Archivi Mensili: gennaio 2015

Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi

Mattarella-RenziHabemus, lo abbiamo, il nuovo presidente della Repubblica italiana è Sergio Mattarella. Un giudice, un uomo di legge e di Costituzione, esperto conoscitore del diritto, preciso e sicuramente non sorvolerà sopra le riforme costituzionali senza entrarvi nel dettaglio. Di famiglia e di trascorsi legati alla lotta anti mafia. Una persona più che stimabile, rispettabile, all’altezza, con la sola unica lacuna di non avere quello spessore internazionale e quella notorietà in europa e nel mondo di altri candidati, ma del resto è vero che dove le istituzioni politiche fossero tutte all’altezza dei loro compiti e mandati, neanche spetterebbe al Presidente della Repubblica, bensì a quello del Consiglio o tuttalpiù degli esteri o della difesa, rapportarsi con altri attori globali. Sicuramente svolgerà in modo egregio il proprio lavoro, meticolosamente e diligentemente e sarà in grado di rappresentare tutti gli italiani e tutte le parti politiche, anche quelle che non lo hanno sostenuto.

La mossa Mattarella però è indiscutibilmente il capolavoro di Renzi (vedi link a fondo pagina), il masterpiece della sua lunga carriera politica. Il Premier è stato in grado di sfruttare ed insinuarsi nelle debolezze di ogni suo oppositore senza proporre, e questo è stato il primo elemento del suo successo, un candidato di rottura. Mattarella è un candidato trasversale, più che accettabile e gradito a tutti, in teoria tale da riscuotere, visti i suoi trascorsi cattolici e democristiani, maggiori favori tra le file di NCD che di SEL. Nessuno infatti ha avuto motivo per sollevare obiezioni sulla persona, quello che è stato criticato a Renzi dal centro destra è stato semmai il merito, anche se si sospetta che a rendere indigesto quel nome a Silvio Berlusconi sia stato il precedente sulla legge Mammì che il Cavaliere evidentemente non ha dimenticato.

Partito Democratico
Il Premier è stato abilissimo e con una manovra perfettamente riuscita è stato in grado di riunificare il PD, andando addirittura a muovere a commozione la Bindi per l’anima democratica, cattolica e l’impegno nella lotta alla mafia del nuovo Presidente, e di riportare nell’orbita dei Democratici anche SEL di Vendola. La leva che ha consentito tutto ciò è il pallino della vecchia sinistra, mai superato e spesso controproducente. Un vecchio vizio che denota una limitata visione strategica di questa ala di sinistra, ossia l’antiberlusconismo, un dualismo portato agli eccessi che in certi casi, comportando una quasi totale attenzione sull’avversario e sulla sua critica rispetto al supporto dei propri elettori ed alla raccolta di consenso trasversale, ha portato direttamente alla sconfitta (se non va bene a Berlusconi va bene noi e viceversa, sembrava essere lo slogan). La vecchia sinistra c’è ricascata ed è bastato avanzare un nome che, forse esulando dal patto del patto Nazareno, non piacesse all’eterno rivale per far sciogliere in brodo di giuggiole SEL e minoranza democratica (entusiasta il siciliano Mineo come Nichi Vendola) tanto da estasiarli in tal modo che nel processo di riforme in atto potrebbero non aver difficoltà ad accettare decine di altre abolizioni dell’Articolo 18.

Forza Italia
FI è stata surclassata, utilizzata per supportare alcune riforme come l’Italicum in cui Berlusconi è stato effettivamente fondamentale. Sono state sfruttate le divisioni interne con l’ala di Fitto. E’ stata consultata, è stato proposto un candidato sul quale non potesse essere mossa alcuna obiezione cosa che di fatto non è avvenuta essendo stato criticato solo ed esclusivamente il metodo, ma nella decisione finale è stata scaricata. In tal modo Matteo Renzi ha potuto dare prova che il “sodalizio Nazareno” esulava dall’elezione Qurinalizia. Ora il processo riformatore potrebbe subire rallentamenti ed essere messo alla prova da una più dura opposizione di FI, ma sussistono ancora alcuni elementi che possono neutralizzare ed anestetizzare ogni sua velleità: si tratta del decreto legge delega fiscale che sarà in discussione il 20 febbraio, sospeso per la norma detta slavaberlusconi del 3% inserita sommessamente nelle notti pre natalizie e delle norme sulla depenalizzazione di alcuni reati e delle tempistiche per la prescrizione dei processi. Elementi che potrebbero toccare direttamente la sfera delle aziende di Berlusconi (non a caso anche Confalonieri, gran visir dell’impero aziendale del Cavaliere di Arcore, è stato interpellato per la partita sul Colle) e della sua agibilità politica.

Nuovo Centro Destra
NCD ha provato ad obiettare sulla scelta di Mattarella, sempre muovendo critiche al metodo e non alla persona. Probabilmente si è sentito gettato in disparte, nonostante sia alleato di Governo, ma del resto con le percentuali elettorali di cui gode non poteva attendersi altro trattamento. E’ parsa più una presa di posizione ed un tentativo di forzare la mano senza il realismo di chi dovrebbe sapere di non aver la minima possibilità di avanzare alcuna richiesta. Sergio Mattarella d’altronde è un candidato più vicino ad NCD ed Alfano che a Vendola e SEL ed in ultimo, un po’ per il richiamo all’ordine di Renzi e Napolitano al Ministro dell’Interno che storicamente ha sempre votato a favore del candidato alla presidenza della Repubblica in seguito eletto e poi dalla “sicilianità” di Alfano condivisa col Presidente Mattarella. L’aspetto geografico è molto importante per NCD che riscuote un buon seguito in Trinacria ed il non supportare il conterraneo Mattarella avrebbe causato un sicuro calo di consensi tra i siciliani, molto attenti a simili aspetti territoriali.

Movimento 5 Stelle e Lega
La Lega supportando un improbabile (per la Presidenza della Repubblica, perché nel suo ambito giornalistico è un Maestro) Vittorio Feltri ha deciso di neppur partecipare ai giochi ed ha conferito ai suoi grandi elettori un ruolo puramente secondario. Lo stesso si può dire del M5S, condannata dai suoi vertici e dai suoi meccanismi alla perenne irrilevanza ogni qual volta vi sia una partita politicamente importante nel quale avrebbero avuto modo di farsi valere ed avere voce in capitolo. Nella giostra del Colle avrebbero potuto sicuramente mettere in difficoltà il Governo lanciando fin da subito un nome scomodo come Prodi o Bersani e cercando di tentare l’ala più a sinistra del PD e SEL, invece la scelta che hanno fatto con le “quirinarie” li ha relegati, come spesso già accaduto ed in modo anche non troppo rispettoso del 19-22% di elettori, al ruolo men che marginale di oppositori e critici fini a se stessi. Il Movimento conferma che quando si deve sfoderare l’arte politica del dialogo, della trattativa e del compromesso tutte naturali appendici della democrazia, non sono in grado di tenere la partita.

I nuovi rapporti di forza nel panorama politico italiano potrebbero mettere a repentaglio o rallentare il processo riformatore necessario al paese. Sembra però che la minoranza PD e SEL, presi come sono dal turbinio dei sensi e dal godimento, siano stati domati ed addomesticati da un virile Alessandro Magno alle prese più che con uno scatenato Bucefalo con un mite agnellino appena appena irrequieto, e che il centro destra ne esca ulteriormente diviso, sfaldato e provato, con un Berlusconi oberato tra il tentativo di riunirne le fila per ricreare una coalizione da secondo piazzamento (con Fi come partito e lista principale), la norma fiscale e le altre riforme costituzionali che lo interessano direttamente (e che ora hanno anche il vaglio Sergio Mattarella da superare). Il Premier ne esce rafforzato, con ancor meno e più deboli avversari rispetto a prima (il che è tutto un dire) e se le riforme, per come le vuole lui, fossero davvero impedite da eventi terzi, le elezioni non spaventerebbero di certo, anzi rappresenterebbero l’opportunità di legittimarsi col voto popolare rafforzando e marchiando definitivamente un Esecutivo totalmente sotto la sua stella.

Proprio  ora che alcuni dati sono positivi, pur lontanissimo dall’avere un qualche carattere strutturale (i 100’000 posti di lavoro in più certificati in dicembre 2014 sono solo il rimbalzo del gatto morto dovuto alla stagionalità ed al mese in cui le richieste di manodopera stagionale a causa delle festività aumentano), si deve tentar di stabilizzarli.

Alcune condizioni al contorno sono fortuitamente positive con il petrolio ai minimi, l’Euro basso per l’operazione QE che, pur nonostante volta a ristabilire l’inflazione, dovrà essere utilizzata anche per sbloccare il credito e consentire investimenti, ma la la situazione rimane complessivamente fragile ed instabile a livello europeo. La Grecia sta vivendo un momento delicato in cui misconosce la Troika e tratta con l’UE sul proprio debito ed ove la Russia, alle strette dal declassamento a junk di S&P, dalle sanzioni inflitte e dalla lotta sul prezzo del greggio, sta cercando di raccogliere qualche partnership e lo sta facendo anche con la stessa Grecia da un lato per la posizione strategica militarmente e per alcune licenze petrolifere nell’Egeo e dall’altro per indebolire l’UE, offrendo ad Atene supporto economico. Le tensioni internazionali si acuiscono e per la sicurezza dell’Unione il 2014 è stato, secondo la NATO, l’annus horribilis.

