di cassa integrazione ed il numero di lavoratori che ne usufruiscono. Tra i giovani si riscontra una disoccupazione al +43,3%, oltre 700 mila in cerca di lavoro. Gli occupati in ottobre sono in calo di 55’000. La crescita è stimata dall’ISTAT a zero anche nel Q4 e secondo l’istituto di statistica è possibile che il segno negativo si estenda anche al 2015.

Il punto di vista della BCE è stato espresso da Draghi durante il suo discorso al Governo finlandese. La BCE continua a paventare l’ipotesi di ulteriori misure non convenzionali che a questo punto possono risiedere solamente nell’acquisto diretto di titoli di stato. All’atto pratico però non è ancora chiaro se e quando queste misure saranno messe in azione, confermando così il costante ritardo che ha caratterizzato l’operato di Francoforte condizionato dalle pressioni tedesche. A questi annunci, ai quali ormai ci eravamo abituati, si è aggiunta una considerazione degna di nota: è stato detto agli stati membri che devono prepararsi ad una cessione di sovranità, non tanto riguardo alle riforme, cosa che era già stata sostenuta, quanto alle materie prettamente economiche. Draghi ha ribadito che il solo sostegno monetario non è sufficiente, e fin qui nulla di nuovo, ma ha aggiunto che è NECESSARIA UNA CONDIVISIONE DEL RISCHIO SOVRANO, IL CHE VUOL DIRE CHE GLI STATI PIU’ RICCHI E VIRTUOSI DEVONO CEDERE PARTE DELLA LORO STABILITA’ DI CREDITO SOVRANO IN FAVORE DI QUELLI PIU’ PROBLEMATICI CHE DOVRANNO RICAMBIARE CON LE RIFORME E LA PERSECUZIONE DELLA DISCIPLINA DI BILANCIO. IN ALTRE PAROLE UNA CONVERGENZA VERSO UNO STRUMENTO DEL TIPO EURO-BOND (argomento già trattato e sostenuto almeno due anni or sono in questa sede, precedentemente avanzato da Prodi ed anche da Tremonti). Singolare che il Governatore abbia parlato così proprio nel nido dei falchi duri e puri, Olli Rehn e Jyrki Katainen, chissà per questa dichiarazione quante notti insonni e quanti incubi dovranno affrontare.

Il timore comunque è che questa svolta verso la condivisione dei rischi all’interno dell’Euro-Zona sia venuta troppo tardi e sia ancora ben poco più che un periodo ipotetico del terzo tipo. Bene che se ne parli (era ora) e che ci sia consapevolezza che quella deve essere la direzione per raggiungere una vera ed efficace unione, ma chissà quante opposizioni dovrà subire e chissà se gli effetti non saranno ormai limitati da una situazione andata costantemente peggiorando.

Non pochi dubbi lascia anche il piano di investimenti di Juncker che dispone di soli 21 miliardi freschi, 16 dai budget europei e 5 dalla BEI e che si spera possano essere moltiplicati grazie ad investimenti privati (non crediamo che Juncker, nonostante la sua provenienza lussemburghese, voglia spingersi a fare pura finanza) di un fattore 15 raggiungendo così i 315 miliardi. A destare perplessità è più di un punto, innanzi tutto va capito quale investitore avrà voglia di investire suoi capitali nella zona del mondo più in difficoltà (e l’Italia, pur con grandi possibilità, ne rappresenta il caso limite in negativo) con crescita bassissima o nulla e sull’orlo della deflazione. Fortunatamente in questa fase i mercati e gli spread, anche grazie alla guerra sui prezzi del petrolio, sembrano essere temporaneamente cauti, ma i venti sono rapidi a virare. La soluzione potrebbe essere una sorta di imposizione europea ai vari Stati ad investire, assegnando a ciascuno una quota dei 21 miliardi che dovranno essere moltiplicati per 15 a spese degli stessi Stati; qui sorge il secondo punto perché ad essere scomputati dal calcolo del deficit (decisivo per il rapporto deficit/pil ancora fissato al 3% come limite massimo, ma che l’italia si è impegnata a contenere entro il 2.6-2.7% nel 2015, ritardando di un anno) dovrebbero essere solo le quote del piano Juncker. Quindi supponendo che il piano di investimenti italiano da circa 87 miliardi presentato alla Commissione sia accettato per 1/3 si ottiene un fabbisogno di 29 miliardi che diviso per 15 da (arrotondiamo) 2 miliardi provenienti da piano Juncker e non conteggiabili nel deficit e ben 27 di risorse proprie da inserire invece nel calcolo del deficit. Si tratta di una somma insostenibile per i nostri bilanci.

Dall’esempio nostrano sono evidenti i dubbi su questo tanto blasonato “bazooka” della Commissione Juncker che rischia di sparare men che a salve o di poter essere sostenuto solo da pochi stati, quelli in condizioni migliori come la solita Germania.

Abbiamo infine una situazione economico-politica italiana tutt’altro che facile. Pare incredibile come in questa fase tutti i partiti siano al loro interno divisi: in FI è in atto un “fitto” scontro sulla leadership, il PD è diviso sulle riforme, quella del lavoro in particolare che sta andando verso una fiducia e che rischia di non essere votata da una trentina di membri del partito, in sostanza la linea impostata da Renzi al PD non piace a molti e lo stesso Cuperlo ha dichiarato che quello non è il partito che avevano in mente, nonostante ciò sembra che questa fronda non abbia sufficiente forza per una vera scissione. Anche il M5S è in difficoltà dopo i mediocri risultati alle regionali, ha appena espulso due membri ed eletto una sorta di penta-direttorio per supportare Grillo.

Ciò non aiuta a velocizzare e snellire il percorso delle riforme sulle quali si attendono svariate battaglie in aula e tante ripercussioni nelle ore a seguire, il tutto a vantaggio del precipitare della situazione economica mai affrontata concretamente né realmente in ripresa come mostrato dagli ultimi dati.

In aggiunta vi è la questione della successione di Napolitano, che sembrerebbe ormai prossimo alle dimissioni. Le motivazioni più probabili sembrerebbero legate all’età ed alle sue condizioni di salute e tenuta fisica, che devono fare i conti con il numero 90 e non gli consentirebbero di affrontare il ritmo di una intera giornata di lavoro. Sul tema le speculazioni giornalistiche poi si sprecano: vanno da una misteriosa malattia alla volontà di lasciare prima dello scoppiare di una tempesta economico-finanziaria. Riteniamo che abbiano ben poche fondamenta se non quelle di alimentare ulteriormente il già aspro dibattito ed il sospetto. La stanchezza e la voglia di riposo, che peraltro il Presidente già aveva al momento della sua rielezione, unite ad uno scoraggiamento causato dalla tortuosità del percorso delle riforme (a cominciare dalla legge elettorale) ed alla possibilità, che non vuole essere lui a trasformare in realtà, di uno scioglimento anticipato delle Camere, lo potrebbero verosimilmente aver spinto alla scelta di lasciare.

Sul nodo della successione è chiaro che si aprirà un’altra “sanguinosa” battaglia di intrigate alleanze e doppiogiochismi, tali da sottrarre ulteriori energie ai lavori parlamentari, che potrebbero rappresentare delle vere e perigliose forche caudine per il Governo. Il Presidente del Senato Grasso, che assumerebbe ad interim la Carica di presidente della Repubblica, ha già iniziato ad appellarsi alla responsabilità, auspicando di giungere tempestivamente ad una convergenza più ampia possibile, come se volesse dire ai partiti di cominciare a mettersi d’accordo perché quando sarà il momento non c’è tempo da perdere. Difficile che il consiglio verrà seguito, del resto si sente già lo sfregar metallico delle armi che si stanno affilando.

Link:
Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno
Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

 

28/11/2014
Valentino Angeletti
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Elezioni regionali: vince il PD assieme all’astensionismo. La democrazia non gioisce.

