Archivi Mensili: febbraio 2015

Dati ISTAT in leggero miglioramento, ma piedi per terra, rimangono ancora asfittici

Parrebbero stavolta più confortanti i dati diramati dall’Istat, ma Lucrezia Reichlin, intervistata da Repubblica, frena gli entusiasmi (un Renzian-Gufo anche lei visto che sembrava dovesse essere in lizza per il Ministero dell’Economia?):
“La ripresa c’è, ma è ancora troppo debole, non sufficiente. È una condizione quasi fisiologica dopo 4 anni recessione. Inoltre è principalmente trainata dall’export”.

Aggiungiamo anche che alcune condizioni macroeconomiche come i QE ritardatari di Draghi e la guerra sui prezzi del greggio che ne hanno affossato i prezzi sono partecipi all’alleggerimento della deflazione, all’abbassamento sotto quota 100 degli spread ed al rallentamento della dinamica ribassista sul PIL.
Gioire per una previsione del PIL a +0.1% mi ricorda molto una storica puntata dei Simpson dove Homer aveva investito in azioni e sentendo le Breaking-News, alla notizia che i suoi titoli avevano messo a segno un +3.1% egli esultò entusiasmato saltando sul divano, salvo poi la precisazione del giornalista:
“Dopo un crollo del 99%”.
A quel punto la reazione di Homer fu:
“Dho!!!!”.
Ecco, anche noi, cercando di mantenere speranza, ottimismo e propensione ad altro sacrificio, non dovremmo evitare il “Dho!!!” che, pensando a quanto in basso il vortice economico degli ultimi anni ci ha trascinato, riporta alla realtà. Una realtà dura, ma che per essere risolta va affrontata “hic et nunc”.

Per qualche ora possiamo anche consolarci, effettivamente la recessione pare tecnicamente conclusa, secondo l’Istat il PIL relativo al Q1 2015 segnerà +0.1% e l’inflazione è passata da -0.6% di gennaio a -0.2% a febbraio; i prezzi dunque sono in aumento, in particolare quelli degli ortaggi, ma anche dei trasporti, ed i beni energetici hanno rallentato la loro tendenza al ribasso; adesso è indispensabile che seguano questa lieve risalita anche i salari ed il potere d’acquisto dei consumatori. Anche la fiducia di imprese e dei privati in generale, complice la positiva elezione nel nuovo presidente Mattarella che con le sue uscite in Aereo di linea, in Freccia Rossa o a piedi sembrano segnare una discontinuità (chissà quanto appositamente studiata) con tutto ciò che è identificato come “casta” e dal quale la politica non riesce a staccarsi, è lievemente in aumento, tranne che nel settore edile, primo a risentire della crisi ed ultimo ad uscirne.

Come ricordato realisticamente dall’economista delle London Business School la situazione è ancora delicata, fragile e difficile. Se abbiamo buona memoria proprio questi aggettivi sono quelli usualmente usati da Draghi e Visco per apostrofare la situazione Europea e, più nello specifico, italiana. Ciò è legato a livello nazionale principalmente alle riforme (sulla burocrazia, sulla giustizia, sulla certezza normativa, sul fisco, sul lavoro ecc) ancora lontane da portare effetti incisivi e ad un panorama internazionale tesissimo dove l’Europa si mostra impotente ed incapace di risolvere situazioni di estrema complessità ma che la vedono coinvolta direttamente.

Negli USA il PIL del Q4 2014 è stato ritoccato al ribasso al +2.2% dal +2.6% precedente, comunque migliore rispetto alle stime degli analisti del +2%. È segno evidente di una economia, principalmente grazie agli investimenti ed alla politica economica espansiva la quale ha consentito una ripresa decisissima dei consumi interni (+4.2% ultimo dato), in grado di resiste agli scossoni del panorama internazionale difficilissimo che invece l’Europa nel complesso (e l’Italia in particolare) stenta ad affrontare efficacemente ed anzi subisce impotentemente.

In sostanza, come realizzò Homer con il suo mitico “Dho!!!” prendiamo questi dati per quelli che sono: fragili, asfittici ed ancora poco significanti. È vero che potrebbero mostrare l’inizio ancora stagnante di una lenta inversione di tendenza, ma molto probabilmente subiranno nuovi peggioramenti e poi miglioramenti e di nuovo peggioramenti come in un tracciato sismico. Non ci si può illudere, ma si deve lavorare. Non si deve infondere falso ottimismo e false aspettative ad esempio dicendo che già ora si vedono gli effetti delle riforme, ancora non è così, è troppo presto, sicuramente i risultati verranno, ma è ancora prematuro illudersi. Il Ministro Poletti in persona, asserendo che è ancora prematuro lasciarsi trasportare dagli entusiasmi, ha ridimensionato i giubili di vittoria del Premier Renzi riguardo alle assunzioni di 1000 unità a Melfi negli stabilimenti FCA (che in USA è il marchio auto più difettoso, si legge su Il Fatto Quotidiano di oggi). Già troppo l’asticella è stata innalzata e le aspettative tradite. Quindi, come si è detto tante volte in questa sede, manteniamo la consapevolezza di una difficoltà immane da affrontare e da risolvere solo ed esclusivamente pagando il pegno di tanti sacrifici ancora che si spera anche la politica vorrà affrontare. Sfruttiamo senza sprecare le congiunture propizie che pure sono presenti in un momento storico estremamente delicato e difficile come quello in corso, in sostanza remiamo verso l’obiettivo comune in sincronia consapevoli che si può raggiungere solo ed esclusivamente se tutti, mettendo da parte le prese di posizioni e gli arroccamenti ideologici e partitici, miriamo alla stessa meta aprendoci al dialogo, al confronto ed alla contaminazione intellettuale interpartitica che se portata avanti in modo sano e trasparente non può far altro che facilitare la scalata verso l’irta vetta.

28/02/2015
Valentino Angeletti
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Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese!

Mediaset-RaiLa mossa è stata una sorpresa, uno strano attacco portato dritto dritto, in linea retta, come nel gioco degli scacchi solo alle torri è consentito e proprio di torri stiamo parlando. La risposta dell’avversario è stata un solido arrocco, con poche possibilità di essere scardinato a meno che lo stesso difensore non lo voglia.

Le torri in questione sono quelle di Ray Way, società dell’orbita Rai detentrice delle torri di trasmissione delle emittente pubblica, privatizzata a novembre con una quotazione in borsa del 30%, che ha riscosso un buon successo ed il cui 51% per legge deve rimanere in possesso all’azionista pubblico, ossia lo Stato. Questa condizione è ben nota e lo era ovviamente anche alla più che informata Mediaset, attaccante di questa partita a scacchi economica. La società del Biscione, tramite la controllata Ei Towers, ha lanciato una OPA sul 100% di Ray Way per rilevare tutte le torri di trasmissione e tutti i contratti di affitto e di servizio, il vero tesoro di Rai Way, che gli operatori (tra cui anche telefonici) pagano per usufruire dell’infrastruttura. L’OPA è stata definita ostile, non amichevole e la posta messa in gioco è stata di 1.22 miliardi di €, equivalenti a circa 4.5 € per azione a fronte di un prezzo di mercato attuale di circa 4 €, un premio del 12.5% grossomodo. La valutazione di Ray Way al momento della quotazione è stata di circa 825 milioni, attualmente il valore si aggira attorno a 1’000 milioni e l’offerta di Ei Tower ammonta a 1’220 milioni di €, sarebbe ben pagata quindi.

Le polemiche in merito alla possibilità o meno di consentire questa operazione sono sterili. Il concetto è semplice: per legge il 51% deve rimanere in mani pubbliche, per motivazioni definite strategiche, siano esse opinabili o meno, il restante è preda del mercato e, ferme restando le regole della Consob, dell’Antitrust, della Vigilanza sulla concorrenza e sulle telecomunicazioni, ogni operazione è consentita e deve essere permessa senza veti. Stanti così le cose dunque L’OPA lanciata da Mediaset non può portarsi a compimento, c’è poco da discutere.

La domanda vera è perché Mediaset, avrebbe lanciato una OPA irrealizzabile?

Una possibile interpretazione è il lancio di un messaggio chiaro al Governo, che potrebbe suonare più o meno come segue:

“Tu, Stato Italia, necessiti di denaro ed hai promesso alla UE di privatizzare, ricavando almeno 0.7 punti di PIL per gli anni 2015-2018, su questo fronte sei piuttosto indietro, tanto che hai avviato una repentina privatizzazione-lampo di ENEL quasi come contropartita per un pronunciamento tutto sommato positivo di Bruxelles sulla legge di stabilità. Nonostante ciò rimani sempre un sorvegliato specialissimo. Io ti offro 1.22 miliardi ben pagati per Ray Way, questa somma assieme ai 2.2 miliardi previsti per Enel ti consentirebbero di incassare da privatizzazioni già entro il Q1 un buon 0.21% di PIL. Se sei interessato cambia la legge e facciamo l’accordo, prendendoti ovviamente vantaggi e tutti i rischi di polemiche del caso visto che sono una emanazione berlusconiana, , altrimenti arrivederci e grazie. Che fai, accetti?”.

Probabilmente per evitare accuse di complotto con Berlusconi o per qualche altra motivazione strategica o ancora legata alla governance Rai, visto che economicamente la proposta è assolutamente invitante, Renzi ha smorzato le polemiche sostenendo giustamente che le quote sul mercato di Ray Way sono soggette alle regole dello stesso e precisando che il 51% della società detentrice le torri di trasmissione rimarrà in mano pubblica.

La riflessione importante da fare riguarda la funzione della rete digitale e delle torri di trasmissione nello sviluppo futuro di un paese moderno. Essa rappresenta la spina dorsale per tutte le attività legate alla diffusione di contenuti e servizi multimediali via tv, cellulare, web ed internet, UMTS ecc. Rappresenta la base per lo sviluppo delle reti 4G ed oltre, in sostanza un pilastro dal quale non può prescindere lo sviluppo economico e la competitività di un paese, a maggior ragione se stiamo parlando di Italia dove il problema del digital divide, dell’accesso alla banda larga, dei servizi digitali avanzati, della copertura delle reti mobili rappresentano un oggettivo gap competitivo da risolvere. Sulle torri si basa tutto il concetto di Digital Entertainment futuro che sarà sempre meno semplice TV (che detiene ancora una buona quota di mercato nel nostro paese) e cellulare voce, e sempre più contenuti digitali on demand e personalizzati che il consumatore plasmerà sulle proprie esigenze, necessità, gusti potendo interagire con essi attivamente. La rete, intesa sia come etere che come cablaggio in fibra ottica, rappresenta quindi una autostrada fondamentale a doppio senso e sarà utilizzata non solo per intrattenimento, ma anche per la fornitura di servizi e “prodotti virtuali” specifici e importanti per la vita ed il benessere della società (servizi bancari, ospedalieri, di domotica, legati alla gestione dell’energia ed al risparmio energetico, all’automotive, alla diffusione real time di importanti informazioni, alla gestione proattiva della città ecc). In definitiva il livello strategico dell’infrastruttura digitale è altissimo e l’Italia sta già pagando una notevole arretratezza in tal senso che deve necessariamente colmare se vuole consentire alla propria economia di svilupparsi. A tal fine è evidente come la disponibilità di banda larga ed ultra-larga dovrà essere: garantita su tutto il territorio; sicura in termine di protezione dei dati; sempre disponibile con altissimi standard qualitativi; efficiente ed affidabile per integrità dei dati trasmessi.

