L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia)

Le entità istituzionali, politiche ed economiche italiane avevano appena finito, in alcuni casi non senza altisonanti quanto eccessivi proclami pubblici, di gioire e “gongolarsi” per l’approvazione della legge di stabilità 2015 da parte della Commissione UE. In realtà non si è trattata di una vera promozione, ma di un rimando a marzo 2015 in compagnia di Francia e Belgio, data per la quale si dovranno vedere i risultati delle misure economiche e delle riforme intraprese dai paesi in oggetto perché ad oggi di oltrepassare i limiti dei trattati ancora non se ne parla. Avevamo già espresso i nostri dubbi (LINK: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 28/11/14 ) interpretando le parole della Commissione più come un ultimatum che come una promozione. Oggettivamente però qualche mese in più, perché l’Italia stando ai numeri non ha rispettato gli accordi, è stato concesso e, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno col più ben’augurante ottimismo, si poteva sperare che quello fosse l’inizio di una stagione che si lasciasse alle spalle l’eccessiva austerità per concentrarsi davvero su occupazione, crescita, investimenti, riforme tali da coinvolgere in modo trasversale tutta l’Europa, la quale, ripetendolo come di consueto, ha assoluta necessità di una nuova governance. Ovviamente l’Italia non fa eccezione, anzi, essendo un paese in grande difficoltà, risulta anche uno di quelli che più ne abbisogna. La flessibilità dei conti e l’allontanamento dai vincoli programmatici imposti, almeno nel periodo di crisi per poi renderli nuovamente vigenti, così come una politica monetaria ancora più espansiva, sarebbero stati dei mezzi grazie ai quali provare a rilanciare l’economia. Negli USA del resto, ed anche il 2015 non fa eccezione, trovano praticamente ogni anno un accordo i Democratici ed i Repubblicani sul budget dell’anno seguente che consenta un debito pubblico superiore al 100% del PIL per evitare lo shutdown, ossia un incremento di tasse che evidentemente ritengono insostenibile in questo periodo che li sta vedendo ripartire, molto più brillantemente dell’Europa e grazie anche alle manovre espansive della FED di Ben Bernanke prima e Janet Yellen poi, dopo una dura crisi economica.

Appena pochi giorni dopo (06-07/12) invece, è stata la Merkel in un’intervista al tedesco Die Welt a riportare tutti con in piedi per terrà affermando che la Commissione ha riscontrato che quanto fatto da Italia e Francia non è sufficiente ed ha aggiunto che lei è dello stesso parere prendendo atto che i due paesi sono nel bel mezzo di un processo di riforme delle quali i risultati hanno ancora a venire. Tecnicamente ha ragione, non ha detto nulla di nuovo rispetto alla Commissione, ha solo utilizzato una chiave di lettura differente, molto più tedesca, rispetto a quanto fatto in Italia. La stoccata del Cancelliere tedesco di certo è di quelle che lascia il segno ed  a distanza di poche ore, in occasione dell’Eurogruppo che ha dato il via libera politico alle note della Commissione UE sulle leggi si stabilità, è stato il Ministro delle Finanze Schauble ed edulcorare le parole della Merkel puntando l’attenzione sulle riforme che l’italia sta portando avanti e auspicandosi che a regime consentano di intraprendere un percorso più virtuoso. Il concetto è quello medesimo della Merkel: al momento i patti non sono stati rispettati e si attendono gli effetti delle misure adottate che ad ora risultano insufficienti. In ogni caso il passo falso comunicativo è stato riconosciuto ed anche il portavoce del Cancelliere, Steffen Seibert, ha smorzato i toni dichiarando che non sta alla Germania dire ad altri Stati come comportarsi e che il Governo tedesco riconosce l’impegno italiano nelle riforme. Il succo insomma non cambia, ma i rapporti idilliaci tra Renzi e Merkel sembrano incrinati ormai da tempo e fino ad ora ad averla vinta è stata la seconda.