In questo scenario il processo di riforme in Italia non si può rallentare o interrompere, deve proseguire e deve portare risultati concreti possibilmente nel breve-medio termine lavorando a sostegno di famiglie ed imprese, sulla riduzione delle spese, sul taglio delle tasse, ridistribuzione della ricchezza, sul sostegno al credito ed ai consumi interni oltre che all’export. Questi i temi, principalmente economi, in cui Renzi, vincitore indiscusso della elezione del presidente della Repubblica dal quale esce immensamente fortificato, dovrà impegnarsi, mettendo alle spalle pensieri precostituiti e prese di posizione ostinate e coinvolgendo ogni forza parlamentare fatto salvo che, qualora si ricadesse in una pastosità tutta italiana, le elezioni anticipate non sarebbero blasfemia.

Link: Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi

31/01/2015
Valentino Angeletti
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Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi.

Giorno 2 dei 3 che dovrebbero conferire alla Repubblica Italiana il 13° Presidente. In programma 2 votazioni ove si attende ancora un nulla di fatto per via della maggioranza qualificata di 2/3 dei 1009 grandi elettori richiesta. Sabato invece con la riduzione a maggioranza semplice, 1/2 dell’assemblea, la situazione potrebbe sbloccarsi e portare Mattarella definitivamente sul Colle.

Al momento l’impressione che più facilmente e superficialmente, e non per questo necessariamente errata, si ha è quella che Renzi si sia voluto mettere alle spalle il Patto del Nazareno per cercare di riunificare il PD proponendo un candidato che fosse più che accettabile da tutto il suo partito e da SEL, in modo da garantirsi una maggioranza semplice senza il supporto berlusconiano.

Dai risultati delle prime votazioni emerge che Renzi ha un margine di “sicurezza” sulla quota minima di 505 voti necessari per eleggere il presidente, secondo i suoi piani, alla quarta votazione di 45-60 voti, può permettersi quindi tra l’8 ed il 10% di franchi tiratori, non altissimo ma è vero che i franchi tiratori esistono anche negli altri partiti. I numeri non sono enormi e “vincere” con un risicatissimo vantaggio sarebbe senz’altro segno di debolezza e foriero di possibile instabilità governativa.

Berlusconi, manifestamente indignato e deluso, al momento ha adottato la linea della scheda bianca e lo farà, in rispetto al candidato che lo ha ringraziato per questo atto di stima, anche alla quarta chiama. Quello che FI biasima non è tanto il nome, autorevolissimo, ma il metodo che prevarica il Patto del Nazareno. Da ricordare che Renzi ha sempre sostenuto che il Patto è solo ed esclusivamente sulle riforme, nessuno cenno al Quirnale dunque. Benché paia difficile da credere, il Premier apparentemente si è mosso in quella direzione forse tradendo le aspettative del sodal Berlusconi.

Ora, le possibilità in campo sono molteplici e non è detto che la partita su Mattarella sia semplice e limpida, i franchi tiratori potrebbero lanciare un’imboscata, ma il PD effettivamente sembra unito e coeso su Mattarella ed a dire il vero l’attuale carisma dei vari Fassina, Civati finanche dello stesso Bersani e di tutti quelli ascrivibili alla minoranza Dem, testimoniata dall’inconsistenza delle loro azioni al di là di pungenti dichiarazioni critiche con il Governo, lasciano il tempo che trovano e non fanno pensare ad una sufficiente forza.

Una seconda ipotesi potrebbe essere quella di una strategia Renzi – Berlusconi che, nell’ambito del Nazareno, potrebbero aver lanciato Mattarella in modo congiunto fin dalla prima votazione per poi bruciarlo e dirigersi verso un altro candidato che spunterebbe a sorpresa alla quarta votazione. Ma questa ipotesi pare fantascienza, meno da fantascienza l’ipotesi di un convincimento di Berlusconi ad accettare, magari non appoggiandolo direttamente mantenendo un basso profilo, Mattarella in cambio di una contropartita che vedremo in seguito.

Un punto fa molto pensare, ed è il motivo per cui se è vero che Renzi ha agito per riunificare il PD non lo abbia fatto rompendo con Berlusconi in modo più netto e proponendo Prodi o Bersani (giusto per fare due nomi, ma ve ne sono altri) potendo probabilmente contare in tal caso anche dell’appoggio immediato di buona parte del M5s assicurandosi di forza un’ampia vittoria.

Gli scenari sono molti ed ogni pronostico può essere facilmente disdetto.

La situazione attuale più gettonata lascia pensare ad un PD ringalluzzito e felice di aver trovato una nuova unione, la rinascita della sinistra e le manifestazioni di consenso vengono da tutte le parti, da Fassina alla Bindi, ad un NCD e FI delusi, con un Berlusconi tradito ed un Fitto che invoca lo scioglimento del partito, ad un SEL soddisfatto del candidato non ascrivibile al Nazareno e a un M5S che pur supportando Imposimato, vincitore delle quirinarie, non sembra avverso al Giudice della Consulta in caso risultassero decisivi. Strada spianata per Sergio Mattarella quindi? Sembra l’ipotesi più probabile, ma attendiamo. Venerdì giornata interlocutoria senza nulla di fatto e sabato decisivo.

La sinistra Dem però dovrebbe attendere a gioire e porsi qualche domanda sul futuro, così come Renzi. Supposta una vittoria di Mattarella ed archiviata l’elezione del presidente della Repubblica, si tornerà a dover affrontare i temi della “quotidiana attività parlamentare” ed in particolare portare in porto e dare attuazione alle riforme (come intima l’UE non serve annunciare riforme se poi esse non vengono rapidamente messe in pratica e che quindi non dovrebbero subire rallentamenti). La rottura con Berlusconi potrebbe portare FI a non supportare più il premier nel processo riformatore, Brunetta così come Gasparri hanno avanzato esplicitamente questa ipotesi, legando più strettamente il Premier alla sinistra Dem. L’italicum è passato anche grazie a FI senza la quale non avrebbe avuto la maggioranza alla Camera ed anche il JobsAct con l’abolizione dell’Articolo 18 è stato supportato da FI, ma non dalla sinistra Dem. Adesso il Premier si “getta nelle mani” dei “dissidenti” PD e forse dovrà rivedere alcune delle sue propose ed alcuni rapporti, in particolare coi sindacati, per garantirsi il loro supporto; oppure potrebbe essere, ipotesi più probabile, la sinistra del PD a piegarsi ed accettare le proposte Renzi quandanche lontane da propri ideali e linee di pensiero, come “ringraziamento ed ossequio” nei confronti della concessione di un presidente fuori Nazareno, ma sicuramente ben lontano, pur nella massima rispettabilità, dal concetto di rinnovamento delle istituzioni e della politica che Renzi ha sempre detto di voler sostenere. Da tale considerazione emerge nuovamente la necessità, se l’unità e l’idea che lo anima, di un esame approfondito all’interno del Partito Democratico ed una chiarificazione nei confronti dei propri elettori su quale sia la linea da intraprendere.

Renzi però è un eccellente giocatore, sfacciato e cinico, ed ha due potentissimi assi nella manica nei confronti di Berlusconi. Il primo è decreto sul fisco.  La legge delega fiscale, assieme ad altri provvedimenti in campo economico e di giustizia, che il governo dovrà affrontare prossimamente potrebbero essere l’elemento che tiene imbrigliato Berlusconi mantenendo la validità del Nazareno e costringendolo a supportare le sue riforme. Berlusconi così avrebbe “ingoiato” Mattarella accettando la sconfitta sul piano politico, per avere in cambio (contropartita a cui ci si riferiva sopra) supporto in ambito economico (le consultazioni con Confalonieri, gran visir delle sue aziende, fanno pensare) e in ambito legale (prescrizione, depenalizzazioni ecc). Il Governo sarebbe nuovamente influenzato in modo sostanziale dal Cavaliere.

Il secondo invece trattasi della possibilità, dopo la rottura con FI alleato sulle riforme, lo strappo con NDC alleato di Governo ed una risaldatura nel PD  tanto da spingere Mineo Corradino ha parlare di rinascita della sinistra, di correre con impeto verso le elezioni anticipate (maggio) che consentirebbero al Premier di formare un Governo totalmente suo, senza NCD e liberandosi anche della minoranza Dem, ed a Berlusconi (che punterebbe alla seconda posizione con una riunificazione del centro destra) di nominare direttamente i suoi parlamentari.

Infine le elezioni, in caso di rottura sulle riforme sia con Berlusconi come ritorsione per il Quirinale che con la minoranza PD per le differenti visioni politiche nel merito, potrebbero risolvere anche questo impasse con la quasi scontata riconferma renziana.

Solo tempo ed attesa, e forse neppur loro, riusciranno a dare un quadro più chiaro dell’evolversi dei fatti, di certo i rapporti di forza nella politica italiana sono già cambiati, molte sono le potenziali evoluzioni e molti saranno i vinti, paradossalmente tutti potrebbero esserlo, tranne uno: il Premier Renzi.

Valentino Angeletti
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Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio.

Passata la “sbornia” da risultato elettorale greco con la vittoria di Syriza e messa da parte per un attimo la corsa al Quirinale in attesa che vengano lustrati i catafalchi, è interessante soffermarsi un attimo sulle prime mosse del nuovo Primo Ministro greco e sulle conseguenti reazioni europee.