Per raggiungere l’obiettivo di una spina dorsale digitale con i requisiti adatti a supportare lo sviluppo economico di un paese è evidente come siano necessari importanti investimenti e costanti aggiornamenti infrastrutturali per mantenere massimi i livelli degli standard tecnologici adottati.

Come vengano fatti questi investimenti è materia di discussione e le possibilità sono molteplici. Si può pensare al solo soggetto pubblico (che sia CDP, tesoro, MEF od una società ad hoc), o ad un soggetto privato, che pur rispettando le norme imposte dai vari regolatori del settore, agisca anche in regime di monopolio, ovviamente sotto adeguato controllo. La presenza di un unico operatore (statale o meno) potrebbe garantire economie ed ottimizzazioni in termini di installazioni infrastrutturali, “inquinamento” da radiazioni ed anche paesaggistico, ottimizzazione delle coperture. In alternativa si potrebbe lasciare spazio totale alla concorrenza, consentendo a più operatori, il cui numero dovrà necessariamente essere limitato alle sole aziende realmente in grado di supportare la gestione di una complessa infrastruttura come la rete digitale, di agire, permettendo, in teoria, una riduzione dei costi (cosa che in passato abbiamo scoperto non sempre essere vera) per i consumatori finali.

Potrebbe costituire un fattore limitante la concorrenza il fatto che una società (o una controllata) detentrice la rete digitale sia anche quella che distribuisce contenuti e servizi. Anche a questa situazione vi sono vari approcci applicabili, vale a dire la completa separazione seguendo il modello elettrico con Terna, oppure consentire, sotto il controllo dell’antitrust, che un diffusore di contenuti sia anche il detentore della rete, come era per il gas (Snam società Eni) o proprio per le TLC (Telecom). Questo secondo modello peraltro è diffusamente utilizzato all’estero.

Il punto chiave, senza cadere in ridondanza nel ripeterlo vista la sua importanza, è che gli investimenti sull’infrastruttura digitale vengano fatti rapidamente e siano sufficientemente ingenti, senza scadere, come purtroppo spesso accade per le grandi opere infrastrutturali italiane, in sprechi e inefficienze, appalti “dubbi” e costosi, al classico lievitare esponenziale delle spese e via dicendo. Se è lo Stato a volersi fare garante della fondamentale opera strategica di connessione della quale le torri di trasmissione sono cardini, ben venga, ma deve avere disponibilità a sborsare quanto necessario, analogo sillogismo vale se vorrà essere un soggetto privato, italiano o straniero, ad accollarsi gli onori e gli oneri di digitalizzare l’Italia.

Brutalizzando: non importa chi caccia i soldi, ma l’importante è che vengano cacciati subito, bene ed in quantità adeguata.

Valentino Angeletti
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Legge di stabilità italiana: OK (con riserve) dall’UE più che prevedibile, ecco i motivi

La Commissione Europea, con qualche giorno di anticipo rispetto al limite ultimo previsto del 28 febbraio, si è pronunciata sulle leggi di stabilità di quei paesi, tra cui l’Italia, che a fine 2014 furono rimandati a marzo. Il parere della UE è stato favorevole e nessuna procedura di infrazione sarà avviata nei confronti del nostro paese. Detto col senno di poi può sembrare una facile previsione, ma il responso “delfico” era già nell’aria da settimane e quasi scontato alla luce di alcuni fattori.

La questione Grecia (Link):
La portata del problema greco è ancora lontana dal poter essere definita trascurabile, del resto il ministro delle Finanze Ellenico Varoufakis ha sinceramente dichiarato che sussistono seri dubbi sulla capacità di rimborsare FMI e BCE, primi creditori ellenici. La proroga degli aiuti per ulteriori quattro mesi è stata concessa a fronte della presentazione di una bozza di riforme e misure che lo stato ellenico si è impegnato ad attuare. Come confermato dall’Eurogruppo e dalla Commissione il piano rappresenta solo un primo draft che andrà dettagliato entro fine aprile.
Effettivamente qualche perplessità sul piano sussiste poiché si basa su molte stime previsionali di difficile calcolo e che in altri contesti non furono conteggiate come entrate certe come, per citarne solo alcune, la tassazione sugli armatori, la serrata lotta all’evasione ed al contrabbando, il prelievo a mezzo di patrimoniale sui più ricchi. Proprio per questo motivo ad esempio il Ministro Padoan ha ironicamente stimato gli introiti derivanti dall’accordo di “voluntary discovery” con la Svizzera simbolicamente ad 1 Euro! Inoltre non va dimenticato che il programma elettorale che Tsipras e Voroufakis hanno messo sul piatto per vincere le elezioni e ben più ambizioso e ben più rivolto al welfare ed agli investimenti rispetto a quello concesso nella prima bozza di piano presentato alla Commissione. Ciò pone il nuovo esecutivo greco, e tutta l’Europa, di fronte al rischio di disordini e rivolte sociale in territorio ellenico, eventualità per la quale le rimostranze di alcuni ormai ex sostenitori storici di Tsipras e della sinistra greca potrebbero rappresentare un preambolo. Tale ipotesi non può considerarsi senza conseguenze per la stabilità, inclusa quella finanziaria, dell’intera Europa.

Francia e Germania:
Anche la legge di stabilità Francese doveva passare al nuovo vaglio UE. Forse il paese transalpino è colui che ha subito i rimproveri più dolorosi da parte della Commissione. La Francia, dopo aver sforato il tetto del rapporto deficit-PIL, posticipando il target del 3% di due anni al 2017, non potrà prorogarlo ulteriormente e dovrà fin da subito ad operare tagli al fine di riportare tale valore, ora quasi al 5%, al di sotto del 3%. Per l’anno in corso i tagli previsti dovranno ammontare allo 0.5% del Pil (+0.2% rispetto al precedente impegno). Si prevedono dunque scenari lacrime e sangue che difficilmente si sposano con prospettive espansive, prospettiva negativa per tutta l’Europa visto che la Francia ne costituisca la seconda economia.

La stessa rigorosa Germania non è passata immune dalla forche caudine belga. In particolare le è stato rimproverato il surplus commerciale eccessivo, il mercato interno asfittico ed il poco impegno sul fronte degli investimenti dei quali avrebbe bisogno in settori chiave quali viabilità, trasporti e tlc. In sostanza la Merkel è stata richiamata ad assolvere con più determinazione ed incisività il ruolo di locomotiva europea che gli spetta di diritto (ma sta assolvendo alla perfezione il ruolo di locomotiva per la stessa e sola Germania).

Scenari Globali:
Ampliando, ma neppure troppo, gli orizzonti di analisi, è facile notare come anche al di fuori dai confini europei in zone limitrofe e di altissima influenza rispetto al vecchio continente, la situazione sia tutt’altro che facile. La Libia continua ad essere una polveriera ed il governo totalmente instabile. L’Italia è toccata in modo diretto dal fattore libico per i rapporti commerciali in essere, già dimezzati (circa 11 miliardi annui il valore complessivo), gli scambi energetici ed i flussi migratori. Continua a sussistere la crisi tra Russia ed Ucraina acuitasi negli ultimi giorni con l’accusa di Mosca, secondo cui Kiev starebbe tagliando le forniture di gas verso l’Europa. Al momento le scorte europee non sono in pericolo e quella di Putin sembra più una minaccia che una realtà, però, complice anche la guerra in atto sui prezzi del greggio e la fortissima dipendenza estera dell’Europa in tema energetico, l’eventualità di una crisi con al centro l’energia ed i prodotti petroliferi non è da scartare a priori e l’impatto sarebbe rilevante.

Condizioni economiche eccezionali:
In una fase come quella in essere sarebbe stato irrealistico non applicare li concetto di “condizioni economiche eccezionali” causate dalla bassa crescita, dalla stagnazione degli investimenti, dallo scenario deflattivo in atto, dallo scarso potere d’acquisto e dalla bassa propensione ai consumi. Applicare rigidamente la regola sul debito avrebbe richiesto una correzione sul PIL pari al 2%, insostenibile in questo frangente, sostiene il Commissario Economico UE Moscovici.

Programma di Riforme:
Vi è infine il programma di riforme dell’esecutivo Renzi, ad iniziare da quella sul lavoro (Link), giudicato sufficientemente rilevante che ha gratificato l’Europa. Ovviamente dal punto di vista europeo la libertà di licenziamento piuttosto che un contratto a tutele crescenti meno protettivo nei confronti del lavoratore non rappresenta un problema anzi è un driver alla flessibilità ed al turnover lavorativo ben visto. In fondo l’UE ha il compito di guardare non alle condizioni puntuali di lavoro e/o salariali, bensì al bilancio finale, che è cosa ben differente.

Assai curiosa è la coincidenza, al limite dei sospetto, (???) la quale ha voluto che proprio a valle dell’OK di Bruxelles alla legge di stabilità italiana sia partita una fulminea privatizzazione del 5.7% di Enel verso investitori istituzionali per un controvalore di almeno 2.2 miliardi di € (prezzo minimo 4€ ad azione) che contribuirà a raggiungere il target di 0.7% di PIL da privatizzazioni per gli anni 2015-2018 indicato da Padoan all’UE. Le privatizzazioni assieme ai tagli alla spesa sono due elementi cardine che l’Europa chiede pressantemente all’Italia, ma che finora, purché annunciati, non hanno portato i risultati attesi (vedi Fincantieri) oppure hanno subito slittamenti. Pare quasi che sia stata una pedina di scambio richiesta per ottenere un giudizio un po’ più benevolo di quanto realmente meritocrazia avrebbe voluto.

