Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE

Ebbene, sono stati approvati i decreti attuativi del Jobs Act, un cavallo di battaglia del Governo Renzi su un tema, il lavoro, centrale per il periodo economico in atto caratterizzato da una drammatica situazione occupazionale e messo al centro degli impegni europei. L’argomento è anche altamente caratterizzante la sinistra più radicale che ha sempre fatto del lavoro e del diritto dei lavoratori una delle bandiere da difendere a spada tratta, talvolta, assieme con i sindacati, in modo eccessivamente rigido.

Come prevedibile, considerando quanti aspri scontri vi siano già stati internamente al PD proprio sul JobsAct, anche l’approvazione dei decreti non ha fatto eccezione. Il PD si è nuovamente diviso palesemente, da una parte la cosiddetta minoranza che include Fassina, Civati, Cuperlo, Damiano, Chiti schierata con SEL, M5S, FI e buona parte dei sindacati, assai critici nei confronti della riforma, dall’altra il Governo (PD e NCD) che gioisce per la vittoria conseguita.
Secondo i primi la giornata è stata drammatica per il lavoro e per i lavoratori che hanno perso qualche cosa in termini di tutele e diritti, un giorno infausto dove ha trionfato la precarietà, solo pochi contratti atipici sono stati eliminati (da 47 passerebbero a 45) e la facilità di licenziamento può minare ulteriormente il minino di stabilità lavorativa attualmente raggiungibile con estrema difficoltà (i vecchi contratti non rientrano nel perimetro del JobsAct). Per il Governo invece è un giorno memorabile sia per aziende, facilitate ad assumere, sia per lavoratori precari e disoccupati, beneficiari delle assunzioni, tanto da spingere Poletti a promettere agli italiani 100’000 – 200’000 nuovi posti di lavoro nel 2015 (la forbice del 100% non è certo insignificante, sono in ballo 100’000 posti, se stima deve essere che sia almeno più precisa, ma sarebbe meglio non si stimassero affatto certi numeri visti i precedenti poco felici).
Del resto non nascondono un’enorme soddisfazione gli alleati governativi di NCD che, ottenuto questo dividendo sul lavoro, rilanciano, a margine di una Winter School al Sestriere, la loro posizione di influenza nel Governo, il patto (attenzione ai patti, non portano sempre bene) per far arrivare “l’Esecutivo delle riforme” alla scadenza naturale del 2018 ed avanzano, dall’alto della loro bulgara percentuale elettorale, gli interventi in tema famiglia e diritti civili, sui quali, c’è da star certi, nuovi scontri si concretizzeranno. Se gioiscono Sacconi (identificato come il vero vincitore della riforma sul lavoro dalla minoranza Dem) ed Alfano, non possono gioire i membri più radicali del PD, né tantomeno i sindacati le cui posizioni oscillano tra l’estremamente critico della CGIL-FIOM di Camusso-Landini e quella un più accomodante della CISL della Furlan, maggiormente propensa alla mediazione ma comunque insoddisfatta di certi passaggi.

Le critiche sulle modalità operative, facendo il paio con quelle della sinistra Dem, SEL, Sindacati e M5S, arrivano anche dal Presidente della Camera Laura Boldrini che accusa Renzi di prevaricazione del Parlamento non avendo ascoltato il parere delle Commissioni, votate favorevolmente da tutto il Parlamento, le quali suggerivano una revisione di taluni passaggi della riforma. Certo è che la discussione del parere delle Commissioni Parlamentari ed il loro recepimento non è un obbligo da parte dell’Esecutivo, ma passarvi sopra nonostante il voto parlamentare favorevole e nonostante il PD, partito di cui il Premier è segretario, si fosse espresso unanimemente a fianco delle Commissioni, è un dato di fatto che testimonia una volta in più come il Premier non guardi in faccia a nessuno né sia particolarmente incline al dialogo ed alla mediazione.