Un tempo per il partito di centro-sinistra/sinistra sarebbe stata una cavalcata trionfale, oggi invece una vittoria, ma a metà. Le elezioni regionali, principalmente in Emilia-Romagna ma vale anche per la Calabria,  indubbiamente suscitano perplessità per l’altissimo livello di astensionismo, che, sia chiaro, non delegittima la vittoria del PD in quanto nel sistema elettorale italiano sono i votanti che si recano alle urne a decidere chi sarà il loro rappresentante al Governo dell’entità sulla quale si è chiamati a pronunciarsi e questa consapevolezza se vogliamo rende il dato ancora più allarmante.

Un calo della partecipazione era stato ampiamente previsto, del resto si sa che le tornate regionali registrano affluenze fisiologicamente inferiori rispetto a quelle nazionali o rispetto alle occasioni in cui fossero accorpate ad altre elezioni, inoltre hanno contribuito gli scandali delle spese pazze e l’abbandono anzitempo dei precedenti presidenti di regione, ma pensare che in Emilia Romagna si sia recato alle urne appena il 37.67% (meno che in Calabria dove è stata registrata un’affluenza del 44.07%) degli aventi diritto fa trasalire chi conosce quei luoghi.

L’Emilia-Romagna è una terra dove si  mangia (o si mangiava?) davvero pane e politica e le feste dell’unità usualmente gremite così come i comizi ed i dibattiti pubblici sempre partecipatissimi ne sono riprova. In Emilia-Romagna l’esercizio del diritto di voto è realmente sentito e per le votazioni più importanti non si stenta a rasentare percentuali attorno al 90% anche in calde domeniche estive, figurarsi durante nebbiose giornate autunnali come quella in questione. Questa volta invece non è stato così, e non lo è stato nella “terra rossa” per eccellenza dove Prodi ha dichiarato che una affluenza inferiore al 50% sarebbe più che preoccupante.

Il risultato percentuale, da confrontarsi poi con in valori assoluti che evidenzieranno un calo di consensi diffuso, non lasciano adito ad interpretazioni: la coalizione di centro-sinistra sostenitrice di Stefano Bonaccini ha vinto toccando il 49.05% con un PD al 44%, anche se un tempo la percentuale sarebbe stata decisamente più bulgara, la lega con Alan Fabbri è il secondo partito con poco più del 30% doppiando Forza Italia fermo all’8%, il M5S con Giulia Gibertoni è sotto al 15%.

In Calabria le cose sono leggermente differenti, benché il candidato del Centro Sinistra Mario Oliviero abbia vinto con circa il 60% solo il 24% dei voti va direttamente al PD, i restanti vanno tutti alla lista con nome del candidato, significativo poi che il M5S sia sostanzialmente scomparso attorno al 4%.

Ai partiti ora va il compito di fare un serio esame di coscienza. Per tutti il numero in valore assoluto dei votanti è diminuito sensibilmente.

Il Centro Destra deve prendere atto di essere inconsistente e la Lega da sola non può oggettivamente pensare di avere mire a livello nazionale. Per il Carroccio questo momento, per via delle difficoltà e del disagio sociale, del suo modo aggressivo di affrontare il problema abitativo da tempo esistente ma da poco agli onori delle cronache, è particolarmente propizio puntando spesso a cavalcare la paura del diverso, innegginado al diritto che gli italiani hanno prima di ogni altro e talvolta avanzando a suon di populismi difficilmente realizzabili. Ciò spiega i consensi raggiunti e quelli che probabilmente raggiungeranno nelle regioni del nord.

Il M5S deve ammettere di aver fallito. Non ha risposto, pur avendone la possibilità, alle aspettative dei suoi elettori (l’ Emilia-Romagna rappresentava un po’ la culla del movimento) arroccandosi dietro un ostracismo fine a se stesso e dando l’impressione di non aver raggiunto alcun risultato degno di nota se non quello di opporsi a priori senza mai aprirsi ad un atteggiamento negoziale e propositivo. Inoltre i modi autoritari, a volte “epurativo” al limite del dittatoriale del “leader de facto” non sono contestati e rinnegati da molti dei sostenitori della prima ora.

Al Centro-Sinistra ed al PD però sta l’esame di coscienza più profondo. Le cause che possono aver condotto all’astensionismo sono tante, nazionali ed internazionali, politiche ed economiche, ma non il PD può fingere, nascondendosi dietro la vittoria, i tweet e l’uso preciso dei media, di non sapere che la divisione interna al partito, la violenza negli scontri coi sindacati e la disaffezione della gente siano state quelle dominanti. Il PD di Renzi, e questo il Premir deve tenerlo smpre in mente perché suo ancestrale impegno personale, si è detto intenzionato fin da subito ad essere il partito rappresentate la “gente” un partito che vuole conoscere la situazione nelle strade, nei mercati, vuole coinvolgere i cittadini attivamente nella vita politica, rompere quel divario che separa attività amministrativa da vita quotidiana, vuole far si che la politica appartenga a tutti e che tutti si sentano partecipi ed importanti nel poter contribuire ad un progetto che era quello, arduo quanto necessario ed encomiabile, di cambiare l’Italia ed un po’ esageratamente l’Europa. Ciò evidentemente non è avvenuto e non è avvenuto neppure in Emilia-Romagna dove quel sentimento di partecipazione e perversione politica in tutte le sfere della vita giornaliera già c’era, anzi la disaffezione è aumentata segno oltremodo preoccupante che la fiducia nel futuro, nella ripresa economica, in un periodo leggermente più prospero, nella reale possibilità di cambiamento ed anche nella classe politica e dirigente è ulteriormente diminuita. Chiaro è che molte persone non si sentono rappresentate dall’attuale PD ed esse sono riconducibili ai tanti operai e tanti sostenitori dei sindacati nati in quelle terre e dove hanno fatto storia (ed il ministro Poletti dovrebbe saperlo), ed ai tanti elettori di centro sinistra che non possono comprendere come si possa patteggiare in modo segreto con Forza Italia e direttamente, ad esempio, con Verdini e Berlusconi. Costoro sono in sostanza quelli afferenti ai vari Fassina, Civati e Cuperlo. Allo stesso modo questa ala del PD dovrà decidere come comportarsi: continuare a opporsi a molti dei provvedimenti avanzati del PD salvo poi, una volta alle strette, votarli; allinearsi a quelle che sono le linee generali del Partito (ormai ben chiare e che esulano dallo scontro aspro ma costruttivo verso una convergenza comune visto che alcune visioni si possono dire agli antipodi e non conciliabili); oppure ritenere di avere un seguito di elettori e sostenitori tale, come sembrerebbe dalle dichiarazioni pubbliche, da permettersi di dividersi impegnandosi a rappresentarli compiutamente dando fattezza a quello che spesso indicano come popolo di sinistra non rappresentato. Nelle condizioni in essere tale frangia non è né carne né pesce.

Questa situazione di una Destra e Centro-Destra sgretolate, di un Centro e di una Sinistra inesistenti e di un Centro-Sinistra che di fatto non rappresenta una buona fetta dei suoi vecchi elettori che si trovano in difficoltà nell’esercizio del voto (come già di scrisse: LINK1 – LINK2) è un grandissimo dramma per la Democrazia di un paese ed è una condizione che va superata anche perché il disagio sociale ed il malcontento, uniti alla sensazione di impotenze e di non rappresentanza potrebbero dare adito ad un ulteriore incremento e ad una maggior strutturazione di episodi violenti e sovversivi.

Al momento, ed è sentimento comune dimostrato dall’astensionismo, Renzi,  nonostante cinguettii pungenti e comunicativi a volte efficaci a volte meno, a volte propri a volte impropri, non è riuscito a cambiare davvero verso e marcia, non è riuscito a dare un impulso shock al sistema. Forse per cambiare il paese il PD dovrebbe chiarire se stesso scoprendo quale direzione vuole realmente intraprendere, chi vuole esserne parte condividendo le linee programmatiche e chi vuole uscirne, riplasmando, qualora ritenuto opportuno, il partito stesso. Il consenso unanime e trasversale non è nelle corde di nessun leader politico e quando si è verificato non è mai stato duraturo e spesso ha avuto esiti tragici.