Alla luce della disamina era altamente improbabile attendersi una bocciatura nonostante gli ampi squilibri macroeconomici, in particolare sul debito, che persistono nel nostro paese, ma che in realtà accomunano ben 16 paesi dell’area Europei. Questo dato, 16 paesi, dovrebbe far riflettere, non tanto noi che abbiamo già riflettuto più volte giungendo sempre alla medesima conclusione, bensì l’UE sulla validità e sulla sostenibilità dell’approccio all’economia messo in campo in questi ultimi anni e dei parametri di riferimento adottati senza margine di aggiustamento se non in tempi decisamente ritardati. Detto ciò lo stesso Governatore BCE Draghi fa notare come la situazione italiana continui a presentare squilibri, gravi lacune in termine di competitività e come l’assenza di investimenti rappresenti ancora un fortissimo fattore ostacolante la ripresa ed infatti proprio per tali motivi la Commissione UE mantiene l’Italia (ed rapporto debito/PIL) costantemente nella lista degli osservati speciali alla stregua del suo programma di riforme che al di là degli annunci va portato ad attuazione. È doveroso poi ricordare che a copertura della legge di stabilità appena approvata con riserva sussistono delle clausole di salvaguarda in collisione con le parole del Premier Renzi, soddisfatto per la promozione benché parziale, di potersi concertare ora sulla riduzione delle tasse. L’imposizione fiscale nel paese è elevatissima e non si può discutere il fatto che rappresenti un impedimento ai consumi, un motivo di preoccupazione per i consumatori ed un blocco degli investimenti sia per la sua consistenza che per la sua aleatorietà normativa da riformare rapidamente (includendo la pratica della retroattività che ancor meno certezze può infondere anche a chi fosse intenzionato a spendere o investire). Il prelievo sulla casa secondo Confcommercio è salito del 115% negli ultimi 4 anni nonostante tutto il tempo perso sulla questione IMU, gli ignominiosi e deleteri teatrini e gli scontri verbali/fisici occorsi; sempre per l’associazione dei commercianti, includendo le clausole di salvaguardia a copertura della ex finanziaria, dal 2015 al 2018 le imposte potrebbero aumentare di 72.7 miliardi di €.

Tutto ciò ha comportato l’applicazione della massima flessibilità possibile entro i patti europei (che a mio avviso se è entro i patti non può considerarsi vera flessibilità, ma rispetto degli stessi entro il range concesso e previsto).

Ora però la necessità, più che il semplice auspicio, è che con i QE di circa 60 miliardi al mese e fino a che ci sarà necessità annunciati ed in fase di emissione (ritardata di qualche anno) da Draghi per stabilizzare la moneta e risollevare l’inflazione verso il 2% e quindi non direttamente rivolti all’economia ed agli investimenti ma che sarebbe comunque opportuno riuscissero ad essere convoglianti anche in quella direzione e con il piano di investimenti Juncker, pur nella sua cagionevole entità, si inizi una fase europea, fin qui scansata, che miri concretamente allo sblocco degli investimenti anche utilizzando margini di flessibilità superiori a quanto scritto nelle sacre scritture dei patti, del resto è ciò che FMI, FED ed anche USA intimano da tempo a Bruxelles di intraprendere celermente.

Valentino Angeletti
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Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE

Ebbene, sono stati approvati i decreti attuativi del Jobs Act, un cavallo di battaglia del Governo Renzi su un tema, il lavoro, centrale per il periodo economico in atto caratterizzato da una drammatica situazione occupazionale e messo al centro degli impegni europei. L’argomento è anche altamente caratterizzante la sinistra più radicale che ha sempre fatto del lavoro e del diritto dei lavoratori una delle bandiere da difendere a spada tratta, talvolta, assieme con i sindacati, in modo eccessivamente rigido.

Come prevedibile, considerando quanti aspri scontri vi siano già stati internamente al PD proprio sul JobsAct, anche l’approvazione dei decreti non ha fatto eccezione. Il PD si è nuovamente diviso palesemente, da una parte la cosiddetta minoranza che include Fassina, Civati, Cuperlo, Damiano, Chiti schierata con SEL, M5S, FI e buona parte dei sindacati, assai critici nei confronti della riforma, dall’altra il Governo (PD e NCD) che gioisce per la vittoria conseguita.
Secondo i primi la giornata è stata drammatica per il lavoro e per i lavoratori che hanno perso qualche cosa in termini di tutele e diritti, un giorno infausto dove ha trionfato la precarietà, solo pochi contratti atipici sono stati eliminati (da 47 passerebbero a 45) e la facilità di licenziamento può minare ulteriormente il minino di stabilità lavorativa attualmente raggiungibile con estrema difficoltà (i vecchi contratti non rientrano nel perimetro del JobsAct). Per il Governo invece è un giorno memorabile sia per aziende, facilitate ad assumere, sia per lavoratori precari e disoccupati, beneficiari delle assunzioni, tanto da spingere Poletti a promettere agli italiani 100’000 – 200’000 nuovi posti di lavoro nel 2015 (la forbice del 100% non è certo insignificante, sono in ballo 100’000 posti, se stima deve essere che sia almeno più precisa, ma sarebbe meglio non si stimassero affatto certi numeri visti i precedenti poco felici).
Del resto non nascondono un’enorme soddisfazione gli alleati governativi di NCD che, ottenuto questo dividendo sul lavoro, rilanciano, a margine di una Winter School al Sestriere, la loro posizione di influenza nel Governo, il patto (attenzione ai patti, non portano sempre bene) per far arrivare “l’Esecutivo delle riforme” alla scadenza naturale del 2018 ed avanzano, dall’alto della loro bulgara percentuale elettorale, gli interventi in tema famiglia e diritti civili, sui quali, c’è da star certi, nuovi scontri si concretizzeranno. Se gioiscono Sacconi (identificato come il vero vincitore della riforma sul lavoro dalla minoranza Dem) ed Alfano, non possono gioire i membri più radicali del PD, né tantomeno i sindacati le cui posizioni oscillano tra l’estremamente critico della CGIL-FIOM di Camusso-Landini e quella un più accomodante della CISL della Furlan, maggiormente propensa alla mediazione ma comunque insoddisfatta di certi passaggi.

Le critiche sulle modalità operative, facendo il paio con quelle della sinistra Dem, SEL, Sindacati e M5S, arrivano anche dal Presidente della Camera Laura Boldrini che accusa Renzi di prevaricazione del Parlamento non avendo ascoltato il parere delle Commissioni, votate favorevolmente da tutto il Parlamento, le quali suggerivano una revisione di taluni passaggi della riforma. Certo è che la discussione del parere delle Commissioni Parlamentari ed il loro recepimento non è un obbligo da parte dell’Esecutivo, ma passarvi sopra nonostante il voto parlamentare favorevole e nonostante il PD, partito di cui il Premier è segretario, si fosse espresso unanimemente a fianco delle Commissioni, è un dato di fatto che testimonia una volta in più come il Premier non guardi in faccia a nessuno né sia particolarmente incline al dialogo ed alla mediazione.

Oggettivamente e senza voler giudicare, il prevaricare un parere delle Commissioni, per giunta appoggiato da tutto il Parlamento, non è una banalità. Ciò ha spinto Vannino Chiti, membro della sinistra Dem, a dichiarare che la scelta non sarà senza conseguenze e la Presidente Boldrini ad avanzare il timore per “un uomo solo al comando”, che la storia insegna essere sempre foriero di disgrazie.

I punti più caldi del Decreto sul Lavoro, che fanno gongolare il Centro Destra NCD e lamentare la Sinistra, confermando con le evidenze il carattere più destrorso dei provvedimenti, sono: la cancellazione dell’Articolo 18, il demansionamento, l’utilizzo di tecnologie per il controllo dei dipendenti, i licenziamenti collettivi, il taglio (definito esiguo dalla minoranza Dem, Sel e M5S) che porterebbe da 47 a 44-45 il numero delle tipologie contrattuali precarie.

Per la sinistra Dem l’approvazione del Jobs Act è stato uno schiaffo all’ala sinistra del PD riuscendo dove la destra, quando era di governo, fallì. Sinistre e sindacati sono già sul piede di guerra, verranno organizzate manifestazioni e Landini sembrava aver avanzato addirittura l’ipotesi di iniziare a fare politica proprio in opposizione a Renzi, possibilità poi smentita dallo stesso sindacalista. Renzi nel frattempo alla trasmissione “in mezz’ora” non ha perso occasione di scagliarsi contro la Fiom dicendo che l’eventuale scesa in campo di Landini sarebbe stata la naturale conseguenza della sconfitta del sindacato nella partita con FCA di Marchionne, unico vincitore indiscusso secondo il Premier. In realtà il leader Fiom assieme a Cofferati potrebbe dare il “la”ad una scissione del PD, che con le sole forze della minoranza Dem sembra poco più che una mansueta compagine, per colmare una lacuna a sinistra che innegabilmente esiste.

Se la sinistra non se la passa bene, situazione speculare si rileva a destra. Fitto è pronto a lanciare “i rinnovatori” che dopo i “rottamatori” ed i “formattatori” almeno lasciano intendere una volontà costruttiva. Analogamente alla sinistra Dem, nonostante le tante e talvolta contraddittorie asternazioni sulla possibilità di una fuoruscita che potrebbero riprendere auge dopo le parole poi smentite di Landini, anche per Fitto  la linea ufficiale è quella di lavorare all’interno del partito. In tutto questo marasma è gioco facile per il Premier tirare dritto senza significativi avversari.

Più che l’Articolo 18, evidentemente portato avanti come vessillo ideologico per poter così dire di aver sconfitto i vecchi privilegi (leggi CGIL e sindacati con cui evidentemente ce l’ha a morte), a lasciare più perplessi sono il controllo sui lavoratori, il demansionamento in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o crisi economica dell’azienda e soprattutto la possibilità dei licenziamenti collettivi.

Chissà il caos che accadrà, perché è solo questione di tempo ed accadrà, quando una grande multinazionale, dapprima straniera (che sia FCA?) poi seguiranno anche quelle nostrane, applicherà questa possibilità…. non sarà una situazione semplice da gestire.

Inoltre appare evidente che per un po’ di tempo ancora si perpetreranno le diseguaglianze tra due tipologie di lavoratori, quelli coperta dalle vecchie tutele e quelli sotto l’egida del contratto a tutele crescenti che partirà i primi di marzo. Molti sono i casi in cui potranno verificarsi situazioni distorte (la più palese è la differenza tra pubblico e privato) ed una particolarmente spinosa riguarda proprio i licenziamenti collettivi.
Poniamo ad esempio il caso che un’azienda debba licenziare 40 persone per motivi economici e taluni siano coperti da vecchio contratto mentre i restanti dal Jobs Act. Come si procederebbe? Col reintegro dei primi ed il licenziamento degli altri? La quota di reintegrati poi sarà sostituita da altri licenziamenti attingendo alla platea dei dipendenti sotto nuovo contratto? Del resto se l’esigenza aziendale di riduzione del personale ammontava a 40 unità, 40 alla fine devono essere.
Oppure il cambio di lavoro e azienda comporterebbe per un lavoratore sotto vecchio contratto e tutele il passaggio a quello nuovo senza Articolo 18? Se sì la conseguenza sarebbe una minor propensione al cambiamento ed una maggior rigidità per questo caso specifico.

