Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio.

Passata la “sbornia” da risultato elettorale greco con la vittoria di Syriza e messa da parte per un attimo la corsa al Quirinale in attesa che vengano lustrati i catafalchi, è interessante soffermarsi un attimo sulle prime mosse del nuovo Primo Ministro greco e sulle conseguenti reazioni europee.

Come sappiamo (Approfondimenti Link 25/01 – Link 27/01) i capisaldi del programma di governo firmato Tsipras sono il taglio delle tasse, maggior spesa per investimenti e welfare, sanità in particolare, azioni sul debito, rifiuto dei programmi della Troika e quindi disdetta degli impegni presi dal governo precedente con UE, BCE, FMI. La determinazione nel perseguire i suoi obiettivi sono subito stati dimostrati dall’alleanza che nel giro di poche ore il neo-premier ha stretto con la formazione di destra Anel, fuoriuscita dal partito di Samaras Neo-Demokratia proprio per seguire la sua impronta più marcatamente anti-Europea, nonostante i moltissimi aspetti sui quali Syriza e Anel si collocano in posizioni diametralmente opposte, primo tra tutti l’immigrazione. Tsipras ha già formato il Governo, assegnando ad Anel il ministero della difesa ed accorpando vari dicasteri, per la maggior parte ora ricoperti da economisti di fama mondiale ascrivibili comunque alla sinistra del suo partito, così da scendere dai 16 del precedente esecutivo ai 10 attuali. Nonostante il giuramento ufficiale del Governo avverrà i primi di marzo, Tsipras ha già convocato il primo CdM con in OdG l’aumento degli stipendi lordi mensili dai 450€ a 751€ ed il blocco della privatizzazione del porto del Pireo avviata dal Governo Samaras.

Ora sarà fondamentale capire come il giovane Premier avrà intenzione di coprire economicamente le promesse fatte, non mantenerle gli costerebbe una perdita di credibilità irrecuperabile ma soprattutto una reazione sociale che è facile prevedere almeno belligerante. Le opzioni “canoniche” per il reperimento di risorse economiche sono principalmente due: il prelievo fiscale, impraticabile nel rispetto dei suoi programmi di riduzione fiscale ed il ricorso ad altro debito assai difficile da ottenere viste le sue intenzioni di azione su quello pregresso. Facile intuire che il suo compito sarà decisamente arduo così come i negoziati che, dopo aver presentato in modo preciso i suoi piani al momento ancora ignoti, dovrà intavolare con l’Europa.

Le possibili operazioni sul debito che la Grecia potrebbe mettere in campo sono l’insolvibilità di una parte di esso (alcune voci parlano del 60%) nel più classico stile Haircut come peraltro la Grecia già fece per una quota del 40% gli anni addietro oppure un allungamento dei tempi di restituzione, che tecnicamente sarebbe assimilabile ad una riduzione degli interessi corrisposti annualmente ai propri creditori.

Le reazioni alla potenziale revisione del debito ed alla sospensione del programma della Troika da parte delle entità istituzionali non sono state tenere. Da più parti, a cominciare dalla tedesca Bundesbank con il “puntuale e spesso fori tempo” Weidmann, hanno ribadito che qualsiasi nuovo Governo greco dovrà rispettare senza deroghe gli impegni presi dal suo predecessore inclusi quindi i piani della Troika. Non rispettarli significherebbe per la Grecia essere esclusa dalla possibilità di beneficiare dei QE della Banca Centrale. Venir meno a questi impegni lederebbe la credibilità del nuovo esecutivo di fronte al mondo governativo-istituzionale, ma rispettarli per Syriza significherebbe tradire il proprio elettorato. La Merkel ha voluto invece rimarcare come la Grecia già ora goda di condizioni di favore sul suo debito e che i primi rimborsi ai paesi membri ed alle varie banche centrali inizieranno solo nel 2020, non ci sarebbe dunque alcuna necessità di ulteriori dilazioni. Differente (come fa notare Federico Fubini, firma economica de La Repubblica) il discorso per il FMI che dovrebbe essere il primo a ricevere alcune trance di pagamento, tanto che la Governatrice Lagarde si è affrettata a chiarire che il fondo non ritiene assolutamente accettabile alcun alleggerimento del debito greco.

Dalla Grecia invece risuona, carica di un realismo difficilmente opinabile, la dichiarazione rilasciata alla Bbc dal viceministro con delega ai rapporti economici internazionali di Syriza Euclid Tsakalotos:

“E’ irrealistico aspettarsi che la Grecia possa ripagare interamente il suo enorme debito, nessuno crede che il debito greco sia sostenibile, nessun economista può’ pensare che potremo pagare tutto quel debito. E’ impossibile” (dubbi sulla sostenibilità del debito sono stati avanzati in passato anche in riferimento a quello italiano: link).