23/11/2014
Valentino Angeletti
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Buon voto a chi esercita (e che siano in tanti) e (scontato) l’UE da l’OK alla legge di stabilità

Buon voto regionale a tutti i votanti e che il diritto venga esercitato.

In particolare in Emilia-Romagna, dove gli scandali che hanno colpito la Regione hanno avuto indubbiamente ripercussioni negative sull’immagine dei Democratici e sulla passionale foga politica degli emiliano-romagnoli, questa tornata è di importanza rilevante per il PD e per testarne la tenuta, ma è altrettanto fondamentale, uno spartiacque, per la Lega, o meglio per Salvini che dovrà rendersi conto se poter aspirare ad essere il terzo partito con mire a livello nazionale.
L’astensione, prevista alta, andrà tenuta d’occhio in quanto una vittoria al 40% con il 50% degli aventi diritto alle urne è molto differente rispetto ad una con affluenza al 70%-80%.

L’UE poi ha dato un primo via libera alla legge di stabilità italiana, programmandone una nuova revisione a Marzo (assieme a Francia e Belgio). Pur essendo un ottimo risultato da riconoscere alla coppia Renzi-Padoan, è stata una promozione scontata: la situazione di Juncker, gli allarmi di BCE, Draghi, FMI, Fed ed USA non potevano portare ad una bocciatura con conseguente aumento del rischio Paese dei bocciati e nel complesso del Rischio Europa. La promozione non è però incondizionata perché per rientrare a marzo nei parametri sono necessari grandissimi sforzi in particolare sul fronte del taglio spesa, abbattimento del debito e prosecuzione riforme perché, monitorando le tensioni sociali, non sarà possibile agire nuovamente sul fisco a meno di acuire un disagio ed un malcontento già pericolosamente alti che spesso sfociano violentemente nella più ancestrale e bestiale paura del diverso.

23/11/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, Landini, gli onesti ed il lavoro… Personalmente lavorerei sui punti comuni piuttosto che sulle ideologie

Lungi dal voler difendere l’una o l’altra posizione e partendo dal presupposto che Landini nella sua prima dichiarazione, secondo la quale le persone oneste (alcune) non voterebbero il PD di Renzi, ha fatto indubbiamente una gaffe di comunicazione, una delle tante che negli ultimi anni sono state compiute da personalità di governo, dirigenti ed alte cariche istituzionali, della quale si è subito scusato, rettificando che il suo riferimento era relativo alle persone, lavoratori dipendenti, pensionati e coloro che il lavoro lo cercano, che pagano regolarmente le tasse e si collocano nella parte onesta del paese le quali non sosterrebbero la politica renziana. Personalmente avevo inteso il senso della prima dichiarazione del sindacalista, ma lo scivolone comunicativo è evidente ed è sempre pericoloso definire a priori, in base ad una certa condizione che peraltro può essere transitoria, l’onestà o meno di una persona che ovviamente come tutti sappiamo è una caratteristica che, alla pari del suo opposto, pervade la società a 360° e meno male che è così.

Quello che però sta sfuggendo di mano, è il fatto che questi scontri tra sindacati, CGIL – Fiom in particolar modo, e Premier, quasi vi fosse un astio personale, non può far altro che appesantire ulteriormente la situazione del nostro paese.

Per quanto possa interessare, ho sempre sostenuto che i sindacati dovessero rinnovarsi abbandonando posizioni di arroccamento a difesa di rendite e posizioni acquisite non più attuali e sostenibili in favore del sostegno di un concetto di lavoro più dinamico e soprattutto andando a tutelare tutta quella platea che di diritti non ne ha neppure uno, dai giovani e giovanissimi che si affacciano ora nel mondo del lavoro, alle persone di mezza età che hanno sempre lavorato con contratti part-time a progetto, di collaborazione o costretti ad avere false partite IVA. Inoltre anche il meccanismo di cassa integrazione è un punto da rivedere ed indirizzare verso una reale riqualificazione del lavoratore da impieghi ormai fuori tempo, come un certo tipo di manifattura “vecchio stampo” e sgominata dalla concorrenza a basso costo dell’est Europa e dell’Asia, verso i settori più innovativi ed attuali che meglio si confanno al modello economico che il nostro paese dovrà per forza di cose seguire se vuole tentare un colpo di reni per uscire dalla stagnazione. In questo periodo di transizione lo Stato dovrà essere presente per sostenere il lavoratore, fornirgli le strutture di riqualificazione ed alla fine del percorso trovargli una occupazione, dopo di che il riqualificato deve poter essere in grado di “spiccare il volo in autonomia con le proprie forze”. Un modello simile è del resto già in vigore in Germania.

Questo concetti pare che siano condivisi sia dal Premier e dal Governo che dagli stessi sindacati; mi chiedo perché allora non si riesca a lavorare assieme sui punti importanti in comune, invece che fossilizzare la discussione su dettami ideologici che infine si trasformano quasi in battibecchi privati. Le accuse del tipo “loro scioperano noi invece le fabbriche e le imprese le apriamo”, mi spiace dirlo, ma sono pure locuzioni figlie del linguaggio dei 140 caratteri, molto impressive, toccanti e che rimangono in mente, ma senza contenuto reale, perché è ovvio che ambedue vogliono che le fabbriche siano aperte, e sperabilmente con le migliori condizioni di lavoro ed opportunità di sviluppo del business possibili.

Il punto, non unico ma emblematico, su cui verte lo scontro è l’Articolo 18 causa di spaccature, oltre che tra Governo e sindacato, anche all’interno dello stesso PD, tanto che molti esponenti non si sono detti disposti a votare la legge così com’è, giudicandola troppo vicina a certi poteri forti (Confindustria) ed alle richieste del centro destra.

Quello che si perde di vista è che effettivamente una parte importante del mondo del lavoro, quelle centinaia di migliaia (milioni in totale) di persone che hanno manifestato e che manifesteranno durate il caldo autunno sindacale, che un tempo trovavano rappresentanza politica nel PD o nei partiti più di centro sinistra/sinistra, al momento non sono rappresentati, ed inutile giraci attorno, se si andasse a votare non saprebbero a chi dare il voto e forse si asterrebbero o si farebbero guidare dal molto comune moto della scelta del “meno peggio”. Ciò a prescindere da chi si sostenga politicamente, è un male per la democrazia, e forse il PD dovrebbe porsi il quesito se lasciare scoperta una fetta così ampia della popolazione è corretto.

Soprattutto però si sta perdendo di vista il fatto che, pur importante, le modifiche delle leggi sul lavoro, non riusciranno da sole, come invece alcuni vorrebbero far credere, attirare capitali ed investimenti. Per assurdo anche il poter licenziare  senza limiti non spinge un investitore a venire in Italia soprattutto per gli allarmi sullo stato economico del paese innalzati nuovamente da Draghi anche per il 2015 quando si registrerà un contesto  molto più stagnate del previsto, per via delle ristrettezze di budget che vincolano e limitano gli interventi di defiscalizzazione, a causa della burocrazia che pur essendo additata come acerrima nemica continua ad opprimere le aziende, ed anche e soprattutto per la giustizia: lenta, incerta ed incomprensibile, giudizi impietosi confermati dalla sentenza sul caso Eternit, scandalosa di per se e pessima propaganda per coloro che volessero investire sul suolo italiano. Aggiungiamo inoltre una incertezza istituzionale che potrebbe degenerare da un giorno all’altro, con un Presidente della Repubblica prossimo al ritiro a vita privata che a sorpresa si reca dal Papa per udienza faccia a faccia non programmata e che non mi allontana dal pensare al retroscena che un Saggio abbia chiesto ad un altro Saggio, uomo del dialogo, consigli su una situazione delicata, spinosa… magari la situazione del paese ed una, lontana ma esistente, possibilità di scioglimento delle Camere? Non lo sapremo mai, la il sospetto come la curiosità sono tanti.