Come sappiamo (Approfondimenti Link 25/01 – Link 27/01) i capisaldi del programma di governo firmato Tsipras sono il taglio delle tasse, maggior spesa per investimenti e welfare, sanità in particolare, azioni sul debito, rifiuto dei programmi della Troika e quindi disdetta degli impegni presi dal governo precedente con UE, BCE, FMI. La determinazione nel perseguire i suoi obiettivi sono subito stati dimostrati dall’alleanza che nel giro di poche ore il neo-premier ha stretto con la formazione di destra Anel, fuoriuscita dal partito di Samaras Neo-Demokratia proprio per seguire la sua impronta più marcatamente anti-Europea, nonostante i moltissimi aspetti sui quali Syriza e Anel si collocano in posizioni diametralmente opposte, primo tra tutti l’immigrazione. Tsipras ha già formato il Governo, assegnando ad Anel il ministero della difesa ed accorpando vari dicasteri, per la maggior parte ora ricoperti da economisti di fama mondiale ascrivibili comunque alla sinistra del suo partito, così da scendere dai 16 del precedente esecutivo ai 10 attuali. Nonostante il giuramento ufficiale del Governo avverrà i primi di marzo, Tsipras ha già convocato il primo CdM con in OdG l’aumento degli stipendi lordi mensili dai 450€ a 751€ ed il blocco della privatizzazione del porto del Pireo avviata dal Governo Samaras.

Ora sarà fondamentale capire come il giovane Premier avrà intenzione di coprire economicamente le promesse fatte, non mantenerle gli costerebbe una perdita di credibilità irrecuperabile ma soprattutto una reazione sociale che è facile prevedere almeno belligerante. Le opzioni “canoniche” per il reperimento di risorse economiche sono principalmente due: il prelievo fiscale, impraticabile nel rispetto dei suoi programmi di riduzione fiscale ed il ricorso ad altro debito assai difficile da ottenere viste le sue intenzioni di azione su quello pregresso. Facile intuire che il suo compito sarà decisamente arduo così come i negoziati che, dopo aver presentato in modo preciso i suoi piani al momento ancora ignoti, dovrà intavolare con l’Europa.

Le possibili operazioni sul debito che la Grecia potrebbe mettere in campo sono l’insolvibilità di una parte di esso (alcune voci parlano del 60%) nel più classico stile Haircut come peraltro la Grecia già fece per una quota del 40% gli anni addietro oppure un allungamento dei tempi di restituzione, che tecnicamente sarebbe assimilabile ad una riduzione degli interessi corrisposti annualmente ai propri creditori.

Le reazioni alla potenziale revisione del debito ed alla sospensione del programma della Troika da parte delle entità istituzionali non sono state tenere. Da più parti, a cominciare dalla tedesca Bundesbank con il “puntuale e spesso fori tempo” Weidmann, hanno ribadito che qualsiasi nuovo Governo greco dovrà rispettare senza deroghe gli impegni presi dal suo predecessore inclusi quindi i piani della Troika. Non rispettarli significherebbe per la Grecia essere esclusa dalla possibilità di beneficiare dei QE della Banca Centrale. Venir meno a questi impegni lederebbe la credibilità del nuovo esecutivo di fronte al mondo governativo-istituzionale, ma rispettarli per Syriza significherebbe tradire il proprio elettorato. La Merkel ha voluto invece rimarcare come la Grecia già ora goda di condizioni di favore sul suo debito e che i primi rimborsi ai paesi membri ed alle varie banche centrali inizieranno solo nel 2020, non ci sarebbe dunque alcuna necessità di ulteriori dilazioni. Differente (come fa notare Federico Fubini, firma economica de La Repubblica) il discorso per il FMI che dovrebbe essere il primo a ricevere alcune trance di pagamento, tanto che la Governatrice Lagarde si è affrettata a chiarire che il fondo non ritiene assolutamente accettabile alcun alleggerimento del debito greco.

Dalla Grecia invece risuona, carica di un realismo difficilmente opinabile, la dichiarazione rilasciata alla Bbc dal viceministro con delega ai rapporti economici internazionali di Syriza Euclid Tsakalotos:

“E’ irrealistico aspettarsi che la Grecia possa ripagare interamente il suo enorme debito, nessuno crede che il debito greco sia sostenibile, nessun economista può’ pensare che potremo pagare tutto quel debito. E’ impossibile” (dubbi sulla sostenibilità del debito sono stati avanzati in passato anche in riferimento a quello italiano: link).

Considerando le condizioni sociali dell’attuale Grecia ed il loro continuo deterioramento nel corso degli ultimissimi anni e mesi, benché alcuni parametri macro-economici siano in miglioramento (come il PIL, ma l’utilizzo del PIL come indice di benessere diffuso, crescita e sviluppo di un paese e dei cittadini è da più fronti criticato, proprio sull’Avvenire vi è un’intervista all’Ex Ministro Giovannini in merito a questo tema: Link), è evidente che le concessioni favorevoli sul debito non siano sufficienti ad invertire il trend sociale greco, il più importante affinché la tenuta del paese sia stabile, che va invece come una rapidissima funzione monotona decrescente.

Le condizioni di favore riservate alla Grecia nella gestione del suo debito non sono ascrivibili alla flessibilità dei patti europei come per contro lo è il vincolo sul 3% del rapporto deficit/PIL o il fiscal compact relativo al percorso di rientro sul debito, ma identificano pur sempre misure di flessibilità degli approcci, modelli e piani di gestione delle crisi economiche adottati dall’UE. La flessibilità concessa, sicuramente in ritardo, entro i patti europei e sbandierata dalle istituzioni UE come fosse chissà quale vento innovativo e foriero di sviluppo e benessere, proprio come le concessioni fatte alla Grecia sul suo debito, non ha sortito effetto e nel suo complesso anche in Europa la situazione non ha subito una virata decisa.

Tanto per confermare l’impostazione europea, con preminente influenza tedesca, al rigore vi è la soglia del 3% del rapporto deficit/pil rimasta invalicabile. In vista della revisione della legge di stabilità italiana (ma anche francese e belga) l’UE ha aperto un dossier sull’Italia (non una procedura di infrazione o un provvedimento specifico) ove viene ricordato che i margini di flessibilità per il nostro paese sono risicatissimi essendo il rapporto deficit/PIL prossimo al 3%, insomma fare attenzione a non sforare.

Il Ministro dell’Economia Padoan ha tenuto a rassicurare che per il nostro paese non ci sono problemi, la situazione è in lento miglioramento, ed il PIL, come esposto dal Vice Direttore Generale di Bankitalia Panetta, andrà meglio rispetto a quanto stimato precedentemente (Pil +0,4% nel 2015 e +1,2% nel 2016) anche se l’istituto di via XX Settembre non azzarda previsioni ufficiali. Del resto lo scenario rimane fragile, il rischio sul credito in ribasso ma comunque elevato, le riforme ancora da portarsi ad un livello attuativo ed inoltre i nuovi vincoli patrimoniali sulle banche imposti da Basilea sempre più ferrei rischiano di strozzare la ripresa. Al miglioramento sul PIL supposto da Bankitalia contribuirebbe il QE della BCE. In realtà siamo ancora in una fase ipotetica in quanto all’obiettivo del target sull’inflazione non corrisponde automaticamente maggior liquidità disponibile all’economia reale. Liquidità in grado di andare a colmare le lacune presenti sul fronte investimenti. In tal senso il supporto pubblico pare un elemento importantissimo per attivare progetti ed alto tasso occupazionale o ad alto contenuto innovativo che mobilitino un “ecosistema” di attività correlate, un consistente indotto e quindo uno scenario più fertile ove la presenza di contratti ed ordini possa sbloccare richieste di credito da parte delle aziende in grado di garantire le banche con il valore delle loro commesse profittevoli.

In sostanza senza un fattore che scateni gli investimenti, ossia più liquidità diretta al sistema economico e subito disponibile che attivi l’occupazione, sembra mancare un anello alla catena. Esso a regime potrebbe essere rappresentato da investimenti privati, ma nell’immediato sono gli investimenti pubblici a permettere di convogliare verso le aziende la liquidità dei QE così da riuscire, come si dice in gergo, “ad imporre al cavallo di bere”.  Il vincolo del 3% è un anestetico enorme per questo fattore scatenante che se non verrà innescato andando al di là del concetto di flessibilità applicato tuttora ai patti europei e nel passato alla gestione del debito greco, sia per l’Italia che l’Europa sembra non esserci nessun altro destino se non la stagnazione o peggio la recessione.

Valentino Angeletti
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Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
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La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca

Atene-AcropoliWeidmann attacca instancabile, Schauble raccoglie i precisi assist e Frau Merkel li copre a distanza distraendo gli avversari.

Forse si tratta del solito gioco di squadra sapientemente architettato da un tridente che fino ad ora ha avuto la meglio in quasi tutte le partite, incluso il “pareggio fuori casa” del QE. Infatti con la garanzia a carico delle Banche Nazionali dell’80% tutto sommato il provvedimento monetario è stato potentemente smorzato secondo quelle che erano le assicurazioni richieste dai tedeschi, vale a dire non condividere rischi e non pagare i debiti degli altri stati (Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso).

Mentre la Merkel a Firenze loda, con le solite maniere di circostanza e gli ammiccamenti con il Premier Renzi, l’ambizione (termine usato almeno mille volte esattamente nello stesso contesto) delle riforme italiane e si dice certa che saranno funzionali alla ripresa anche grazie al supporto proprio del QE, il Governatore della BundesBank Weidmann afferma, anzi ripete per l’ennesima volta, che il QE è un grosso pericolo, un errore. A suo dire non ce ne sarebbe stato bisogno poiché la tendenza deflattiva a cui stiamo assistendo sarebbe solo ed esclusivamente legata alla dinamica dei prezzi energetici ed alle quotazioni del greggio, drogate, che risentono delle strategie arabe e parzialmente russe. Inoltre lo scenario europeo, sempre a detta di Weidmann, sarebbe già impostato verso la ripresa. La sua ricetta sarebbe dunque quella di pazientare (come se il tempo già perso non fosse sufficiente) e proseguire con le riforme che, sempre secondo il Governatore, sarebbero messe a repentaglio in Francia ed in Italia proprio dal QE, reo di spingere questi stati “notoriamente spreconi”ad agire con minor determinazione.

