Archivi Mensili: dicembre 2014

Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno….

Il processo di modifica della normativa su lavoro ed occupazione è iniziato. Come prevedibile dagli scontri dei mesi scorsi, il primo tema affrontato è stato l’Articolo 18. Il timore era che affrontare una tematica complessa a partire dalla regolamentazione dei licenziamenti fosse solo il modo per attaccare un baluardo ideologico più che per creare un substrato realmente favorevole alla proliferazione e catalizzazione di investimenti privati nel nostro paese.

L’attrazione degli investimenti come abbiamo detto più volte (LINK) non è figlia solo della normativa, indubbiamente da semplificare e snellire come tutta la burocrazia borbonica imperante ed inefficiente che la fa letteralmente da padrona come elemento maieutico per la proliferazione di poltrone e potentati, ma della domanda e della necessità di nuova manodopera per sopperire ai consumi, alla necessità di servizi, alla richiesta di export in sostanza alla dinamicità dell’economia, situazione dalla quale siamo ancora ben lungi.

Ricordiamo inoltre che l’articolo 18 non si applica già alle imprese sotto i 15 dipendenti, circa il 90% delle aziende nostraneane. Taluni sostengono che la non espansione di simili realtà dipende proprio dalla volontà di non dover sottostare a questa ulteriore norma, altri invece, tra cui imprenditori titolari di piccole imprese, non ritengono la presenza dell’Art. 18 un problema essendo l’aumento ed il non aumento di personale principalmente legato alla necessità di nuova manodopera, al costo da affrontare per nuove assunzioni che deve essere giustificato da un eccessivo incremento di profitto e non ultimo dal desiderio di mantenere una dimensione famigliare in cui i rapporti umani sono una delle forze che fanno il successo dell’attività. Se poi si considerano i casi in cui l’Articolo 18 è stato applicato nelle aziende oltre i 15 dipendenti essi risultano davvero un numero esiguo.

La modifica inserita dal Jobs Act abolisce l’Articolo 18 per tutte le imprese oltre 15 dipendenti introducendo la possibilità di licenziare a fronte di una buona uscita che varia dalle 4 alle 24 mensilità; 4 mensilità sono corrisposte per i licenziamenti entro il primo anno, per gli anni successivi le mensilità scendono a 2 all’anno per un massimo di 24 appunto. Le nuova assunzioni, che dovrebbero essere di tre anni come apprendista per poi trasformarsi automaticamente in tempo indeterminato, sono poi agevolate da uno sgravio di circa 7-8 mila € in favore dell’azienda. Il reintegro per i lavoratori dovrebbe, ed il condizionale è d’obbligo in quanto vi è ancora margine di intervento, permanere per i licenziamenti discriminatori. Verrebbero inoltre assimilati i licenziamenti collettivi a quelli di singoli individui.

Senza entrare più nel dettaglio, è evidente che la tematica rimane altamente divisiva, anzi pare proprio non accontentare nessuno.

Per NCD di Alfano – Sacconi e per tutta l’area liberale è stato fatto un piccolo passo avanti, ma soprattutto è stata persa l’occasione di eliminare definitivamente la possibilità di reintegro anche per i licenziamenti discriminatori ovviamente dietro corrispettivo pecuniario (opting out).

Per FI, Brunetta e Toti, è stato fatto tanto rumore per nulla, questa norma non sortirà effetti ed è stato creato ulteriore caos finalizzato a marketing e propaganda politica.

All’interno della sinistra e del PD si annidano però le critiche più feroci e pericolose per la tenuta del Governo Renzi. Il come sempre durissimo Fassina sostiene che sia stato eseguito il compitino dato dalla Troika, mentre i sindacati, inclusa la CISL che pure non aveva scioperato per opporsi a questa norma, si sono detti sconcertati per la perdita di fondamentali diritti sul lavoro con un pericoloso livellamento al ribasso. In particolare il dito è stato puntato contro l’equiparazione dei licenziamenti collettivi e di singoli individui, sulla quale lo stesso presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano ha aperto a modifiche e revisioni, così come verso la monetizzazione dei licenziamenti. Secondo le sigle sindacali, ed anche per la parte civatiana del PD, rimarrebbe presente una giungla indecente ed insostenibile di contratti. In sostanza il Premier avrebbe esaudito i desideri delle imprese e di Confindustria, che a dire il vero rimangono moderatamente soddisfatte.

Altro importante punto di scontro riguarda l’applicabilità della norma sui licenziamenti anche al settore pubblico caldeggiata dall’area liberale e di centro-destra. Il Governo, con i ministri Poletti e Madia, hanno dichiarato di non ritenere applicabile il Jobs Act ai dipendenti pubblici (anche se per il Premier Renzi è il Parlamento a doversi pronunciare su questo tema) aprendo così un ampio campo di scontro con tutta l’ala liberale di Governo ed opposizione, da Ichino a Zanetti.

Passando ad analizzare queste prima ed ancora precarie informazioni, una chiara evidenza è che le mensilità non sono poi così allettanti per il lavoratore al quale, più che l’indennizzo economico, è la prospettiva per il futuro ad interessare, prospettiva e fiducia nel deivenire senza la quale la ripresa economica e dei consumi non può esserci, come dimostrato da questa crisi. Inoltre nei i primi anni lo sgravio per le aziende è superiore a quanto esse dovrebbero rimborsare al lavoratore in caso di licenziamento, sembrerebbe dunque una contraddizione in cui licenziare può essere addirittura conveniente.

Come detto il licenziamento non è previsto per motivi discriminatori, ma lo è ad esempio per quelli disciplinari. Evidentemente, oltre al ricorso al giudice per stabilire la sussistenza o meno del comportamento perseguibile con l’allontanamento definitivo dal posto di lavoro, in molti casi di licenziamento il licenziato cercherà di ricondurre la sua situazione ad un licenziamento discriminatorio ricorrendo al giudice ed aprendo una causa con l’azienda probabilmente lunga, cavillosa e dispendiosa in termini di tempo e risorse sia per l’una che per l’altra parte. I licenziamenti collettivi già esistono, e soprattutto nelle grandi aziende, vengono operati con la creazione ad hoc di società controllate al 100% poi cedute in toto col meccanismo della cessione di ramo aziendale.

Pur essendo evidente è bene ri-sottolineare che per le aziende al di sotto dei 15 dipendenti di fatto non cambia assolutamente nulla.

La questione dell’applicabilità al pubblico impiego, dove per certe inadempienze l’allontanamenti dal posto di lavoro già esiste anche se forse applicato in pochissimi casi (come spesso capita basterebbe applicare fedelmente le regole già in essere invece che crearne nuove…), pone di fronte al classico caso border line che è difficile dirimere; se infatti il dipendente pubblico ha sostenuto e superato un regolare concorso è anche vero che si accentua ulteriormente un divario tra lavoratori soggetti a maggior tutele, che pur pagano lo scotto di blocchi salariali ormai di lungo corso, e lavoratori ai quali simili tutele non si applicano. Questo elemento sarà probabilmente territorio di dibattiti e scontri, ma alla fine è difficile pensare un’applicazione ai dipendenti pubblici, sia per la forza del loro sindacato, sia per la presa di posizione dei Ministri Poletti-Madia, sia per l’importanza di un simile bacino elettorale.

Infine, un lavoratore a tempo indeterminato di lungo corso, quindi beneficiario dell’Articolo 18, che cambiasse lavoro spostandosi presso una differente azienda, sarebbe assoggettato alle nuove regole o manterrebbe la non licenziabilità del vecchio contratto? Questo elemento potrebbe essere ostativo nei confronti di una mobilità ed aspirazione alla crescita del lavoratore stesso, elemento basilare per il traino della ripresa USA.

Gli effetti del Jobs Act si vedranno nel giro di anni, e nonostante i dibattiti ampliamenti già aperti, la norma è ancora tutta da definire in molti punti chiave. Di sicuro di primo acchito non pare che sia una vera rivoluzione copernicana, piuttosto sembrerebbe che ben poco venga cambiato tanto da far sospettare che l’apporto alla creazione di posti di lavoro sia minimale rispetto a quanto auspicato. Sicuramente il fatto di non essere considerata una buona norma da tutti partiti porterà ad impasse ed aspri scontri vista anche la determinazione del Governo a non cedere a modifiche e l’apertura al ricorso allo sciopero già avanzata dai sindacati, con CGIL a far da capo fila.

Come dimostra l’ultimo caso di delocalizzazione che ha toccato lo stabilimento di Chieti della Golden Lady, in via di chiusura dopo la serrata della OMSA di Faenza riconvertita a produzione di divani, quella che va aperta è la stagione delle sburocratizzazioni e della defiscalizzazione in modo da attrarre investimenti privati, così come far in modo che l’Europa consenta più ingenti investimenti pubblici anche sotto strettissimo controllo di spesa e del raggiungimento dei risultati. Il superamento degli attuali ammortizzatori sociali, che non sono stati ancora completamente coperti da adeguate risorse, verso una riqualificazione attiva del lavoratore è indispensabile per la creazione della dinamicità tipica degli USA che tanto si prendono da esempio, ma dove le dinamiche sono completamente differenti e la ripresa ha goduto di politica monetaria e QE finalizzati esplicitamente al raggiungimento di un preciso target di disoccupazione (< 6%), investimenti pubblici, re-industrializzazione, mercato del lavoro dinamico e meritocratico ed un dollaro deprezzato in gradi di spingere con vigore le esportazioni; in ogni ragionamento poi non vanno mai dimenticate le contraddizioni sempre presenti, come l’imperante diseguaglianza e le tensioni sociali che stanno sfociando in gravi episodi razziali.

Meno burocrazia, meno tasse, sostegno ad imprese e lavoratori senza utilizzare la pericolosa arma della svalutazione salariale rappresentano gli elementi base per poter realmente spingere i consumi, l’export, creare domanda e conseguenti posti di lavoro, altrimenti articolo 18 o no l’occupazione non pioverà dal cielo.