In sintesi, forse sarebbe davvero meglio concentrarsi e lavorare sui punti d’accordo, che tutto sommato sono significativi e numerosi, invece che arroccarsi nuovamente su argomenti puntuali e troppo spesso figli dell’ideologia che offuscano dalla vista delle reali necessità dei cittadini e degli investitori.

LINK:
Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi 03/11/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13

21/11/2014
Valentino Angeletti
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G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii

G20-Brisbane-Australia-2014Proprio in queste ore si sta concludendo a Brisbane in Australia la prima delle due giornate del G20. L’evento come di consueto ha attirato le attenzioni delle cronache e dei mass media mondiali e del resto, essendosi mossi tutti i Premier delle maggiori economie mondiali più alcune “whitecard”, non poteva essere altrimenti.

Quando ancora poco è trapelato dei discorsi ufficiali, cosa è lecito attendersi da un simile consesso? A dire il vero non molto rispetto a quanto già non si sapesse. Probabilmente a far da padroni saranno temi come l’economia, la geopolitica, il clima e forse l’emergenza ebola.

Riguardo all’economia è già chiara la direttrice che verrà seguita, l’obiettivo è quello di portare di qui a 5 anni il PIL mondiale a crescere del 2% (circa 2 triliardi di dollari) ed al momento il vero fardello e la vera mina vagante economica è l’Europa. I propositi e le indicazioni per il vecchio continente saranno senza dubbio quelli di abbandonare, almeno momentaneamente, l’austerità e svolgere politiche più mirate alla crescita, agli investimenti ed all’occupazione proseguendo nell’intento di riformare un sistema di governance che, sia per l’UE che per molti dei paesi membri (tra cui l’Italia), non è più al passo coi tempi. Alcune stoccate sono già arrivate sia dal Tesoro statunitense sia dal FMI che hanno redarguito nuovamente Europa e BCE per aver proseguito per troppo tempo con politiche poco espansive e troppo rigoriste, pur avendo l’esempio statunitense a portata di mano: i livelli di crescita sono troppo bassi, l’inflazione quasi a zero, la disoccupazione in certe aree, le stesse ove stentano gli investimenti ed i consumi, drammatica e le stime sono state ulteriormente tagliate da molti istituti, in definitiva uno scenario ben vicino all’essere ormai compromesso (da tempo si fa notare che non c’è più tempo). In particolare viene proprio dal portavoce del Tesoro USA l’allarme secondo cui (e qui lo si era già scritto) i 300 miliardi di investimenti (di cui l’Italia, con un piano di investimenti inviato proprio poche ore, fa ha fatto richiesta per una quota fino a 40 miliardi) promessi da Juncker sarebbero inadeguati. Se guardiamo la cifra con gli occhi degli statunitensi, che per mesi e mesi si sono visti erogare 85 miliardi di dollari “fior di conio” dalla FED con l’obiettivo di raggiungere determinati target di disoccupazione (<6%), l’affermazione non pare per nulla campata in aria. Di qui il caloroso consiglio di fare di più, incluso l’acquisto di titoli sovrani da parte della BCE dando il via al più classico dei QE con eventuale buona pace della Germania.

Questi moniti o consigli fraterni li abbiamo sentiti ripetere più e più volte, ma fino ad ora poco hanno sortito perché l’EU, influenzata (crediamo di sì, e molto) o meno da elementi interni, è parsa non recepirli, pur avendo ormai raggiunto la condivisa opinione di dover lavorare sul fronte della crescita, occupazione, giovani ed investimenti, ma a quanto pare senza un vero piano .

Sul lato geo-politico oltre alla Libia e la Siria sarà la questione Ucraina a tener banco. Le tensioni nelle aree dell’est si sono nuovamente fatte pesanti e Putin si è presentato con atteggiamento belligerante seguito da un paio di navi da guerra ferme a largo del continente oceanico che hanno destato non poche preoccupazioni (dalle chiavette USB del G20 Russo alle navi da guerra: di sicuro mostra eclettismo lo Zar). Il Primo Ministro ha poi alzato ulteriormente i toni rispondendo ad alcune interviste in merito alle sanzioni ancora in vigore contro Mosca che lui non ha intenzione di stare all’angolo e che se proseguiranno si vedrà costretto a prendere provvedimenti. Ha ricordato quanto grande sia la dipendenza europea dal gas russo e la possibilità di lavorare per combattere la supremazia del Dollaro negli scambi di combustibili fossili che avrebbe contribuito ad un drammatico ribasso dei prezzi. Temano gli Stati Uniti, ma tema anche la Germania perché se decidesse, come sembra, di proseguire o addirittura di inasprire le sanzioni, potrebbero essere messi a repentaglio i 300’000 posti di lavoro che le imprese tedesche impiegano nel suolo russo, ha paventato lo Zar.

L’atteggiamento ferreo di Putin, che fino all’ultimo sembrava intenzionato ad abbandonare i tavoli dopo il primo giorno, i bilaterali tra il capo del Cremlino ed i Leader Canadese e Britannico carichi di tensioni su Ucraina e sanzioni ed il ritorno delle violenze, invero mai cessate, nelle regioni del Donbass, Lugansk ed in tutto l’est ucraino, lasciano trasparire due aspetti che gli interessati vorrebbero mascherare ma che emergono lampanti: il primo è che anche l’economia russa è alle strette, la crescita è stata ben inferiore del previsto ed anche il predominio energetico potrebbe essere messo in discussione dalla rivoluzione americana, di qui le mosse per fortificare i colossi Rosfnet e Gazprom tramite acquisizioni trasversali nel campo energy ed Oil&Gas. Putin dunque mentre cerca di stringersi di più con la Cina, per la quel comunque rimane poco più che un potenzialmente forte fornitore energetico e di qualche altra materia prima (nulla in confronto ai rapporti commerciali tra Cina ed USA che spaziano dalle infrastrutture alla tecnologia), vuol continuare a difendere ed interpretare la parte della tigre ruggente, apprezzata in patria, mentre in realtà potrebbe rischiare di diventare a breve una tigre in gabbia. Il secondo aspetto riguarda invece la totale incapacità europea nel gestire la situazione ucraina nonostante i tavoli, i trilaterali, gli incontri diplomatici in territorio neutro e le sanzioni le quali non è ben chiaro se abbiano colpito di più la Russia o l’Europa. L’UE non ha parlato una lingua comune, ha dimostrato la sua persistente fragilità ed inconsistenza a livello strategico e non ha saputo trovare una linea in politica estera condivisa tra i vari membri, anche in tal caso come sul fronte economico, sempre in bilico nel dover scegliere tra interessi propri oppure collettivi.

Infine una nota sul clima. Il tema sembrerebbe quello più promettente in senso positivo perché parte da un accordo tra USA e Cina dichiarato la settimana scorsa nell’incontro tra le economie del Pacifico e perché Obama ha detto di destinare 3 miliardi all’ONU per supportare i paesi più poveri nello sviluppo di tecnologie (principalmente energetiche) verdi. La realtà però è un’altra e ben più complessa, l’accordo “USA – Cina” prevede che gli Stati Uniti riducano di qui al 2025 del 26-28% le proprie emissioni di CO2 mentre la Cina entro il 2030 dovrebbe ridurre le emissioni di picco (il che vuol che la media delle emissioni Cinesi potrebbe anche non diminuire). Considerando le tempistiche in atto e le frizioni occorse è come se con l’accordo si fosse rimandato tutto almeno al 2015 con il vertice climatico parigino. Allo stato attuale e viste le previsioni IPCC (e di molti altri enti di ricerca) non è possibile attendere 10-15 anni, le azioni dovrebbero essere molto più rapide, ma in molte occasioni si ha la sensazione che, nonostante le parole e le dichiarazioni di intenti, non si voglia sacrificare la crescita del PIL, differente dal benessere collettivo e diffuso, per l’ambiente. Anche i 3 miliardi di $ di Obama, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 1.5 dal Giappone proprio durante il G20, a prima vista ben più concreti per rimpinguare il fondo ONU attualmente di 3 miliardi e che punta ai 10, in realtà sono ancora molto ipotetici. Si tratta infatti della promessa di una anatra zoppa che poi dovrà fare i conti con la maggioranza parlamentare repubblicana sicuramente non così favorevole ad una simile spesa.