Nel palleggio Merkel – Weidnamm si inserisce il Ministro Schauble che va a pressare il fronte, decisivo in queste ore, Greco. Il Ministro Wolfgang avverte perentoriamente la Grecia, e direttamente Tsipras leader di Syriza, che se non verranno rispettati tutti i patti, inclusi gli impegni presi dal precedente Governo con la Troika non sarà parte del programma QE. Poco si discosta questo ammonimento dal ricatto.

L’affermazione di del Ministro delle Finanze di Berlino è la risposta ai piani che Tsipras ha presentato ai cittadini greci stremati dai tagli dei salari, dalle cancellazioni delle tredicesime, dai licenziamenti, dai tagli alla sanità che rendono addirittura i parti, l’accesso ai servizi di pronto soccorsi o ai medicinali salva vita a pagamento (pare servano 1000€ per diventare mamme). Il Leader di Syriza ha ribadito anche durante la sua azione di voto, che non ha intenzione di uscire dall’Euro, nè di non rispettare i patti con l’Europa, ma non può, in ossequio al suo popolo, sottostare all’austerità, ai piani della Troika, ed agli impegni presi con Bruxelles dal precedente governo di centro destra; ha esplicitamente detto di voler aumentare i salari, reintrodurre le tredicesime, ed aumentare la spesa pubblica per welfare ed investimenti pubblici a sostegno della creazione di posti di lavoro e sviluppo, il tutto anche grazie alla rinegoziazione di un debito al 170% circa del PIL che, considerando anche gli interessi, non consente alcun margine di manovra se non tagli e riduzioni di spesa in tutti i settori (la situazione potrebbe essere non dissimile dall’Italia con la differenza che il debito italiano sta pericolosamente tornando tutto in mano nostrana rendendo eventuali insolvibilità quasi per intero a carico dei cittadini e dello stesso stato, lo si riporta anche nell’articolo sul QE di cui al collegamento sopra).

Riguardo alla Germania è evidente che nonostante la convinzione con cui la stessa Merkel proferisce certe dichiarazioni fuori dal suo paese, la linea dei tedeschi è fissa sulla protezione dei propri interessi sempre ben tutelati finora, tanto da consentire dati occupazionali eccellenti, nonostante un peggioramento dell’export in Europa, il maggior sbocco per le merci tedesche, dovuto proprio alla crisi. Esattamente questo aspetto, ossia il fatto che con una Europa allo stremo ed incapace di consumare, alla lunga anche la Germania è destinata a sopperire alla crisi a meno di ri-orientare totalmente l’export verso l’extra-UE, dovrebbe spingere Berlino a convincersi nel sostegno delle politiche di flessibilità e condivisione di rischi e benefici sostenute anche dalla BCE e da tutti i Governi ed Istituzioni, incluso Bruxelles e la Commissione Juncker che a parole fanno buon viso all’Europa dei popoli della cooperazione e della solidarietà, un po’ quella richiesta da Tsipras, ma alla luce dei fatti sono soggette al volere dei potenti tedeschi che si fanno valere sia nel Direttivo della Banca Centrale Europea, sia a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’effetto primario dei QE di abbassare il valore dell’Euro, paradossalmente, unito ad una garanzia in capo alle singole Banche Nazionali che potrebbe essere presa con sospetto dai mercati e dagli altri stati testimoniando un sostanziale indebolimento della solidità finanziaria che potrebbe invece avere una Europa realmente unita a livello economico e finanziario per la quale Draghi a ripetuto che si deve lavorare, reca un beneficio per l’export extra UE del quale gode abbondantemente la stessa Germania.

Non cessando mai di ripetere che il processo riformatore delle istituzioni europee e dei singoli stati, Italia in prima linea, non si deve stoppare, deve anzi velocizzarsi ulteriormente facendo leva, se possibile (poiché è ancora tutto da dimostrarsi) su un QE che mira al target inflazionistico del 2% e non ad immettere liquidità direttamente nel sistema, ci vorrebbe realmente qualcuno di polso che duramente faccia notare alla Germania che sarebbe auspicabile un suo contributo diretto e fattivo alle ripresa europea, innalzando i consumi interni, investendo in infrastrutture di  tlc, digitali, strade e ponti che anche nei pressi di Berlino necessitano di un rinnovamento, di cessare di sovvenzionare le proprie imprese con sgravi sull’energia che somigliano tanto ad aiuti di stato e tornare sotto il 6% (vincolo europeo) del surplus commerciale (con è plausibile venga ulteriormente incrementato grazie ad un un euro così basso).

Questi moniti verbali, ma che poi dovrebbero trasformarsi in provvedimenti seri aventi lo scopo di spingere il Governo tedesco ad accettare la messa in comune dei rischi e benefici del far parte di una unione di economie, valori e persone, dovrebbe essere compito di Bruxelles che però ancora non ha la forza di imporsi sulla Germania. Avviene anzi che sia proprio la Germania a guidare la politica Europea. Anche Renzi non sembra sufficientemente autorevole e coraggioso…. forse con un’azione di contropiede costruita da Grecia, Italia, Francia e Spagna esiste una qualche possibilità di imporsi.
Di certo ora, come uno, come due, come tre e come quattro anni fa la visione ed i comportamenti tedeschi, che sempre forniscono pretesti ai mercati per diffidare dalla solidità dell’UE, non fanno l’interesse dell’euro-zona e nel mentre la crisi si è acuita.

Il nodo delle elezioni Greche sarà senza dubbio fondamentale, esso mette in luce due aspetti importanti che vanno modificati. Da un lato la colpevolezza di alcuni Governi nell’attuare politiche non rivolte al bene dei cittadini, nè tanto meno alla sostenibilità dei bilanci, ma propensi alla corruzione, allo spreco, al mantenimento dello status quo di certe “caste” privilegiate, alla spesa per consenso elettorale; spesa che, andando in parte in favore del popolo, pur non potendo lo stato permetterselo in quei modi, garantiva consenso elettorale, tanto da anestetizzare gli stessi popoli che hanno avuto la colpa di accettare silenti tali situazioni prive di ogni prospettiva di lungo termine, di investimenti in istruzione, crescita, innovazione, ricerca, infrastrutture digitale ecc (gli esempi USA ed anche della Germania o degli stati del Nord Europa o della Corea del Sud, ma anche di Turchia ed Israle sono sicuramente virtuosi). In tal senso Grecia, con la truffa sui bilanci per rientrare nei parametri di Maastricht, ma anche Italia sono paesi sicuramente da colpevolizzare, convenendo che ora vengono raccolti i frutti di quanto politicamente seminato.
Dall’altro lato è stato messo a nudo il totale fallimento di una economia eccessivamente basata sulla finanza, sulla preminenza del guadagno dei mercati rispetto al bene comune per i cittadini, una sostanziale segregazione tra PIL e benessere diffuso, la crescente diseguaglianza tra strati di società sempre più copiosi alla soglia della povertà e pochissimi super ricchi, così come la completa inefficacia di un modello di gestione delle crisi economiche, imposto dalla UE e dalla Troika (Commissione, BCE ed FMI), improntato solo ed esclusivamente al rispetto dei parametri europei sovente anacronistici e non più rispondenti all’evoluzione globale del moderno mondo, all’austerità, al rigore dei bilanci cieco nei confronti del reale bisogno di sviluppo dei paesi, dei popoli e del loro diritto all’essere coinvolti nelle scelte economico-sociali che la politica intraprenderà influenzando anche la loro vita.

Il cambiamento europeo quindi è richiesto su due livelli: dai singoli paesi membri per una più sana gestione dei conti e della politica interna che deve giovasi dei processi riformatori in atto; dalla gestione unitaria delle politiche eruopee improntate non più all’austerity, ma allo sviluppo reale e tangibile, che, oltre all’aspetto puramente numerico e parametrico, si imponga come target il miglioramento evidente delle condizioni sociali di coloro che vivono nell’Unione.

Se Tsipras otterrà il numero di voti sufficienti (almeno il 36%) per governare in autonomia senza compromessi e porterà a termine i suoi piani (temuti più per la natura di precedente che per l’ammontare delle somme in gioco) potrà avere l’occasione di dare il via ad un’era diversa, probabilmente migliore, visto che quella del rigore ha evidentemente fallito (Link: Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia) .

In Grecia, nelle Polis, nacquero la Politica, la Democrazia, il Diritto, la consultazione pubblica e si diffusero nel mondo. Ora la Grecia, nel suo piccolo, può rifar suoi questi valori e farli risorgere in tutta l’UE.

 

25/01/2015
Valentino Angeletti
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La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno

Decisamente mobile e forse è riduttivo definirla così, tanto la situazione politica italiana, alla vigilia del delicatissimo ed importantissimo passaggio delle elezioni Quirinalizie, è incerta e lascia aperto ogni genere di pronostico.

Poiché le riforme costituzionali sono slittate a febbraio, i nodi che in questo frangente risultano essere più critici sono la modifica della legge elettorale con l’introduzione dell’Italicum e le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica.

