Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

Proprio in questa sede avevamo già preannunciato che il tema dell’Articolo 18, e più in generale del lavoro, avrebbe caratterizzato le settimane a venire e sarebbe stato un argomento molto divisivo all’interno della maggioranza di governo, tra governo ed opposizione e soprattutto tra i ranghi del PD stesso. Le settimane a cui ci riferivamo sono adesso giunte e l’argomento va preso di petto per l’importanza che riveste sia in Italia che in Europa. La discussione in merito si è aperta a dire il vero con alcuni dati migliori di quelli che eravamo soliti dover digerire, ed in particolare l’aumento del numero degli occupati di 82’000 unità in aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente (+82 mila) e dello 0,6% su base annua (+130 mila) e l’incremento del tasso di disoccupazione al 12,6% dal precedente 12,3%. In particolare, pur sembrando contraddittorio, il secondo dato è particolarmente interessante perché mostra la tendenza di coloro che prima erano NEET a tornare nuovamente alla ricerca attiva di un lavoro animati da una rinnovata energia ed auspicabilmente speranza.

Personalmente capisco lo scoramento, ma il cessare la ricerca di occupazione quando si è disoccupati, magari di lungo periodo, faccio davvero fatica a comprenderlo, sia chiaro che questo è solo un del tutto privato ed opinabile pensiero. Il risultato dell’incremento della platea dei cercati è per forza di cose una maggior probabilità che alcuni di essi (magari con competenze tecniche, manuali, artigiane specifiche) possano inserirsi nel mondo del lavoro ed in parte così è stato. L’equazione: “più gente cerca più è probabile che un numero maggiore di persone trovi” rimane valida. Detto ciò va anche ricordato che i mesi scorsi erano quelli estivi ed una maggiore inattività, in particolare tra i giovani ed i neo laureati, è fisiologica. Inoltre non ci si deve mai dimenticare del livello altissimo di disoccupazione che colloca il nostro paese in vetta (negativamente) alle classifiche europee superato tra le big solo dalla Spagna.  Il 12.6% di disoccupazione che sale al 42.9% nella fascia 15-24 anni, sale ulteriormente per le donne e diventa record per le donne del sud italia, non è tollerabile in nessun luogo, tanto meno in un paese dove il lavoro è Costituzionalmente sancito come fondamenta della Repubblica Italiana. Volendo comunque aprire all’ottimismo senza il quale nessuna situazione può volgere in meglio si potrebbe asserire che da qualche parte si deve pur cominciare e questi dati potrebbero rappresentare un punto di partenza.

Purtroppo nelle giornate immediatamente seguenti siamo tornati coi piedi per terra ed i disordini romani di piazza Indipendenza durante la manifestazione degli operai delle acciaierie di AST di Terni, con il Segretario FIOM-CGIL Landini in prima fila (orgogliosamente gli va riconosciuto), hanno messo in luce uno spaccato del paese ben differente. Dall’insediamento del Governo Renzi nello sorso febbraio, ovviamente derivanti da problemi pregressi, sono state oltre 5’000 le vertenze aziendali di cui oltre la metà relative a problemi occupazionali. Uno studio della CGIL basato sui dati ISTAT riporta che da gennaio a settembre 2014 le persone in cassa integrazione sono oltre 1 milione di cui la metà (525 mila) a zero ore. Il reddito complessivo perso è di circa 3,1 miliardi di € pari a 5’900 € annui a cassaintegrato, a settembre le ore di cassa integrazione richieste ammontano a 104 milioni (+43.86%). Infine anche la produzione industriale è in calo per l’ultimo periodo.