Questi incontri e questi prestigiosi tavoli che fanno così scalpore sono buone occasioni per ribadire linee guida ed intenzioni spesso già ben note, ma è impensabile che tutto ciò di cui si discute e su cui si conviene possa essere realizzato. La prima ragione è perché oltre alle parole servono piani concreti che non si costruiscono nei due giorni di consesso, ma avrebbero già dovuto esserci quando invece pare non siano stati elaborati anzi sembra sempre che attorno ai discorsi, usualmente molto condivisibili, ben poco vi sia di tangibili; insomma chiuso l’evento si va a cena ed il compitino è sbrigato. La seconda motivazione è che, differentemente rispetto a quando ci si limita alle sole parole, quando viene il momento di decidere, troppo spesso sono gli interessi personali/nazionali a spingere in una direzione piuttosto che in un’altra.

Nulla di nuovo sul fronte economico, stallo in geo-politica e rinvii sul clima, questo sembra quello che partorirà il G20 australiano, e sarà così per ogni nuovo vertice fintanto che non verrà davvero deciso di adottare una linea comune verso una direzione comune la quale, sia ben chiaro, non potrà necessariamente essere la migliore in ogni settore per ciascun contraente, è di ciò che se ne dovrebbero fare una ragione in tanti.

15/11/2014
Valentino Angeletti
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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?

Presidente-Napolitano... Saluta?L’ufficialità non c’è ed è bene non dare nulla per scontato, tanto più in un paese strano come l’Italia, ma sembra ormai piuttosto probabile che il Presidente Napolitano possa lasciare il suo incarico a fine anno. La notizia rimbalza da alcune ore sui giornali lanciata dal’editorialista Stefano Folli dalla sua nuova testata, Repubblica; l’Ufficio Stampa del Quirinale in una NOTA ha sottolineato, né smentendo né confermando, come il Presidente avesse posto limiti temporali al suo operato inferiori al corso naturale dell’incarico. Le occasioni per ufficializzare la decisione potrebbero essere il saluto alle alte cariche, attorno al 20 dicembre, oppure direttamente durante il discorso di fine anno.

Il percorso che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano è stato più che travagliato e senza precedenti, quasi una supplica da parte della politica che non fu in grado di trovare un accordo condiviso su una personalità, pur essendone state presentate di autorevoli. Del resto anche l’elezione dei Giudici della Consulta ci stanno nuovamente mettendo di fronte ad una situazione, pur mantenendo le giuste proporzioni, simile.

Napolitano accettò, essendo così rieletto il 20 aprile 2013. Proferì un discorso molto duro nei confronti di tutti gli esponenti politici ed anticipò che, per via della sua avanzata età di 89 anni (90 il prossimo 29 giugno) e per l’energia necessaria a svolgere l’incarico di Presidente della Repubblica, avrebbe mantenuto il mandato per un tempo limitato. Non si sottrasse alla richiesta a causa della situazione politica caotica e per una congiuntura economica drammatica con il semestre italiano di presidenza UE non lontano, precisò, da europeista che ha visto nascere l’Unione quale lui è, che il semestre europeo sarebbe stato un momento importante per il paese e si auspicò, richiedendolo quasi esplicitamente al Governo, che da quel 20 aprile alla fine del 2014 fossero portate a termine importanti riforme costituzionali, istituzionali ed economiche. I fattori che lo hanno convinto furono dunque lo scompiglio politico, la criticità economica in Italia ed in Europa, il semestre di presidenza e la necessità di eseguire le riforme già individuate (da anni a dire il vero) nel modo più rapido e qualitativamente elevato possibile in estrema urgenza (termine leitmotiv di questi ultimi anni).

Il contesto non migliorò sotto nessun aspetto a parte qualche risultato puntuale ed il 17 febbraio 2014, cosa che probabilmente non avrebbe mai voluto, fu costretto a sciogliere le Camere e dare incarico a Renzi di formare un nuovo Governo, il seguente rispetto a quello del dimissionario Enrico Letta. Il nuovo Esecutivo, secondo della XVII Legislatura,  si insediò il 22.

Il Presidente Napolitano probabilmente già allora aveva intuito che il livello di riforme che avrebbe voluto trovare, al momento delle sue dimissioni sarebbe in realtà stato molto peggiore e forse si pose la conclusione del semestre come limite massimo del suo lavoro, del resto non poteva non essere data fiducia a Renzi, che con il suo crono-programma prometteva di rivoltare l’Italia come un calzino al ritmo del completamento di una riforma al mese.

Ora che dicembre è alle porte nuovamente la situazione è con tutta probabilità peggiore di quella che Napolitano si aspettava e sperava. L’economia stenta davvero a ripartire ed è condizione comune per tutta Europa; in UE non pare essere stata trovata quella sintonia e condivisione di approccio politico e monetario tale da riportare il cittadino al centro dell’Unione che a detta dello stesso Napolitano deve puntare a divenire unione di popoli mentre rimane incompleta area di moneta comune con tutte le distorsioni del caso, analogo si può dire per l’operato e la strategia della BCE, ripresa da più autorevoli parti per una azione più decisa e rapida. A livello interno però vi sono le maggiori delusioni, infatti è, oltre che alla fisiologica stanchezza, proprio il sentimento di delusione e rassegnazione che traspare dalle poche righe della nota stampa Quirinalizia.

A ben vedere ed al di là delle sempre bellissime e toccanti parole sull’importanza delle persone, della ricerca, dello stimolo all’innovazione, ogni riforma economica (le poche portate a termine) è stata sempre terreno di scontro, l’ultimo caso a dimostrarlo è il DL Sbloccaitalia; i dati ISTAT ed Eurosta (con la disoccupazione drammaticamente alta) ed anche la legge di stabilità han confermato la difficoltà del nostro paese che pur continua a mantenere la parola data in Europa la quale pare ancora molto sospettosa nei confronti dell’Italia; la spendig review, pilastro per reperire risorse e far comprendere all’UE le nostre buone intenzioni, e con lei tutto ciò che ne consegue dai centri unici di acquisto al taglio delle partecipate cronicamente in perdita, non è ancora stata affrontata ed il Commissario Cottarelli graditamente accompagnato all’uscio; la riforma del lavoro ha sollevato come prevedibile proteste con le parti sociali, divenute acerrime nemiche, ed il disagio della gente comune, dei disoccupati, dei precari ed esodati, dei lavoratori (tanti dei quali probabilmente ha percepito il bonus da 80€), dei pensionati, del pubblico impiego e degli autonomi sta sfiorando livelli pericolosi ed i mesi a venire saranno delicati sul fronte scioperi e manifestazioni, del resto, con quasi 5’000 € persi all’anno per i lavoratori dipendenti ed il rischio di povertà ed indigenza per un autonomo su quattro, non è possibile pensare altrimenti; le manifestazioni svoltesi hanno mostrato una tendenza violenta, talvolta xenofoba con un ritorno ad indicare il “diverso” come fonte di ogni problema dando adito all’estrema semplificazione di una situazione che forse è una delle più complesse dal 1900 in poi; in Italia l’antieuropeismo supera il 40% ed è hai massimi in Europa; le riforme istituzionali, vedi la modifica del Senato, sono state abbozzate, ma ben lungi dall’essere completate poiché dovranno passare ulteriori letture Parlamentari, saranno nuovamente terreno di scontro e passibili di modifiche e se entreranno in vigore non lo faranno nel migliore dei casi prima della seconda metà del prossimo anno; nelle province, benché “abolite”, si sono svolte elezioni di secondo livello e le gerarchie istituzionali in gran parte sono ancora in piedi; indicibili poi le 20 votazioni per l’elezione dei giudici della consulta, vicenda che ancora non ha trovato una conclusione mancando il Giudice esponente del centro destra e che ha sdegnato Napolitano stesso; infine la vituperata legge elettorale che da anni ci si prefigge di modificare, necessaria per garantire governabilità al paese e dare la possibilità al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere e rimandare ad elezione qualora necessario, ancora non c’è, tanto che attualmente si avrebbero due differenti leggi a regolare le elezioni per Camera e Senato.