L’Italicum dopo la bocciatura dell’emendamento “Gotor” ed il passaggio in Senato di quello “Esposito” rinominato Super-Canguro, che ha cancellato qualcosa come 35’000 emendamenti, sembra aver ormai superato la fase critica grazie al supporto fondamentale di Berlusconi che ha sopperito alla defezione di voti concordi interni al PD ed il venturo approdo alla Camera non dovrebbe riservare sorprese. La nuova legge elettorale però non ha lasciato intonso il campo di battaglia Parlamentare ed ha portato alla palese evidenza due circostanze che non possono essere silenziate in modo semplicistico. La prima è che sia in Forza Italia, sia soprattutto nel PD vi sono importantissime divisioni interne che dissentono dalla linea Berlusconiana da un lato e Renziana dall’altro in modo più che marcato. Esse si possono ricondurre all’ala facente capo a Fitto in FI (una quarantina di seguaci circa) e quella senza un leader definito ma che raccoglie oltre a Gotor anche Civati, Fassina, Cuperlo, Mineo, Chiti, Mucchetti, Bersani e del quale nessuno sa la reale entità, si ipotizzano circa 110 o 140 ma potrebbero essere sicuramente di più visto che nelle file più orientate a sinistra del PD la critica nei confronti del Premier è diffusa ed ultimamente in crescita. Le due correnti si oppongono in tutto e per tutto al patto del Nazareno che guardano con sospetto come una consegna in ostaggio al partito avversario per definizione.

La spaccatura sull’Italicum ha legittimato una domanda che aleggiava già da tempo, cioè se la maggioranza di Governo sia ancora quella che Renzi presentò al presidente della Repubblica Napolitano nel momento in cui fu chiamato a succedere ad Enrico Letta. Probabilmente non lo è più e probabilmente e se non fosse che il seggio del Quirinale è coperto dal facente funzione Grasso (che pure ha tutti i poteri del Capo dello Stato) ci sarebbero gli estremi affinché venisse chiesta una verifica Parlamentare ed eventualmente uno scioglimento delle Camere. Ovviamente ciò non accadrà e tutto rimarrà in stallo fino alle elezioni che inizieranno Giovedì 29; quello sarà il campo da gioco dove, grazie al voto nascosto dal catafalco, potranno verificarsi clamorosi ribaltamenti e colpi di scena dopo i quali tutto sarà davvero possibile.

Le elezioni al Quirinale saranno un esame principalmente per il PD, benché il Premier tenti di mediare per mantenere una difficile ed ormai innaturale unità nel partito. L’ala di Fitto in FI non pare in grado di impensierire e neppure sembra poter instaurare una qualche alleanza strategica di peso. I Democratici invece devono portare a termine un’importante riflessione che dopo il caso Cofferati non può più essere rimandata. Necessariamente devono chiedersi che futuro vogliono avere e decidersi una volta per tutte. Mentre Bersani e Cuperlo, forse troppo legati come del resto molti elettori al marchio PD, han dichiarato di voler rimanere tra i Dem e provare ad indirizzare verso sinistra l’operato di Renzi, Civati ha carpito la proposta di alleanza lanciata da Vendola con apertura verso il M5S per l’elezione del nuovo inquilino del Colle. La rottura tra Premier è Fassina non è più sanabile dopo la dichiarazione dell’Economista Bocconiano secondo cui Renzi sarebbe stato il capo dei 101 che boicottarono Prodi ed anche il paragone dipinto da Cuperlo tra l’attuale PD ed una nuova grande Balena bianca stile DC, però peggiore della DC degli anni 90 poiché ammiccante a destra, lascia vaticinare tensioni imminenti nonostante la pacatezza e l’atarassia infusi dai modi “cuperliani”.

Le mosse che questa parte del PD può mettere in campo sono sostanzialmente due.

La prima è di accettare di rimanere nel PD prendendo però coscienza di non avere possibilità di scalfire le decisioni e la marcia del risolutissimo Renzi che non può permettersi di cessare la sua corsa, anche se talvolta non lascia intendere verso quale destinazione.
Sarebbe per i più sinistrorsi dei democratici l’accettazione dell’insignificanza all’interno del partito che alcuni di loro hanno fondato, in cambio di una buona e solida posizione al governo, accettando che il nuovo bacino dei loro elettori si sposti sempre più dal centro sinistra al centro destra. Del resto, guardando ai numeri elettorali, la mossa è tutt’altro che stupida. L’Italia degli ultimi anni è un paese orientato a centro-destra e questa parte politica non ha attualmente una rappresentanza convincente, così Renzi ha deciso di insinuarsi in questa faglia per fare suoi quanti più elettori possibile subendo di contro qualche perdita sul fronte opposto di centro-sinistra sicuro che il bilancio complessivo della sua scelta sarà positivo. In tal senso, stante il patto del Nazareno, il paragone con una nuova destrorsa Moby Dick calza a pennello.

La seconda opzione dei Dem di sinistra è quella di riunirsi, fuoriuscire e fare fronte comune con SEL ed M5S per battere il Governo, provando a far saltare il patto del Nazareno proprio sul Ring del Quirinale. Se questa mossa riuscisse potrebbe davvero aprire le porte a tutti gli scenari, inclusa la verifica della maggioranza parlamentare, lo scioglimento delle camere e le conseguenti elezioni anticipate, che, contrariamente a qualche mese fa, con i nuovi rapporti di forza potrebbero essere più complesse del previsto per il Premier.
Questa seconda possibilità è ovviamente rischiosa e la scarsa determinazione di Bersani e Cuperlo fanno pensare alla consapevolezza di un numero complessivo di seguaci insufficiente. La posizione di Renzi invece è forte ed il Nazareno sembra solido anche perché Berlusconi ha tutto l’interesse a rimanere in sintonia con il Premier per poter avanzare richieste circa il decreto sul fisco in calendario il 20 febbraio, del resto ha già accettato e votato una legge elettorale che Romani (FI) ha chiaramente detto non essere di gradimento di FI. Per l’ala di sinistra del PD l’unico modo per far saltare il Nazareno tra le forche caudine del Colle è quello di raccogliere un numero consistente di sostenitori e stringersi con SEL, M5S, eventuali fuoriusciti dal M5S e qualche centrista ed andare a proporre fin dalle prime votazioni un nome forte ed autorevole non rifiutabile dal PD ma inaccettabile a Berlusconi. Il primo della lista rimane ovviamente Prodi (M5S dovrà farsene una ragione e finalmente scendere a compromesso se non vuole continuare una politica decisamente poco produttiva rispetto ai voti ottenuti), ma anche lo stesso Bersani, Emma Bonino (con i giustificati dubbi relativi alla sua malattia) oppure, uscendo dall’ambito dei politici di professione alla volta dei tecnici, l’ex Ministro della Giustizia Paola Severino di Benedetto o Ilda Bocassini.
Una volta proposti fin da subito nomi di simil calibro potrà essere messo alla prova il Nazareno che con tutta probabilità ha nei piani di propendere verso l’elezione di una personalità neutrale, non decisionista, poco incline all’azione politica ed allo scioglimento delle Camere, garantista (con Berlusconi in particolare) e magari dal profilo più economico (Visco potrebbe rispondere a queste caratteristiche, anche se ufficialmente, come Draghi, si è tirato fuori dalla corsa).

Non rimane molto da attendere, meno di una settimana, tutta la politica italiana è mobile con l’obiettivo del Colle e del Governo; essa sta operando nella costruzione di alleanze talvolta trasparenti e destinate a durate talvolta celate e transeunte. Si trova di fronte ad un bivio, per ora possiamo solo esercitarci ad analizzare scenari ed avanzare ipotesi più o meno verosimili. Le danze però si apriranno al pubblico mercoledì sera o giovedì mattina con la presentazione del primo candidato ufficiale e poi a partire dalle 15 con l’inizio delle votazioni.

PS: il vero outsider comunque è sempre e solo uno: Giancarlo Magalli!

LINK:
L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato
22-25-29: Board BCE, elezioni in Grecia, inizio votazioni per il Quirinale. Un terno dalle conseguenze importanti ed imprevedibili
Lo strafalcione della norma fiscale del 3% e delle sue contraddizioni nel momento più critico possibile
Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche

23/01/2015
Valentino Angeletti
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Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso.

Giunto il giorno QE, acquisto illimitato di titoli di debito Sovrano da parte della Banca Centrale Europea, non ci sono stati colpi di scena da parte di Draghi e QE è stato. Anche l’entità non sembra trascurabile. Bene dunque la decisione della BCE di procedere con i QE, anche se sicuramente molto in ritardo (qui come altrove la misura era da tempo invocata), almeno 18 mesi, ma meglio tardi che mai.

Il piano prevede l’acquisto fino a 60 miliardi di € al mese fino a settembre 2016, 19 mesi quindi per un totale di 1’140 miliardi di € teorici, o comunque fino a quando l’inflazione non avrà raggiunto il target leggermente sotto il 2%. Non potrà essere acquistato più del 33% di un debito sovrano e mai più del 25% per relativamente ad ogni singola emissione, le scadenza vanno dai 2 ai 20 anni. Una bella somma anche se non paragonabile a quella della FED del 33% più consistente su base mensile, ma ci si può accontentare.