27/12/2014
Valentino Angeletti
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“The Interview” una differente analisi del presunto attacco hacker alla Sony

Partendo dal presupposto che la minaccia esiste e deve essere tenuta debitamente in considerazione da stati nazionali ed aziende private, che è nei fatti l’esistenza di alcuni stati che investono ingenti fette di budget in tecnologie, formazione e risorse umane per potenziare questo settore e che simili tecniche saranno senza dubbio una componente importante, ovviamente non l’unica né la principale, delle guerre e delle manovre di intelligence del futuro, a volte vi sono circostanze in cui l’enfasi sul cyber-crime,il  cyber-espionage e la cyber-war è portata all’eccesso.

Premettendo che si tratta di un’opinione totalmente personale, un’esempio sembra essere il caso del film “The Interview”, pellicola satirica natalizia “made in USA” e prodotta dalla Sony Pictures (divisione cinematografica della società Giapponese Sony e teniamo in mente questa provenienza) che ironizza sul regime nord coreano prendendo particolarmente di mira il dittatore Kim Jong-un.

Secondo alcune fonti il regime avrebbe minacciato la Sony Pictures di renderla obiettivo di attacchi Hacker qualora avesse proiettato il film. La Sony, intimorita, avrebbe desistito ritardando ad oltranza la data di proiezione del Movie. Appresa la notizia si sono spese personalmente contro la minaccia ed a sostegno della Sony personalità come George Clooney ed addirittura Obama, affermando che non poteva essere concesso che un regime minacciasse la libertà di espressione e che non era un esempio da darsi quello di cedere a regimi dittatoriali, che addirittura sarebbero riusciti ad esercitare la proprio pressione entro i confini USA.

Alcuni elementi di questa vicenda però non quadrano. Innanzi tutto conoscendo un minimo quali sono le strategie, le tecniche e le modalità operative delle squadre di hacker, azioni simili generalmente non vengono annunciate o minacciate, ma vengono eseguite, poi, trascorso un po’ di tempo, rivendicate.

Nella vicenda in questione invece la Sony prima ha parlato di minaccia, poi di attacco reale con tanto di furto dei dati di dipendenti che avrebbero chiesto alla società il risarcimento per la violazione della loro privacy.

Il pronunciarsi immediato dello stesso Presidente Obama attraverso tutti i media mondiali sembra oltremodo precipitoso ed avventato per una vicenda simile. La reazione della Sony alle parole di Barack Obama è stata quella di mettere da parte i timori rendendosi disponibile alla proiezione del film se non fosse per i gestori delle sale cinematografiche che non darebbero la loro disponibilità in quanto la minaccia oltre ad essere cybernetica sarebbe anche materiale: anche le sale sarebbero “attenzionate” da potenziali attacchi Kamikaze coreani.

Ad essere sospetta è anche la certezza della provenienza dell’attacco. Di norma un attacco è difficile da collocare geograficamente, in questo caso invece non vi sono stati dubbi sulla provenienza nord coreana, benché l’attacco fosse stato apportato da Pechino (come ovviamente non menzionare la Cina) ove effettivamente vi sono potenti team hacker governativi; il primo passo che avrebbe consentito il cosiddetto in gergo tecnico “privilede escalation” sarebbe stato il furto di password della Sony dal PC di un diplomatico o ambasciatore statunitense in Cina o Corea del Nord.

La Corea del Nord ha ovviamente respinto pesantemente le accuse, oltre che a condannare il film, asserendo (e non pare un messaggio pacifista o una scusa volta a nascondere la realtà) che attualmente le sue maggiori concentrazioni sono riservate al potenziamento sul fronte nucleare e che, pur essendo in fase di crescita, il loro “cyber-army” allo stato attuale non avrebbero le capacità per sferrare un attacco simile.

Insomma, gli ingredienti per una spy story 3.0 ci sono tutti: la componente Cyber che va molto di moda; una grande azienda multinazionale; mosse di Intelligence che spaziano da CIA ad FBI e coinvolgono il direttamente il Presidente Obama; un regime dittatoriale come la Corea Del Nord; l’eterna lotta Cina – USA; il furto delle password di un diplomatico, che a ben pensarci non si sa per quale motivo dovesse detenere password della Sony.

Il risultato fino ad ora è quello che il Christmas-Movie “The Interview”, pellicola di non grande spessore a detta di coloro che la conoscono, ha catalizzato l’interesse di tutto il mondo e se mai il Movie venisse proiettato, e la Sony dietro le dichiarazioni presidenziali si sarebbe detta disposta a farlo, gli incassi sarebbero assicurati.

C’è un altro punto però da considerare, più sottile e meno commerciale. Suona infatti strano un immediato intervento di Barak Obama tra l’altro così duro e perentorio che, pur considerando l’intervento come atto di vandalismo e non bellico, si è detto obbligato a considerare la reintroduzione della Corea del Nord nella lista nera dei paesi terroristi. Ricordiamo la sconfitta alle elezioni di mid-term del Presidente in carica che lo hanno reso una “Anatra Zoppa”: una delle critiche più forti è stata proprio quella della poca risolutezza in politica estera con il ritiro delle truppe da molte zone e con pochi risultati nella lotta al terrorismo.

Analogamente se consideriamo le recenti elezioni anticipate dallo stesso Premier Abe in Giappone, (ricordiamo la nazionalità della Sony) in cui pur con una affluenza attorno al 50% è stato riconfermato per altri 4 anni (allungando di fatto il suo mandato di due anni) con grandissima maggioranza, uno dei punti cardine del programma del leader giapponese è proprio quello di abbandonare la neutralità del’isola potenziando la politica estera attraverso l’appoggio ad Australia e soprattutto USA.

Che il film “The Interview” possa essere stato usato per lanciare un’alleanza Nippo-Statunitense contro un nemico comune, guidato da un dittatore dispotico e non curante di libertà e diritti umani, la Corea del Nord, relativamente poco potente rispetto alle prime due economie mondiali?

Per il Giappone rappresenterebbe una prima prova di forza dal basso livello di difficoltà della rinnovata politica estera; per gli USA si tratterebbe di una situazione, con le dovute proporzioni, assimilabile a quella del regime iracheno ed alle sue presunte armi di distruzione di massa che dovrebbe servire a rilanciare l’immagine forte di Obama, con la grande differenza che le “cyber-weapon” corrono su cavi e fibre transoceaniche a cavallo di bit, sono molto più eteree, ed intangibili rispetto alle armi chimiche che una volta dichiarate devono poi essere mostrate all’opinione pubblica; e per la Sony di pubblicità gratuita per il proprio prodotto (ovviamente la Sony dovrebbe essere anche risarcita per il potenziale danno di immagine con altre metodologie sicuramente nelle possibilità di USA e Giappone).

Le informazioni sulla vicenda sono poche, frammentarie, a volte contraddittorie e non certe nè verificate (come sempre quando si parla di attacchi cyber) quindi quella proposta è solo una differente analisi alla luce di quanto è possibile leggere sui vari media che ritengo fatte le dovute considerazioni (del tutto personali), verosimile.

22/12/2014
Valentino Angeletti
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Un “mini bilancio” di un semestre dopo l’ultimo consiglio UE

cons-1112011224357aL’ultimo consiglio europeo sotto la presidenza italiana, che si concluderà ufficialmente il 13 gennaio, è ormai alle spalle ed è già tempo di bilancio.

Dal punto di vista di Matteo Renzi, Premier italiano e presidente europeo di turno uscente, questo semestre sarebbe stato il semestre spartiacque tra austerità-stagnazione e crescita-lavoro. In realtà lo stesso Premier non pare troppo convinto di ciò, infatti anche lui stesso, abituato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno presentandolo in taluni casi come strabordante, ha definito il piano di investimento di Juncker, in realtà l’unica vera eredità di questo semestre se si esclude la formazione della nuova Commissione, come un po’ poco coraggioso e ciò detto da lui vale più di mille analisi.

Effettivamente se si pensa alle attese con cui era stato caricato da Renzi questo semestre, e immediata è l’analogia con le aspettative di cambiamento, di apertura di una stagione di riforme attuate a cadenza mensile con tanto di crono-programma, profuse in Italia, ha deluso, trascorrendo molto sotto tono e totalmente caratterizzato dal rinnovo delle commissioni, con unica vero risultato (per taluni positivo, per altri no) di aver ottenuto la Mogherini come alto rappresentate della politica estera e sicurezza europea, e dalle tensioni in politica estera, ancora in corso, che spaziano dalla crisi russo-ucraina alla situazione medio orientale, libica e del Mediterraneo, passando per la guerra sui prezzi del greggio. Curioso, ma da non sottovalutare, come l’Italia, e per posizione geografica e per interessi economico-commerciali, risulti molto penalizzata su tutti i fronti: gli scambi commerciali con la Russia sono notevoli e le sanzioni imposte indubbiamente penalizzano la nostra economia, la Libia è nostra fornitrice energetica, così come la stessa Russia il cui gas transita attraverso l’Ucraina e sappiamo bene che le forniture potrebbero essere a rischio sia per ritorsioni russe che ucraine. Ripercussioni per il nostro paese potrebbero derivare anche da una guerra sul greggio se portata all’estremo perché, a fronte di un calo dei prezzi che si sta effettivamente verificando, potrebbe esserci una ulteriore spinta verso la deflazione (come già detto in precedenza – LINK).

Anche il concetto di flessibilità sicuramente non ha raggiunto il livello che Renzi intendeva raggiungere o quanto meno aveva comunicato di voler raggiungere, perché se il termine è diventato di uso comune, quasi abusato, in realtà mai ci si è avvicinati ad una reale discussione su una flessibilità che fuoriuscisse dai trattati, nonostante una situazione economica ben più che problematica e senza segni concreti di inversione di tendenza; la flessibilità utilizzata è sempre stata, e non senza scontri, quella dei patti, insufficiente per dare quello shock al sistema che serve in questi momenti. Nemmeno pensabile quindi un avvicinamento al risultato che Renzi dichiarava di voler raggiungere, ossia recarsi a Bruxelles e “battere i pugni sul tavolo” (locuzione un tempo giornalmente proferita ed oggi scomparsa) per avere una revisione dei trattati, abbattendo in particolare “quell’anacronistico vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL” che rimane tanto anacronistico quanto attuale. La la linea tedesca ha avuto costantemente la meglio e, sia nelle azioni che nella comunicazione, il terzetto Merkel, Schauble, Weidmann non deve prendere lezioni da nessuno: è un tridente micidiale, invincibile fino ad ora.