Sempre dall’Eurogruppo anche il pragmatico Presidente olandese Dijsselbloem, pur riconoscendo l’oggettiva difficoltà della situazione italiana e l’impegno nelle riforme (ormai un leitmotiv), sottolinea che i vincoli non sono stati rispettati da Francia, Belgio ed Italia. Per quest’ultima a preoccupare è il debito e la correzione sul deficit di solo 0.1% PTI anziché di 0.5%, uno 0.4% che vale circa 6 miliardi e che dovrà essere recuperato entro marzo. Per fare ciò vi sono tre vie: aspettare gli effetti delle riforme già avviate; implementare nuove riforme o manovre aggiuntive; effettuare una nuova valutazione da parte della Commissione. Il Ministro Padoan ha smentito immediatamente le voci di una manovra aggiuntiva (non c’è da stupirsi, se non lo avesse fatto probabilmente importanti conseguenze di Governo si sarebbero avute) ed effettivamente non è ciò che richiede Bruxelles, il quale si limita a ricordare che a marzo il percorso di rientro di deficit e debito dovrà essere quello dei patti, i mezzi per raggiungere tale scopo sono liberamente in capo ai singoli stati membri, quel che conta è il numero finale. Evidentemente Padoan confida che ciò possa essere conseguito grazie alle riforme che stanno prendendo lentamente corpo. Il concreto Presidente dell’Eurogruppo ha anche rilanciato che non è sufficiente annunciare un piano di riforme ambizioso, ma esse devono essere attuate con rapidità e soprattutto devono fornire i risultati attesi, risultati che ad esempio sul Jobs Act non sono così condivisi unanimemente, a cominciare da Moody’s che non ritiene possa cambiare il livello occupazionale nel breve termine (e marzo è breve termine).

Non ha mancato di far sentire la propria voce anche il Neo-Commissario UE Jean Claude Juncker. In un’intervista alla testata tedesca FAZ, forse mosso dall’impeto di compiacere Germania e Merkel, ha tuonato che se Italia e Francia a marzo non presenteranno misure soddisfacenti e risultati concreti andranno incontro a conseguenze spiacevoli (quasi una minaccia), salvo poi aggiungere che in questa fase si deve dare fiducia ai due paesi ed a marzo verificare se tale fiducia sia stata disattesa o meno. L’invettiva grave e fuori luogo per i toni è emblematica delle posizione di Juncker che ha ulteriormente rincarato la dose suggerendo ad Italia e Francia di non lamentarsi poiché erano da procedura di infrazione e se questa non è stata applicata è stato merito delle sue posizioni. Una decisione della Commissione tutta politica insomma, perché a livello strettamente burocratico ed economico la procedura di infrazione avrebbe dovuto essere aperta.

Infine anche Draghi e la BCE han proferito parola sull’Italia decendo che per mantenere credibilità sui mercati devono essere portate avanti le riforme ed anche i patti europei non devono essere violati.

Si evince chiaramente dal sapiente palleggio tra Merkel e Schaeuble, dalle dichiarazioni di Dijsselbloem, da quelle di Juncker e della BCE che la trazione europea dei prossimi mesi continuerà ad essere quella orientata a far rispettare in modo deciso i trattati e, nonostante le circostanze di eccezionalità che fanno parte dei patti stessi e la cui presenza non può essere più negata, il margine di flessibilità che potrà essere concesso è esclusivamente quello dei trattati stessi. Allentamenti simili però proprio per le somme in gioco e per la situazione gravemente compromessa hanno dimostrato di non essere sufficienti e ben poche speranze vi sono che possano smentirsi nell’immediato futuro.