La legge elettorale vorrebbe essere portata a conclusione in breve tempo e Renzi sta stringendo i tempi con conseguente scricchiolamento del patto del Nazareno con il tandem Berlusconi-Verdini e possibile avvicinamento al M5S.

Alla luce di ciò pare comprensibile che, un po’ sommessamente e senza vedere reali prospettive di miglioramento nel medio periodo, Napolitano sia spinto a lasciare, non volendo trovarsi di fronte ad una situazione che potrebbe richiedere lo scioglimento delle camere, atto che di sicuro non vuole essere lui a sancire.

Nonostante ogni parte, partito e personalità della politica sostengano, nelle dichiarazioni rilasciate al grande pubblico, che Napolitano sia la garanzia che serve e si augurino che continui a svolgere il suo mandato (e ciò dovrebbe far preoccupare il Presidente Giorgio perché i precedenti non sono confortanti), il toto nomi è già partito tra possibili donne, professori, economisti, ex Premier così come la giostra di possibili alleanze, patti segreti (PD-M5S contro FI ad esempio), tradimenti e franchi tiratori, tutto in estrema fluidità ed oscurità, ma chiaro nel dimostrare che i meccanismi i quali fin qui hanno imperato e regolato la vecchia politica sono ancora vivissimi a dispetto dell’evidente ed estremo bisogno di un minimo di collaborazione e condivisione di intenti quantomeno negli aspetti atti a garantire un corretto e regolare funzionamento delle istituzioni del paese.

Link:

Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno 05/11/14
Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi 02/11/14
I dati di Bankitalia sono favorevoli a nuove elezioni? 18/01/14
Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa:  settimana decisiva, che non sia una delle tante 09/02/14
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Renzi, ministeri, Schulz, Europa 19/02/14
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Superare l’impasse agostana, poi concentrarsi sul concreto 20/07/13
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09/11/2014
Valentino Angeletti
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Ma quale LuxLeaks per piacere!

Alla faccia dell’ingenuità a cui non credo.
Vorrebbero farci pensare che solo ora si scopre che il Lussemburgo ha un regime fiscale irrisorio sfruttato legalmente da molte aziende multinazionali e società di revisione contabile anche sotto il mandato di Juncker che per svariati anni è stato il “Gran Duca” del Granducato?
Quello del Lussemburgo è un esempio che da anni viene portato come esempio di competizione fiscale in UE che crea squilibri e concorrenza insana fomentando l’elusione.
Mi verrebbe da dire: “Ma va?”.
Poi se qualche sospetto nasce sulle tempistiche del presunto scandalo, esattamente coincidenti con l’insediamento di Juncker a Bruxelles, si potrebbe anche non parlare a sproposito di malizia…

Sia chiaro che i patti a due come pare sia avvenuto tra Lussemburgo, che peraltro si vanta del trattamento fiscale riservato alle aziende ed alle persone fisiche, non sarebbero mai da prendere come esempio prediligendo la trasparenza, ma non è, a grandi linee, lo stesso concetto, ampiamente adottato anche in Italia, secondo il quale un evasore si può regolarizzare patteggiando con lo stato una somma in genere ben inferiore al dovuto e quindi sottraendo denaro alla collettività? Oppure, i casi di condono fiscale con percentuali minimali non sono un patto “scellerato” a scapito degli onesti? In aggiunta in questi due esempi siamo di fronte ad un reato, in Lussemburgo invece no.

Voglio confidare alcuni segreti, ma mi raccomando, zitti, non lo sa nessuno e non vorrei sollevare uno scandalo o un leaks!! Oltre a Lussemburgo anche in Olanda, UK, Irlanda e Canarie il fisco per le aziende è super agevolato, ad esempio l’Irlanda che sta risalendo la china dopo il commissariamento ha basato la sua ripresa, confermata da buoni dati, sul regime di tassazione esiguo rispetto ad altri stati membri e che, attenzione, si riversa solo parzialmente sull’economia reale; il differente costo del lavoro ed il differente livello di salario per i lavoratori applicati nei vari paesi membri è una delle principali cause di delocalizzazione delle aziende verso stati più convenienti e ciò rappresenta senza dubbio concorrenza distorcente entro l’UE; se vogliamo anche i differenti vincoli ambientali o sull’inquinamento (alcuni sono europei, altri no) applicati dalle legislazioni locali favoriscono le aziende di taluni paesi rispetto ad altri, ad esempio nell’Adriatico la Croazia consente trivellazioni in mare, l’Italia (fino allo Sbloccaitalia) no pur essendo il mare lo stesso e gli eventuali danni derivanti da un disastro, identici per ambedue i paesi; analogo concetto vale per le regolamentazioni bancarie.

Insomma, come già detto più volte in questa sede il cambiamento di governance europea dovrà modificare queste distorsioni puntando all’uniformazione ed integrazione normativa così da diminuire la concorrenza, perfettamente legale, sul regolatorio che in una vera Unione dovrebbe essere molto più uniforme di come è adesso. Anche più attenzione alla morale ed all’etica in contesti fiscali (anche se ai giorni nostri di rado etica e denaro vanno a braccetto) ed in generale normativi sarebbero auspicabili, ma su ciò proprio Juncker ha assicurato il suo impegno.
Prendendo da emblema l’ultimo caso lussemburghese si è portati ad asserire e denunciare che il meccanismo di elusione fiscale ha sottratto denaro ad altri Stati europei in favore del Gran Ducato, evidenziando così la divisione esistente; si dovrà invece arrivare (ma è un obiettivo ambizioso e di lungo periodo) quasi a non curarsi di simili spostamenti di denaro perché sempre interni ed a disposizione di una sole entità senza confini, l’Europa.
Forse un’Utopia ma diversamente credo difficile che tutti gli stati del vecchio continente possano continuare ad vivere in relativa prosperità inseriti nell’attuale dinamica evolutiva globale.

