Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?

Pare proprio che ci siamo. Con una nota ufficiale il Quirinale ha definitivamente posto nero su bianco il fatto che il Presidente della Repubblica non ha assoluta intenzione di dimettersi prima di fine anno, il che coincide con la fine della presidenza italiana in Europa la quale ha contribuito in modo decisivo alla scelta di Napolitano di accettare un nuovo e stancante mandato che pure aveva anticipato non avrebbe portato a termine. La nota però lascia anche intendere che dopo il 31/12 le dimissioni saranno questioni di giorni.

Pensare che il Presidente, nonostante la stanchezza comprensibile perché a giugno prossimo gli anni saranno 90, perché la carica che ricopre è sempre e comunque di responsabilità e richiede estrema lucidità in ogni frangente e perché gli ultimi anni della politica italiana hanno gravato ed incrementato in modo quasi singolare il lavoro della prima Carica dello Stato, avesse potuto dimettersi prima del 31 dicembre era veramente improbabile ed azzardato. Un annuncio formale contenente anche le tempistiche potrà avvenire o attorno a metà mese con il saluto alle alte cariche dello stato oppure proprio nel discorso di auguri alla Nazione di fine anno. Alcune voci, che tra l’altro lo danno sempre più stanco (e riteniamo che proprio la stanchezza e l’alto livello di responsabilità, la lucidità necessaria giorno e notte, siano i moventi delle dimissioni anticipate benché i giorni scorsi ci sia stata una corrente giornalistica speculativa che parlava di malattie piuttosto che di timori per tempeste economiche quasi già pianificate), asseriscono che il presidente non presenzierà alla giornata della memoria del 27 gennaio dedicata alla Shoah alla quale è particolarmente legato, è pensabile quindi che la data di abbandono per un ritrito a vita privata in Via dei Serpenti possa avvenire tra il primo ed il 27 gennaio con tutta probabilità più verso la seconda metà del mese. A quel punto subentrerebbe ad interim il Presidente del Senato Grasso.

Nella nota si legge anche che la decisione sarà completamente autonoma esulando totalmente dalla dall’attività di Governo e dall’esercizio della funzione legislativa. In sostanza svincola le dimissioni dalla fase politica in atto.

Questa presa di posizione lascia aperte almeno due chiavi di lettura: la prima è indubbiamente la volontà del Presidente di non bloccare in in una sorta di bimestre bianco l’attività Parlamentare che vorrebbe invece vedere convergere rapidamente verso una fase più concreta del processo riformatore nel minor tempo possibile, né anticipare oltremodo le manovre e gli accordi per la ricerca di un successore; la seconda (che del resto avevamo già anticipato: link) riguarda la sua delusione rispetto a come si è evoluta la situazione politico economica italiana da quando accettò il secondo mandato nell’aprile 2013.

Contrariamente alle dimissioni, l’accettazione del secondo mandato aveva invece una connotazione strettamente legata alla fase politica allora in atto. Infatti Napolitano si sacrificò proprio per cercare di contribuire al processo di riforme ed alla presidenza italiana di turno in Europa, soprattutto avrebbe voluto vedere conclusa la legge elettorale e le riforme istituzionali/costituzionali, dopodiché avrebbe lasciato il Quirinale. Il suo mandato è stato totalmente politico e nonostante la Nota Qurinalzia lo sono anche le sue dimissioni e testimoniano, oltre alla stanchezza senza la quale forse avrebbe provato a resistere, che nel tempo intercorso non sono stati raggiunti i risultati attesi ed il Presidente non è nello spirito di attendere ancora. Una sconfitta della politica.