Oggettivamente e senza voler giudicare, il prevaricare un parere delle Commissioni, per giunta appoggiato da tutto il Parlamento, non è una banalità. Ciò ha spinto Vannino Chiti, membro della sinistra Dem, a dichiarare che la scelta non sarà senza conseguenze e la Presidente Boldrini ad avanzare il timore per “un uomo solo al comando”, che la storia insegna essere sempre foriero di disgrazie.

I punti più caldi del Decreto sul Lavoro, che fanno gongolare il Centro Destra NCD e lamentare la Sinistra, confermando con le evidenze il carattere più destrorso dei provvedimenti, sono: la cancellazione dell’Articolo 18, il demansionamento, l’utilizzo di tecnologie per il controllo dei dipendenti, i licenziamenti collettivi, il taglio (definito esiguo dalla minoranza Dem, Sel e M5S) che porterebbe da 47 a 44-45 il numero delle tipologie contrattuali precarie.

Per la sinistra Dem l’approvazione del Jobs Act è stato uno schiaffo all’ala sinistra del PD riuscendo dove la destra, quando era di governo, fallì. Sinistre e sindacati sono già sul piede di guerra, verranno organizzate manifestazioni e Landini sembrava aver avanzato addirittura l’ipotesi di iniziare a fare politica proprio in opposizione a Renzi, possibilità poi smentita dallo stesso sindacalista. Renzi nel frattempo alla trasmissione “in mezz’ora” non ha perso occasione di scagliarsi contro la Fiom dicendo che l’eventuale scesa in campo di Landini sarebbe stata la naturale conseguenza della sconfitta del sindacato nella partita con FCA di Marchionne, unico vincitore indiscusso secondo il Premier. In realtà il leader Fiom assieme a Cofferati potrebbe dare il “la”ad una scissione del PD, che con le sole forze della minoranza Dem sembra poco più che una mansueta compagine, per colmare una lacuna a sinistra che innegabilmente esiste.

Se la sinistra non se la passa bene, situazione speculare si rileva a destra. Fitto è pronto a lanciare “i rinnovatori” che dopo i “rottamatori” ed i “formattatori” almeno lasciano intendere una volontà costruttiva. Analogamente alla sinistra Dem, nonostante le tante e talvolta contraddittorie asternazioni sulla possibilità di una fuoruscita che potrebbero riprendere auge dopo le parole poi smentite di Landini, anche per Fitto  la linea ufficiale è quella di lavorare all’interno del partito. In tutto questo marasma è gioco facile per il Premier tirare dritto senza significativi avversari.

Più che l’Articolo 18, evidentemente portato avanti come vessillo ideologico per poter così dire di aver sconfitto i vecchi privilegi (leggi CGIL e sindacati con cui evidentemente ce l’ha a morte), a lasciare più perplessi sono il controllo sui lavoratori, il demansionamento in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o crisi economica dell’azienda e soprattutto la possibilità dei licenziamenti collettivi.

Chissà il caos che accadrà, perché è solo questione di tempo ed accadrà, quando una grande multinazionale, dapprima straniera (che sia FCA?) poi seguiranno anche quelle nostrane, applicherà questa possibilità…. non sarà una situazione semplice da gestire.

Inoltre appare evidente che per un po’ di tempo ancora si perpetreranno le diseguaglianze tra due tipologie di lavoratori, quelli coperta dalle vecchie tutele e quelli sotto l’egida del contratto a tutele crescenti che partirà i primi di marzo. Molti sono i casi in cui potranno verificarsi situazioni distorte (la più palese è la differenza tra pubblico e privato) ed una particolarmente spinosa riguarda proprio i licenziamenti collettivi.
Poniamo ad esempio il caso che un’azienda debba licenziare 40 persone per motivi economici e taluni siano coperti da vecchio contratto mentre i restanti dal Jobs Act. Come si procederebbe? Col reintegro dei primi ed il licenziamento degli altri? La quota di reintegrati poi sarà sostituita da altri licenziamenti attingendo alla platea dei dipendenti sotto nuovo contratto? Del resto se l’esigenza aziendale di riduzione del personale ammontava a 40 unità, 40 alla fine devono essere.
Oppure il cambio di lavoro e azienda comporterebbe per un lavoratore sotto vecchio contratto e tutele il passaggio a quello nuovo senza Articolo 18? Se sì la conseguenza sarebbe una minor propensione al cambiamento ed una maggior rigidità per questo caso specifico.