Avevamo già avanzato dubbi sul piano Juncker (LINK), dall’ultimo Consiglio emerge la possibilità dell’applicazione della “Golden Rule” che consente lo scorporo degli investimenti per progetti di crescita (infrastrutturali, energetici, tlc, trasporti ecc) dal deficit. L’applicazione della regola aurea sarebbe ovviamente limitata alle sole quote di investimento destinate al pino di Juncker, ma anche in tal caso sì è di fronte solamente ad un intento futuro perché i dettagli saranno definiti il prossimo anno. Il piano Juncker prevede lo stanziamento da parte dell’Europa di 21 miliardi (16 dalla UE e 5 dalla BEI) per crescita che dovrebbero lievita a 315 grazie ai contributi dei singoli stati membri e soprattutto degli investimenti privati (ribadiamo che non è semplice pensare un così cospicuo moltiplicatore degli investimenti verso un terreno poco promettente come in questo momento è l’Europa a fronte della presenza di altre zone del globo che hanno ripreso a macinare punti di PIL). Lo sconto sul calcolo del deficit quindi non è stato definito, nè si sa se sia limitato agli investimenti in conto capitale o se includa anche i cofinanziamenti; in sostanza non è ancora chiaro se e quando questo principio verrà davvero applicato, per ora rimane annuncio.

Un buon risultato invece è quello della concessione del pagamento rateizzato, qualora fosse necessario, della quota che i singoli stati membri devono corrispondere al budget europeo.

Per quanto si è potuto costatare, affinché vi sia qualche possibilità che la Golden Rule sortisca effetti non nulli, essa dovrebbe essere applicata a tutti gli investimenti dei singoli stati, a prescindere da piano Juncker. Ovviamente ciò trova le opposizioni tedesche che, oltre a ribadire correttamente come vadano portate a termine ed attuate le riforme, non hanno assoluta intenzione di concedere allentamenti sui vincoli. La stessa Merkel lo ha sottolineato proprio durante il Consiglio, ribattendo a Juncker in riferimento alla possibilità di applicazione della regola d’oro al suo piano. A causa di un simile contrasto il prossimo anno quando i dettagli dovranno essere discussi e decisi, essa sarà una partita tutt’altro che facile, scontata e rapida. Il Cancelliere tedesco avrà la solita voce in capitolo e di certo influenzerà la decisione e se si verificherà che sul piano Juncker ceda qualche decimetro di terreno c’è da star certi che avrà già trattato una contropartita a suo beneficio altrove.

Sicuramente da prendere atto dell’impegno italiano nel rispetto dei vincoli, quelli che non v’è stato modo di rivedere, e questo l’Europa lo deve riconosce. Per il resto, la legge di stabilità del nostro paese è stata rimandata a Marzo con una sorta di ultimatum (LINK – LINK) che ha portato con se dichiarazioni al veleno e seguenti smentite che lasciano trasparire come la tensione sia alta, la linea non condivisa e soprattutto non chiara neppure alle più alte figure dell’istituzione europea. La sensazione è di un navigare a vista, deleterio quando si è di fronte ai problemi attuali e dove i populismi e gli anti-europeismi sguazzano e proliferano copiosi, ed effettivamente è ciò che sta pericolosamente accadendo in Europa anche per via della situazione di disagio sociale che da Grecia a Portogallo passando per talune zone della Spagna non può essere negata.

Sulla nostra ex finanziaria recentemente “fiduciata” dal Senato, il Ministro Padoan ha dichiarato che è un elemento che ci da autorevolezza in Europa, dimostrando la nostra serietà.

Difficile che la nostra autorevolezza possa incrementare se le istituzioni europee ne hanno seguito lo sviluppo, ossia la presentazione di un Maxi Emendamento composta da circa 780 modifiche tre le quale alcune anche avanzate dal Governo, proposto al Senato alle 19:00 di sera con voto alle 4:00 di mattina (Sergio Zavoli, 91 anni 22 ore consecutive in aula… io non ci avrei capito nulla dopo la metà del tempo….). Sostanzialmente i parlamentari non hanno neppure avuto il tempo materiale di leggere li Maxi Emendamento, figuriamoci di approfondirlo. Inoltre alle 4:00 di notte, in un tour de force simile, difficilmente si ha la lucidità necessaria a prendere decisioni delicate. In genere a quell’orario la probabilità che ci scappi il pastrocchio è alta. Come se non bastasse la legge sarebbe stata presentata con errori e parti incomplete tanto che anche il Governo stesso si sarebbe scusato per i ritardi. Adesso, dopo un nuovo vaglio della commissione bilancio, andrà alla Camera, il tutto per concludersi prima di Natale. Se poi i ritardi e gli emendamenti sono serviti a togliere le cosiddette mance, come ha sostenuto Renzi, ben venga, ma è difficile pensare che, tra le 780 modifiche, tolta una mancia non ne sia stata introdotta un’altra (vengono riportate quelle ai trasporti, ai giochi d’azzardo, ai porti ecc).

Infine, anche la fretta sulla riforma del lavoro e quella elettorale (differente è la discussione sull’Ilva, che pure si terrà in quei giorni, perché in per l’acciaieria vie sono le motiziavioni tecniche di mancanza di liquidità ad imporre la massima rapidità) in Parlamento nel “blitz natalizio” del 24-27-28 dicembre quando nessuno si interessa di politica e quando i banchi parlamentari rischiano di essere vuoti per le imminenti festività in corso, la spending review quasi scomparsa assieme al lavoro di Cottarelli, ben pagato poi accantonato chissà dove, e l’imminente dimissione del Presidente Napolitano, che a questo punto dovrebbe comunicare una data precisa, danno l’impressione che il clima del paese rimanga incerto ed instabile; ciò è percepito anche all’estero, come riportato da Les Echos.

Ora il semestre è alle spalle, quel che è stato fatto (poco e non solo per colpa propria) è stato fatto, adesso la politica dovrebbe certamente a continuare a lavorare (meglio) in Europa e concentrarsi sulla situazione nazionale (non solo sull’elezione al Colle per la quale i coltelli si stanno già arrotando) tutt’altro che stabile, semplice da gestire ed scarsamente orientata alla crescita ed all’attrazione di investimenti.

21/12/2014
Valentino Angeletti
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Breaking news 17/12/2014

‎Italia: Italicum si Italicum no…bla bla bla…… roba da Vianello e Mondaini (anzi no, perché Sandra e Raimondo sono adorabili, un pezzo di TV Italiana)! Nel ‎Mondo si fa la storia: “‎TodosSomosAmericanos” ‎USA – ‎Cuba dopo 53 anni i rapporti si distendono grazie alla mediazione papalina che ha giocato un ruolo simile a quello di Giovanni Paolo II nell’allentare le tensioni durate la guerra fredda tra Occidente e blocco sovietico.

“‎Renzi: ‎riforme, poi ‎Quirinale; Berlusconi e ‎Brunetta prima Quirinale, solo dopo le riforme, altrimenti veto da parte nostra”. Ma la condizione… fondamentale per supportare un simile dibattito è sapere se e quando si dimetterà Napolitano, altrimenti parole sterili ed al vento.

Centro Studi Confindustria:
Pil 2014: -0.5%;
Pil 2015: +0.5%;
disoccupazione continuerà ad aumentare anche il prossimo anno;
la corruzione è costata 300mld nel 2014 considerando come paragone il livello di corruzione francese (non zero corruzione, ma solo un po’ meno), lo 0.8% del Pil ogni anno.

Commissione Senato blocca la legge di Stabilità, lavori parlamentari e riunioni di maggioranza si sono protratte durante la notte. Oggi riprenderanno la discussione.
Mi chiedo, ma alle 2,3,4 di notte con che lucidità si può lavorare? Trattando peraltro un tema così delicato??

Sul caso Marò i Ministri Gentiloni e Pinotti han riservato parole dure, non c’è intenzione dell’Italia di rimandare in India Latorre nonostante la sentenza della Corte Suprema indiana che richiede indietro il militare italiano.
Girone rimane nelle “galere” indiane e visto il clima pare poco probabile un suo rilascio. Sono più di due anni e vari governi (il che non ha aiutato) che, a parte le parole di impegno, la situazione si protrae senza volgere a soluzione ed è venuto il momento di mettere da parte orgogli nazionali più di facciata che di sostanza perché l’inconsistenza dell’Italia e dell’Europa all’estero è comprovata da questa (e non solo) vicenda ed ogni interesse economico.

Attacco Hacker a Sony da parte della Corea del Nord per il film “Interview”, Kim Jong-Un smentisce.
Mi par mossa marketing,una bufala,simili azioni non si annunciano,si fanno, solo dopo se ne denunciano gli effetti! Se alla fine il film verrà proiettato, magari in ritardo, troverei conferma delle mie ipotesi.

A ridosso di Natale tutti impegnati con regali, cene, panettoni, lavoro da chiudere entro l’anno (mio caso) ecc, ecc, presteranno poca attenzione alla politica, ma il Parlamento (I presenti…usualmente pochi sotto le feste) voterà il JobsAct. In un tanto sospetto quanto consueto blitz natalizio. Bisogna stare sempre vigili! Sempre!

17/12/2014
Valentino Angeletti
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I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie

Infastidisce quasi dover riscontrare che un’altra voce importante, di peso, autorevole, ribadisce la linea politico economica sostenuta umilmente in questa sede (ovviamente non solo, la schiera è foltissima). In audizione alla Camera il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha lanciato importanti messaggi e tratto conclusioni che dovrebbero lasciare il segno. Quindi dopo FMI per bocca della Lagarde, FED parlando con i suoi vertici Bernanke prima e Yellen poi e BCE con Draghi, si unisce anche l’omologo italiano (forse addirittura papabile inquilino del Quirinale) del Presidente della BundesBank Weidmann, totalmente in disaccordo rispetto ai suoi colleghi economisti.