Considerando le condizioni sociali dell’attuale Grecia ed il loro continuo deterioramento nel corso degli ultimissimi anni e mesi, benché alcuni parametri macro-economici siano in miglioramento (come il PIL, ma l’utilizzo del PIL come indice di benessere diffuso, crescita e sviluppo di un paese e dei cittadini è da più fronti criticato, proprio sull’Avvenire vi è un’intervista all’Ex Ministro Giovannini in merito a questo tema: Link), è evidente che le concessioni favorevoli sul debito non siano sufficienti ad invertire il trend sociale greco, il più importante affinché la tenuta del paese sia stabile, che va invece come una rapidissima funzione monotona decrescente.

Le condizioni di favore riservate alla Grecia nella gestione del suo debito non sono ascrivibili alla flessibilità dei patti europei come per contro lo è il vincolo sul 3% del rapporto deficit/PIL o il fiscal compact relativo al percorso di rientro sul debito, ma identificano pur sempre misure di flessibilità degli approcci, modelli e piani di gestione delle crisi economiche adottati dall’UE. La flessibilità concessa, sicuramente in ritardo, entro i patti europei e sbandierata dalle istituzioni UE come fosse chissà quale vento innovativo e foriero di sviluppo e benessere, proprio come le concessioni fatte alla Grecia sul suo debito, non ha sortito effetto e nel suo complesso anche in Europa la situazione non ha subito una virata decisa.

Tanto per confermare l’impostazione europea, con preminente influenza tedesca, al rigore vi è la soglia del 3% del rapporto deficit/pil rimasta invalicabile. In vista della revisione della legge di stabilità italiana (ma anche francese e belga) l’UE ha aperto un dossier sull’Italia (non una procedura di infrazione o un provvedimento specifico) ove viene ricordato che i margini di flessibilità per il nostro paese sono risicatissimi essendo il rapporto deficit/PIL prossimo al 3%, insomma fare attenzione a non sforare.

Il Ministro dell’Economia Padoan ha tenuto a rassicurare che per il nostro paese non ci sono problemi, la situazione è in lento miglioramento, ed il PIL, come esposto dal Vice Direttore Generale di Bankitalia Panetta, andrà meglio rispetto a quanto stimato precedentemente (Pil +0,4% nel 2015 e +1,2% nel 2016) anche se l’istituto di via XX Settembre non azzarda previsioni ufficiali. Del resto lo scenario rimane fragile, il rischio sul credito in ribasso ma comunque elevato, le riforme ancora da portarsi ad un livello attuativo ed inoltre i nuovi vincoli patrimoniali sulle banche imposti da Basilea sempre più ferrei rischiano di strozzare la ripresa. Al miglioramento sul PIL supposto da Bankitalia contribuirebbe il QE della BCE. In realtà siamo ancora in una fase ipotetica in quanto all’obiettivo del target sull’inflazione non corrisponde automaticamente maggior liquidità disponibile all’economia reale. Liquidità in grado di andare a colmare le lacune presenti sul fronte investimenti. In tal senso il supporto pubblico pare un elemento importantissimo per attivare progetti ed alto tasso occupazionale o ad alto contenuto innovativo che mobilitino un “ecosistema” di attività correlate, un consistente indotto e quindo uno scenario più fertile ove la presenza di contratti ed ordini possa sbloccare richieste di credito da parte delle aziende in grado di garantire le banche con il valore delle loro commesse profittevoli.

In sostanza senza un fattore che scateni gli investimenti, ossia più liquidità diretta al sistema economico e subito disponibile che attivi l’occupazione, sembra mancare un anello alla catena. Esso a regime potrebbe essere rappresentato da investimenti privati, ma nell’immediato sono gli investimenti pubblici a permettere di convogliare verso le aziende la liquidità dei QE così da riuscire, come si dice in gergo, “ad imporre al cavallo di bere”.  Il vincolo del 3% è un anestetico enorme per questo fattore scatenante che se non verrà innescato andando al di là del concetto di flessibilità applicato tuttora ai patti europei e nel passato alla gestione del debito greco, sia per l’Italia che l’Europa sembra non esserci nessun altro destino se non la stagnazione o peggio la recessione.

Valentino Angeletti
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2 Risposte

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  2. […] Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio […]

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