Insomma, attendiamoci molte, molte polemiche.

Immediatamente dopo l’approvazione di un consistente numero di riforme (liberalizzazioni in vari settori, privatizzazioni, Jobs Act) il Mef si è affrettato ad inviare, a mezzo del vecchio strumento epistolare ancora in voga tra gli uffici di Bruxelles, alcune stime di crescita legate all’attività riformatrice. In particolare:

  • il Jobs Act porterà un incremento di PIL dello 0.9% nel 2020 (stima allineata a quella dell’OCSE);
  • dalle privatizzazioni si ricaverà un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017;
  • complessivamente sempre al 2020 la crescita toccherà +3.6% grazie alle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA;

La motivazione di tale comunicato evidentemente risiede nel fatto che a marzo la Commissione UE dovrà pronunciarsi, in secondo battuta dopo il rinvio di dicembre, sulla legge di stabilità dell’Esecutivo Renzi e questi numeri si spera siano un buon viatico.

Forse però il Governo, conoscendo la puntigliosità della Commissione che non si lascia ammorbidire da stime troppo spesso disattese, dovrebbe limitarsi nel lanciare pronostici non si sa bene basate su che studi. Ricordiamo tutti la previsione del PIL a +0.8% apostrofata come pessimistica e con belle sorprese in vista diramata dal Governo nel febbraio del 2014 e riferita allo stesso anno.

Com’è quantificabile un PIL a +0.9% che il Jobs Act porterà nel 2020 (orizzonte in questo momento lontanissimo e decisamente influenzato da una miriade di fattori esterni come Grecia, Ucraina, Libia, prezzo del greggio, sanzioni alla Russia, crescita cinese ecc, che neppure il miglior economista-stratega può prevedere ad oggi; in economia-finanziaria la certezza sul lungo termine è che saremo tutti morti)?
Le privatizzazioni già slittate più volte, inclusa quella di Enel tecnicamente semplice, potranno davvero comportare un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017?

Ancora, come è stimabile a +3.6% la crescita complessiva sempre al 2020 per effetto delle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA considerando quanto sia difficile portarle ad attuazione nei tempi stretti stabiliti e con le pressioni della politica italiana (un cronoprogramma è già stato bucato palesemente, ma nessuno sembra ricordarlo)?

Infine come può il buon Poletti asserire che nel 2015 gli italiani beneficeranno di un incremento di 100’000 – 200’000 posti di lavoro? La forbice, come detto in precedenza, è troppo ampia e tra 100 mila e 200 mila c’è la stessa differenza che tra un risultato mediocre ed uno più che buono.

Non sono bastate le cantonate sui dati di previsione già prese nei tempi addietro? Parrebbe di no.

Appurato che di alternative credibili in un momento di urgenza come questo non ve ne sono, sarebbe auspicabile che Governo ed opposizioni lavorassero assieme con il reale obiettivo del bene e del cambiamento del paese. Purtroppo la sensazione è che sull’altare della comunicazione e della rapidità d’annuncio si sacrifichino fondamentali dettagli, modificabili facilmente durante le discussioni parlamentari ma dagli effetti devastanti una volta approvati, ove, stando al vecchio adagio, si insinua sovente il diavolo….

Link:
Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…28/12/2014
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14

22/02/2015
Valentino Angeletti
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Tutti vincitori all’Eurogruppo …. per ora perché la partita è ancora lunga

Tsipras-WeidmanQuello di giovedì scorso deve essere stato un Eurogruppo ad altissimo grado di suspance, a testimoniarlo quasi con certezza vi sono le 3 ore di ritardo che lo hanno fatto slittare dalle 15 alle 18, cosa assi inusuale in un ambiente preciso e puntuale come quello di un Bruxelles, colonizzato com’è da tedeschi, lussemburghesi ed olandesi. In questo lasso di tempo probabilmente si sono svolte febbrili trattative tra i vari sherpa per limare gli ultimissimi dettagli su ciò che di lì a poco si sarebbe deciso e comunicato al grande pubblico.

Che il clima del vertice fosse poco rilassato era quasi ovvio visti i presupposti tutt’altro che positivi con il quale veniva affrontato. La Germania e l’Unione, rispettivamente per bocca di Schauble-Weidmann e Moscovici, avevano rigettato ogni ipotesi greca definendola irricevibile ed inaccettabile. Il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem assieme allo stesso Weidmann avevano additato i piani della Grecia come deliberatamente inconsistenti e fumosi nel tentativo di ottenere un prestito ponte senza che il Governo ellenico si impegnasse in alcun che (fiducia cieca si potrebbe dire). Anche il Fondo Monetario Internazionale, il creditore che per primo dovrà essere rimborsato da Atene, all’ipotesi di un haircut sul debito greco o di un eventuale non rinegoziazione (erano circolate illazioni secondo cui Atene avrebbe avuto intenzione di tagliare il proprio debito del 60%) aveva risposto repentinamente con la Direttrice Christine Lagarde, asserendo che tale possibilità non doveva neppure essere menzionata e che i debiti si sarebbero dovuti pagare fino in fondo. Proprio a ridosso dell’Eurogruppo era poi tornato in scena uno dei tanti schemi a triangolo tra Weidmann-Schauble e Merkel, in cui i primi due facevano la parte degli austeri burocrati intimando alla Grecia la non esistenza di un piano B che non coincidesse col piano A, ossia il pieno rispetto del programma della Troika, mentre la seconda si cimentava nell’allentare la pressione telefonando a Tsipras ed esprimendo la sua convinzione che una soluzione di mediazione si sarebbe trovata. Un gioco delle parti che non è affatto nuovo ma che in genere ha sempre funzionato.

Anche il leader greco era collocato in una posizione non certo semplice, con i falchi del nord Europa capeggiati dalla Germania schierati contro le sue idee di flessibilità, ai quali si sono aggiunti gli ultimi paesi entrati a far parte dell’Unione che hanno immediatamente versato la loro quota al fondo “salva stati” e quelli che hanno completato il programma della Troika subendone tutte le condizioni, come Portogallo, Irlanda e Spagna. La stessa Italia, mai paga nell’asserire con poco realismo che la flessibilità europea deriva dalle linee dettate durante il Semestre UE italiano, ha sempre appoggiato la posizione ufficiale di Bruxelles a trazione tedesca. Gli unici ad allearsi con la Grecia facendo sentire le proprie voci sono stati gli USA, la Cina e la Russia disposti addirittura a supportare la Grecia economicamente sia per stabilizzare i mercati che per attirarla nella propria orbita, invero più per interessi geopolitici e strategici che per pura magnanimità, in caso di una GrExit la cui quotazione saliva pericolosamente.

L’Eurogruppo inoltre non era quello dell’ultimo minuto, infatti lo stanziamento di ulteriori 3.3 miliardi di € del programma ELA per la Grecia, che hanno innalzato il tetto dei fondi convogliati al paese ellenico da 65 (cap già precedentemente rincarato) a 68.3 mld €, ha dato respiro alle banche in affanno e colpite da fughe di capitale fuori dal comune in situazioni normali (tra 500 e 1000 milioni di € di prelievi al giorno) e consentito al paese di avere ossigeno fino al 28 febbraio, data di scadenza degli aiuti del programma della Troika. Altri 7 giorni quindi prima che la “penisola olimpica” cadesse nell’insolvenza. A ben analizzare la situazione, pur evitando un rinvio che avrebbe inasprito ulteriormente i rapporti in UE ed innalzato le tensioni sui mercati e tra i partner internazionali, il tempo rimanente verrà utilizzato fino all’ultimo secondo poiché la decisione scaturita dal vertice europeo non è altro che il punto di partenza di un negoziato che si preannuncia ancora piuttosto complesso.

All’Eurogruppo è stato deciso, consentendole di evitare la bancarotta, che la Grecia potrà usufruire del prolungamento del programma di aiuti per altri quattro mesi (e non sei come da iniziali richieste elleniche) fino a maggio, proprio alla vigilia del rimborso di circa 6.5 miliardi di € alla BCE. A fronte di tale concessione però la Grecia si deve impegnare a presentare un piano di riforme da porre al vaglio ed all’approvazione europea e delle Istituzioni (leggi Troika) e nell’arco dei quattro mesi un nuovo programma di impegni da concordare con le medesime controparti.

Lunedì 23 è prevista la presentazione del nuovo piano di riforme targato Tsipras, ed i giorni successivi probabilmente saranno utilizzati dalle Istituzioni (UE, BCE, FMI) per analizzarlo, proporre modifiche, approvarlo e consentire il prolungamento degli aiuti, arrivando così alla scadenza del 28 febbraio. Dopo l’approvazione il piano non sara modificabile unilateralmente e quindi Tsipras dovrà rispettarlo pedissequamente.

Come riportato dal Ministro Padoan quella che è stata presa all’Eurogruppo è una decisione sul processo e non sui contenuti, ancora sconosciuti, che rappresentano un elemento basilare ed altamente divisivo.

Il risultato del vertice al momento è uno di quelli che tutti indicano come a proprio favore. La Grecia ha ottenuto più tempo e ciò fa gioire e cantar vittoria la coppia Varoufakis-Tsipras che, forse con troppo entusiasmo, esultano e festeggiano il cambio di rotta dell’UE verso una nuova e più umana epoca rivolta all’interesse del cittadino, il tutto grazie alla fermezza delle posizioni greche; la Germania e le Istituzioni (UE, BCE, FMI) hanno ottenuto di discutere e vagliare con il loro metro di giudizio, usualmente non tenero nè permissivo, un nuovo programma di riforme. A dire il vero forse la bilancia pende un po’ più dalla parte di Atene… sono infatti scomparsi i termini “Troika” e “Memorandum” sostituiti da “Istituzioni” e qualcosa come “nuovo piano“, si sa del resto quanto l’etimologia del verbo sia curata in ellade … in realtà al momento pare la Germania colei che giocherà in casa le prossime partite ed in Grecia dovrà essere monitorata la reazione della società perché verosimilmente dovrà ridimensionare la sua aspettative.