Riprendono quanto in questa sede viene proposto ormai da mesi (forse anche di più) e constatando il permanere del cronico ritardo e, in quanto riteniamo che simili idee non possano essere state partorite solo adesso da luminari (senza ironia) come coloro sopra menzionati, la costante supremazia dell’impostazione rigorista tedesca, molto in sintesi i punti focali toccati da Visco sono stati i seguenti:

  • i prestiti del settore bancario sono ancora deboli e le banche dovrebbero impegnarsi a fornire risorse all’economia reale cosa che, nonostante TLTRO ed ABS, non è ancora avvenuta, sia per carenza di domanda che per carenza di offerta. Analogo discorso vale per i prestiti alle famiglie che dovrebbero invertire leggermente il trend nella prima parte del 2015 anticipando quelli alle imprese.
  • Gli stress test sulle banche italiane non danno risultati invidiabili e ciò è parzialmente dovuto ad una sorta di distorsione nel metodo di valutazione europeo che non ha considerato le specificità nazionali ed ha ritenuto più penalizzante il credito (attività preminente negli istituti italiani) rispetto alla speculazione finanziaria ad alta leva (tipica delle banche nordiche, britanniche e tedesche).
  • La crescita nella zona euro è molto più lenta del previsto e non si può negare la dinamica deflattiva che non è dovuta solo (contrariamente a quanto sostiene Weidmann) ai prezzi energetici, bensì anche alle dinamiche salariali e dei prezzi in generale che nel breve saranno acuite ulteriormente dal calo del prezzo del greggio (nota: i paesi del MO hanno apertamente dichiarato di potersi spingere a 40$/bar; da capire quanto possano stare al gioco una Russia ormai ai limiti della sostenibilità finanziaria per Rublo e Bond ed un Iran sotto embargo, che pure continuano a spingere al ribasso il petrolio in un gioco che per loro potrebbe risultare mortale). Ciò rende necessario l’utilizzo di ulteriori armi monetarie non convenzionali come i QE diretti acquistando titoli di stato su larga scala. Il rischio sottoscritto dalla BCE da questa sorta di condivisione del debito (peraltro avanzata esplicitamente da Draghi riprendendo una filosofia Prodiana e Tremontiana) sarebbe bilanciato da una maggiore stabilità e minor rischio per la zona euro nella sua interezza e per i singoli stati membri.
  • Il debito italiano è in crescita ad ottobre di 23.5 mld € (+ 25 mld Amministrazione centrale, – 1.5 mld Amministrazioni locali) arrivando a 2’157.5 mld e previsto a 2’200 mld a fine anno. Evidentemente con le condizioni congiunturali in essere è impossibile per l’Italia rispettare i piani di rientro del rapporto Debito-PIL secondo quanto sottoscritto nei patti europei che anche la commissione Juncker sembra voler mantenere inalterati.

Tutti questi punti sono stati da tempo affrontati in precedenti analisi delle quali riportiamo di seguito solo le ultime:

Un altro presagio, stavolta afferente alla sfera politica più che economica, che si sta vedendo realizzato è il rallentamento, quasi il blocco, dei lavori parlamentari dovuti alle imminenti dimissioni del Presidente della Repubblica. Ufficialmente non si conosce la data precisa, qualche indizio potrebbe essere dato proprio oggi dallo stesso Napolitano in occasione del saluto alle alte cariche dello stato oppure in occasione del discorso alla nazione di fine anno. A rallentare l’azione di Governo vi sono già le miriadi di emendamenti presentati sulla legge elettorale, su quella di stabilità e su ogni provvedimento proposto e non sembra il caso aggiungervene altri dovuti alle manovre in corso per la scelta di un nuovo Presidente, giochi di palazzo evidentemente già in atto da tempo. Il Presidente del Senato Grasso aveva auspicato un accordo preventivo su un nome condiviso da più parti politiche, idealmente tutte, in modo da essere rapidi al momento debito: non sembra che l’auspicio possa vedersi realizzato e del resto vi erano pochissimi dubbi. A far salire il tema della successione a Napolitano ufficialmente sugli scudi sono stati: l’incontro tra Renzi e Prodi tenutosi da poche ore a palazzo Chigi che sarebbe stato incentrato sulla politica estera, la Libia, il medio oriente, la crisi russa ed ucraina, forse la Grecia, di certo l’Africa ed il Sahel, ma è difficile pensare che nei 120 minuti di dialogo non sia stata proferita parola sulla successione, alla luce di chi è il Professor Prodi e della sua storia trascorsa e recente; e le risposte piccate di Berlusconi secondo cui il patto del Nazareno contiene anche indicazioni sul Quirinale, contrariamente a quanto precedentemente affermato dal PD.

Berlusconi, qualora Renzi agisse da solista nella elezione del Presidente, è intenzionato a dare battaglia sulle riforme. Clima da ultimatum, due patti del Nazareno ed un PD in cui regna non proprio l’armonia dunque: tutti gli ingredienti per una azione di governo rapida e snella.

Inutile ricordare quanto l’Italia e l’UE non possano concedersi di rallentare ulteriormente  in una situazione già abbondantemente in stallo. Per quel che riguarda il nostro paese ciò non è consentito sia perché dopo tanto immobilismo sarebbe giusto iniziare a spingere davvero sull’acceleratore, sia perché non è possibile dare il fianco a Bruxelles sempre pronta a ricordarci che dobbiamo portare avanti le riforme. Monito sacrosanto che però dovrebbe essere accompagnato da una visione politico-economica europea meno burocratica, più lungimirante e davvero incentivante crescita, investimenti e lavoro.

Lungi dal voler essere un gufo, dicono ve ne siano anche troppi, ma sembra proprio che le previsioni meno confortanti si stiano almeno parzialmente verificando.

15/12/2014
Valentino Angeletti
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PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE

jens-weidmannL’attenzione dei media e l’azione politica in questi giorni sono sempre più catalizzate dagli eventi interni al PD che in queste ora sta svolgendo la propria assemblea nazionale. Le divergenze sono ormai forti, forse insanabili, di sicuro mostrano l’esistenza di due correnti con vedute quasi diametralmente opposte. Da una parte vi è Renzi con i suoi seguaci, la maggioranza del partito, dall’altra vi è la cosiddetta vecchia guardia o coloro che mostrano riserbo nei confronti delle scelte politico-strategiche del segretario. Nella vecchia guardia vi sono Cuperlo, Fassina, Bindi, D’Alema, Bersani mentre i dissidenti sono rappresentati da Civati. Ciò che più rimproverano al al Premier sono: l’accordo con Berlusconi, il cosiddetto patto del Nazareno, il quale a loro detta sta prevaricando l’esclusivo tema delle riforme costituzionali per abbracciare tutta l’azione di governo, le eventuali elezioni del presidente della Repubblica e probabilmente inserisce alcune clausole per garantire vantaggi al Cavaliere (che siano essi politici, economici, personali o giudiziari) e l’impronta della linea politica dell’Esecutivo distante da quello che era il programma del PD, un partito che si starebbe avvicinando sempre più a Confindustria e starebbe eseguendo le volontà del centro destra, NCD e FI in particolare (del resto Alfano proprio oggi parlando ad In mezz’ora su Rai3 ha apertamente affermato che l’alleanza sussiste in quanto il Governo sta realizzando i programmi di centro destra), senza dare il medesimo credito e la medesima possibilità di confronto ai sindacati, liquidati in un incontro di 60 minuti. La votazione della Commissione Costituzionale sull’articolo 3 della riforma del Senato, relativa ai senatori di nomina presidenziale, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e se (e ciò emerge anche dalle prime notizia provenienti dall’assemblea PD), Cuperlo ed “i suoi” non sembrano possibilisti nei confronti di una scissione di diverso avviso è Civati che qualora la linea continuasse ad essere quella in atto si è detto, parlando al futuro e se opportunamente seguito, a dividersi fondando una nuova sinistra.

Le difficoltà e la presenza di una parte di elettorato di centro sinistra non rappresentata dal PD sono evidenti, molti sono coloro che hanno aderito agli scioperi, altri sono i delusi della politica di Renzi, ed altri ancora gli astenuti e quelli che hanno riversato nel M5S un voto di protesta. Questa circostanza mette effettivamente i critici interni al PD di fronte ad una domanda che devono dirimere, cioè se sia giusto eticamente e moralmente dare a questo elettorato una rappresentanza, pur rischiando di essere schiacciati alle urne dal peso del partito di Renzi oppure mantenere la posizione “di comodo” ed accettare la linea di partito quale essa sia, in quanto l’alternativa di far cambiare strada al Premier è oggettivamente impossibile e per la determinazione di Renzi e per i suoi numeri ed alleanze trasversali. Che la situazione vada chiarita e che non sia corretto continuare in queste discussioni e divisioni interne è evidente e quindi ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità ed agire secondo le proprie convinzioni, votando a favore dei provvedimenti se si ritengono corretti oppure contro per dar voce ai propri elettori, in alternativa dire chiaramente agli elettori di essersi convinti, allineati ed aver mutato pensiero.

Potrebbe essere pensabile una alleanza Civati-Sindacati (CGIL e FIOM in primis) che coinvolgesse anche SEL, ma la sensazione è che l’alto rischio, quasi la consapevolezza, delle poca forza di questo nuovo schieramento mantenga un po’ tutti in stallo e porti i protagonisti in ultimo ad accettare, pur avanzando critiche quasi fini a se stesse se poi non sono seguite da fatti, ogni decisione venendo talvolta meno alle loro idee. Evidentemente il timore fondato di poter sparire quasi definitivamente dalla scena esiste e non vuole essere corso.

Senza voler incolpare né renziani né “dissidenti” e convinti che si debba convergere rapidamente ad una soluzione che sia essa PD unito o PD diviso, più che alla questione PD, importante internamente perché comporta un rallentamento dei lavori Parlamentari, viene come al solito dall’Europa il segnale più preoccupante, per la precisione dalla Germania e per essere ancor più precisi dal Governatore della BuBa Weidmann. Segnale passato quasi inosservato nonostante la sua importanza. In una intervista rilasciata a La Repubblica Weidmann conferma quanto scritto in questa sede proprio qualche ora prima dell’incontro tra il tedesco ed i giornalisti (italiani e non solo): L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia) 11/12/14Dopo una chiosa di circostanza e retorica a supporto delle riforme del Governo Renzi, in particolare quella sul lavoro, conclusa comunque col perentorio suggerimento che adesso è il momento di passare dall’annuncio all’attuazione delle riforme, il discorso si è concentrato sulla politica monetaria della BCE.