Un primo banco di prova importante è rappresentato dal caso greco. In questa sede fin da subito si disse che salvare lo Stato Ellenico sarebbe costato molto meno che imporre rigidi paletti ed il duro commissariamento della Troika. Adesso alcuni parametri economici sono migliorati, ma al prezzo di un alto disagio sociale, povertà diffusa, privatizzazioni imposte senza che le condizioni di mercato fossero coerentemente proficue, taglio stipendi statali e pensioni, aumento IVA e riduzione dei servizi di welfare (la sanità è di fronte a gravi problemi), tanto che a breve si terrà l’elezione anticipata del presidente della Repubblica che potrebbe causare, qualora dopo tre votazioni (17-23-29 dicembre) non venisse raggiunto l’accordo, la caduta del Governo e nuove elezioni. Il favorito è Tsipras del partito di sinistra Syriza che chiede l’abbandono del programma della Troika, è deciso a non rispettare gli impegni presi con l’europa e ad andare verso un default con il non pagamento dei titoli di stato. Al paventarsi di questa ipotesi la borsa di Atene ha perso il 12% trascinando con se tutte le piazze del vecchio continente. La Commissione Europea è quindi di fronte ad una scelta: o fermare il piano della Troika che prevede altri rincari dell’IVA, delle accise ed ulteriori tagli, “abbonando” una somma complessiva relativamente irrisoria di circa 2.5 miliardi di €, oppure proseguire dritta, rigida ed inflessibile lasciando campo libero all’ascesa di Tsipras.

La somma in gioco come si evince è sostenibile, ma quello che preoccupa è il precedente che poi potrebbe volersi veder applicato anche in Italia con numeri di un altro ordine di grandezza. Analizzando la situazione anche l’ascesa di Tsipras potrebbe comportare un precedente, forse anche peggiore, cioè l’uscita di un paese dall’Euro, fino ad ora neppure ipotizzabile. Effettivamente se Syriza andasse al governo e Bruxelles continuasse su posizioni oltremodo rigoriste, in ultima istanza si potrebbe giungere anche ad una rottura definitiva e drammatica per l’economia mondiale non tanto per i denari in ballo, quanto per la definitiva scomparsa dell’Eurozona come entità credibile e stabile. Il piano di ristrutturazione del debito t proposto Syriza andrebbe a concentrare la maggior parte delle perdite su BCE e ESM (maggiori detentori di Bond ellenici dopo la ristrutturazione del debito già avvenuta) dei quali la Germania e la BuBa sono maggiori azionisti e contribuenti. A detta del leader greco invece l’8% dei titoli in mano a cittadini privati sarebbe protetto. Per l’Europa la posta in gioco è molto alta ed i tempi per decidere, contrariamente a quanto avviene di solito in contesti istituzionali dove si medita spesso più del dovuto, pochissimo.

L’Italia ha una situazione piuttosto critica, ancora non a livello greco, ma la strada è simile. Gli ultimi dati sulla produzione industriale rilevano -0.1% per ottobre e -0.3% su base annua. Fermo restando che, e lo abbiamo ripetuto miriadi di volte, vanno portate a termine le riforme (più perché non possiamo permetterci uno Stato così inefficiente, burocratico e cieco davanti alle necessità dei cittadini, dei lavoratori e degli imprenditori) dando priorità a tutto quello che può avere un impatto immediato sull’economia e sull’attrazione degli investimenti e si deve tagliare drasticamente la spesa pubblica improduttiva rivedendo tra le altre cose le spese per le regioni, per la sanità (non servizi sanitari), il concetto di ammortizzatori sociali e la struttura del sistema pensionistico e previdenziale eccessivamente penalizzante per alcuni (come artigiani e commercianti, giovani, precari e via dicendo). E tutto va fatto assieme, in poco tempo, perché parla bene Squinzi quando dice che, se dal suo punto di vista il Jobs Act è un buon provvedimento, esso da solo può far poco per attrarre gli investimenti necessari ed invertire il ciclo economico. In fondo senza domanda manca anche una richiesta  consistente di lavoro (lasciando perdere alcuni lavori di nicchia sempre richiesti).