La perplessità riguarda però la struttura di garanzia perché l’80% dei bond verrà garantito dalle Banche Centrali Nazionali (Bankitalia nel nostro caso) ed il restante 20% dalla BCE stessa, che scende all’8% considerando che il 12% è relativo ad eventuali emissioni di altri soggetti europei come BEI o ESM garantiti pariteticamente da BCE ed istituti nazionali (riducendo la quota parte dei 60 miliardi che verrà impiegata per acquisto di titoli di stato a poco più di 50 mld).
Il che vuol dire che la maggior garanzia (80%) a copertura ad eventuali default (un caso talmente problematico da diventare solo uno dei tanti problemi che si creerebbero, seppur il precedente Greco esista), o anche ad ondate speculative sugli spread (e l’Italia dopo la Grecia è la prima preda) è fornita dalla Banca Centrale Nazionale stessa, ossia dallo Stato, ossia dai cittadini che non è escluso possano dunque dover essere chiamati a contribuire in un qualche modo (leggasi tasse o come vedremo dopo riserve auree) se le cose non dovessero andare proprio come previsto e, facendo i debiti scongiuri, fino ad ora non sono mai andate come previsto in campo monetario.

Ancor peggiore è il messaggio che traspare dalle mosse della BCE, ossia che per quanto remoto un default è possibile (se ne accorgeranno anche i mercati di questo risvolto non troppo sottile) e pertanto l’istituto di Francoforte, sicuramente sospinto dalle pressioni tedesche, ha ritenuto di chiedere garanzia alle Banche Nazionali. Inoltre gli acquisti verranno fatti in proporzione alle quote delle singole Banche Nazionale nella BCE stessa e quindi in prevalenza verso la Germania (con il suo 17% nella BCE), ma anche il 12% italiano non è trascurabile. Alla luce di questa percentuale si evince anche che la garanzia che deve assicurare l’istituto di Visco è coperta in buona parte dalle riserve auree del tesoro. Per il nostro paese poi si andrà a delineare un’ulteriore nazionalizzazione del debito, o meglio della sua garanzia, già detenuto per la maggior quota da banche nostrane, comportando che in caso di problemi di solvibilità e di eventuale uscita dall’Euro (ipotesi che comunque sarebbe drammatica) gli istituti e gli stati esteri avrebbero meno interesse ad operare un salvataggio nei nostri confronti, mentre ad essere penalizzati sarebbero i detentori, istituti italiani, cittadini e Bankitalia, del nostro debito. Quindi, ricapitolando molto semplicisticamente la BCE acquisterà titoli sovrani di vari paesi poco appetitili dal mercato e con interessi relativamente bassi che gli verranno corrisposti (bassi interessi per 60 miliardi al mese per 19 mesi sono comunque somme non nulle), di contro fornirà liquidità al sistema per riportare l’inflazione attorno al 2% ricevendo comunque la garanzia che, nel caso peggiore di un default totale, l’80% del capitale iniettato sarà coperto dagli Istituti Nazionali, e nel caso italiano (il più problematico a livello europeo) con la certezza di sufficienti riserve auree, quello che invece è chiamata a coprire direttamente, come abbiamo visto sopra, è l’8% che probabilmente dopo qualche mese potrebbe esser già stato coperto dagli interessi corrisposti per la detenzione di Bond.

Poco rischio, buona resa e tanta immagine: gran “mossa Draghi”, il quel dopo questa soluzione è ancor meno appetibile per il Quirinale visto che anche la Merkel si potrebbe essere convinta che il Governatore sta assolutamente bene dov’è attualmente, almeno fino al 2019. Speriamo che tutto funzioni senza intoppi e che gli Stati non si adagino sugli allori (e si deve dare ragione alla Merkel quando afferma che il QE non dovrà fermare il processo di riforme) reputando a torto questa mossa una panacea o una manna, che in realtà rimarrà inutile senza le opportune riforme, investimenti, innovazione ed innesco del meccanismo “crescita potere d’acquisto – domanda – creazione di lavoro”. I soldi non sono tutto e si possono avere in grande quantità, ma a poco servono se non sono impiegati nel modo giusto e più redditizio possibile, quindi investimenti con ritorno strutturale nel medio lungo periodo come, più che strade e ponti, infrastrutture tecnologiche e digitali, istruzione, ricerca innovazione.

Insomma la vera condivisione dei rischi e dei benefici che l’UE dovrebbe perseguire con immane ritardo e che avrebbe aiutato a contrastare la crisi è ancora lontana; vero, c’è un inizio di discontinuità con una minima condivisione, ma ancora non sufficiente. In sostanza le posizioni tedesche si sono fatte nuovamente valere, infatti con il suo Rating la Germania continua a non rischiare troppo nè a voler contribuire per rendere più stabili altrui condizioni.
Rimane da augurarci che tutto vada per il meglio, non ci siano intoppi ed il denaro sia fatto arrivare immediatamente all’economia reale ed alle attività produttive, fermo restando che la mission del QE non è immettere liquidità nel sistema economico, né abbassare la disoccupazione come in USA, bensì perseguire il 2% di inflazione. Di certo l’Europa unita, quella dei popoli e della cooperazione e della condivisione quasi totale pensata dai Padri Fondatori che tutti invocano è ben altra cosa.

22/01/2015
Valentino Angeletti
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Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama

Politicamente importanti in queste ore, soprassedendo per qualche istante la successione Quirinalizia che da tempo anima il dibattito ed in merito alla quale si stanno svolgendo serrati incontri per la definizione del candidato comune più ampiamente condiviso, ma anche strategie alternative atte alla stesura di chissà quali imboscate, sono le discussioni, animatissime come conviene al più consueto italico costume, su Investment Compact e sulla legge elettorale “Italicum”.

Relativamente all’Italicum i punti cardine più caldi sono l’attribuzione del premio di maggioranza e le liste bloccate. La divisione che rischia di far vacillare il patto del Nazareno risiede principalmente nei nodi dell’attribuzione del premio di maggioranza alla lista, ipotesi prediletta dal PD essendo i Democratici il partito con più votanti in assoluto, o alla coalizione, opzione preferibile per FI (non necessariamente a Berlusconi che potrebbe appoggiare Renzi sull’Italicum chiedendo poi sul contropartita al Quirinale) in quanto così facendo esisterebbe una remota possibilità anche per una eventuale coalizione di centro destra da far comunque rinascere dalle sabbie di un deserto tartaro ove attualmente è il nulla, e delle liste bloccate o meno. Riguardo al blocco delle liste invece i maggiori dissensi sono interni al PD ove, secondo i detrattori che annoverano tra le loro fila anche Bersani, Mineo e Civati, l’impostazione renziana consentirebbe la perpetrazione di un Parlamento di nominati. Dopo l’uscita di Cofferati, la quale inevitabilmente apre nel partito un’evidente ferita che prima si cercava di nascondere, ogni tensione interna al PD, inclusa quella sull’Italicum, può essere l’innesco di un’implosione. I Democratici tendono a minimizzare, ma la possibilità è concreta e gli stessi vertici Dem lo sanno bene come sanno, pur rimanendo ignota la reale magnitudo, che l’elezione del nuovo Presidente non sarà immune da quei sentimenti dissenzienti talvolta quasi rancorosi. Sull’Italicum anche in FI si è potuto osservare una presa di coraggio di un manipolo di dissenzienti fattosi col trascorrere delle ore più consistente che nella segretezza del voto Quirinalizio potrebbero far fronte comune con i Democratici “riottosi” .

Passando all’Investment Compact (IC), al suo interno v’è una proposta passata sotto silenzio ma che fa riflettere sullo stato del nostro paese e risponde ad alcuni perché, ma la misura nell’occhio del ciclone riguarda la nuova strutturazione delle banche Popolari e di Credito Cooperativo.

La prima proposta a cui mi riferisco è la garanzia di esenzione da ogni modifica normativa e legislativa, inclusi eventuali pagamenti retroattivi (tanto frequenti in Italia) che nuove norme potrebbero eventualmente introdurre, che l’IC assicurerebbe alle imprese che investono almeno 500 milioni di € in Italia e per tutta la durata dell’investimento. Assolutamente corretta questa misura come corretto e doveroso è cercare di attrarre ed attivare capitali ed investimenti, ma viene da chiedersi perché quello che dovrebbe essere un diritto (più di buon senso ed equità che di conformazione prettamente tecnico-accademica) per tutti: cittadini ed imprese, venga quasi presentato con questa norma dell’IC come una particolare forma di trattamento che è effettivamente assente in Italia, ma un principio comune altrove? Perché se sono un privato cittadino, una PMI, un artigiano o una partita IVA posso subire ogni modifica e mi può essere richiesto di corrispondere emolumenti su periodi trascorsi dovuti a modifiche or ora introdotte ma con attuazione retroattiva che spesso paiono confliggere evidentemente col principio di intoccabilità dei diritti acquisiti che sempre è valido per certi, privilegiatissimi, trattamenti (che magari possono pure giudicare o partecipare al giudizio in merito alla correttezza costituzionale della norma che li andrebbe a penalizzare)? In sostanza si fa passare ciò che dovrebbe essere normale, e lo è ampiamente altrove, come una concessione, che sicuramente potrà portare qualche grande investimento in più, ma potrebbe far pensare a qualche PMI (quelle che non lo hanno già fatto) di essere finite nel paese sbagliato. Ben vengano i grandi investimenti e ben vengano tutte le misure al loro sostegno, ma bisogna far in modo che anche le PMI e gli artigiani godano di simili o medesimi trattamenti così da dare spinta anche agli investimenti medio-piccoli, che, viste le dimensioni medie ed i fatturati medi del tessuto imprenditoriale nostrano, possono coinvolgere un gran numero di soggetti al momento senza possibilità di investire, ma che sommando ed incanalando il loro potenziale complessivo riuscirebbero a fungere da prestatissimo motore economico interno (ovviamente gli sgravi alle imprese innovative e che investono in ricerca anch’essi presenti nell’IC sono da considerarsi encomiabili ed utili in tal senso, ma non bastano). Altrimenti la sensazione trasmessa potrebbe essere che ai grandi o già privilegiati tutto è concesso, gli altri invece possono essere soggetti (quasi in balia) a tutto.