Con tutta probabilità i prossimi giorni saranno frenetici perché concordare un piano di riforme non sarà banale. Tsipras in campagna elettorale ha promesso ai suoi elettori stremati da una condizione sociale drammatica lo stop delle privatizzazione, il non incremento dell’IVA, l’aumento dei salari pubblici, l’aumento delle pensioni, il reinserimento delle tredicesime per le pensioni e gli stipendi più bassi, l’introduzione di un salario minimo, la riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati, investimenti pubblici, spese per il welfare e per la sanità così da renderla nuovamente gratuita, il non rispetto dei vincoli del rapporto deficit/pil al 3% per il 2015 ed al 4.5% per il 2016 più altre amenità. I cittadini Greci questo è ciò che si attendono. Da quel che è dato sapere oltre alla lotta serrata all’evasione ben poche riforme sono condivise con le Istituzioni (leggi Ex-Troika), forse solamente, e non è poco, la concessione sul vincolo di bilancio del 3% che potrebbe essere ridimensionato all’1-1.5% liberando risorse per gli investimenti (cosa che in Italia non si è riusciti a raggiungere), ma non è dato sapere se ciò soddisferà gli ellenici, se consentirà loro un po’ più di prosperità e benessere, nè tantomeno se ciò può essere sufficiante a Tsipras e Varoufakis per continuare fregiarsi di aver sfondato le barriere rigoriste dell’austera Germania che sotto sotto, con la sua tendenza nordica all’azione piuttosto che alla dichiarazione, potrebbe uscire nuovamente vincitrice.

Lo scontro tra austerità inflessibile, mai realmente abbandonata in Europa nonostante ciò che si è detto e proclamato in lungo ed in largo per i palazzi belgi e non solo, e la ricerca dei quella giusta flessibilità che non deve scadere nel deleterio eccesso di permissività senza controllo, continuerà anche nei prossimi giorni.

Vedremo se a dominare sarà ancora la trazione nordica oppure se effettivamente si dovrà ringraziare Tsipras per aver aperto una breccia nel muro di intransigenza tedesco nel quale potranno incunearsi anche altri attori. Al momento in ogni caso pare che una GrExit, dannosa per tutti tranne che che per la finanza speculativa di Wall Street o della City, per la quale però in più d’uno ha già iniziato a prepararsi, possa attendere ancora un po’.

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21/02/2015
Valentino Angeletti
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Un po’ più di realismo e meno ingiustificato entusiasmo, grazie….

Ebbene, ci è ricascato di nuovo. Il Premier all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Torino non è riuscito a trattenersi dal suo costume di lanciarsi in entusiasmanti descrizioni, progetti, prospettive che coinvolgeranno il nostro paese come se si potessero realizzare dall’oggi al domani. L’abitudine di porre l’asticella troppo in alto non è nuova a Matteo Renzi (Link) ed in più di una occasione è stato anche ripreso da esponenti del suo stesso Governo, ricordiamo infatti quanto fece il Viceministro Morando in occasione dell’ultimo Forum Ambrosetti (link: Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni).

Non si biasima il tentativo del Premier, corretto, di infondere fiducia e speranza, due elementi dai quali non è possibile prescindere per la ripartenza economica e per ridare una spinta significativa alla propensione ai consumi, soprattutto quelli di beni durevoli, di investimenti “personali” (come può essere una ristrutturazione domestica o la riqualificazione al risparmio energetico della propria abitazione) o ancora l’acquisto di una casa o di una automobile. Va benissimo sottolineare il potenziale inespresso del nostro paese che potrebbe esplodere investendo seriamente in innovazione, ricerca, università, nelle persone, nel merito e sfruttando tutte le competenze e le potenzialità che in molti settori (e non solo il lusso, l’abbigliamento e l’enogastronomia) in Italia sono ai massimi livelli, ma al contempo non è neppure giusto scadere in una esagerazione inverosimile che rischia di creare false ed illusorie aspettative col pericolo che una volta disattese, perché inevitabilmente come già accaduto in passato lo saranno, la sfiducia si propaghi nuovamente raggiungendo un livello superiore al precedente.

Inverosimile ad esempio è dichiarare che per manifattura l’Italia punta a superare la Germania, avvertendola che “stiamo arrivando”, oppure dichiararsi gasati da Marchionne, che sicuramente ha tanti meriti ma non solo quelli, o ancora asserire che di qui al 2018 molte cose saranno cambiate, saranno più semplici e funzionali. In sostanza presentare una condizione “ribaltabile” il poco tempo e col solo impegno e la buona volontà non è onesto, sono troppe le variabili in gioco ed il modello socio-politico-economico non è cambiato rispetto al passato tanto che le difficoltà e le tendenze alla conservazione tipiche degli anni addietro permangono tuttora. Dalla parole del Premier troppo spesso invece sembra che sia possibile invertire le tendenze cronicamente in atto da tempo, e che fino ad ora neppure lui è riuscito a sovvertire, nel giro di un rapido battibaleno (come già affrontato più volte, incluso nei link segnalati). Questi processi richiedono anni, impegno, sacrifici da parte di tutti e, cosa assolutamente non scontata ma fondamenta di tutto, buona politica e buone decisioni fatte nel bene della collettività e non nell’interesse di pochi.

Un esempio attualmente alla ribalta delle cronache economiche che si può addurre è quello della flessibilità in Europa e del caso Grecia.  All’inizio del semestre di presidenza UE dell’Italia del quale Renzi sarebbe stato il presidente, sembrava che la flessibilità fosse l’obiettivo ultimo di questi sei mesi. In realtà ben poco è stato effettivamente raggiunto su quel fronte, solo un misero piano Juncker che lascia molti dubbi. Forse solo il nome del patto ha subito una modifica, passando da “patto di stabilità” a “patto di stabilità e crescita”. Tralasciando dichiarazioni, intenti, buoni propositi e basandosi sui fatti, l’approccio che le istituzione europee, BCE inclusa, hanno utilizzato è rimasto sempre il medesimo, stretto com’è tra le pressioni della triade tedesca “Merkel-Weidmann-Schauble”. Anche il possibile asse, utile per incrementare il potere contrattuale con la Germania, tra Francia, Spagna, Italia, Grecia, Portogallo che all’indomani del congresso dell PSE sembrava probabile, non si è concretizzato. A dare davvero l’impressione di fare sul serio verso la ricerca di maggiore flessibilità che non sia solo verbale è adesso la Grecia di Tsipras che con ben altro vigore rispetto a Renzi sta “battendo i pugni sul tavolo” di Bruxelles, benché sembri che stia capitolando sotto le richieste delle istituzione europee, della Troika, del Fondo Monetario Internazionale e degli USA. Ovviamente essere eccessivamente permissivi non è una buona strada, ma neppure ostinarsi a non rilevare che il programma della Troika, pur evitando il completo default ellenico, non ha consentito di raggiungere gli obiettivi di crescita 2014 stimati, quindi un parziale grande fallimento. Che i piani per Atene vadano rivisti, pur mantenendo valido il principio della necessità di alcune riforme, è evidente a tutti e sarebbe quindi necessaria una mediazione sottile ed una soluzione bilanciata. A dominare invece sono ancora i diktat e gli ultimatum, condivisi anche da parte di coloro che da potenziali beneficiari della flessibilità, un tempo vessillo della loro politica come appunto l’Italia, ora si sono trasformati in grandi o piccoli creditori. Vuoi mica vedere che sotto sotto siamo tutti, incluso Renzi, un po’ austeri Schauble a seconda della circostanza?

In sostanza, come già detto, sarebbe bene che nella presentazione del futuro ci si limitasse ad avere più realismo e meno ingiustificato entusiasmo, le persone, ora al corrente che un italiano su quattro è a rischio povertà, che ormai conoscono a memoria i numeri della disoccupazione, delle sofferenze aziendali e delle stime di crescita del PIL, sentendo di tutto ciò gli effetti quotidianamente sulla propria pelle, possono essere illuse una o due volte, ma poi capiscono il trucco e diventano eccessivamente diffidenti….un po’ come nell’aneddoto “dell’al lupo al lupo”.

19/02/2015
Valentino Angeletti
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La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia

Conclusi i rituali ed il periodo di ambientamento nella nuova “dimora”, Mattarella dovrà affrontare i primi reali impegni sul piano politico. Il Presidente riceverà in udienza Forza Italia e SEL dopo la bagarre in Senato sulla riforma costituzionale che ha rappresentato una brutta pagina della nostra democrazia. Le richieste dei due partiti di opposizione non sono al momento note, ma probabilmente verteranno sulle accuse al Governo Renzi di un eccesso di autoritarismo che rischierebbe di portare alla modifica della Costituzione senza il necessario tempo per il dibattito e senza la condivisione di tutto il Parlamento. Curioso è notare come i due partiti che ora si “scagliano” contro l’esecutivo Renzi, siano FI, il protagonista de “Il Fu Nazareno” e SEL il partito che proprio per il Nazareno si è allontanato definitivamente dal PD: ora che il “sodalizio berlusconiano” non sussiste più le due forze politiche si trovano “coalizzate” assieme a criticare le modalità operative del Premier.

La settimana in essere vedrà i lavori parlamentari concentrarsi sull’approvazione dei decreti in scadenza. Tra essi il primo dossier riguarda il Milleproroge la cui scadenza è fissata per il 3 marzo. Probabilmente per questo secondo passaggio verrà richiesta dal Governo la fiducia considerando la pioggia di emendamenti ed il possibile blocco nel passaggio al Senato ancora da affrontarsi. Il Premier si è detto disposto ad ascoltare tutti, ma senza rimanere bloccato dagli emendamenti ed è per questa ragione che si prospetta l’utilizzo del voto di fiducia. Di fatto Renzi conferma la linea apertamente dichiarata e fino ad ora utilizzata di consentire parola, fatto salvo che la decisione finale è competenza solo ed esclusivamente sua. Se in certe situazioni un simile approccio può essere condivisibile ed utile per superare impasse di infimo conto e spessore, ahinoi non estranei alla politica italiana, in altri casi, come può essere la modifica della costituzione, può apparire, e risultare a tutti gli effetti, una forzatura autoritaria.

Parallelamente alla corsa sui decreti verso la quale è proiettata gran parte dell’energia politica, le vicende internazionali che coinvolgono direttamente l’Italia si fanno sempre più tese.

Crisi Russo – Ucraina: il fronte nord orentale

Sul fronte nord orientale, dopo una escalation degli episodi di guerriglia e di violenza e dopo i nuovi bilaterali ai quali, oltre a USA, Ucraina e Russia, hanno partecipato solo Germania e Francia, conformemente allo schema Normandia ancora in vigore che non fa altro che comprovare la debolezza Europea in politica estera,  la tregua tra Russia ed Ucraina “sembra tenere” a detta degli osservatori internazionali. Solo qualche scontro e “cenno di battaglia”, che dal mio sprovveduto punto di vista poco si confanno ad una tregua che “sembra tenere”. Che il cessate il fuoco fosse affrontato già in principio con poca convinzione era evidente fin dalla sua prima pianificazione che prevedeva l’entrata in vigore ben tre giorni dopo la definizione, giorni in cui le milizie si sono impegnate in strenue lotte per la conquista degli ultimi lembi di terreno. Pare che anche le istituzioni internazionali non ripongano troppa fiducia in questa tregua, ma più che altro si accontentino di un miglioramento rispetto al pessimo risultato del precedente patto di Minsk. La crisi russo-ucraina con le sanzioni internazionali imposte a Putin, con la possibilità di ulteriore inasprimento ed con il pericolo di ritorsioni energetiche, vede economicamente coinvolto e penalizzato il nostro paese.