Riguardo alle riforme va detto che la posizione dell’Europa, in tal caso esposta dal Commissario Pier Moscovici, è molto netta: a Bruxelles interessano relativamente poco i contenuti delle riforme, quello che conta sono i risultati ed i saldi finali, il mezzo e le modalità con cui raggiungerli è in capo ai singoli stati. Per tale ragione si può supporre che, fatto salvo per i “numeri” approfonditi meticolosamente, i lunghi piani di riforme siano sommariamente letti dalla Commissione Europea ed analogamente dal Presidente Weidmann. Ad esempio sulla riforma del lavoro al giudizio di Bruxelles poco importa se sia fatta a vantaggio degli imprenditori, dei lavoratori o, come sarebbe auspicabile, di entrambi, l’importante è finalizzare il risultato; al momento, ma la situazione sta cambiando e la nuova crisi Greca sarà un primo decisivo banco di prova, in UE non devono far fronte alla popolarità e sopratutto non devono perseguire il consenso elettorale che a volte nei singoli paesi membri muove le azioni politiche fuorviandole da quello che è nell’interesse della collettività.

Tornando alle dichiarazioni di Weidmann sulla politica monetaria, in estrema sintesi ha asserito che Draghi dovrebbe scartare l’ipotesi di QE con acquisto di Bond sovrani e parimenti non dovrebbe neppure considerare una condivisione dei rischi e dei debiti degli Stati, che pure il Governatore aveva avanzato, in quanto tali misure spingerebbero i paesi meno virtuosi ad indebitarsi ulteriormente e rallentare il cammino delle riforme. Gli esempi della FED in USA o della BoJ in Giappone, secondo il leader della BuBa, non sarebbero significativi nè attuabili in un contesto come l’Europa che non presenta, a differenza di USA e Giappone appunto, una finanza, una legislazione ed una economia unitaria (da ricordare comunque che anche la BoE in UK ha attuato con successo una politica espansiva animata dai QE). La via da perseguire secondo il Presidente della Bundesbank rimane quella del rigore, della disciplina di bilancio e delle riforme. Riguardo agli investimenti che la Germania dovrebbe fare per cercare di potenziare il suo ruolo di “locomotiva europea”, secondo il Presidente ed anche secondo la Merkel, essi possono anche essere fatti, ma non sortiranno effetto sugli altri paesi, come a dire: “lasciateci fare che in casa nostra decidiamo noi”. Wiedmann non ritiene un problema nè inflazione che secondo lui è dovuta esclusivamente al calo dei prezzi energetici, quando sappiamo che c’è stata una dinamica deflattiva anche sui salari, in Italia in particolar modo ma non solo, nè il rallentamento della Germania che lui vede in perfetta salute. La sua strategia sarebbe quella di ATTENDERE gli effetti del rigore di bilancio e delle riforme che dovrebbero portare da sole buoni risultati. Anche Weidmann a chiedere tempo, o meglio di temporeggiare.

Come già detto svariate volte in questa sede, il rigore e la disciplina di bilancio sono importanti e le riforme in questo frangente lo sono ancora di più, ma i primi dovrebbero essere allentati in momenti drammatici come quello in atto per poi essere nuovamente applicati per rendere strutturale il percorso di crescita già intrapreso, le seconde invece necessitano di tempo per portare risultati, si parla di effetti nel medio – lungo periodo. Manca un’azione espansiva che affianchi i Governi nazionali nelle riforme e che sortisca effetti subitanei.

Si intende chiaramente che fino ad ora la politica della BCE è stata dominata dalla BuBa, maggiore azionista della BCE stessa, e nonostante sia le ipotizzabili velleità espansive di Draghi sia la dinamica decisionale non soggetta ad unanimità bensì a maggioranza, a dominare è sempre stata la linea attendista dei rigoristi e, per quel che conta il mio parere, se ne vedono i risultati. Il punto chiave è che la posizione di Weidmann (e del seguito che avrà) pare possa continuare a rallentare le azioni di politica monetaria volte a contrastare nel breve e brevissimo termine inflazione ed a sostenere le dinamiche dei prezzi: infatti se adesso la maggioranza della Board BCE parrebbe orientata ad azioni più espansive (anche per lo scarso successo di ABS e TLTRO e per gli scenari europei ancora molto traballanti e deboli) è innegabile che il peso di una BuBa ostacolante non sarà un elemento facilmente liquidabile e richiederà dunque tempo, riunioni, negoziati e ridimensionamento dei piani (come lo è stato per l’unione bancaria ed i criteri di Basilea). Tempo che per Weidmann c’è copioso mentre per uno che come me vede la realtà dagli “stupidi occhi senza MBA e master in economia e finanza nelle prestigiosi Università ed Atenei chissà di quale stato del mondo” questo tempo sembra ormai già scaduto e lo percepisce nella vita quotidiana, nel calcare le vie dei mercati rionali, nei negozi, nei bar, nelle piazze ed osservando il proprio portafoglio, il conto in banca, le entrate e gli adempiente fiscali imminenti. In Italia siamo tornati ai livelli di salari del 1999 con prezzi e rincari del 2014, altro che dinamiche salariali in aumento paventate da Jens Weidnamm.

Il pericolo quindi è che la situazione scivoli e degeneri facendo il proprio corso vittima del non fare, corso che riteniamo estremamente differente, a meno di non essere tedeschi e quindi sapientemente protetti dal trino scudo Merkel-Schauble-Weidmann con supporto di Commissione Europea, da quello positivo ipotizzato con certezza dal Presidente Weidmann.

La politica italiana quindi è là, in Europa, e nelle relazioni con gli altri Stati che dovrebbe concentrarsi, unita, coordinata e con una strategia sottoscritta da tutti i partiti, rivolta a concretizzare quanto presente negli slogan per una Unione Europea meno burocratica e rigida quindi più coesa e flessibile. Purtroppo la sensazione che si ha costantemente dal 2011, quando il tema della Governance europea è entrato nei dibattiti nazionali, è che le istituzioni che dovrebbero rappresentare l’Italia in UE e la politica italiana non abbiano nè le capacità, nè le persone, nè l’autorevolezza, nè l’ordine mentale per gestire simili rapporti in modo proficuo per il nostro paese e, riteniamo, per il destino di tutta l’Unione che al momento non pare proprio di prosperità, pace e protezione.

14/12/2014
Valentino Angeletti
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L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia)

Le entità istituzionali, politiche ed economiche italiane avevano appena finito, in alcuni casi non senza altisonanti quanto eccessivi proclami pubblici, di gioire e “gongolarsi” per l’approvazione della legge di stabilità 2015 da parte della Commissione UE. In realtà non si è trattata di una vera promozione, ma di un rimando a marzo 2015 in compagnia di Francia e Belgio, data per la quale si dovranno vedere i risultati delle misure economiche e delle riforme intraprese dai paesi in oggetto perché ad oggi di oltrepassare i limiti dei trattati ancora non se ne parla. Avevamo già espresso i nostri dubbi (LINK: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 28/11/14 ) interpretando le parole della Commissione più come un ultimatum che come una promozione. Oggettivamente però qualche mese in più, perché l’Italia stando ai numeri non ha rispettato gli accordi, è stato concesso e, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno col più ben’augurante ottimismo, si poteva sperare che quello fosse l’inizio di una stagione che si lasciasse alle spalle l’eccessiva austerità per concentrarsi davvero su occupazione, crescita, investimenti, riforme tali da coinvolgere in modo trasversale tutta l’Europa, la quale, ripetendolo come di consueto, ha assoluta necessità di una nuova governance. Ovviamente l’Italia non fa eccezione, anzi, essendo un paese in grande difficoltà, risulta anche uno di quelli che più ne abbisogna. La flessibilità dei conti e l’allontanamento dai vincoli programmatici imposti, almeno nel periodo di crisi per poi renderli nuovamente vigenti, così come una politica monetaria ancora più espansiva, sarebbero stati dei mezzi grazie ai quali provare a rilanciare l’economia. Negli USA del resto, ed anche il 2015 non fa eccezione, trovano praticamente ogni anno un accordo i Democratici ed i Repubblicani sul budget dell’anno seguente che consenta un debito pubblico superiore al 100% del PIL per evitare lo shutdown, ossia un incremento di tasse che evidentemente ritengono insostenibile in questo periodo che li sta vedendo ripartire, molto più brillantemente dell’Europa e grazie anche alle manovre espansive della FED di Ben Bernanke prima e Janet Yellen poi, dopo una dura crisi economica.

Appena pochi giorni dopo (06-07/12) invece, è stata la Merkel in un’intervista al tedesco Die Welt a riportare tutti con in piedi per terrà affermando che la Commissione ha riscontrato che quanto fatto da Italia e Francia non è sufficiente ed ha aggiunto che lei è dello stesso parere prendendo atto che i due paesi sono nel bel mezzo di un processo di riforme delle quali i risultati hanno ancora a venire. Tecnicamente ha ragione, non ha detto nulla di nuovo rispetto alla Commissione, ha solo utilizzato una chiave di lettura differente, molto più tedesca, rispetto a quanto fatto in Italia. La stoccata del Cancelliere tedesco di certo è di quelle che lascia il segno ed  a distanza di poche ore, in occasione dell’Eurogruppo che ha dato il via libera politico alle note della Commissione UE sulle leggi si stabilità, è stato il Ministro delle Finanze Schauble ed edulcorare le parole della Merkel puntando l’attenzione sulle riforme che l’italia sta portando avanti e auspicandosi che a regime consentano di intraprendere un percorso più virtuoso. Il concetto è quello medesimo della Merkel: al momento i patti non sono stati rispettati e si attendono gli effetti delle misure adottate che ad ora risultano insufficienti. In ogni caso il passo falso comunicativo è stato riconosciuto ed anche il portavoce del Cancelliere, Steffen Seibert, ha smorzato i toni dichiarando che non sta alla Germania dire ad altri Stati come comportarsi e che il Governo tedesco riconosce l’impegno italiano nelle riforme. Il succo insomma non cambia, ma i rapporti idilliaci tra Renzi e Merkel sembrano incrinati ormai da tempo e fino ad ora ad averla vinta è stata la seconda.

