Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno

A breve si terrà il mensile Board Meeting della BCE e l’aria che si respira è piuttosto pesante. Il concetto chiave da tenere sempre a mente e che se fosse stato considerato ed applicato prima avrebbe di sicuro limitato gli effetti della crisi e della recessione economica, è sostanzialmente uno pur componendosi di vari elementi: si tratta dell’evidente necessità di un cambio nella governance europea e parimenti della BCE, del loro approccio economico e monetario andando incontro, quantomeno limitatamente al periodo di estrema difficoltà in cui l’Europa è impantanata, ad una maggior capacità di visione, di adattamento e resilienza agli eventi. Fino ad ora sia UE che BCE si sono mostrate troppo rigide, incapaci di prendere decisioni importanti e sicuramente rischiose, ma necessariamente quando il gioco si fa duro il rischio ne fa parte e va corso. Quando poi hanno implementato potenziali contromisure lo hanno fatto spesso in ritardo tanto da rendere inefficaci i possibili benefici. Questa critica era già da tempo condivisa e mossa da molti economisti, dalla carta stampata, dalla FED, da esponenti del tesoro e del governo USA ed anche molti capi di governo europei non hanno lesinato critiche anche aspre alla commissione Barroso, che fatto salvo quest’ultimo scampolo di mandato in cui ha mostrato un atteggiamento più aggressivo, si è limitata ad incassare senza replicare (a dire il vero l’unico che ha sempre risposto per le rime a critiche dirette è stato il commissario economico Olli Rhen). Con le elezioni europee del maggio scorso era sembrato evidente, anche se siamo stati abituati ad essere cauti attendendo la prova dei fatti oltre alle sole e volatili parole, che anche la politica indipendentemente dal partito ne avesse preso coscienza ed avesse improntato ogni suo programma al cambiamento e ad una politica economica più rivolta agli investimenti, alla crescita ed al sostegno all’occupazione rispetto al puro rigore e disciplina di bilancio comunque importanti, ma che in cicli economici simili avrebbero potuto essere parzialmente allenatati per poi eventualmente essere riadattati ad una economia caratterizzata da una ben differente dinamicità rispetto a quando furono redatti (e siglati da ogni stato membro) i primi accordi.

Già dopo la crisi USA dei mutui subprime fu chiara l’esigenza di rivedere il settore bancario e sottoporlo ad un meccanismo di controllo unificato che impedisse la speculazione aggressiva foriera delle cicliche e sistemiche crisi tipiche dei nostri giorni, stabilisse chi fossero i principali attori nei salvataggi bancari così da escludere eccessivi carichi statali istituendo anche un fondo europeo di salvataggio e rendesse preminente il credito all’economia reale, alla produzione ed alle famiglie rispetto alla finanza. Il processo ed il negoziato furono lunghi, in particolare, nemmeno a dirlo, con la Germania, ma poi con numerose smussature l’accordo venne trovato ed il meccanismo unico di sorveglianza sotto la BCE è da poco entrato in vigore. Nell’ambito della valutazione del sistema bancario la BCE ha anche avviato una serie di stress test dai risultati noti.

Oggi, con la nuova commissione già insediata a che punto siamo? Quella condivisione di intenti e quel percorso di virata rispetto alle precedenti governance sono state avviate o quantomeno pianificate? Gli stress test hanno fornito risultati attendibili?

Partendo dall’ultimo quesito possiamo nutrire qualche dubbio, infatti, come si legge su il sole 24 ore (LINK), nella valutazione della solidità bancaria è stato attribuito un coefficiente di rischio inferiore alle attività finanziarie, anche speculative (portafogli contenenti bond, cds, etf, edge fund, ecc), rispetto a quelle prettamente creditizie che invece si vorrebbe incentivare. Il risultato è stato premiante per quegli istituti che hanno tanto capitale allocato a speculazioni (banche nordiche, francesi e tedesche in pole position) rispetto a quelle che hanno prediletto la concessione di credito. Sia chiaro che finanza e credito non sono di per se bene o male, ambedue possono servire a supportare l’economia ed ambedue hanno dato un contributo al protrarsi della crisi, ma l’utilizzo di strumenti derivati complessi non soggetti ad alcuna regolamentazione e tipici della shadow banking è innegabile che sia una delle cause principale di crisi sistemiche. Il fattore che ha portato a questo risultato è quantomeno perverso, infatti mentre i crediti sono valutati dalla BCE, gli strumenti derivati e spesso “non liquidi” sono valutati autonomamente dai singoli istituti e sottoposti in seguito ad approvazione da parte della banca centrale del proprio paese. Evidentemente una banca centrale per non minare l’economia e la stabilità dei mercati della propria nazione potrebbe essere portata ad utilizzare un criterio lasco che comunque risulta differente da paese a paese, introducendo una sorta di non uniformità nei giudizi. Il possibile conflitto di interessi di tale meccanismo è evidente. In sostanza parrebbe che gli stress test per come sono stati impostati non favoriscano il ritorno al sano credito rispetto alla speculazione aggressiva andando contro ad una delle necessità evidenziate e ad uno dei principi che hanno portato a simili controlli (e qui sorge la domanda che ci poniamo da tempo, non sarebbe il caso di tornare alla divisione tra banche commerciai e banche d’affari?).