Libia ed immigrazione: il versante Medio oriente e Nordafricano

Scendendo verso sud sempre sul fronte orientale è la vicenda Libica e dell’ISIS a preoccupare il mondo, l’Europa ed in particolare l’Italia che ha l’ulteriore onere di offrire il fianco ai flussi migratori nell’ultimo periodo molto consistenti e dall’esito drammatico. Le probabilità di un intervento armato aumentano e proprio su questa eventualità si sono pronunciati importanti esponenti del Governo italiano in un ping pong di dichiarazioni che dimostrano come talvolta prima di lanciarsi in esternazioni pubbliche sarebbe bene riflettere collegialmente e stabilire una linea comune onde evitare di destabilizzare ulteriormente la credibilità istituzionale. Inoltre fare anticipatamente dichiarazioni dal carattere strategico potrebbe indirizzare le operazioni ed i piani dei nemici, l’ISIS appunto. Il riferimento è all’intervista del ministro degli esteri Gentiloni secondo cui in un quadro di legalità internazionale, ossia con l’ONU, l’Italia è pronta, determinata e favorevole all’intervento armato. Se possibile ancora più preciso è stato il Ministro della Difesa Pinotti che ha quantificato in 5’000 le risorse militari immediatamente disponibili (per pensare ad un intervento di una qualche efficacia in realtà ne servirebbero almeno 60’000). A fare dietrofront è stato a distanza di poche ore direttamente il Premier, che ha messo in guardia dagli isterismi ed invitato alla prudenza ed alla riflessione, ricalcando quanto dichiarato dal Professor Prodi, da più parti indicato come possibile mediatore in Libia, ad un quotidiano nazionale. Un Prodi mediatore effettivamente non suona male, ma il punto è stabilire chi sia l’interlocutore, perché dopo la caduta di Gheddafi il paese nordafricano è allo sbando. In realtà l’Italia sul fronte libico così come su tutta la politica estera e sull’immigrazione non è in grado nè ha la struttura e le risorse per muoversi ed agire in autonomia; dovrà adattarsi ad un quadro internazionale, che nella migliore delle ipotesi può essere chiamata a definire assieme agli altri attori. Nella fattispecie libica ciò che il nostro paese potrà fare è attendere una presa di posizione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed allinearsi in modo più o meno pedisseque. Come per la Russia anche il giro d’affari dei rapporti economici con la Libia è tutt’altro che trascurabile, in primis per l’approvvigionamento di idrocarburi, principale risorse libica e dell’ISIS che ora il paese nordafricano sta ipotizzando di contingentare, ma anche per le numerose attività industriali operate da imprese italiane che complessivamente volgono qualcosa come 11 miliardi all’anno.

Il negoziato Euro – Greco

La questione greca e le richieste del duo Tsipras-Varoufakis continuano ad essere un tema caldo, ma che piano piano sembra scemare rispetto ai due precedenti. Effettivamente l’impressione è che il sentiment dei mercati possa essere turbato più dal degenerare della situazione libica o ucraina che dal perdurare delle trattative tra UE ed Atene (leggasi Schaeuble/Merkel – Tsipras/Varoufakis) i cui effetti sono probabilmente già scontati da tempo (ed effettivamente non è notizia di ora che alcuni stati stessero preparando un piano per far fronte ad un’eventuale “GrExit”). Le due parti non sembrano riuscire a trovare un punto d’accordo, l’Eurogruppo di lunedì si è concluso senza alcunché di fatto ed un nuovo Eurogruppo straordinario è stato fissato per venerdì 20. La Grecia sostiene di non voler soldi, ma tempo, tralasciando il particolare che mai come in questa fase ed in trattative simili soldi e tempo sono assolutamente sinonimi; lato UE invece non vi è la men che minima intenzione di cedere alle richieste di Atene definite irricevibili da più parti, inclusi Commissario UE all’economia Moscovici, ministri economici tedeschi, Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ed anche Direttrice dell’FMI Lagarde. Proprio la Lagarde è stata colei che ha lanciato l’ultimo ultimatum a Tsipras in risposta al suo piano di non rispettare le imposizioni della Troika non più riconosciuta. La Governatrice ha ricordato al Premier greco che il non rispetto delle condizioni imposte dalla Troika comporterebbe lo stop degli aiuti economici. La conseguenza di breve termine sarebbe l’insolvenza greca che sta cercando in tutti i modi di reperire denaro per un prestito ponte che le consenta di traghettare il bilancio fino a maggio o addirittura fino a fine anno quando presenterebbe un piano di dettaglio per risanare la propria economia, le ipotesi sono la richiesta degli interessi sui bond corrisposti alla BCE ed una nuova emissioni di titoli a breve scadenza da parte della banca ellenica. Il tempo invece scarseggia e le istituzione europee pretendono chiarimenti circa le intenzioni di Atene proprio entro l’Eurogruppo venturo. La situazione rimane complessa e pochi sono gli elementi che lasciano prevedere una breve risoluzione così come lontana è l’idea di flessibilità (che è differente da eccessiva permissività senza controllo) che ad un certo punto pareva potesse attecchire tra le istituzione europee.

I fatti purtroppo riassumono in modo tremendamente chiaro come l’Europa per com’è attualmente conformata non sia in grado di gestire crisi sul piano economico, degli esteri e della difesa e neppure fenomeni globali quali i flussi migratori.

16/02/2015
Valentino Angeletti
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Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato

RiformaCostEbbene, è sempre stato definito nodo, ed ora le riforme un nodo cruciale lo sono diventate davvero. Alla Camera sulla riforma costituzionale, i cui emendamenti sono stati approvati nottetempo in una aula semivuota in seconda (delle necessarie quattro) lettura, si è svolta una vera “guerra” tra due parti: l’opposizione, composta da M5s, FI, SEL, unita alla minoranza critica del PD che ha deciso di non supportare il Governo ed il Governo stesso inclusa una parte di Dem, che pur non condividendone i modi, ha scelto di appoggiare la linea dell’esecutivo. Il labaro dietro il quale i due schieramenti de facto si battono, è per le forze oppositrici la necessità di discutere ampiamente e senza fretta i punti di una riforma costituzionale che appunto andrà a modificare profondamente alcuni articoli del testo fondante la Repubblica Italiana, mentre per il Governo è l’assoluto bisogno di agire con rapidità, urgenza, fretta e senza pause.

Forza Italia, SEL e M5S chiedevano lo stop delle sedute fiume notturne decise mercoledì sera dalla maggioranza ed il rinvio della discussione a marzo. Il Governo, supportato dallo stesso Premier rientrato durante la notte da Bruxelles ed andato in Parlamento per dar manforte ai suoi, ha risposto asserendo che il tempo per l’analisi degli articoli è già stato ampio e che questo è il momento di correre, qualora gli oppositori non fossero d’accordo l’Esecutivo è disposto e determinato ad andare solitario avanti di forza a colpi di maggioranza, come poi è accaduto.

Dopo un’iniziale ipotesi di accordo tra M5S e Governo che avrebbe sostanzialmente blindato il percorso della riforma, la rottura definitiva è stata sancita dal no del Governo a rimandare o rivedere l’Articolo 15 del DDL Boschi, relativo al referendum il cui quorum vorrebbe essere abrogato dal M5S. Questo niet ha comportato la spaccatura e provocato reazioni violente finite con la sospensione dei lavori, l’espulsione di alcuni Deputati M5S, parolacce tra membri di SEL e del PD e l’abbandono dell’aula Parlamentare, come in un Aventino, delle opposizioni FI, SEL, M5S a cui si sono aggiunti anche i democratici Fassina e Civati. Anche se contrari al merito della richiesta M5S sul referendum, le opposizioni si sono trovate unite nel richiedere più tempo per l’analisi degli articoli ed un rinvio dei lavori parlamentari.

L’eventuale rinvio avrebbe comportato l’interruzione delle attività fino alla fine di febbraio-inizio marzo, collidendo con l’intenzione del governo di giungere alle votazioni entro sabato. Le ultime settimane di febbraio infatti hanno in calendario i lavori sui decreti in scadenza e “parcheggiati” alla Camera che se non votati rischiano di andare perduti. Quello sulle riforme è il secondo dei 4 passaggi necessari (senza che vi siano modifiche ai testi) prima di giungere a conclusione dell’iter legislativo, dopo quello appena terminato dovranno essere conclusi un ulteriore passaggio al Senato ed uno nuovamente alla Camera.

Le opposizioni, denunciando un eccesso di autoritarismo del Governo, hanno deciso di chiedere un incontro con il Presidente della Repubblica Mattarella che li riceverà martedì 17 e che ha tra le sue competenze pregresse proprio quella in materia Costituzionale. Sergio Mattarella potrebbe quindi intervenire direttamente e perentoriamente per richiamare all’ordine un parlamento che sta dando ennesima dimostrazione di ridicolaggine. Renzi dal canto suo non è disposto a cedere e, questa volta senza mezzi termini, ha avanzato l’ipotesi delle elezioni (che lo vedono ancora ampiamente favorito). Nel qual caso ci si troverebbe a votare con il Consultellum, avendo l’Italicum in preparazione e con alla Presidenza della Repubblica l’artefice del Mattarellum …. “comici latinisti” verrebbe da dire ironici.

Sul tema costituzionale a livello teorico non si può dar torto alle opposizioni, perché è assolutamente vero che per le modifiche costituzionali si deve aver giusto tempo per discutere, confrontarsi ed esprimere in sede parlamentare la propria opinione senza sottostare al contingentamento dei tempi imposto dalle sedute fiume; sempre a livello teorico non si può dar torto neppure al Premier che sostiene che il tempo è stato sufficiente e che le condizioni urgenti non permettono ulteriori rallentamenti artificiosi al percorso delle riforme. La sensazione è però che queste due intenzioni potenzialmente condivisibili entrambe non vengano animate dallo spirito costruttivo di far uscire il paese da una palude e da un blocco di conservazione che perdura ormai da decenni, bensì siano mirate da un lato a mettere in difficoltà il governo e dall’altro a non fermarsi per non interrompere il flusso comunicativo e di annunci sul quale si basa un determinato tipo di politica.