Link:
Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori 19/12/13
Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 04/05/13
Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa 05/05/14

06/11/2014
Valentino Angeletti
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Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno

A breve si terrà il mensile Board Meeting della BCE e l’aria che si respira è piuttosto pesante. Il concetto chiave da tenere sempre a mente e che se fosse stato considerato ed applicato prima avrebbe di sicuro limitato gli effetti della crisi e della recessione economica, è sostanzialmente uno pur componendosi di vari elementi: si tratta dell’evidente necessità di un cambio nella governance europea e parimenti della BCE, del loro approccio economico e monetario andando incontro, quantomeno limitatamente al periodo di estrema difficoltà in cui l’Europa è impantanata, ad una maggior capacità di visione, di adattamento e resilienza agli eventi. Fino ad ora sia UE che BCE si sono mostrate troppo rigide, incapaci di prendere decisioni importanti e sicuramente rischiose, ma necessariamente quando il gioco si fa duro il rischio ne fa parte e va corso. Quando poi hanno implementato potenziali contromisure lo hanno fatto spesso in ritardo tanto da rendere inefficaci i possibili benefici. Questa critica era già da tempo condivisa e mossa da molti economisti, dalla carta stampata, dalla FED, da esponenti del tesoro e del governo USA ed anche molti capi di governo europei non hanno lesinato critiche anche aspre alla commissione Barroso, che fatto salvo quest’ultimo scampolo di mandato in cui ha mostrato un atteggiamento più aggressivo, si è limitata ad incassare senza replicare (a dire il vero l’unico che ha sempre risposto per le rime a critiche dirette è stato il commissario economico Olli Rhen). Con le elezioni europee del maggio scorso era sembrato evidente, anche se siamo stati abituati ad essere cauti attendendo la prova dei fatti oltre alle sole e volatili parole, che anche la politica indipendentemente dal partito ne avesse preso coscienza ed avesse improntato ogni suo programma al cambiamento e ad una politica economica più rivolta agli investimenti, alla crescita ed al sostegno all’occupazione rispetto al puro rigore e disciplina di bilancio comunque importanti, ma che in cicli economici simili avrebbero potuto essere parzialmente allenatati per poi eventualmente essere riadattati ad una economia caratterizzata da una ben differente dinamicità rispetto a quando furono redatti (e siglati da ogni stato membro) i primi accordi.

Già dopo la crisi USA dei mutui subprime fu chiara l’esigenza di rivedere il settore bancario e sottoporlo ad un meccanismo di controllo unificato che impedisse la speculazione aggressiva foriera delle cicliche e sistemiche crisi tipiche dei nostri giorni, stabilisse chi fossero i principali attori nei salvataggi bancari così da escludere eccessivi carichi statali istituendo anche un fondo europeo di salvataggio e rendesse preminente il credito all’economia reale, alla produzione ed alle famiglie rispetto alla finanza. Il processo ed il negoziato furono lunghi, in particolare, nemmeno a dirlo, con la Germania, ma poi con numerose smussature l’accordo venne trovato ed il meccanismo unico di sorveglianza sotto la BCE è da poco entrato in vigore. Nell’ambito della valutazione del sistema bancario la BCE ha anche avviato una serie di stress test dai risultati noti.

Oggi, con la nuova commissione già insediata a che punto siamo? Quella condivisione di intenti e quel percorso di virata rispetto alle precedenti governance sono state avviate o quantomeno pianificate? Gli stress test hanno fornito risultati attendibili?

Partendo dall’ultimo quesito possiamo nutrire qualche dubbio, infatti, come si legge su il sole 24 ore (LINK), nella valutazione della solidità bancaria è stato attribuito un coefficiente di rischio inferiore alle attività finanziarie, anche speculative (portafogli contenenti bond, cds, etf, edge fund, ecc), rispetto a quelle prettamente creditizie che invece si vorrebbe incentivare. Il risultato è stato premiante per quegli istituti che hanno tanto capitale allocato a speculazioni (banche nordiche, francesi e tedesche in pole position) rispetto a quelle che hanno prediletto la concessione di credito. Sia chiaro che finanza e credito non sono di per se bene o male, ambedue possono servire a supportare l’economia ed ambedue hanno dato un contributo al protrarsi della crisi, ma l’utilizzo di strumenti derivati complessi non soggetti ad alcuna regolamentazione e tipici della shadow banking è innegabile che sia una delle cause principale di crisi sistemiche. Il fattore che ha portato a questo risultato è quantomeno perverso, infatti mentre i crediti sono valutati dalla BCE, gli strumenti derivati e spesso “non liquidi” sono valutati autonomamente dai singoli istituti e sottoposti in seguito ad approvazione da parte della banca centrale del proprio paese. Evidentemente una banca centrale per non minare l’economia e la stabilità dei mercati della propria nazione potrebbe essere portata ad utilizzare un criterio lasco che comunque risulta differente da paese a paese, introducendo una sorta di non uniformità nei giudizi. Il possibile conflitto di interessi di tale meccanismo è evidente. In sostanza parrebbe che gli stress test per come sono stati impostati non favoriscano il ritorno al sano credito rispetto alla speculazione aggressiva andando contro ad una delle necessità evidenziate e ad uno dei principi che hanno portato a simili controlli (e qui sorge la domanda che ci poniamo da tempo, non sarebbe il caso di tornare alla divisione tra banche commerciai e banche d’affari?).

Passando al fronte della condivisone di intenti ed alla sintonia che dovrebbe animare il lavoro della Commissione non si riscontrano elementi positivi.

Alla BCE sorge l’ipotesi, lanciata dalla Reuters, di una fronda composta da una decina di banchieri centrali di area filo tedesca e rigorista che avrebbero l’intenzione di spodestare l’attuale governatore Draghi considerato troppo espansivo (pensare se al suo posto ci fossero stati Bernanke o la Yellen???). Fino ad ora la politica della BCE è sempre stata piuttosto macchinosa probabilmente ostaggio della BuBa e della Germania e non ha sortito gli effetti desiderati a meno di qualche temporaneo sprint euforico dovuto alla miriade di annunci profusi. Adesso sono state avviate alcune contromisure, come T-LTRO, acquisto di ABS fino ad arrivare a parlare concretamente della possibilità di acquisto di Bond sovrani dando inizio a QE veri e propri. Questi meccanismi non sono mai piaciuti a tedeschi e filo-tedeschi in quanto ritenuti troppo rischiosi e potenzialmente alibi con i quali i paesi meno virtuosi avrebbero potuto allentare il processo di riforme interne. Fin da subito li avversarono ed ora non possono sopportare lo spauracchio sempre più concreto dell’acquisto diretto di Bond alimentando così la misteriosa fazione anti Draghi, nonostante tutte le rassicurazioni sull’uso di adeguate garanzie da parte di Francoforte.

Lato nuova Commissione, Juncker ha voluto subito essere chiaro, indicando che la via che adotterà non sarà quella del silenzio alle critiche ma della pronta risposta. Il Commissario ritiene non tollerabile giudicare l’UE come un’orda di burocrati ed asserendo ciò si è rivolto principalmente a Renzi, il più colorito nelle sue critiche e la cui diplomazia in consessi come BCE, Europa e simili dovrebbe decisamente migliorare; affettivamente (ma è solo mia opinione) certe dichiarazioni non andrebbero esternate in quei modi pur mantenendo valido il contenuto. Il monito di Juncker comunque non è solo per Renzi, ma anche per Cameron ed Hollande. Il Lussemburghese ha poi rincarato la dose facendo notare al Premier Italiano che se solo i burocrati avessero agito nel valutare la legge di stabilità italiana l’esito non sarebbe stato il medesimo visti gli scostamenti dai paramenti concordati (debito/pil in testa ed a seguire deficit/pil), la gestione è stata pertanto politica. La frecciata è chiara, il Commissario ha messo in guardia l’Italia evidenziando come la valutazione sia stata benevola. Si evince che non vi saranno sconti all’Italia ed ai paesi più problematici e, benché non riportato esplicitamente, si ha la sensazione che il rigore non verrà affatto abbandonato da questo nuovo esecutivo Europeo composto senza dubbio da forti sostenitori della ferrea disciplina di bilancio.

Riassumendo, sul fronte bancario la migrazione dal dominio della finanza e della speculazione verso il sostegno creditizio a famiglie, imprese e produzione potrebbe essere più difficoltoso del previsto; la BCE continua a essere divisa sull’uso di un approccio più espansivo (e che ha contribuito alla crescita USA di oltre il 3% nell’ultimo periodo) tanto da ipotizzare un ribaltone negli altissimi piani dell’Eurotower; in Commissione UE sembrerebbe che il clima non sia dei più rilassati, lasciando intendere che i reali problemi siano altri e ben più profondi rispetto alle pur poco opportune e certamente fastidiose accuse di “gang burocratica”.

