Il sottile filo conduttore tra mafia capitale, rapporto Censis 2014 e declassamento S&P

Lo scandalo Romano, altresì ribattezzato dalle indagini in corso come “Mafia Capitale”, non rappresenta altro che l’ultimo ennesimo episodio di corruzione pubblica, malaffare, collusione tra pubblico e privato, malavita invisa al potere accondiscendente. Per citare i più noti ci vogliamo limitare a ricordare gli scandali che coinvolsero l’organizzazione del G8, le intercettazione impietose a valle del terremoto de L’Aquila, l’organizzazione e gli sprechi correlati ai mondiali di nuoto, il caso Mose e quello di Expo 2015 che hanno comportato l’istituzione di un commissario speciale, Raffaele Cantone, plenipotenziario nel vigilare sui reati di corruzione nei lavori pubblici, ma dotato solamente di uno staff di 13 persone per tutto il territorio italiano. L’affair romano ed i numerosi precedenti sono triste conferma ed emblema del fatto che non siamo di fronte ad eventi sporadici, ma a qualche cosa di più grande e pervasivo, radicato, ormai diventato la modalità di agire consueta di un sistema ampio e non limitato solamente ad alcuni territori, ma che si dipana ed abbraccia con i propri tentacoli tutto il suolo italiano e senza distinzione di colore politico. Risultano infatti coinvolti, ovviamente tutti innocenti fino a prova contraria, esponenti di ogni parte politica, imprenditori e manager privati, dirigenti pubblici appoggiati e posizionati quando dalla politica di destra quando da quella di sinistra, malavitosi di grandi clan “multinazionali” (Camorra, Mafia) così come di “gang” cittadine o di quartiere, criminali legati agli ambianti di estrema destra che possono tranquillamente agire a braccetto con quelli della più estrema sinistra. Simili diversità apparentemente inconciliabili vengono superate dall’interesse per il potere e per il denaro. Questa sensazione è tristemente confermata dal magistrato, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore Giancarlo De Cataldo (autore tra gli altri di “Romanzo Criminale”) il quale ha apertamente dichiarato che non stupisce una situazione simile e che, benché taciuta, era ben nota in particolare riferendosi alla presenza della mafia a Roma. De Cataldo rincara la dose confermando che il problema non è limitato alla sola capitale, ma è presente in misura differente in ogni città italiana, grande e piccola. Casi di mafia relativi allo smaltimento dei rifiuti sono noti in Lombardia ed Emilia, le regioni esempio (forse un tempo) per efficienza e correttezza delle istituzioni. La consapevolezza più o meno certa di questo substrato illegale ma “tollerato” e solo fintamente combattuto fa sì che si sia esteso e fortificato, diventando una sorta di prassi nota con la quale molti, troppi, pur con la critica, lo sdegno ed il rancore che suscita un simile sistema, sono ormai abituati a convivere quasi che fosse inespugnabile.

Ripetiamo di non riportare nulla di nuovo né originale, infatti abbiamo già scritto:

La consapevolezza di simili collusioni diffusa in una società ormai abituata e quasi arrendevole rispetto ad una così patologica situazione, rappresenta senza dubbio una concausa a quello che è il resoconto del rapporto annuale CENSIS sulla situazione sociale del paese. Riassumendo estremamente in sintesi, la fotografia che emerge è quella di un paese rassegnato, senza speranza nel futuro, cinico ed attendista, dove le diseguaglianze sociali continuano ad acuirsi, dove si sta radicando un senso di individualismo e talvolta egoismo che comporta fenomeni di intolleranza, paura e di rifiuto dell’integrazione, una società sempre più scollata, in cui le città risultano luoghi pericolosi. La politica rimane vista come un’entità lontana dai reali problemi e non in grado di affrontarli efficacemente, drammatico il fatto che questa visione sia condivisa sia dalla popolazione comune che dagli imprenditori. La differenza di benessere è tanto più accentuata tra giovani e meno giovani, sono i primi infatti ad essere i più penalizzati ed a vedere il loro capitale umano inutilizzato, tanto che l’espatrio non sembra un’opportunità bensì una necessità. Ben 8 milioni di persone, puro capitale umano, sono inutilizzate nel mondo del lavoro, principalmente tra i 15 ed i 30 anni. I consumi e gli stipendi, senza distinzione tra pubblico e privato, sono in calo, ma paradossalmente aumentano i risparmi andando a costituire ulteriori risorse e capitale “inagito” e messo da parte per la paura degli imprevisti del futuro; al contempo però la classe media si sta erodendo ed estinguendo. Il rapporto menziona esplicitamente il rischio “banlieue parisienne”.