Passando al fronte della condivisone di intenti ed alla sintonia che dovrebbe animare il lavoro della Commissione non si riscontrano elementi positivi.

Alla BCE sorge l’ipotesi, lanciata dalla Reuters, di una fronda composta da una decina di banchieri centrali di area filo tedesca e rigorista che avrebbero l’intenzione di spodestare l’attuale governatore Draghi considerato troppo espansivo (pensare se al suo posto ci fossero stati Bernanke o la Yellen???). Fino ad ora la politica della BCE è sempre stata piuttosto macchinosa probabilmente ostaggio della BuBa e della Germania e non ha sortito gli effetti desiderati a meno di qualche temporaneo sprint euforico dovuto alla miriade di annunci profusi. Adesso sono state avviate alcune contromisure, come T-LTRO, acquisto di ABS fino ad arrivare a parlare concretamente della possibilità di acquisto di Bond sovrani dando inizio a QE veri e propri. Questi meccanismi non sono mai piaciuti a tedeschi e filo-tedeschi in quanto ritenuti troppo rischiosi e potenzialmente alibi con i quali i paesi meno virtuosi avrebbero potuto allentare il processo di riforme interne. Fin da subito li avversarono ed ora non possono sopportare lo spauracchio sempre più concreto dell’acquisto diretto di Bond alimentando così la misteriosa fazione anti Draghi, nonostante tutte le rassicurazioni sull’uso di adeguate garanzie da parte di Francoforte.

Lato nuova Commissione, Juncker ha voluto subito essere chiaro, indicando che la via che adotterà non sarà quella del silenzio alle critiche ma della pronta risposta. Il Commissario ritiene non tollerabile giudicare l’UE come un’orda di burocrati ed asserendo ciò si è rivolto principalmente a Renzi, il più colorito nelle sue critiche e la cui diplomazia in consessi come BCE, Europa e simili dovrebbe decisamente migliorare; affettivamente (ma è solo mia opinione) certe dichiarazioni non andrebbero esternate in quei modi pur mantenendo valido il contenuto. Il monito di Juncker comunque non è solo per Renzi, ma anche per Cameron ed Hollande. Il Lussemburghese ha poi rincarato la dose facendo notare al Premier Italiano che se solo i burocrati avessero agito nel valutare la legge di stabilità italiana l’esito non sarebbe stato il medesimo visti gli scostamenti dai paramenti concordati (debito/pil in testa ed a seguire deficit/pil), la gestione è stata pertanto politica. La frecciata è chiara, il Commissario ha messo in guardia l’Italia evidenziando come la valutazione sia stata benevola. Si evince che non vi saranno sconti all’Italia ed ai paesi più problematici e, benché non riportato esplicitamente, si ha la sensazione che il rigore non verrà affatto abbandonato da questo nuovo esecutivo Europeo composto senza dubbio da forti sostenitori della ferrea disciplina di bilancio.

Riassumendo, sul fronte bancario la migrazione dal dominio della finanza e della speculazione verso il sostegno creditizio a famiglie, imprese e produzione potrebbe essere più difficoltoso del previsto; la BCE continua a essere divisa sull’uso di un approccio più espansivo (e che ha contribuito alla crescita USA di oltre il 3% nell’ultimo periodo) tanto da ipotizzare un ribaltone negli altissimi piani dell’Eurotower; in Commissione UE sembrerebbe che il clima non sia dei più rilassati, lasciando intendere che i reali problemi siano altri e ben più profondi rispetto alle pur poco opportune e certamente fastidiose accuse di “gang burocratica”.

Forse è ancora presto per trarre conclusioni, sbaglierò come di consueto e non so quale sia l’idea di ben più autorevoli e preparati esperti, ma trovo davvero complesso in un contesto simile vedere quel bicchiere mezzo pieno che spesso si riesce a trovare in ogni dove (confidiamo nel piano di investimenti da 300 miliardi € anticipato da Juncker a dicembre anziché a primavera 2015, ma ad oggi ancora etereo).

05/11/2014
Valentino Angeletti
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4 Risposte

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