Sempre dall’Eurogruppo anche il pragmatico Presidente olandese Dijsselbloem, pur riconoscendo l’oggettiva difficoltà della situazione italiana e l’impegno nelle riforme (ormai un leitmotiv), sottolinea che i vincoli non sono stati rispettati da Francia, Belgio ed Italia. Per quest’ultima a preoccupare è il debito e la correzione sul deficit di solo 0.1% PTI anziché di 0.5%, uno 0.4% che vale circa 6 miliardi e che dovrà essere recuperato entro marzo. Per fare ciò vi sono tre vie: aspettare gli effetti delle riforme già avviate; implementare nuove riforme o manovre aggiuntive; effettuare una nuova valutazione da parte della Commissione. Il Ministro Padoan ha smentito immediatamente le voci di una manovra aggiuntiva (non c’è da stupirsi, se non lo avesse fatto probabilmente importanti conseguenze di Governo si sarebbero avute) ed effettivamente non è ciò che richiede Bruxelles, il quale si limita a ricordare che a marzo il percorso di rientro di deficit e debito dovrà essere quello dei patti, i mezzi per raggiungere tale scopo sono liberamente in capo ai singoli stati membri, quel che conta è il numero finale. Evidentemente Padoan confida che ciò possa essere conseguito grazie alle riforme che stanno prendendo lentamente corpo. Il concreto Presidente dell’Eurogruppo ha anche rilanciato che non è sufficiente annunciare un piano di riforme ambizioso, ma esse devono essere attuate con rapidità e soprattutto devono fornire i risultati attesi, risultati che ad esempio sul Jobs Act non sono così condivisi unanimemente, a cominciare da Moody’s che non ritiene possa cambiare il livello occupazionale nel breve termine (e marzo è breve termine).

Non ha mancato di far sentire la propria voce anche il Neo-Commissario UE Jean Claude Juncker. In un’intervista alla testata tedesca FAZ, forse mosso dall’impeto di compiacere Germania e Merkel, ha tuonato che se Italia e Francia a marzo non presenteranno misure soddisfacenti e risultati concreti andranno incontro a conseguenze spiacevoli (quasi una minaccia), salvo poi aggiungere che in questa fase si deve dare fiducia ai due paesi ed a marzo verificare se tale fiducia sia stata disattesa o meno. L’invettiva grave e fuori luogo per i toni è emblematica delle posizione di Juncker che ha ulteriormente rincarato la dose suggerendo ad Italia e Francia di non lamentarsi poiché erano da procedura di infrazione e se questa non è stata applicata è stato merito delle sue posizioni. Una decisione della Commissione tutta politica insomma, perché a livello strettamente burocratico ed economico la procedura di infrazione avrebbe dovuto essere aperta.

Infine anche Draghi e la BCE han proferito parola sull’Italia decendo che per mantenere credibilità sui mercati devono essere portate avanti le riforme ed anche i patti europei non devono essere violati.

Si evince chiaramente dal sapiente palleggio tra Merkel e Schaeuble, dalle dichiarazioni di Dijsselbloem, da quelle di Juncker e della BCE che la trazione europea dei prossimi mesi continuerà ad essere quella orientata a far rispettare in modo deciso i trattati e, nonostante le circostanze di eccezionalità che fanno parte dei patti stessi e la cui presenza non può essere più negata, il margine di flessibilità che potrà essere concesso è esclusivamente quello dei trattati stessi. Allentamenti simili però proprio per le somme in gioco e per la situazione gravemente compromessa hanno dimostrato di non essere sufficienti e ben poche speranze vi sono che possano smentirsi nell’immediato futuro.

Un primo banco di prova importante è rappresentato dal caso greco. In questa sede fin da subito si disse che salvare lo Stato Ellenico sarebbe costato molto meno che imporre rigidi paletti ed il duro commissariamento della Troika. Adesso alcuni parametri economici sono migliorati, ma al prezzo di un alto disagio sociale, povertà diffusa, privatizzazioni imposte senza che le condizioni di mercato fossero coerentemente proficue, taglio stipendi statali e pensioni, aumento IVA e riduzione dei servizi di welfare (la sanità è di fronte a gravi problemi), tanto che a breve si terrà l’elezione anticipata del presidente della Repubblica che potrebbe causare, qualora dopo tre votazioni (17-23-29 dicembre) non venisse raggiunto l’accordo, la caduta del Governo e nuove elezioni. Il favorito è Tsipras del partito di sinistra Syriza che chiede l’abbandono del programma della Troika, è deciso a non rispettare gli impegni presi con l’europa e ad andare verso un default con il non pagamento dei titoli di stato. Al paventarsi di questa ipotesi la borsa di Atene ha perso il 12% trascinando con se tutte le piazze del vecchio continente. La Commissione Europea è quindi di fronte ad una scelta: o fermare il piano della Troika che prevede altri rincari dell’IVA, delle accise ed ulteriori tagli, “abbonando” una somma complessiva relativamente irrisoria di circa 2.5 miliardi di €, oppure proseguire dritta, rigida ed inflessibile lasciando campo libero all’ascesa di Tsipras.

La somma in gioco come si evince è sostenibile, ma quello che preoccupa è il precedente che poi potrebbe volersi veder applicato anche in Italia con numeri di un altro ordine di grandezza. Analizzando la situazione anche l’ascesa di Tsipras potrebbe comportare un precedente, forse anche peggiore, cioè l’uscita di un paese dall’Euro, fino ad ora neppure ipotizzabile. Effettivamente se Syriza andasse al governo e Bruxelles continuasse su posizioni oltremodo rigoriste, in ultima istanza si potrebbe giungere anche ad una rottura definitiva e drammatica per l’economia mondiale non tanto per i denari in ballo, quanto per la definitiva scomparsa dell’Eurozona come entità credibile e stabile. Il piano di ristrutturazione del debito t proposto Syriza andrebbe a concentrare la maggior parte delle perdite su BCE e ESM (maggiori detentori di Bond ellenici dopo la ristrutturazione del debito già avvenuta) dei quali la Germania e la BuBa sono maggiori azionisti e contribuenti. A detta del leader greco invece l’8% dei titoli in mano a cittadini privati sarebbe protetto. Per l’Europa la posta in gioco è molto alta ed i tempi per decidere, contrariamente a quanto avviene di solito in contesti istituzionali dove si medita spesso più del dovuto, pochissimo.

L’Italia ha una situazione piuttosto critica, ancora non a livello greco, ma la strada è simile. Gli ultimi dati sulla produzione industriale rilevano -0.1% per ottobre e -0.3% su base annua. Fermo restando che, e lo abbiamo ripetuto miriadi di volte, vanno portate a termine le riforme (più perché non possiamo permetterci uno Stato così inefficiente, burocratico e cieco davanti alle necessità dei cittadini, dei lavoratori e degli imprenditori) dando priorità a tutto quello che può avere un impatto immediato sull’economia e sull’attrazione degli investimenti e si deve tagliare drasticamente la spesa pubblica improduttiva rivedendo tra le altre cose le spese per le regioni, per la sanità (non servizi sanitari), il concetto di ammortizzatori sociali e la struttura del sistema pensionistico e previdenziale eccessivamente penalizzante per alcuni (come artigiani e commercianti, giovani, precari e via dicendo). E tutto va fatto assieme, in poco tempo, perché parla bene Squinzi quando dice che, se dal suo punto di vista il Jobs Act è un buon provvedimento, esso da solo può far poco per attrarre gli investimenti necessari ed invertire il ciclo economico. In fondo senza domanda manca anche una richiesta  consistente di lavoro (lasciando perdere alcuni lavori di nicchia sempre richiesti).

Ciò si inserisce, e BCE ed UE guardano attenti anche questi aspetti, in uno scenario politico sempre più traballante e fluido, con manifestazioni sindacali importanti, rotture interne al PD ed alla sinistra tali da mandare in minoranza il Governo per due volte negli ultimi due giorni ed anche il patto del Nazareno sembra sempre meno solido, con voci su possibili elezioni anticipate a maggio 2015 costantemente smentite, ma sempre più presenti sulla bocca dei politici. Condizioni simili sono tutt’altro che vicine a quanto auspicato dal presidente Napolitano da Torino al forum di amicizia italo-tedesca, ove, molto commosso, stanco e provato fisicamente ha richiesto in Italia ed in Europa maggior cooperazione ed unione, evitando i particolarismi (ed il fatto che parlasse faccia a faccia col suo omologo tedesco è significativo) e le tendenza all’isolazionismo che possono comportare derive nazionaliste pericolose e già ampiamente presenti. Dalle parole del Presidente Napolitano, forse le ultime del suo mandato, si evince un reale timore per le sorti dell’Unione Europea e forse anche questo motiva la scelta di lasciare il suo incarico.

Lo scenario dunque non è buono neppure in Europa e tutti gli istituti, inclusa la BCE, rilevano rallentamenti della dinamica di crescita che risulta peggiore del previsto e che potrebbe essere compromessa.  Ciò che è stato fatto: i trattati, la flessibilità, la politica monetaria, le riforme dei singoli Stati, è risultato non sufficiente.

E’ chiaro che vada voltata pagina e se lato Italia l’impegno deve essere sulle riforme, va detto che la Commissione e Bruxelles devono impegnarsi, con la crisi greca come prima tappa da gestire, ad abbandonare l’austerità imposta con pochi risultati fino ad ora e concentrasi ad elaborare immediatamente una strategia che possa ammettere anche temporaneamente la sospensione dei patti e dei vincoli. Il Piano di investimenti di Juncker lascia più di un dubbio, e viviamo il paradosso che agli Stati che avrebbero bisogno di spendere per investire (come l’Italia) non è concesso per via degli stessi patti; a quelli che dovrebbero investire perché possono permetterselo, come la Germania, non gli viene imposto; ovviamente i privati valutano attentamente se investire in un territorio con prospettive così incerte come l’Europa quando altre zone del mondo sono ben più attrattive.