Personalmente ritengo che i risparmi in aumento derivino dalla tendenza delle classi sociali un tempo superiori a quella media a risparmiare, essendo anch’esse intimoriti dai possibili scenari di impoverimento. Invece quella che un tempo era la classe media agiata adesso si vede costretta a far quadrare i conti di fine mese risparmiando le poche volte possibili per avere un margine di sicurezza. Di fatto l’ex classe media ha perso il proprio status quo e ritiene di poter rischiare la caduta in povertà. A pensarci bene un ragazzo universitario o appena laureto, ma anche una persona di mezza età senza lavoro per la crisi, che leggesse le condizioni del paese potrebbe ritenere, ed attualmente non a torto, che per emergere si debba far parte del sistema colluso, l’alternativa sembra risiedere esclusivamente nell’espatrio. All’estero i talenti italiani, qui non in condizioni di esprimersi, inseriti in una società meritocratica e che consente mobilità “challenging”, costituiscono un o dei driver del successo e della crescita di quei paesi e spesso riescono ad emergere, trovando un loro percorso di carriera e di vita in un bilanciamento nel nostro paese inesistente nei casi più fortunati. Come lo scandalo romano anche questa analisi del CENSIS, qui riportata in breve, non è nuova e del resto lo scorso anno era assai simile, raffigurando una società scialba, senza ambizioni e speranza, senza prospettive di miglioramento sociale, dove esistono caste sempre più impenetrabili che rendono impossibile il progresso individuale. Su questi temi già si scrisse (lista non esaustiva):

Il drenaggio di risorse economiche verso la malavita, il malaffare e la corruzione, sottratte perciò all’economia reale ed al progresso e crescita del paese (si stima che la corruzione costi oltre 60 mld all’anno) , assieme all’inattività della popolazione, classe media in particolare che dovrebbe rappresentare il motore dello sviluppo grazie tra l’altro alla possibilità di miglioramento sociale, sono, assieme alla situazione politico-economica, concause del declassamento riservato da S&P all’Italia, valutata BBB- (uno step da “not investment grade” o Junk) con outlook stabile. Oggettivamente, come è possibile attribuire fiducia ad un paese che, e per circostanze interne del quale è colpevole e per congiunture esterne che subisce passivamente, mostra un contesto simile?

Il declassamento rappresenta a tutti gli effetti una bocciatura perché S&P aveva rimandato il suo giudizio, previsto qualche mese, fa proprio per attendere sviluppi più chiari ed è irrealistico negare, a fronte del report dell’agenzia di rating, la bocciatura, quasi volendo imitare Magritte e la sua Pipa. Poi si può asserire che i rating hanno poco significato e le agenzie non sono attendibili, ed in parte è vero ma BBB- rimane un parametro utilizzato dalla finanza che volenti o nolenti ancora impera nel nostro modello economico, ed anche aggiungere che siamo equiparati a Russia, Messico, India e Romania aventi rendimenti dei loro titoli sovrani 3, 5, 10 volte superiori ai nostri, un abominio, ma tant’è.

Anche questo risultato non era imprevedibile, anzi, esercitandoci in pronostici proprio prima del pronunciamento di Moody’s, avevamo ipotizzato per ottobre il mantenimento del rating con Outlook negativo e legato a stretto giro al perseguimento del percorso di riforme, Outlook che si è verificato in queste ore seguito dalle parole in merito alla riforma del lavoro, buona, ma non in grado per S&P di creare occupazione nel breve termine (pertanto poco utile nello scenario emergenziale in essere):

Mafia Capitale, rapporto Censis e rating S&P sono quindi anelli di una medesima catena, tasselli di un domino che si abbattono l’un l’altro.

Sorprende come le situazioni, anche le peggiori, nonostante il bel parlare e gli encomiabili propositi, si ripetano seguendo indisturbati un corso quasi naturale come percorressero l’alveo di un preistorico fiume. Ricordiamoci che il passato può essere maestro, elargire insegnamenti e lezioni, ma poi ad apprendere ed applicare quanto imparato sta alle persone: governanti, manager e dirigenti apicali in primis a dare esempio ai cittadini della società civile. Se ciò non avviene sorge il sospetto che imperi l’incapacità e l’inettitudine oppure la voglia di seguire la gattopardiana teoria tanto cara alla conservazione o in ultimo che la situazione, per una delle due cause precedenti, sia giunta talmente alla deriva da non essere più, pur volendolo, recuperabile.

06/12/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

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2 Risposte

  1. […] Il sottile filo conduttore tra mafia capitale, rapporto Censis 2014 e declassamento S&P […]

  2. […] i risultati regionali, dovrà essere affrontato il problema di Mafia Capitale, brutto affair in cui oggettivamente il PD si trova invischiato. Il commissario PD Orfini, […]

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