Facendo una rapida analisi molte delle riforme istituzionali che riteneva prioritarie, alcuni da anni come quella elettorale, sono ancora al palo, ostaggio dei rapporti di forza tra i partiti, degli accordi e dei negoziati che ognuno vorrebbe a proprio vantaggio col risultato del blocco. Si potrebbe pensare che questo rallentamento nel riformare le istituzioni siano state conseguenti ad una maggior attenzione al lato economo ed alle riforme più prettamente riguardanti la crescita e l’attrazione di investimenti, come la defiscalizzazione, la sburocratizzazione, il taglio del cuneo fiscale, il sostegno a famiglie ed imprese, la spending-review e via dicendo; invece no, gran parte delle riforme necessarie e note da tempo non sono state portate a complimento se non in prima lettura e comunque sempre faticosamente oggetto di scontri aspri. Nel mentre i dati economici non hanno bisogno di essere ricordati, perché anche in questa sede si possono andare a ricercare facendosi così un’idea dello stato del paese, ed anche l’ultimo dato diramato dall’ISTAT sul PIL del Q3 2014 a -0.1% non fa eccezione, andando a portare la previsione sul PIL a fine anno a -0.5%, davvero ben lontano rispetto alle stime di crescita 2014 date all’insediarsi del Governo Renzi, il 22 febbraio 2014, dallo stesso Premier e dal Ministro dell’Economia Padoan che parlavano di +0.8% definito prudenziale con l’aggiunta della locuzione “vi stupiremo”, a testimonianza che i corsi economici non si invertono a comando o per volontà divina e quand’anche venissero raddrizzati hanno tempistiche tecniche e fisiologiche per dare i frutti. Anche i dati sull’occupazione non migliorano, del resto è dimostrato che l’occupazione presenta un ritardo rispetto alla crescita ed all’aumento del PIL di circa 12-18 mesi ed inoltre necessita di un incremento stabile del prodotto interno lordo attorno ad 1.2-1.5% affinché la condizione non sia poco più che un dato provvisorio. Anche i consumi interni non riescono a riprendersi, complice il livello di tassazione cresciuto in 18 anni del 44% a fronte di un aumento degli stipendi del 19% che si azzera per effetto dell’inflazione (altro problema a livello europeo), nè il debito migliora puntando al 133.8% per il 2015.

Anche l’unione e l’unità di intenti tra i partiti e le forze politiche affinché agissero nel più ampio consenso per il bene del paese e per la rapidità dell’azione riformatrice auspicate, quasi ordinate, dal Presidente Napolitano all’atto del suo secondo mandato, non si sono verificate, anzi hanno subito una escalation sia tra differenti partiti che internamente alle medesime forze politiche (PD, M5S, FI nessuno fa eccezione) e l’elezione dei giudici della consulta ne costituiscono solo uno dei numerosi esempi. Parallelamente la situazione sociale è peggiorata, il malcontento e la sfiducia dei cittadini alla luce delle altissime aspettative poi disattese sono aumentati (vedi lotta per la casa, scontri di piazza, Tor Vergata) ed anche i rapporti Governo-Sindacati sembrano molto precari, nel peggiore dei casi irrecuperabili (CGIL-FIOM). Ciò ha comportato l’acuirsi di un pericoloso sentimento di intolleranza verso il diverso additato di essere causa dei mali che sfocia in episodi di xenofobia, nazionalismi, di anti europeismo convinto, manifestato alla urne col crescente consenso alla Lega, o meglio a Salvini che ha modificato radicalmente il Carroccio adesso molto più vicino, non a caso suo alleato, allo schema del Fronte Nazionale di Le Pen che punta all’Eliseo parigino. Il pensiero che ha comportato i voti della Lega (personificata da Salvini) è stato sostanzialmente il medesimo che ha dato la vittoria schiacciante a Renzi alle europee del maggio scorso, ossia la scoraggiamento, la sfiducia e la ricerca di un’ultima spiaggia (che a ben vedere ne presenta sempre una dopo ancora più ultima).

Passando a livello Europeo quella che doveva essere una corsa verso una UE dei popoli si è dimostrata poco più che un lento incedere barcollante. Napolitano crede nell’Europa Unita come entità di popolazioni coesa e cooperativa, non solo stretta da una moneta e qualche legge formale in cui le realtà dei vari stati nazionali sono quasi esclusivamente attente ai propri vantaggi e senza alcuna volontà di condivisione di rischi e benefici. L’austerità propugnata fino ad ora va direttamente in quel senso: divide invece di unire, porta anti-europeismi invece che sentimento di appartenenza, aumenta le disuguaglianza sociali invece che livellarle verso un benessere comune. La BCE non ha saputo agire efficacemente nonostante l’esempio USA e forse Draghi è stato limitato nel suo operato dalle pressioni di Berlino, maggiore azionista dell’istituto di Francoforte, tanto che non è riuscito ad arginare la diminuzione dell’inflazione e sostenere l’economia reale in modo diretto. Anche il piano investimenti di Juncker da 315 miliardi teorici lascia più di un dubbio perché presuppone interventi privati per una leva di 15 in una zona a bassissima crescita e con scarse possibilità di una rapida inversione di tendenza rispetto ad altre parti del mondo (Link: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo). Infine come presidente del semestre Europeo l’Italia ha lasciato ben pochi segni; tale incarico prevedeva sostanzialmente la sola possibilità di dettare le priorità dell’agenda, nessun potere decisionale, ma complice le elezioni ed il lento insediamento della nuova Commissione completato in questi giorni, è stato solamente possibile convenire sul fatto che l’Europa avrebbe dovuto concentrarsi su crescita, occupazione (giovanile in particolare),  trovare nuove vie per attrarre investimenti nei settori più strategici (infrastrutture, energia, tlc, digitale) ed abbandonare la totale austerità per un approccio più flessibile senza però darne dettagli. A ben vedere nulla di quanto non si senta ribadire da più parti (anche in questa sede) almeno dal 2011.