Infine anche la BCE deve rilevare che il suo compito non è stato assolto. In prima istanza l’intermediario finanziario rappresentato dalla banche ha assorbito tutta la liquidità iniettata distraendola dall’economia. Molto, troppo, lentamente sono state implementate misure volte ad iniezioni di capiteli verso le imprese in modo vincolato in parte attraverso cartolarizzazioni di bond corporate ed in parte attraverso le banche: ABS e TLTRO, sui quali la Germania ha mosso critiche. Attualmente, a causa di un mercato di bond aziendali poco liquido in Europa e per via dei timori delle banche a chiedere prestiti per la poca richiesta creditizia e per gli stess test europei, la risposta a queste misure si è rivelata più fredda del previsto. Il risultato di simili lentezze è stato un Euro fortissimo fino a pochi giorni fa che ha ostacolato le esportazioni e una inflazione sempre in discesa, in alcune zone già negativa, lontana anni luce dal 2% obiettivo. Nonostante questo ancora non viene definito nei tempi e nei modi (pur avendo iniziato a parlarne) dalla Banca Centrale Europea un piano di acquisto diretto di titoli di stato, un QE nella più classica delle accezioni.

Detto in tutta sincerità e per quanto può contare questo parere trovo quantomeno complesso che l’Italia riesca a fare entro marzo ciò che, sia per colpe che per circostanze contingenti, non è stato possibile fare fino ad ora, così come che Europa e BCE abbiano davvero intenzione di approcciarsi diversamente a quanto sta accadendo. Infine anche il fare squadra all’interno di tutta l’Unione e le sue istituzione, quindi Paesi Membri, Commissione, Eurogruppo, BCE ecc, per persegue quegli obiettivi comuni ricordati, per prendere l’ultimo esempio, da Napolitano e che richiamano i valori dei padri fondatori, sembra più un’utopia che una realtà.

11/12/2014
Valentino Angeletti
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Il sottile filo conduttore tra mafia capitale, rapporto Censis 2014 e declassamento S&P

Lo scandalo Romano, altresì ribattezzato dalle indagini in corso come “Mafia Capitale”, non rappresenta altro che l’ultimo ennesimo episodio di corruzione pubblica, malaffare, collusione tra pubblico e privato, malavita invisa al potere accondiscendente. Per citare i più noti ci vogliamo limitare a ricordare gli scandali che coinvolsero l’organizzazione del G8, le intercettazione impietose a valle del terremoto de L’Aquila, l’organizzazione e gli sprechi correlati ai mondiali di nuoto, il caso Mose e quello di Expo 2015 che hanno comportato l’istituzione di un commissario speciale, Raffaele Cantone, plenipotenziario nel vigilare sui reati di corruzione nei lavori pubblici, ma dotato solamente di uno staff di 13 persone per tutto il territorio italiano. L’affair romano ed i numerosi precedenti sono triste conferma ed emblema del fatto che non siamo di fronte ad eventi sporadici, ma a qualche cosa di più grande e pervasivo, radicato, ormai diventato la modalità di agire consueta di un sistema ampio e non limitato solamente ad alcuni territori, ma che si dipana ed abbraccia con i propri tentacoli tutto il suolo italiano e senza distinzione di colore politico. Risultano infatti coinvolti, ovviamente tutti innocenti fino a prova contraria, esponenti di ogni parte politica, imprenditori e manager privati, dirigenti pubblici appoggiati e posizionati quando dalla politica di destra quando da quella di sinistra, malavitosi di grandi clan “multinazionali” (Camorra, Mafia) così come di “gang” cittadine o di quartiere, criminali legati agli ambianti di estrema destra che possono tranquillamente agire a braccetto con quelli della più estrema sinistra. Simili diversità apparentemente inconciliabili vengono superate dall’interesse per il potere e per il denaro. Questa sensazione è tristemente confermata dal magistrato, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore Giancarlo De Cataldo (autore tra gli altri di “Romanzo Criminale”) il quale ha apertamente dichiarato che non stupisce una situazione simile e che, benché taciuta, era ben nota in particolare riferendosi alla presenza della mafia a Roma. De Cataldo rincara la dose confermando che il problema non è limitato alla sola capitale, ma è presente in misura differente in ogni città italiana, grande e piccola. Casi di mafia relativi allo smaltimento dei rifiuti sono noti in Lombardia ed Emilia, le regioni esempio (forse un tempo) per efficienza e correttezza delle istituzioni. La consapevolezza più o meno certa di questo substrato illegale ma “tollerato” e solo fintamente combattuto fa sì che si sia esteso e fortificato, diventando una sorta di prassi nota con la quale molti, troppi, pur con la critica, lo sdegno ed il rancore che suscita un simile sistema, sono ormai abituati a convivere quasi che fosse inespugnabile.

Ripetiamo di non riportare nulla di nuovo né originale, infatti abbiamo già scritto:

La consapevolezza di simili collusioni diffusa in una società ormai abituata e quasi arrendevole rispetto ad una così patologica situazione, rappresenta senza dubbio una concausa a quello che è il resoconto del rapporto annuale CENSIS sulla situazione sociale del paese. Riassumendo estremamente in sintesi, la fotografia che emerge è quella di un paese rassegnato, senza speranza nel futuro, cinico ed attendista, dove le diseguaglianze sociali continuano ad acuirsi, dove si sta radicando un senso di individualismo e talvolta egoismo che comporta fenomeni di intolleranza, paura e di rifiuto dell’integrazione, una società sempre più scollata, in cui le città risultano luoghi pericolosi. La politica rimane vista come un’entità lontana dai reali problemi e non in grado di affrontarli efficacemente, drammatico il fatto che questa visione sia condivisa sia dalla popolazione comune che dagli imprenditori. La differenza di benessere è tanto più accentuata tra giovani e meno giovani, sono i primi infatti ad essere i più penalizzati ed a vedere il loro capitale umano inutilizzato, tanto che l’espatrio non sembra un’opportunità bensì una necessità. Ben 8 milioni di persone, puro capitale umano, sono inutilizzate nel mondo del lavoro, principalmente tra i 15 ed i 30 anni. I consumi e gli stipendi, senza distinzione tra pubblico e privato, sono in calo, ma paradossalmente aumentano i risparmi andando a costituire ulteriori risorse e capitale “inagito” e messo da parte per la paura degli imprevisti del futuro; al contempo però la classe media si sta erodendo ed estinguendo. Il rapporto menziona esplicitamente il rischio “banlieue parisienne”.

Personalmente ritengo che i risparmi in aumento derivino dalla tendenza delle classi sociali un tempo superiori a quella media a risparmiare, essendo anch’esse intimoriti dai possibili scenari di impoverimento. Invece quella che un tempo era la classe media agiata adesso si vede costretta a far quadrare i conti di fine mese risparmiando le poche volte possibili per avere un margine di sicurezza. Di fatto l’ex classe media ha perso il proprio status quo e ritiene di poter rischiare la caduta in povertà. A pensarci bene un ragazzo universitario o appena laureto, ma anche una persona di mezza età senza lavoro per la crisi, che leggesse le condizioni del paese potrebbe ritenere, ed attualmente non a torto, che per emergere si debba far parte del sistema colluso, l’alternativa sembra risiedere esclusivamente nell’espatrio. All’estero i talenti italiani, qui non in condizioni di esprimersi, inseriti in una società meritocratica e che consente mobilità “challenging”, costituiscono un o dei driver del successo e della crescita di quei paesi e spesso riescono ad emergere, trovando un loro percorso di carriera e di vita in un bilanciamento nel nostro paese inesistente nei casi più fortunati. Come lo scandalo romano anche questa analisi del CENSIS, qui riportata in breve, non è nuova e del resto lo scorso anno era assai simile, raffigurando una società scialba, senza ambizioni e speranza, senza prospettive di miglioramento sociale, dove esistono caste sempre più impenetrabili che rendono impossibile il progresso individuale. Su questi temi già si scrisse (lista non esaustiva):

Il drenaggio di risorse economiche verso la malavita, il malaffare e la corruzione, sottratte perciò all’economia reale ed al progresso e crescita del paese (si stima che la corruzione costi oltre 60 mld all’anno) , assieme all’inattività della popolazione, classe media in particolare che dovrebbe rappresentare il motore dello sviluppo grazie tra l’altro alla possibilità di miglioramento sociale, sono, assieme alla situazione politico-economica, concause del declassamento riservato da S&P all’Italia, valutata BBB- (uno step da “not investment grade” o Junk) con outlook stabile. Oggettivamente, come è possibile attribuire fiducia ad un paese che, e per circostanze interne del quale è colpevole e per congiunture esterne che subisce passivamente, mostra un contesto simile?

Il declassamento rappresenta a tutti gli effetti una bocciatura perché S&P aveva rimandato il suo giudizio, previsto qualche mese, fa proprio per attendere sviluppi più chiari ed è irrealistico negare, a fronte del report dell’agenzia di rating, la bocciatura, quasi volendo imitare Magritte e la sua Pipa. Poi si può asserire che i rating hanno poco significato e le agenzie non sono attendibili, ed in parte è vero ma BBB- rimane un parametro utilizzato dalla finanza che volenti o nolenti ancora impera nel nostro modello economico, ed anche aggiungere che siamo equiparati a Russia, Messico, India e Romania aventi rendimenti dei loro titoli sovrani 3, 5, 10 volte superiori ai nostri, un abominio, ma tant’è.

Anche questo risultato non era imprevedibile, anzi, esercitandoci in pronostici proprio prima del pronunciamento di Moody’s, avevamo ipotizzato per ottobre il mantenimento del rating con Outlook negativo e legato a stretto giro al perseguimento del percorso di riforme, Outlook che si è verificato in queste ore seguito dalle parole in merito alla riforma del lavoro, buona, ma non in grado per S&P di creare occupazione nel breve termine (pertanto poco utile nello scenario emergenziale in essere):

Mafia Capitale, rapporto Censis e rating S&P sono quindi anelli di una medesima catena, tasselli di un domino che si abbattono l’un l’altro.