Ciò si inserisce, e BCE ed UE guardano attenti anche questi aspetti, in uno scenario politico sempre più traballante e fluido, con manifestazioni sindacali importanti, rotture interne al PD ed alla sinistra tali da mandare in minoranza il Governo per due volte negli ultimi due giorni ed anche il patto del Nazareno sembra sempre meno solido, con voci su possibili elezioni anticipate a maggio 2015 costantemente smentite, ma sempre più presenti sulla bocca dei politici. Condizioni simili sono tutt’altro che vicine a quanto auspicato dal presidente Napolitano da Torino al forum di amicizia italo-tedesca, ove, molto commosso, stanco e provato fisicamente ha richiesto in Italia ed in Europa maggior cooperazione ed unione, evitando i particolarismi (ed il fatto che parlasse faccia a faccia col suo omologo tedesco è significativo) e le tendenza all’isolazionismo che possono comportare derive nazionaliste pericolose e già ampiamente presenti. Dalle parole del Presidente Napolitano, forse le ultime del suo mandato, si evince un reale timore per le sorti dell’Unione Europea e forse anche questo motiva la scelta di lasciare il suo incarico.

Lo scenario dunque non è buono neppure in Europa e tutti gli istituti, inclusa la BCE, rilevano rallentamenti della dinamica di crescita che risulta peggiore del previsto e che potrebbe essere compromessa.  Ciò che è stato fatto: i trattati, la flessibilità, la politica monetaria, le riforme dei singoli Stati, è risultato non sufficiente.

E’ chiaro che vada voltata pagina e se lato Italia l’impegno deve essere sulle riforme, va detto che la Commissione e Bruxelles devono impegnarsi, con la crisi greca come prima tappa da gestire, ad abbandonare l’austerità imposta con pochi risultati fino ad ora e concentrasi ad elaborare immediatamente una strategia che possa ammettere anche temporaneamente la sospensione dei patti e dei vincoli. Il Piano di investimenti di Juncker lascia più di un dubbio, e viviamo il paradosso che agli Stati che avrebbero bisogno di spendere per investire (come l’Italia) non è concesso per via degli stessi patti; a quelli che dovrebbero investire perché possono permetterselo, come la Germania, non gli viene imposto; ovviamente i privati valutano attentamente se investire in un territorio con prospettive così incerte come l’Europa quando altre zone del mondo sono ben più attrattive.

Infine anche la BCE deve rilevare che il suo compito non è stato assolto. In prima istanza l’intermediario finanziario rappresentato dalla banche ha assorbito tutta la liquidità iniettata distraendola dall’economia. Molto, troppo, lentamente sono state implementate misure volte ad iniezioni di capiteli verso le imprese in modo vincolato in parte attraverso cartolarizzazioni di bond corporate ed in parte attraverso le banche: ABS e TLTRO, sui quali la Germania ha mosso critiche. Attualmente, a causa di un mercato di bond aziendali poco liquido in Europa e per via dei timori delle banche a chiedere prestiti per la poca richiesta creditizia e per gli stess test europei, la risposta a queste misure si è rivelata più fredda del previsto. Il risultato di simili lentezze è stato un Euro fortissimo fino a pochi giorni fa che ha ostacolato le esportazioni e una inflazione sempre in discesa, in alcune zone già negativa, lontana anni luce dal 2% obiettivo. Nonostante questo ancora non viene definito nei tempi e nei modi (pur avendo iniziato a parlarne) dalla Banca Centrale Europea un piano di acquisto diretto di titoli di stato, un QE nella più classica delle accezioni.

Detto in tutta sincerità e per quanto può contare questo parere trovo quantomeno complesso che l’Italia riesca a fare entro marzo ciò che, sia per colpe che per circostanze contingenti, non è stato possibile fare fino ad ora, così come che Europa e BCE abbiano davvero intenzione di approcciarsi diversamente a quanto sta accadendo. Infine anche il fare squadra all’interno di tutta l’Unione e le sue istituzione, quindi Paesi Membri, Commissione, Eurogruppo, BCE ecc, per persegue quegli obiettivi comuni ricordati, per prendere l’ultimo esempio, da Napolitano e che richiamano i valori dei padri fondatori, sembra più un’utopia che una realtà.

11/12/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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2 Risposte

  1. […] qualche ora prima dell’incontro tra il tedesco ed i giornalisti (italiani e non solo): L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia) 11/12/14. Dopo una chiosa di circostanza e retorica a supporto delle riforme del Governo Renzi, in […]

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