Insomma, attendiamoci molte, molte polemiche.

Immediatamente dopo l’approvazione di un consistente numero di riforme (liberalizzazioni in vari settori, privatizzazioni, Jobs Act) il Mef si è affrettato ad inviare, a mezzo del vecchio strumento epistolare ancora in voga tra gli uffici di Bruxelles, alcune stime di crescita legate all’attività riformatrice. In particolare:

  • il Jobs Act porterà un incremento di PIL dello 0.9% nel 2020 (stima allineata a quella dell’OCSE);
  • dalle privatizzazioni si ricaverà un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017;
  • complessivamente sempre al 2020 la crescita toccherà +3.6% grazie alle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA;

La motivazione di tale comunicato evidentemente risiede nel fatto che a marzo la Commissione UE dovrà pronunciarsi, in secondo battuta dopo il rinvio di dicembre, sulla legge di stabilità dell’Esecutivo Renzi e questi numeri si spera siano un buon viatico.

Forse però il Governo, conoscendo la puntigliosità della Commissione che non si lascia ammorbidire da stime troppo spesso disattese, dovrebbe limitarsi nel lanciare pronostici non si sa bene basate su che studi. Ricordiamo tutti la previsione del PIL a +0.8% apostrofata come pessimistica e con belle sorprese in vista diramata dal Governo nel febbraio del 2014 e riferita allo stesso anno.

Com’è quantificabile un PIL a +0.9% che il Jobs Act porterà nel 2020 (orizzonte in questo momento lontanissimo e decisamente influenzato da una miriade di fattori esterni come Grecia, Ucraina, Libia, prezzo del greggio, sanzioni alla Russia, crescita cinese ecc, che neppure il miglior economista-stratega può prevedere ad oggi; in economia-finanziaria la certezza sul lungo termine è che saremo tutti morti)?
Le privatizzazioni già slittate più volte, inclusa quella di Enel tecnicamente semplice, potranno davvero comportare un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017?

Ancora, come è stimabile a +3.6% la crescita complessiva sempre al 2020 per effetto delle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA considerando quanto sia difficile portarle ad attuazione nei tempi stretti stabiliti e con le pressioni della politica italiana (un cronoprogramma è già stato bucato palesemente, ma nessuno sembra ricordarlo)?

Infine come può il buon Poletti asserire che nel 2015 gli italiani beneficeranno di un incremento di 100’000 – 200’000 posti di lavoro? La forbice, come detto in precedenza, è troppo ampia e tra 100 mila e 200 mila c’è la stessa differenza che tra un risultato mediocre ed uno più che buono.

Non sono bastate le cantonate sui dati di previsione già prese nei tempi addietro? Parrebbe di no.

Appurato che di alternative credibili in un momento di urgenza come questo non ve ne sono, sarebbe auspicabile che Governo ed opposizioni lavorassero assieme con il reale obiettivo del bene e del cambiamento del paese. Purtroppo la sensazione è che sull’altare della comunicazione e della rapidità d’annuncio si sacrifichino fondamentali dettagli, modificabili facilmente durante le discussioni parlamentari ma dagli effetti devastanti una volta approvati, ove, stando al vecchio adagio, si insinua sovente il diavolo….

Link:
Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…28/12/2014
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14

22/02/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

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5 Risposte

  1. […] Vi è infine il programma di riforme dell’esecutivo Renzi, ad iniziare da quella sul lavoro (Link), giudicato sufficientemente rilevante che ha gratificato l’Europa. Ovviamente dal punto di […]

  2. […] Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’int… […]

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