La vertenza della AST di Terni che tanto è balzata alle cronache per la sua gravità non è altro che la punta di un iceberg il quale vede numerose grandi aziende versare in condizioni simili. Le vertenze infatti riguardano tra gli altri Meridiana, Lucchini, Alitalia (di poche ora fa il caso di Fiumicino con i badge dei licenziandi disattivati un giorno in anticipo), Edison Sun, Tirreno Power, Fincantieri Palermo, TWR di Livorno, SGL Carbon in Umbria, il servizio di call center erogato da Accenture, IBM, tutto il distretto del Sulcis ed i casi a parte di Ilva, che con il nuovo Commissario Straordinario Gnudi e lo sblocco di oltre un miliardo dei patrimoni dei Riva ha una sfida titanica da affrontare che deve puntare alla riqualificazione ed all’innovazione, e della raffineria ENI di Gela che in questi giorni dovrebbe volgere a risoluzione. In generale si potrebbe dire che la crisi pervade tutti i settori un tempo forti in Italia, come l’energia, la manifattura, la cantieristica e l’edilizia, mentre tengono i settori di nicchia, dalle start up biomediche e tecnologiche, al lusso fino all’alimentare biologico ed alla manifattura di pregio. Evidente, tanto da non richiedere approfondite e complesse analisi, è poi la tendenza di ogni azienda straniera a riportare in patria o altrove le produzioni allontanandosi appena possibile dal nostro paese, anche in quei in settori globalmente non in crisi come quello degli acciai speciali prodotti proprio dalla AST di Terni. Il fenomeno evidenzia un paese sia ostile all’attrazione di investimenti ed al mantenimento di quelli in essere a causa del suo livello di competitività più basso rispetto alle altre zone europee principalmente a causa delle croniche “malattie” nostrane quali burocrazia, corruzione, fisco, costo del lavoro, incertezza normativa e via dicendo nel ben noto impietoso elenco. Gli investimenti sono annoverati come imprescindibili per la ripresa del ciclo economico, ma difficilmente con l’Europa e la BCE avuta fino ad ora e con i vincoli interni al nostro paese imposti agli investitori sarà possibile una reale ripartenza. In USA la ripresa economica confermata anche dagli ultimi dati del PIL è stata trainata da investimenti, re-industrializzazione, rivoluzione energetica e non ultima azione espansiva e precisa della FED che ormai ha cessato il suo operato di quantitative easing, ma che ha fornito all’economia reale, pubblica e privata, capitale fresco da investire con l’obiettivo di riportare attorno al 6% il tasso di disoccupazione.

Quello che è sfociato nei disordini violenti di piazza Indipendenza a Roma è un sentimento preoccupante, perché emblematico di uno stato d’animo diffuso tra i lavoratori, tra i giovani, tra gli artigiani e le partite IVA, tra gli studenti, tra i pensionati e tra la classe media che piano piano si vede declassare essendo ormai relegata negli strati più bassi di una società il cui 28% è a rischio povertà. Neppure la laurea e gli studi sono funzionali al benessere, poiché varie ricerche dimostrano come ormai avere una laurea (con poche differenze tra le varie facoltà) non rappresenti nel nostro paese un segno distintivo capace di consentire un più facile accesso nel mondo del lavoro né tanto meno una scalata sociale un tempo quasi assicurata. Ne consegue che chi può è spinto a migrare spesso a malincuore e con biglietto di sola andata (e pensare che anche lo studio è sancito dalla Costituzione, Art. 34), mentre chi rimane è scoraggiato, soffre di un grave disagio sociale potenzialmente pericoloso e teme per l’assenza di prospettive. Tante delle persone in mobilitazione e che animeranno questo autunno-inverno, a cominciare dagli infermieri finendo con gli scioperi generali a Milano e Napoli indetti a dicembre dalla CGIL, probabilmente hanno percepito gli 80€ del bonus IRPEF, ma non è quella sovvenzione a cambiare loro la vita se non rappresenta il punto d’inizio di un percorso strutturale e pianificato. Proprio l’assenza di pianificazione spaventa. L’incedere del cambiamento, che pur è necessario, sembra sempre traballante, ostaggio quando di tentativi di conservatorismo, quando della propaganda con repentini e ficcanti slogan a scapito della qualità del risultato che, assieme alla rapidità imposta dai ritardi del passato, non va mai sottovalutata onde evitare di creare danni irreparabili una volta entrati a regime. Le tensioni nel Governo, gli scontri parlamentari, il continuo ricorso a decreti e fiducia spesso con fare quasi ricattatorio non contribuiscono a creare un clima di fiducia, come la contrapposizione in certi frangenti quasi personalistica con il sindacato, a volte eretto ad emblema di ogni male italiano. Il sindacato è un istituto che sicuramente si deve rinnovare, ma non va dimenticato che in molte vertenze come Ducati ed Electrolux è riuscito a negoziare portando soluzioni vincenti e preservando il lavoro. Più che lo scontro, tra Governo, Sindacato e ogni altro attore di questa partita di cambiamento, vi dovrebbe essere dialogo e negoziato senza arroccamenti totalitaristici, perché non va dimenticato che il futuro del paese deve essere l’obiettivo comune di tutti e per raggiungere questo ambizioso traguardo serve davvero uno sforzo di mediazione collettivo. Quello che la gente percepisce, pur consapevole delle resistenze conservative e della complessità di dover affrontare un grosso cambiamento ed una poderosa discontinuità col passato che richiederà sacrifici e sforzi per le nuove e meno tutelate generazioni, è una sostanziale stagnazione che poco rispecchia le aspettative iniziali che i Governi Monti e Letta prima e Renzi poi avevano fatto sperare.

Il periodo prossimo venturo sarà fondamentale per capire che direzione vorrà essere presa e con che modalità, in questa fase sia a livello nazionale che europeo puntare allo scontro ed ai diktat non può che peggiorare e bloccare ulteriormente una situazione così grave che va affrontata per forza di cose col più coeso ed ampio dispiegamento di forze possibile.

Link:
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02/11/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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3 Risposte

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