Il Governo Renzi dopo la rottura col Nazzareno forse pensava di essere più forte e forse, accettando il compromesso di spostare le sue politiche un po’ più verso sinistra, avrebbe potuto realmente esserlo nelle votazioni parlamentari. Nei fatti con la rottura del Nazareno ed il mantenimento della vocazione centrista, l’Esecutivo appare più debole e fragile proprio perché non ha recuperato i rapporti né con la sua sinistra interna, né con quella esterna, prediligendo un appoggio, per ora ininfluente, di transfughi proveniente dal centro o dal M5S che nonostante le numerose defezioni è riuscito a dar il “la” alla protesta .

Nulla di più devastante per il nostro paese che si trova in un momento in cui, come qui abbiamo detto più e più volte, è necessario fare presto e bene: presto per la gravità del contesto sociale, macro-economico, politico e geopolitico, bene perché errori in questa fase potrebbero comportare distorsioni ed aberrazioni democratiche che richiederebbero più tempo per essere sanate di quanto sia necessario per apportare correzioni in questa fase in cui si può ancor discuterne il merito (giusto per citare il più classico ed odiato degli esempi richiamiamo la riforma Fornero). Invece il rischio concreto è di far poco, in ritardo e male. Sembriamo ancora in preda all’egoismo ed agli interessi partitici quindi, perdendo come al solito la cognizione di ciò che sta accadendo fuori dai nostri confini. Vicende ben più importanti delle quali dovremmo interessarci a tempo pieno, che non stanno peggiorando solo perché invero mai sono stati vicine ad una reale soluzione e che testimoniano l’incapacità di Europa e paesi membri nel gestire complesse situazioni di crisi.

Innanzi tutto vi è la questione greca e della mediazione tra Tsipras e UE (leggasi Merkel), che se poteva sembrare sul via della risoluzione dopo il pronunciamento della parola “compromesso” dalle labbra del Cancelliere tedesco, ora sembra rimanere in alto mare. Il Presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha asserito che i tempi saranno lunghi ed il presidente della Commissione UE, Jucker, ha rincarato, aggiungendo che le trattative sono lontane dal trovare una soluzione comune. Pare che il compromesso della Merkel fosse da intendere come: “tu, caro Tsipras, scendi a compromesso con la Germania e con l’UE ed amici come prima”. La Grecia da canto suo non pare voler cedere, del resto le promesse elettorali e lo stato sociale greco non glielo consentono, ed incassa ipotesi di supporto da parte della Cina e della Russia così come manifeste dichiarazioni di sostegno da parte degli USA che più volte hanno tuonato contro l’austerità dell’UE. Anche se al momento è solo una possibilità, l’eventuale intervento esterno da parte di Russia, Cina, USA o anche UK (che si stanno preparando ad un eventuale GrExit) sconvolgerebbero un già in bilico equilibrio geopolitico mondiale.

Un altro versante caldissimo è quello dell’Ucraina dove a breve scatterà il cessate il fuoco (24:00 del 14 febbraio), ma dove la soluzione della crisi è lontanissima, del resto gli scorsi accordi non sono mai stati completamente rispettati. A dirlo è lo stesso presidente Ucraino e ciò è confermato dall’inizio ufficiale della tregua ben tre giorni dopo la sua decisione, giorni in cui i territori ucraini continuano ad essere teatro di guerra e di morti (26 tra militari e civili è l’ultimo bilancio) e la Russia ed i filorussi paiono determinati a conquistare quanto più terreno possibile. All’Ucraina, in crisi di liquidità, è stato concesso dal FMI un prestito di 17.5 miliardi di $, prestito assolutamente neppur considerato, sebbene meno sostanzioso, per la Grecia che pure lo richiede esplicitamente per arrivare a maggio (anche se ultimamente il ministro Varoufakis ha parlato di Agosto). Ciò testimonia la delicatezza della crisi Ucraina, pericolosa dal punto di vista strategico, politico, economico e che, per le sanzioni alla Russia ancora non interrotte che potrebbero essere inasprite, costa miliardi anche all’economia italiana e senza considerare il problema energetico.

Vi è ancora il dramma dell’immigrazione, affrontato nel peggiore dei modi dall’Europa ed in cui l’Italia ha un ruolo fondamentale per la sua posizione geografica. La scia marina di morte non accenna a cessare e le discussioni se fosse meglio Mare-Nostrum o Trithon, con tanto di conteggio delle vittime e delle spese mensili (Trithon costerebbe 9 milioni in meno al mese) come fossero un KPI, fanno letteralmente (permettete il termine) vomitare. Non è con questo pensiero che si può risolvere un problema come l’immigrazione dalla Lybia ed in generale da tutto il medio oriente e l’Africa, ma lo si può fare solo con un approccio realmente unito a livello europeo in cui tutti contribuiscono avendo un progetto comune ben chiaro e definito. Nella situazione attuale invece è facile comprendere come non esista nè un disegno ufficiale condiviso, nè una azione coordinata e congiunta tra gli stati membri che invece pensano in primo luogo a ridurre gli oneri a loro carico. Come purtroppo accade per fini biecamente propagandistici, è insensato e stupido incolpare il Gentleman o la Lady PESC di turno: senza l’Europa Unita che dobbiamo perseguire una singola persona non può nulla.

L’inconsistenza europea si vede nella vicenda Greca dove a dettare termini e condizioni a Tsipras sono la Merkel, Schaeuble, Weidmann ai quali si allineano a ruota le istituzioni UE (inclusa BCE) delle quali la Germania è la maggior azionista e si vede nella crisi Ucraina, dova assieme a Russia, Ucraina ed USA compaiono solo Hollande e Merkel come se gli altri 26 stati UE non esistessero (se non esiste un numero di telefono UE unico figuriamoci un rappresentante unico). La pochissima forza Europea si evidenzia anche nella gestione della crisi Libica e nella lotta al terrorismo che sta diventando sempre più pericoloso, potente e sicuro dei propri mezzi; la Farnesina ha intimato agli italiani di lasciare Tripoli e sta meditando la chiusura dell’Ambasciata, il Ministro Gentiloni ha paventato un intervento militare in un quadro di legalità internazionale.

Infine, riguardo alle “insignificanti” vicende del nostro paese se rapportate a quelle mondiali, vi sono gli ultimi dati sul PIL che effettivamente possono essere letti anche in modo moderatamente positivo. La crescita zero, il leggero calo del debito pubblico registrati nel Q4 2014 e la previsione di crescita di quale decimale nel 2015, potrebbero essere visti come stop della recessione ed inizio di una fase di “crescita”. In realtà il debito è calato per le entrate fiscali dirompenti nell’ultimo trimestre dell’anno (ad iniziare dall’IMU) e l’eventuale “zero punto” di PIL relativo al 2015 non è significativo nè può essere strutturale senza che le riforme (economiche e relative alla burocrazia ed alla governance dello stato) vengano rese attuative (non solo annunciate o approvate in prima lettura), entrino in vigore e portino i frutti previsti (risultato non scontato). Da ciò si capisce perché è sempre più necessario fare presto e bene entro i nostri confini, concentrandosi al contempo su ciò che accade al di fuori fuori, che, per le ripercussioni certe sul nostro paese, non può e non deve mancare della nostra attenzione. Se non lo fa la politica è bene che se ne interessino i cittadini e tutta la popolazione, sperando che essa non sia, come statistica vorrebbe, un estensione numerica di quelli che in queste notti hanno trasformato il Parlamento in un ring.

Link Grecia:
Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit
Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio
La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca
Link Quirinale:
Encomi e plausi per Mattarella. Auguriamo a lui sinceramente una mole enorme di lavoro
Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi
Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi
Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno
Link Economia – Politica
Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso
Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama
L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato 
Governo Renzi ed i venti che, reclamando risultati, cambiano. Adesso fare presto e bene!

14/02/2015
Valentino Angeletti
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Dati Istat e Lista Falciani: spaccato perfetto di due strati sociali dell’Italia

Una parte ben consistente della società italiana viene piuttosto fedelmente rappresentata da due argomenti trattati dalla stampa e dai mezzi di informazione.

Il primo trattasi della Lista Falciani mentre il secondo della serie dati diramati dall’ISTAT sulla situazione economica e reddituale degli italiani nei giorni scorsi.

Le indagini della GdF hanno portato alla luce ulteriori dettagli in merito a SwissLeaks. Gli italiani presenti nella cosiddetta Lista Falciani e che avrebbero depositi e conti presso una filiale Ginevrina del colosso bancario britannico HSBC  sarebbero 5439 e dai 3276 controlli effettuati emergerebbero redditi non dichiarati per poco meno di 750 mln € e mancati pagamenti dell’IVA per 4.5 mln €. I nomi presenti sono illustrissimi ed al momento gli unici italiani resi pubblici sono stati Valentino Rossi, lo stilista Valentino e Flavio Briatore. Va ricordato che l’essere presente nella lista non costituisce di per se reato nè è elemento sufficiente per essere accusati di frode od evasione fiscale.

Il secondo argomento invece è costituito dai dati pubblicati dall’ISTAT. Essi parlano chiaro e sono molto sconfortanti. Secondo l’Istituto di Statistica infatti il 26% degli italiani vive con meno di 10’000 € annui, il PIL Italiano è il 30% inferiore rispetto a quello degli altri grandi paesi usualmente presi come termine di paragone, i redditi nel mezzogiorno sono il 45.8% più bassi rispetto al nord e dei 30’593 € lordi medi di retribuzione solo 16’498 € finiscono nelle tasche dei lavoratori. Oltre il 50% degli autonomi/partite iva percepisce meno di 15’000 € annui, la maggior parte di essi sono soggetti a studi di settore quindi impossibilitati ad evadere (spesso gli autonomi sono accusati di essere evasori cronici) e la produttività italiana se confrontata con quella degli altri paesi rimane bassissima. Le prospettive non sono troppo rosee perché con un -30% di PIL anche supporre un incremento ottimistico del 2% annuo poco inciderebbe sulla situazione del reddito italiano, così come un incremento della produttività pare improbabile per via dell’assenza ormai cronica di investimenti e soprattutto a latitare è “il tessuto” necessario ad attirarli.

I due quadri menzionati offrono un interessante spunto di riflessione. Essi rappresentano due dei quattro strati sociali in cui si può raggruppare la popolazione Italiana.