Riguardo alla modifica sistema delle Popolari e BCC va detto che in ultimo le BCC sono state escluse dal provvedimento e quindi manterranno l’attuale struttura, mentre le Popolari invece dovranno passare dal voto capitario (una tesa un voto a prescindere dalla quota di azionariato detenuta) ad un modello SpA ove i voti pesano in base alle quote detenute. Ciò dovrà avvenire entro 18 mesi e la misura è circoscritta a quegli istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di € (10 istituti in totale).

Il passaggio al voto proporzionale alle quote di azionariato caratteristico delle SpA rispetto all’attuale meccanismo di “una testa un voto di ugual peso per tutti” renderebbe queste banche nate come territoriale ampiamente scalabili. Vero che gli istituti più piccoli con attivi inferiori ad 8 miliardi di € hanno facoltà di mantenere l’attuale struttura, ma la storia insegna che la tendenza nel medio periodo è quella di un totale allineamento. L’idea originaria sarebbe di fortificare le Popolari facilitando le fusioni oppure incentivando la quotazione in borsa. Nella realtà delle cose però, aprendo così la stagione di M&A che si sapeva avrebbe dovuto iniziare considerando lo stato del sistema bancario italiano ritenuto sottocapitalizzato anche per via di distorsioni di valutazione nel criteri di Basilea alla base degli stress test europei che attribuiscono un rischio minore ai derivati rispetto al credito alle imprese,  è molto più probabile che siano le grandi banche del nord Europa ad avanzare tentativi di scalata rispetto alle maggiori banche nostrane molto più piccole e con minori risorse finanziarie rispetto ai colossi nordici (siamo in presenza di differenze dall’ordine di grandezza in su). Detto ciò è evidente che l’intendo del Premier Renzi, dichiarato apertamente, di voler supportare un credito che langue e di voler togliere potere ai banchieri potrebbe produrre l’effetto esattamente opposto, ossia conferire maggior patere a banchieri sempre più grossi e probabilmente tedeschi, svedesi, olandesi o francesi; dopodiché, una volta che una “Major Bank” entra in possesso di una Popolare, non ci si può attender altro che una revisione dei piani strategici/industriali i quali verranno improntanti sicuramente ad un maggior utilizzo della finanza e meno del credito, che languirà ulteriormente, per ovvie ragioni di redditività e di calcolo del rischio dei criteri Basilea (come accennato sopra). Inoltre, seguendo l’innovazione tecnologica, di processo e di gestione delle filiali e del personale, è scontato un maggior utilizzo dell’internet banking, come sta accadendo ovunque, a discapito dello sportello con ovvie ripercussioni sui dipendenti, sull’occupazione e probabilmente coinvolgendo il Governo in nuovi tavoli di crisi.  

A quel punto però nessuno potrà lamentarsi o lanciare accuse (e sono certo che saranno molte) se il modello nordico non piacerà o non era il risultato che nelle intenzione si avrebbe voluto raggiungere, ma vi saranno solo solo mea culpa da fare.
Sicuramente l’ambito delle Popolari e Crediti Cooperativi è molto, troppo, legato a fondazioni, politica e poteri territoriali e va riformato indiscutibilmente. Per tale ragione non pare essere vincente neppure la scelta di mantenere lo status quo delle BCC. Forse prima che rendere storici istituti nati per il territorio scalabili con pochi spiccioli sarebbe il caso di modificarne la regolamentazione e la missione, intensificare i controlli sui rapporti con la politica ed i poteri territoriali, pur mantenendo la loro natura che per mission stessa dovrebbe essere, a livello torico perché recenti e recentissimi episodi hanno dato evidenza che spesso non è stato così (vedi Carige e Baca Marche o, salendo di livello, MPS), già al servizio dello sviluppo del territorio e del tessuto imprenditoriale locale attraverso la preminenza della componente creditizia.

La predominanza nel sistema bancario moderno delle attività speculative e finanziarie, spesso shadow e non regolamentate, è stata e continua ad essere uno dei fattori che hanno squilibrato la distribuzione di ricchezza nel mondo creando nicchie di ricchi e ricchissimi, orientativamente un 10% della popolazione con l’aberrazione che nel 2016 l’1% dei più ricchi deterrà le stesse ricchezze (forse addirittura le supererà) del restante 99%. Questo 1%, circa 34.8 milioni di persone (nei paesi considerati dallo studio), ha visto passare i propri patrimoni rispetto alla ricchezza globale dal 44% nel 2009, al 48% del 2014 e arriverà al 50% nel 2016. Anche l’Italia non fa eccezione ed i ricchi stanno diventando sempre più ricchi, anche se rispetto agli anni addietro si sono maggiormente arricchiti esponenti del settore industriale rispetto a quelli del settore finanziario.

Assieme alla sicurezza geopolitica e cooperazione, ai cambiamenti climatici ed inquinamento, alla politica monetaria globale, ad un paradigma economico troppo poco incentrato sulla creazione di reale e tangibile valore a discapito della finanza, quello della disuguaglianza e della ridistribuzione della ricchezza (strettamente legato all’argomento precedentemente detto) sarà un tema centrale sia per il World Economic Forum 2015 di Davos sia del discorso del Presidente Barak Obama sullo stato dell’Unione (USA). Le ultime manovre di Obama, caratterizzate da un aumento delle tasse per i più ricchi in favore della classe media maggiormente depauperata dagli anni di crisi, vanno proprio in tal senso, con l’evidente (prima o seconda) finalità di cercar di recuperare i consensi che le elezioni di Mid-Term hanno evidenziato essere molto bassi.

Nulla di nuovo sotto il sole si potrebbe ironicamente parafrasare, visto che i medesimi argomenti erano stati trattati nell’edizione 2014 del World Economic Forum di Davos con una Lagarde che parlava proprio di redistribuzione, così come nel discorso di Obama dello stesso anno. Erano inoltre già ben visibili da tempo e non servivano schiere di economisti, luminari e capi di stato per identificarli…. peccato però che dal 2014 tante parole sono state dette, tanti propositi sono stati fatti, ma pochi risultati raggiunti, anzi, come certificato in questi giorni dal rapporto Oxfam, il divario tra ricchi e poveri si è acuito ulteriormente nell’ultimo anno. Come spesso accade questi aulici consessi altro non sembrano che sfilate di esercizi verbali dalle migliori intenzioni ma dal nullo seguito.

In calce alcuni link che dimostrano come il problema della disuguaglianza e la necessità di redistribuzione sia già da molto tempo evidente:

  1. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/14
  2. Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche (discorso stato Usa 29/01/14)
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14
  4. Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata 19/08/14
  5. Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
  6. Europa ed Olli Rehn VS Italia 03/12/13
  7. Per chi ieri ha potuto vedere servizio pubblico … Renzi VS Michele 08/11/13
  8. Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza 15/09/13
  9. Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
  10. Missione impossibile: sistema pensionistico da riequilibrare, ma con equità 22/08/13
  11. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13

20/01/2015

Valentino Angeletti
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L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

Forse non sarà destinata a lasciare il segno e non avrà seguito, ma l’uscita dal PD dell’ex segretario della CGIL, proprio quello dal carisma tale da portare due milioni di manifestanti in piazza ai tempi del Governo Berlusconi contro l’abolizione dell’articolo 18 che allora venne mantenuto ed in via di superamento proprio ora con un Governo di centro sinistra, non è un avvenimento politicamente trascurabile. Dopo le note vicende delle primarie PD in Liguria che, a detta di Cofferati avrebbero visto un’anomala affluenza di stranieri alle urne e soprattutto un un accordo con il centro destra (vi sarebbero secondo Sergio Cofferati anche supporter fascisti) il quale, in cambio del sostegno alla candidata “renziana” Patia, sarebbe stato coinvolto in accordi e coalizioni per il governo della regione. L’Esecutivo del resto è di larghe intese con il centro destra, tanto che a sostenere la convergenza verso un’alleanza simil governativa anche in Liguria sarebbe stata addirittura il Ministro della Difesa, la genovese Roberta Pinotti. Nonostante l’annullamento di circa 13 seggi che avrebbero comportato la cancellazione di 400 voti a Sergio Cofferati e di 900 a Raffaella Patia, i 4000 voti di vantaggio della renziana sono stati ampiamente sufficienti per garantirle la vittoria. L’ex sindacalista comunque è intenzionato, una volta ricevute le carte ufficiali dalle commissioni di verifica del PD, a portare tutto davanti alla magistratura per ulteriori accertamenti. L’indignazioni di Cofferati scaturirebbe dall’immobilismo e dal silenzio del suo (ex) partito di fronte ad un ennesimo caso di malcostume all’interno del meccanismo delle primarie del quale il PD di Renzi si vantano come di un grande elemento di democrazia. Non è la prima volta che ciò accade ed effettivamente se ad ogni nuova votazione si verificano brogli di differente entità e natura potrebbe esser d’uopo che i vertici di partito si domandassero se la causa è da perorarsi ulteriormente oppure se, anche per salvaguardare l’immagine stessa del partito, sia opportuno sospenderla, intensificare i controlli o quantomeno modificarne le regole. Renzi ed il suo entourage invece si sono limitati a suggerire a Cofferati di accettare la sconfitta. Ciò non è stato digerito dal “cinese” che ha deciso dunque di lasciare il PD per tornare alla sua attività di Europarlamentare (sulla quale è legittimo chiedersi se una volta fuoriuscito dal PD possa essere perseverata pur essendo Sergio stato eletto proprio come membro del PD), senza nessuna volontà di fondare un partito, un movimento, una alternativa politica oppure di schierarsi altrove; l’unica possibilità che si lascerebbe aperta è quella di una associazione culturale.