Forse è ancora presto per trarre conclusioni, sbaglierò come di consueto e non so quale sia l’idea di ben più autorevoli e preparati esperti, ma trovo davvero complesso in un contesto simile vedere quel bicchiere mezzo pieno che spesso si riesce a trovare in ogni dove (confidiamo nel piano di investimenti da 300 miliardi € anticipato da Juncker a dicembre anziché a primavera 2015, ma ad oggi ancora etereo).

05/11/2014
Valentino Angeletti
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La siderurgia italiana (ma non solo) rilanciata in due mosse

Di certo nessuno avrà ignorato come, relativamente all’industria italiana, sia tornato in auge il tema dell’acciaio. L’episodio più eclatante a far balzare la siderurgia all’onore delle cronache è stato senza dubbio alcuno lo scontro di Piazza Indipendenza a Roma tra i manifestanti della AST di Terni e le forze dell’ordine. Uno scontro che ha sancito la definitiva rottura tra Governo e Sindacato, definibile oggettivamente “lotta tra poveri”, tra salariati ed ex tali che in questi anno hanno visto il loro potere d’acquisto e la loro prosperità economica erodersi forse irreparabilmente sicuramente non ripristinabile ai livelli antecedenti la crisi nel giro di pochi anni.

La questione della siderurgia in Italia è però un argomento che si trascina da molti anni, forse già dalle privatizzazioni dell’IRI, con il quesito se si volesse preservare o meno in Italia un settore nel quale rimaniamo comunque il secondo produttore d’Europa nonostante gli alti costi energetici ed un sistema burocratico e fiscale disincentivante.

Oltre all’Acciai Speciali di Terni vi sono le vicende dell’ILVA e della Lucchini, tutte aziende ex colosso statale Italsider, che per una serie di motivi stanno vivendo grosse difficoltà. L’ILVA dopo la nazionalizzazione ha sofferto di una gestione non ottimale e probabilmente anche di scarsa attenzione per gli investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo unite a comprovate lacune nel settore dell’ambiente, della sicurezza e più in generale in tutto quel settore della Corporate Social Responsibility al quale le moderne aziende, private o pubbliche che siano, a maggior ragione se operanti in settori molto rischiosi e delicati, devono prestare la massima attenzione. Gli investimenti, volti ad incrementare il valore aggiunto del lavorato da altoforno prodotto, in tecnologie ed R&D di ILVA, come si vede dal grafico, sono stati in passato minimi rispetto ai principali concorrenti e ciò ha contribuito a minare la competitività dell’azienda. Storia pressoché analoga è quella della Lucchini, con in più la componente di vari passaggi di mano tra investitori ed aziende dai dubbi intenti industriali.

Comparto-Acciaio-Inv-RD

La questione dell’AST è differente, perché il manufatto è moderno ed avanzato, ma nonostante ciò la tedesca Thyssen Krupp ha deciso di riportare la produzione in patria (forse in Polonia) ove  può sfruttare prezzi dell’Energia inferiori, dare una spinta occupazionale al proprio territorio e confidare in un sistema complessivo più favorevole. Nella vicenda AST ha giocato un ruolo fondamentale, in negativo, anche l’antitrust europeo, che per difendere la concorrenza all’interno dell’UE ed evitare un presunto regime monopolistico ha posto il veto all’acquisto dello stabilimento ternano da parte della finlandese Outokumpu andando di fatto a penalizzare l’intera Europa nei confronti dei competitor mondiali dell’acciaio che hanno dimensioni ben superiori alle industrie del vecchio continente, a cominciare da India, Brasile e Cina. Per inciso siamo di fronte ad un’altra miopia dell’UE da rivedere nel nuovo assetto di governance, nei confronti di un mondo in cui la globalizzazione permette lo sviluppo di “entità” industriali di dimensioni un tempo impensabili.

Oltre a questi casi vi sono poi quelli positivi più tipici del nord italia, con aziende all’avanguardia come la Tenaris-Danieli che hanno adottato, anziché lo storico altoforno, forni elettrici per la produzione di acciai particolari e destinati a mercati di nicchia come l’aerospace.

Eppure in Europa e nel mondo intero la domanda d’acciaio è in crescita ed alla luce delle competenze possedute in Italia perdere questo patrimonio manifatturiero sembra davvero controproducente per l’intero sistema paese. All’ILVA, commissariata ed affidata a Gnudi il quale è riuscito a sbloccare oltre un miliardo della famiglia Riva da destinare ad investimenti e  riqualificazione, si fa sempre più insistente l’ipotesi di un ingresso della CdP che in una fase in iniziale affiancherebbe un partner straniero si suppone per preservare l’interesse nazionale in fase di redazione dei piani e delle strategie industriali. Gli oppositori vedono in una azione simile troppa ingerenza statale, ma alla fine dei conti l’importante non è tanto la nazionalità, ma la possibilità di risollevare l’azienda riportandola verso modelli competitivi ottenibili solo mendiate investimenti. Se l’ILVA di Taranto vede alcune ipotesi in ballo, al momento le sorti della Lucchini e dell’AST rimangono ancora fosche.

Le capacità manifatturiere italiane nella siderurgia e la crescente richiesta globale di acciaio porterebbero a pensare che non sia proficuo un abbandono del settore. Detto ciò però va fatta una ulteriore analisi. Questo comparto è un settore energivoro, presenta un impatto sull’ambiente e sulla popolazione considerevole, è soggetto a numerosi iter legislativi e soffre della concorrenza a basso costo dei paesi emergenti (che anno meno vincoli ambientali, di CSR e sicurezza sul lavoro, nonché quasi totale assenza di burocrazia). Per essere quindi rilanciato in un paese come il nostro deve assolutamente beneficiare di due elementi che dovrebbero entrare nei piani di sviluppo del sistema Italia ed europa, come del resto richiesto e provato da tutti gli enti, gli istituti e le istituzioni.

Si tratta di ingenti investimenti, che siano essi pubblici e privati, ed un sostanziale alleggerimento della burocrazia, dell’effetto NIMBY e del costo dell’energia. Gli investimenti infatti, se fossero superati simili ostacoli, sarebbero quasi automatici trainati dalle capacità dimostrate nel passato.

La soluzione, che poi è quella comune per il rilancio economico italiano, è quindi proseguire sul cammino della sburocratizzazione, ridurre e definire chiaramente interlocutori ed uffici competenti in materia riducendo i diritti di veto, instaurare un dialogo multidirezionale e continuo con le popolazione adiacenti gli impianti facendo ricadere su di loro benefici ed indotto, incrementandone la qualità della vita e supportando le attività in favore del territorio ed ovviamente mettendo in primo piano la protezione dell’ambiente e dei lavoratori. Infine una volta avviato un processo decisionale non protrarlo per anni ed anni in balia dei ricorsi, dei cavilli, lacci e lacciuoli, ma giungere in un tempo finito e ragionevolmente predeterminato alla decisione definitiva.

Portato a termine ciò gli investimenti arriveranno e sarà indispensabile, sapendo di non poter competere sul prezzo dei prodotti poiché manodopera ed energia non si abbasseranno mai (ed è giusto che non lo facciano) ai livelli degli emergenti, destinarli in parte più che sufficiente all’innovazione, ricerca e sviluppo di prodotto e di processo in modo da avere un manufatto ad alto valore aggiunto, destinato settori specifici e critci (difesa, militare, automotive, aerospace, avio e trasporti, settore estrattivo e minerario in condizioni ambientali proibitive, processi super critici ecc) disposti a pagare somme adeguate all’alta qualità di cui necessitano. Del resto è proprio questa la richiesta di siderurgia che nel mondo sta crescendo ed essa rappresenta una possibilità per il nostro paese, in grado di generare un considerevole numero di posti di lavoro (solo l’ILVA ne conta 16’000) diretti ed indiretti altamente specializzati, dando un contributo all’uscita dalla stagnazione economica.

Link Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 05/05/13

Link Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

03/11/2014
Valentino Angeletti
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