Alla luce di simili evidenze, tutt’altro che celate o difficili da comprendere, è facile pensare ad una delusione e voglia di staccare da parte del Presidente in carica che sicuramente non può non pensare anche all’eventualità, pur remota ma che di certo non vuole essere Lui a dover gestire, di uno scioglimento anticipato delle Camere. Di qui la decisione di concludere il semestre di presidenza, come aveva già detto nel febbraio 2013, per poi lasciare, avendo di fatto visto concluso solo l’impegno che si era dato per se stesso, vale a dire il termine del turno di presidenza, ma senza che la politica sia riuscita ad assolvere nessuno di quelli (leggi riforme) che il Presidente aveva caldamente assegnato. Sotto questo punto di vista le dimissioni in un contesto simile non possono che essere interpretate come una sconfitta della politica stessa che non è stata in grado di adempiere alla richiesta di responsabilità intimata perentoriamente dal Presidente.

La speranza nutrita da Napolitano, della quale la nota del Quirinale è testimonianza, sul non voler anticipare gli accordi e le manovre sulla sua successione per non turbare i lavori parlamentari, rischia di nascere già infranta. Manovre ed accordi sono già in atto tra i palazzi. Sherpa e teste di ponte stanno vagliando varie ipotesi: fuori usciti dal M5S in sostegno al PD che si svincolerebbe dalla minoranza interna e dal patto del Nazareno, FI e Berlusconi che vorrebbero procedere alle riforme (elettorale in primis) solo dopo la rielezione del nuovo inquilino del Quirinale così da non perdere il loro potere negoziale, il M5S che con alcuni portavoce si dice disposto a ragionare col PD su nomi comuni mentre con altri smentisce tali ipotesi, il Presidente Grasso che esprime la necessità di dover trovare fin da subito un nome che goda di ampio consenso per non essere impreparati al momento delle votazioni velocizzando così i tempi, il Premier che vorrebbe un nome importante ma al contempo di poca forza e non inviso alla politica ed all’economia (ultimo nome Muti padre) in modo da avere più potere in stile tedesco, altri preferirebbero un nome politico come le frange del PD (e Prodi sarebbe il primo della lista), altri ancora una personalità economica.

Dal mio punto d’osservazione starebbe bene qualcuno in grado di comprendere e gestire questa fase economica del calibro di Draghi, che nonostante le inespresse volontà tedesche e nordiche, difficilmente abbandonerà il delicato ruolo in BCE proprio in prossimità dell’uso di altre armi non convenzionali (forse addirittura i QE tanto odiati dalla Germania) e proprio ora che il Governatore ha dichiarato la necessità di una condivisone dei rischi sovrani all’interno dell’area euro. Alternative potrebbero essere Ignazio Visco Governatore di Bankitalia oppure Franco Bassanini presidente CdP, senza mai dimenticare Prodi la cui indiscussa esperienza e lungimiranza in campo economico, la conoscenza delle istituzioni, l’autorevolezza e la stima di cui gode in Europa e nel mondo non dovrebbero essere sacrificate a priori per la sua appartenenza politica.

Ci siamo dilettati nel fare qualche nome, ma è giusto interrompere questo gustoso esercizio perché ancora il tempo delle nomination è lontano, tanti se ne sentiranno e tanti verranno bruciati, del resto si sa che i menzionati anzitempo sono anche i primi a finir fuori dalla rosa degli effettivi candidati.

Link
Elezioni regionali: vince il PD assieme all’astensionismo. La democrazia non gioisce.
G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii
Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è
Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

01/12/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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3 Risposte

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  2. […] – La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca – Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica? – Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond. […]

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