Il primo è rappresentato dai senza reddito, quelli esclusi da agevolazioni fiscali e bonus, come gli 80 €, perché corrisposti a mezzo detrazioni sulle imposta (IRPEF) non pagata da chi non percepisce reddito. Di essi fanno parte i disoccupati senza alcun lavoro che raggiungono percentuali bulgare nel nostro paese, oltre il 12.3% sul totale ed oltre il 40% se si considerano i giovani tra i 15 ed i 24 anni, con una punta drammaticamente alta di oltre il 60% delle donne del sud. Di costoro fanno parte anche i ragazzi neolaureati che rimangono in casa coi genitori, i cosiddetti choosy o bamboccioni, che in realtà spesso lo fanno non per pigrizia, ma perché le offerte di lavoro sono oggettivamente assenti e quelle poche che ci sono si concentrano nei grandi e costosi centri urbani come Roma o Milano, offrono contratti senza prospettive e stipendi inadeguati al sostentamento anche di una sola persona Il risultato è che l’uscire di casa aggraverebbe ulteriormente lo stato reddituale della famiglia (sempre più famiglie vivono con meno di 1’500 € al mese) che dovrebbe quindi preoccuparsi del mantenimento parziale di un figlio lontano da casa. Da ciò risulta quindi più economicamente conveniente rimanere inattivi entro le mura domesticheche uscire e rappresentare un costo vivo per i genitori.

Se il primo strato dei senza reddito rappresenta i poveri “classici”, vi sono, nel secondo strato, i nuovi poveri. La ex classe media benestante che ora è fortemente a rischio povertà, quella per intenderci ben rappresentata dallo spaccato offerto dai dati ISTAT. Tra essi vi sono coloro un tempo motore dell’economia, che grazie alla loro dinamicità e fiducia nel futuro creavano presupposti per la crescita e gli investimenti, quando non erano loro stessi ad investire. Adesso tra di loro esistono i cosiddetti “poor workers”, sempre più frequenti, essi sono coloro che pur lavorando non sono in grado di provvedere al proprio sostentamento e che quindi devono ricorrere ad aiuti esterni (a mio avviso il lavorare e nonostante ciò non essere in grado di mantenere se e la propria famiglia è un segno di immensa inciviltà).

Il terzo strato è ben raffigurato dalla Lista Falciani. Sono i ricchi, ben tutelati da sistema che, legalmente sfruttando falle e lacune normative che possono permettere di approfondire servendosi dei migliori commercialisti ed avvocati o illegalmente sfruttando le possibilità di elusione ed evasione fiscale offerte dal nostro modello economico e dalle difformità interne all’Unione Europea, riescono a preservare e addirittura ad incrementare le loro ricchezze sottraendole all’erario, alla collettività e quindi al bene comune anche nei momenti di crisi più dura. Evidentemente lo squilibrio ed il dislivello tra ricchi e poveri (indice GINI) si fa sempre più marcato e risulta che pochissimi super ricchi, circa il 10%,detengono in Italia il 50% circa delle ricchezze.

Infine vi è un quarto strato sociale, atipico e non proprio rispondente ai requisiti per essere definito tale: è quello della politica. Ovviamente tra i politici vi sono seri professionisti e cialtroni, ma è innegabile che anche nelle crisi essi riescono a preservare il loro status quo e, nonostante stipendi alti e qualità della vita che possono permettersi elevata, non sono mai stati i primi a dare il buon esempio come invece il senso civico imporrebbe, anzi spesso non lo danno proprio e richiedono i sacrifici altrui: del resto capita che debbano essere loro a legiferare per se stessi. Inoltre essi sono quasi conniventi all’accumulo di ricchezze da parte dei già ricchi. Prendendo il caso della Lista Falciani ad esempio non tutti coloro che hanno commesso illecito sono perseguibili poiché hanno utilizzato gli scudi fiscali e le possibilità offerte dal rientro di capitali e decisamente vantaggiose rispetto a quelle cui debbono sottostare gli onesti cittadini (e di ciò possono ringraziare la politica), salvo poi riportare i patrimoni all’estero per le migliori condizioni fiscali. Inoltre, qualora andasse in porto così com’è concepita attualmente la delega fiscale in discussione il 20 febbraio, essi non sarebbero più perseguibili perché verrebbe diminuito il lasso di tempo per incappare nella prescrizione, così, risalendo la lista al 2009, qualsiasi reato al momento dell’accertamento sarebbe già prescritto. Ad aggravare ulteriormente la percezione del cittadino medio e che ora si sta trasformando in povero, vi è anche l’oggettivo constatare dell’assenza di concreto impegno per cercare di diminuire le diseguaglianze, anzi esse continuano inesorabilmente ad amplificarsi.

In buona sostanza è difficile pensare, letto questo spaccato della società “civile” italiana, ad uno Stato progredito in cui rimanere, stanziarsi o investire, in cui i i giovani e coloro che devono crescere possano metter su famiglia e costruirsi col sudore un percorso di carriera. Verrebbe da dire: “ma chi ce lo fa fare?”

Si salvi chi può, ma a poterlo in questo paese sono sempre i soliti; politica e potere economico del resto sono dannatamente propensi ad andare a braccetto fin dai tempi dei tempi.

09/02/2015
Valentino Angeletti
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Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit

Si è tenuto nelle scorse ore il discorso del neo premier greco Tsipras al suo Parlamento. Il leader di Syriza ha cercato di mantenere in equilibrio una situazione sempre più in bilico tra le sue controparti rappresentate dal popolo greco attanagliato da un pesantissimo disagio sociale e dai suoi creditori, vale a dire Troika, istituzioni europee ed altri stati membri. Il popolo greco è stato rassicurato dal punto di vista del mantenimento del programma che ha consentito a Tsipras di salire al Governo. Sono state quindi confermate l’erogazione gratuita dell’elettricità per le classi meno agiate, la reintroduzione della tredicesima mensilità per i redditi più bassi, l’innalzamento a 751 € del salario minimo mensile, il blocco delle privatizzazioni e la riapertura della TV di stato chiusa da qualche mese, la riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati (per suo dire illegittimamente), il taglio di spesa ai Ministeri, la lotta all’evasione fiscale, la maggior spesa a sostegno del welfare e degli investimenti.

Alla Commissione UE e alle istituzioni europee, dalle quali esclude la Troika esplicitamente misconosciuta, invece Alexis Tsipras ha assicurato la volontà di rimanere nell’Euro e di rispettare i patti, ma non in questo momento poiché ora è necessario più tempo per riportare le condizioni dei greci a beneficiare di un livello minimo di agio. Il punto fondamentale da dirimere però è che la Grecia rischia di essere insolvente già dal 28 febbraio e per i prossimi appuntamenti dell’ 11 (Eurogruppo straordinario ad Atene) e del 16 (riunione Eurogruppo Bruxelles) febbraio le è richiesto un piano dettagliato sul quale discutere ufficialmente. Al momento il piano latita ed i bacini di risorse economiche individuate dal governo di Atene sarebbero i tagli ad alcuni Ministeri, alla difesa e la lotta all’evasione, tutte misure difficilmente quantificabili con precisione; la domanda cruciale sulla provenienza delle risorse per onorare il programma elettorale, senza dover ricorrere ad un prestito ponte ipotesi esclusa dal presidente dell’Eurogruppo, rimane e si fa di giorno in giorno più pressante.

Tsipras poi, forse scadendo mosso dalla ricerca di consenso in un poco utile populismo, in risposta alla fermezza di Schaeuble, ha ricordato al tedesco, quasi come fosse un obbligo farlo, le riparazioni di guerra della Germania riferendosi al 50% del debito che venne abbonato nel 1953 alla Germania Federale per i danni dovuti dalla Germania Nazista.

Altra uscita poco delicata e fuori luogo in questo frangente è stata quella dell’iperattivo Ministro delle finanze greco Varoufakis il quale, in caso di fallimento della Grecia, ha indicato l’Italia come inevitabile e successiva nazione ad andare in bancarotta. Per Varoufakis il debito italiano non è sostenibile e quindi se rigore ed austerità continueranno con la Grecia e con l’Italia, secondo la sua visione è non scongiurabile il default dei due stati e dell’Unione nel suo complesso. Il ministro italiano Padoan ha risposto decisamente seccato con un Tweet asserendo che il debito italiano è solido e sostenibile, che non vi sono problemi di solvibilità e che questi affari sono fuor delle competenza di Varoufakis.

Ovvie le rassicurazioni di Pier Carlo Padoan, ed effettivamente le parole del greco paiono assolutamente fuori luogo, così come non è realistico pensare ad una non solvibilità italiana fintanto che riesce a finanziarsi a tassi di interesse decisamente bassi. Differente invece il discorso nel caso in cui si acuisca una crisi di sistema e la speculazione si abbatta sul nostro paese. Del resto domande sulla sostenibilità intesa come possibilità di ridurre il nostro debito sono legittime (Link Ridurre il debito è oggettivamente possibile?). Lo sono perché gli interessi, ripagati ricorrendo ad altro debito, divergono e le condizioni imposte dall’UE non sono oggettivamente rispettabili nel contesto macroeconomico in atto: la disoccupazione è eccessivamente alta e le dinamiche economiche non lascino presagire un’accelerazione del PIL tale da incidere sul rapporto col debito (e col deficit). Il debito è infatti previsto in aumento (attualmente a circa 133% del PIL) per l’anno in corso e dovrebbe (ma il condizionale è obbligatorio) iniziare a discendere lentamente dal 2016. Quindi la situazione debitoria è preoccupante, al limite della procedura di infrazione europea, e si comprende l’arduo lavoro che sta facendo Padoan ed il team del MEF in Europa per scongiurare questa eventualità.

Come avevamo già avanzato in questo articolo:
“Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
molti Stati si starebbero preparando per affrontare una GrExit. Tra questi vi sarebbero l’UK il cui ministro delle Finanze Osborne lo ha pubblicamente dichiarato alla BBC e gli USA. Dagli States tuonano infatti il predecessore di Bernanke alla FED, Alan Greenspan, secondo il quale l’uscita delle Grecia dall’Euro è solo questione di tempo ed il Presidente Obama che ammonisce l’UE a non proseguire con l’austerità e far ripartire gli investimenti seguendo in sostanza il suo esempio. Per Barack Obama mantenere (colpevolmente e deliberatamente) l’approccio rigido che fin qui ha prevalso nel vecchio continente causerebbe un indebolimento europeo fino ad una possibile disgregazione dell’Unione che innescherebbe una crisi economica mondiale irreversibile, difficilmente risolvibile e che pochi sarebbero in grado di affrontare provati come sono dalle crisi ancora in corso. Per evitare il crack Greco e le possibili ripercussioni in Europa e nel mondo non sembrano improbabili soccorsi esterni ad Atene a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle Europee che potrebbero provenire dalla Russia o dalla Cina, ma anche dagli stessi Stati Uniti d’America.

Per approfondimenti: Osborne annuncia che il Regno Unito si sta preparando alla Grexit

Valentino Angeletti
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