Sorprende come le situazioni, anche le peggiori, nonostante il bel parlare e gli encomiabili propositi, si ripetano seguendo indisturbati un corso quasi naturale come percorressero l’alveo di un preistorico fiume. Ricordiamoci che il passato può essere maestro, elargire insegnamenti e lezioni, ma poi ad apprendere ed applicare quanto imparato sta alle persone: governanti, manager e dirigenti apicali in primis a dare esempio ai cittadini della società civile. Se ciò non avviene sorge il sospetto che imperi l’incapacità e l’inettitudine oppure la voglia di seguire la gattopardiana teoria tanto cara alla conservazione o in ultimo che la situazione, per una delle due cause precedenti, sia giunta talmente alla deriva da non essere più, pur volendolo, recuperabile.

06/12/2014
Valentino Angeletti
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La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca

Pare essere tutto pronto. A valle della riunione mensile della BCE sono stati evidenziati dal suo Governatore alcuni punti che lasciano ipotizzare una decisione finale di un certo tipo:

  • la board BCE non ha necessità dell’unanimità per decidere, ma opera per maggioranza;
  • il mandato della BCE è quello della stabilità dei prezzi, sarebbe illegale non perseguirlo con ogni strumento possibile;
  • per perseguire il proprio mandato (stabilità dei prezzi ed in altri termini inflazione nell’intorno sinistro del 2%) la BCE può adottare strumenti monetari non convenzionali. Addirittura c’è una cifra sul controvalore da raggiungere: 1000 mld € in totale, 500 nelle prime trance.
  • le stime di crescita sono state viste al ribasso;
  • le previsioni sull’inflazione, come sulla crescita, sono previste ulteriormente in calo ed a dicembre si attendono dati non confortanti che per giunta non considerano l’effetto del crollo del prezzo del greggio dovuto alla “guerra” in atto (l’Arabia Saudita potrebbe puntare ai 60 $/bar per mettere in difficoltà i concorrenti).

Ovviamente il Governatore Draghi non ha dimenticato di ribadire come l’istituto da lui presieduto non può sostituirsi ai Governi nazionali (pur avendo richiesto in occasioni precedenti una cessione di sovranità per quel che concerne le riforme e la condivisione dei rischi sovrani) nel perseguimento del processo riformatore volto ad attrarre investimenti, sostenere crescita ed occupazione, convergere verso un sistema bancario più solido ed integrato. Draghi ha poi dispensato elogi a Juncker per il suo piano di investimenti da 21 (315 considerando un ipotetico fattore 15), sostenendo che va nella giusta direzione e che in fondo Juncker è l’unico ad aver intrapreso qualche azione concreta.

Noi rimaniamo dell’idea che il Piano Juncker sia un piuttosto timido e che lasci più di un dubbio sulla sua efficacia pratica, ovviamente sempre felici di essere smentiti, così come, se è timido il piano Juncker, lo è stato ancora di più l’atteggiamento della BCE la quale, dopo l’errore iniziale di non vincolare i capitali immessi nel sistema finanziario all’utilizzo a sostegno dell’economia reale, non ha mai mostrato la risolutezza e la capacità d’azione e reazione necessarie in una crisi così drammatica, pur con un’inflazione lontanissima dai target della banca centrale e senza segni di un possibile miglioramento (l’argomento è stato qui tratto in più di una occasione).

Stando quindi alle considerazioni esposte ci si aspetterebbe che la conclusione fosse un dettaglio quantomeno più preciso rispetto all’uso di una delle ultime munizioni a disposizione della BCE: il QE tramite acquisto di titoli di stato (o debito sovrano che dir si voglia). Dalla nuova sede di Francoforte invece il piano è stato ancora rimandato. Ricordiamo che già a giugno scorso e poi a settembre erano state messe in atto alcune misure i cui frutti tardano ancora ad arrivare e, come insegnano le prime iniezioni di liquidità della BCE al sistema bancario, non è detto che i risultati e le loro dinamiche siano quelle attese. Del resto potrebbe essere così anche nel caso di acquisto di Bond. Sarebbe dunque auspicabile intervenire quanto prima, senza negare l’evidenza che è già stato perso troppo tempo e nessun argine è stato posto al naturale corso della crisi che rimane in peggioramento. Evidentemente questa non è la linea dell’Istituto che pure ha rilevato un ulteriore deterioramento dei parametri di crescita ed inflazione dell’aria Euro. Prossimi sviluppi si potranno avere il 22 gennaio o 6 settimane dopo (i Board BCE non sono più mensili) confidando, ma le smentite sono prassi, che venga mantenuta la tempistica de “i primi mesi del 2015”. L’effetto annuncio stavolta non è bastato ed ha comportato un rafforzamento dell’Euro sul Dollaro ed un calo, seppur non drammatico, degli indici borsistici con grande volatilità tra i bancari durante le ore di contrattazione. I mercati ormai sono diventati immuni agli annunci che un tempo riempivano di euforia ed ora il continuo rimandare ripetendo gli stessi concetti rischia di aumentare la tensione tra i grandi operatori e manovratori comportando di conseguenza un pericoloso aumento dalla volatilità (il famoso indice VIX ormai dimenticato, ma tanto famoso ai tempi dei mutui subprime USA).

Non si capirebbe dunque il motivo di un simil temporeggiare del quale non c’è bisogno e che anzi rischia di essere controproducente consentendo di mese in mese un continuo avvitamento della situazione economica con ripercussioni sul sociale e sul sentimento di avversione, già ampiamente manifesto, nei confronti dell e istituzioni in generale e di quelle europee in particolare. Non si capirebbe appunto col condizionale, perché in realtà, come abbiamo detto più volte, il maggior azionista della BCE è la Germania con la sua BuBa presieduta attualmente dal Jens Weidmann. La Germania, nonostante un rallentamento che coinvolge anche la sua economia sofferente in certi settori, come le auto ed alcuni macchinari industriali, per la concorrenza giapponese con lo Yen ora ai minimi, ha sostenuto che non v’è alcuna necessità di ulteriore espansione monetaria e pochi giorni fa proprio a valle della presentazione delle leggi di stabilità dei singoli paesi presso la Commissione Europea, il Ministro delle finanze tedesco ha sottolineato come non ci sia la minima possibilità di eludere, interrompere o venire meno ai trattati europei ed ai vincoli di bilancio sottoscritti, limitando così la flessibilità che al momento non è altro che quanto previsto dai patti stessi e che si sta dimostrando insufficiente. Il rischio temuto è il rallentamento nell’attuazione delle riforme nei paesi meno virtuosi e più sofferenti (leggi Italia che tra i meno virtuosi definiti anche “periferici” oppure “oil belt” o anche “del sud” è quella con più peso e con il debito più preoccupante) i quali più avrebbero respiro da approcci maggiormente espansivi. La Germania dovrebbe però considerare che la capacità di riformare un paese, come l’Italia appunto, in modo radicale necessita di vedute politiche convergenti verso il medesimo obiettivo di crescita, condizione assai difficili nel nostro paese, sicuramente per colpa e tendenza a proteggere propri status quo, ma anche a causa del contesto sociale sempre più teso, della scarsa fiducia e della sensazione di impotenza e rassegnazione dei cittadini.

Continua quindi la cocciuta propensione all’egoismo, che in ultimo sarà auto-distruttore, da parte dei tedeschi i quali nella Board BCE hanno 6 o 7 adepti, i rappresentanti di Lussemburgo, Estonia, Lettonia, Olanda, con quello austriaco che sembra orientato a sostenere i QE e quello Finlandese che sarebbe ormai convinto ad appoggiare Draghi. In Ogni caso 6 o 7 membri su 23 non dovrebbero costituire un problema. Non è però il numero che conta…. ma è il peso!

Di esempi, oltre alla contestata Abenomics, vi sono gli USA e più vicino a noi la Gran Bretagna, dove, ed è quello che si dovrebbe perseguire trasversalmente anche entro i confini dell’Euro-Zona, un sapiente lavoro della Banca Centrale, BoE, assieme ad un profondo processo riformatore e di taglio della spesa hanno portato la determinata Albione a puntare dritta dritta al superamento del 3% di crescita.

Insomma, continuando a perseverare senza voler apprendere le lezioni delle passate esperienze né trarre esempio dai nostri vicini, rischiamo di meritarci ciò che si merita un recidivo.

Link:
Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 27/11/14
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno 05/11/14
Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino 19/11/14
Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea 03/12/14
Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS 26/09/14
Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente 23/09/14

04/12/2014
Valentino Angeletti
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Rientro capitali esteri senza sconti, ma quel godimento personale……

La norma sul rientro di capitali esteri ha ottenuto il “SI” del Senato.
Non vi saranno sconti, ma sono comunque previsti riduzioni di pena e taglio degli interessi di mora.

Anche se il reato di autoriciclaggio è stato da poco introdotto, temo che verrà applicata in molti casi, la maggior parte, la fattispecie di “autoriciclaggio per godimento personale”, che non è reato ed una volta dimostrato non comporta pena.
Suppongo che non dovrebbe essere difficoltoso per un evasore supportato da professionisti, avvezzo all’argomento e maestro nel divincolarsi tra i cavilli legali, quasi sono i grandi evasori, riuscire a dimostrare di aver portato fuori dall’Italia una somma, magari inferiore a quella realmente oscurata al fisco, per goderne personalmente (una casa, un’auto, regalie ecc ecc).
In sostanza vi è il rischio che pochi andranno in galera; del resto il meccanismo deve risultare un minimo appetibile per essere “sottoscritto” dagli “aventi diritto”, ed in tal caso, pur non in modo esplicito, l’abbuono potrebbe avvenire proprio dal scappatoia penale.

Di certo meglio che uno scandaloso condono del 5 o del 9% con anonimato a corredo, ma in ultimo chi meriterebbe la pena in questo paese riesce in un modo o nell’altro a scamparla…. 😦

Speriamo almeno che i 5-6 miliardi di incassi previsti dall’erario siano usati per il bene dei cittadini.

04/12/2014
Valentino Angeletti
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