Le reazioni alla mossa di Cofferati sono state immediate, i sostenitori liguri di Civati hanno subitamente dichiarato che non voteranno la Patia, mentre Vendola ha allungato la mano verso Cofferati proponendogli di concorrere alla regione Liguria o al comune di Genova come candidato di SEL. Al momento pare che l’interesse non sia ricambiato, ma evidentemente è troppo presto per pensare ad una decisione definitiva. Vendola si è spinto oltre andando addirittura a proporre allo stesso Giuseppe Civati la fuoriuscita dal PD per fondare assieme a SEL una nuova realtà di centro sinistra. Fassina invece, critico quanto Civati nei confronti del governo Renzi che secondo lui si sta spostando irrimediabile verso i poteri forti ed il centro destra, continua a sostenere di voler rimanere nel PD cercando dall’interno di correggere a sinistra la rotta del Premier.

Non senza conseguenze dunque la mossa dell’ex CGIL. Essa pare essere quell’incipit in grado di dare la spinta e la forza, fino ad ora assenti, all’evidente dissenso interno al partito sfociato nella sua manifestazione apicale nella mobilitazione sindacale di metà dicembre e che avrebbe dovuto esser esaminato da tempo (LINK-1 – LINK-2). Finora i critici nei confronti del Governo non avevano fatto altro che pungere verbalmente l’Esecutivo lamentando che la parte più a sinistra dell’elettorato PD (almeno tutti quelli scesi in piazza San Giovanni) non è rappresentato e denunciando al Governo un’impronta eccessivamente destrorsa e confindustriale, ma mai avevano agito concretamente se non scrivendo sui loro blog personali. Renzi dal canto suo non è tipo da scendere a compromessi e, pur nel dialogo, la decisione finale pende sempre dalle sue mani. Le critiche verbali o scritte provenienti dall’interno del PD pertanto sono rimaste e rimarranno tali senza possibilità di portare a nulla. Di ciò deve prendere atto Fassina qualora volesse, come ha dichiarato, perseverare ad esprimere dissenso dall’interno al PD: sarà libero di dire qualsiasi cosa, ma che non si illuda di avere una qualche influenza.

Civati ha invece aperto alla possibilità di valutare l’uscita, probabilmente sta analizzando l’entità del suo seguito, ed in tal caso la destinazione naturale sarebbe nell’orbita di SEL.

Inutile dire come un esame di coscienza nel PD doveva essere fatto da tempo, il carro Dem è talmente colmo che non riesce a contenere tutti, troppe idee trasversali, ma poche, al limite una: il Premier, personalità forti e carismatiche. Cofferati, pur involontariamente, con la sua mossa ha dato l’impressione di quel carisma indispensabile ad opporsi al Premier e forse per coloro che non si rispecchiano più nel PD pur appratendovi è la prima ed ultima possibilità per prendere il rischio di anteporre gli ideali e dare rappresentanza agli elettori PD, che nel loro pensiero non sono più rappresentati, rispetto al mantenimento di un comodo status quo governativo dal quale sono consapevolmente ormai avulsi.

Questa situazione può avere conseguenze sull’elezione al Colle andando a mettere in difficoltà il Governo e la sua tenuta, ma solo se oltre a SEL anche un buon  numero di elementi del PD ed il M5S si riuniranno saldamente in una strategia condivisa. Potrebbe inoltre essere l’opportunità da un lato per i dissidenti PD e SEL di dar vita ad una nuova entità di centro sinistra che riprenda quei connotati anche vicini al mondo sindacale dal quale il PD di Governo è lontanissimo e dall’altro per il Governo, quindi PD di Renzi, di poter dare i natali ad una grande ed innovativa formazione di centro che sulla carta avrebbe il potenziale di avvicinarsi a quello che era la vecchia DC.

Se Atene piange Sparta non ride ed anche in FI i dissensi sono manifesti. La linea di Berlusconi sulle riforme e sul Quirinale è ritenuta troppo filo-governativa e renziana da molti, tra cui Fitto e lo stesso Brunetta, incredibilmente rimproverato dall’ex Cavaliere. Berlusconi evidentemente è imbrigliato dalla norma sul fisco la cui discussione è sospesa fino al 20 febbraio. Il travaglio berlusconiano sul fisco conferisce a Renzi un potere negoziale immane, ben oltre il patto del Nazareno, che influenzerà le elezioni presidenziali e la struttura delle riforme. Silvio Berlusconi quindi non potrà opporre troppi veti nè su un tema nè sull’altro, cosa che invece vorrebbero fare in modo più deciso molti dei suoi ed ovviamente, nei limiti delle percentuali, il NCD.

Come si può osservare la situazione è complessa e fluida, tali attributi si estenderanno al voto Quirinalizio rendendo la partita più incerta di quanto già non fosse e forse sparigliando le strategie di Renzi, il quale pur dovendo affrontare l’elezione di un Presidente della Repubblica che è per definizione insidiosa ed in grado di mettere in difficoltà chiunque, poteva contare sulla possibilità di giocare una partita all’attacco forte dell’assenza di reali rivali ed alternative al suo carisma, di un PD diviso internamente ma senza influenza fuori da un partito guidato saldamente da lui stesso, da un M5S assolutamente indebolito dalle espulsioni, dalle fuoriuscite volontarie e da Grillo che pare senza linea definita ed ormai con poca coerenza (ad esempio su Prodi al Quirinale), infine sulle divisioni di FI e sulla fondamentale pedina di scambio delle norme fiscali legate a stretto giro alla futura libertà e eleggibilità o meno di Berlusconi.

Adesso tutto è molto più incerto, nuovi rapporti di forza ed altre strategie segrete si comporranno e si disgregheranno più volte nei prossimi giorni. Sicuramente questa è la prima vera grande crisi di reputazione ed immagine sia tra membri e direttivo del PD sia tra gli elettori che il Governo Renzi si trova a dover gestire ed avviene in uno dei passaggi parlamentari più complessi.
Chissà se Renzi sarà il Teseo in grado uscire dal Dedalo Quirinalizio che, col trascorrere del tempo, va rendendosi sempre più intricato.

18/01/2015
Valentino Angeletti
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Breaking News Economy

++++Breaking News Economy

Bank Of China supera la soglia del 2% in Terna, lo comunica la Consob.
Lo scorso anno la Cina ha superato il 2% anche in Eni, Enel, Telecom e detiene il 35% di CdP Reti con esplicite manifestazioni di interesse per Snam e per le eventuali nuove quotazioni di aziende Energy ed Oil&Gas che il Governo si appresterà ad operare così come per Ilva (anche se ormai la Cina pare fuori gioco sull’azienda di Taranto). Le infrastrutture strategiche di Energia e Tlc interessano al Dragone così come le commodities (Oil, Gas & Rare Earth), le terre coltivabili e le banche (animeranno la stagione dei M&A italiani che si sta per aprire). Lo si evince chiaramente dalle loro strategie industriali molto aggressive ed espansive verso l’estero.

Oltre al prezzo del greggio scende anche il prezzo del Rame, il metallo più utilizzato in industria che evidenzia un rallentamento nelle attività produttive a livello mondiale. Ciò può giustificare il taglio di 0.4% del PIL mondiale operato nelle sue stime dalla Banca Mondiale che fissa la crescita globale al 3% per il 2015 (dal precedente 3.4%).

Anche Bankitalia ha tagliato la stima sul PIL 2015 italiano portandolo da +1.3% a +0.4% ed a +1.2% nel 2016 (livello che potrebbe iniziare a sortire qualche effetto sulla riduzione della disoccupazione). Secondo l’istituto permarrà anche nel 2015 lo scenario deflattivo stimato in -0,2% al quale contribuisce il prezzo del greggio ai minimi.

Il prezzo del petrolio rimane ai minimi e le prime piccole aziende che operano nel campo dello shale oil in USA iniziano a fare bancarotta, mentre le major per via del loro portfolio diversificato, riescono ancora a sopportare seppur soffrendo. Molto male anche per le aziende e gli stati come la Russia o la Norvegia che si approvvigionano in gran misura dal mare del nord ed off-shore ove la difficoltà delle condizioni operative rende le estrazioni molto onerose e non coperte dagli attuali prezzi dell’ “oro nero”. BP ha annunciato il taglio di 300 dipendenti in alcune piattaforme Off-Shore del Mare del Nord. Al momento l’offerta petrolifera riesce a sopperire alla domanda bassa per il rallentamento mondiale, la riduzione in atto degli investimenti in operation ed R&D da parte delle major oil&gas può comportare una riduzione nella produzione di lungo periodo con possibile incapacità di sopperire alla domanda una volta che sarà risalita: potrebbe essere la scintilla che da il via ad un più determinato sgancio dell’economia dal petrolio verso altre fonti (elettrico, gas, ngl ecc).
Attenzione però a non fare stime economiche sulle attuali quotazioni del greggio perché non sono destinate a durare.

(per la questione rapporto Franco – Euro leggere link:
Sgancio Franco-Euro: effetti noti ed una perversa opportunità per pochi )

Passo e chiudo++++++

16/01/2015
Valentino Angeletti
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