La lotta dei dati tra Governo ed istituti di statistica

Con l’ultima serie di dati del 2014 diramati dall’Istat riguardanti lo stato economico dell’Italia, l’istituto di statistica ha aperto la manopola dell’acqua gelida sulle nude spalle del Governo proprio in un momento in cui l’Esecutivo cercava di infondere la sensazione che l’inversione del trend economico negativo fosse ormai alle porte cercando tra l’altro di supportare la tesi con elementi numerici, vale a dire dati.

Il Governo aveva enumerato in 79’000 i nuovi contratti a tempo indeterminato derivanti dai primi due mesi di decontribuzione fiscale triennale per le aziende in caso di instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato (link). Dopo poco si è poi intuito e verificato che molti di essi erano trasformazioni di partite IVA, contratti precari o determinati già in essere, in seguito si è poi fatto notare come quel numero andrebbe confrontato con le cessazioni di contratto del medesimo periodo. Da ciò il risultato è stato che in gennaio e febbraio i nuovi contratti indeterminati sono stati 79’000 le cessazioni circa 40’000, dei 39’000 rimasti le trasformazioni sono state oltre il 50% andando quindi a ridurre il numero di nuovi posti di lavoro, elemento di maggiore interesse.

Effettivamente questo è avallato dai rapporti Istat che indicano una diminuzione degli occupati ed un aumento dei disoccupati e degli inattivi cioè coloro che non sono impegnati in cerca di occupazione, nonostante siano inoccupati.

La spesa pubblica secondo Ministero delle Finanze ed Istat è aumentata, portando il rapporto deficit/PIL di nuovo al limite europeo del 3% con i rischi di vedere ridurre i margini di flessibilità applicabili all’Italia e soprattutto lo scatto delle clausole di salvaguardia su IVA ed accise che sarebbero un colpo da KO ai consumi e probabilmente anche alle entrate fiscali del governo centrale ed enti territoriali, conformemente a quanto asserito dalla teoria di Laffer e dalla sua famosa curva, mai dimostrata ma sempre verificata nei fatti come una congettura matematica. Ciò va in netta contrapposizione all’obiettivo apertamente espresso dal Governo di tagliare la spesa ed i costi centrali e locali, operazione che avrebbe consentito di evitare le temibili clausole inserite nel DEF.

Le retribuzioni medie si attestano su 20’600 € per i dipendenti e 17’650 per gli imprenditori, 16’280 per i pensionati e 35’660 per i lavoratori autonomi. I livelli sono i più bassi tra i paesi “industrializzati” con un costo della vita confrontabile. Interessante è il divario tra i dipendenti e gli imprenditori in favore dei primi rispetto ai datori, il che è probabile che indichi una forte tendenza all’evasione. Le dichiarazioni dei redditi oltre 50’000 € sono il 5% del totale mentre coloro che dichiarano oltre 300’000 € sono solo 30’000. Nonostante quindi le intenzioni di redistribuzione del reddito avanzate dall’Esecutivo, tale redistribuzione (necessaria da tempo, Link) non è ancora avvenuta, anzi pare che il divario sociale stia pericolosamente aumentando andando a tendere verso una situazione in cui i super ricchi lo diventano sempre di più mentre i poveri aumentano, diventano sempre più poveri ed includono anche ex membri della classe un tempo media ed agiata ora in via di estinzione.

La pressione fiscale è salita al 48.3% con il picco oltre il 50% a fine anno. Il numero di contribuenti è diminuito di 425’000 unità di cui 334’000 lavoratori dipendenti, al contempo anche i pensionati sono diminuiti di 168’000 unità. Ciò conferma l’aumento della disoccupazione e la diminuzione dei contribuenti fa si che coloro che pagano realmente il fisco debbano accollarsi percentuali ancora superiori al 50%. Se poi si considera che l’80% della pressione fiscale ricade su dipendenti e pensionati che hanno aliquote fisse in proporzione al reddito, mediamente basso e non eludibile, ne segue che la pressione sui piccoli artigiani, partite IVA, commercianti, autonomi, imprenditori che hanno l’onesta di onorare all’erario tutto il dovuto arriva a percentuali molto superiori al 50% fino al 68-70%. Anche in tal caso il dato è in conflitto con le dichiarazioni del Governo, secondo cui, principalmente a causa degli 80€, la pressione fiscale è sensibilmente diminuita. Per l’Istat invece gli 80€ sono ascrivibili alla spesa pubblica e non una riduzione della tassazione. Inoltre anche se il bonus Irpef fosse considerato sgravio fiscale, sarebbe limitato ad una stretta platea di contribuenti, andando ad escludere nuovamente autonomi, professionisti, artigiani che rimangono coloro i quali, se onesti, pagano di più, e pure pensionati.

Ora va detto che i dati, per tutti coloro che sono abituati in qualche modo a trattarli, e siamo la maggior parte delle visto che ci confrontiamo quotidianamente con loro, da una semplice bolletta alla costatazione dell’aumento dei prezzi nel supermercato sotto casa, sono elementi incontrovertibili, oggettivi, quasi assiomatici, indiscutibili. Vi è poi la loro interpretazione che può variare. Per fare un banalissimo esempio l’aumento del costo del caffè al bar può essere imputato alla bramosia del barista oppure si può ipotizzare che il fornitore di caffè abbia aumentato il costo della materia prima e così il barista abbia optato di preservare il proprio margine accollando l’aumento sul consumatore finale. L’oggettività del dato, ossia l’aumento di prezzo della bevanda, non è in discussione, è una costate.

Quello che invece spesso accade, come in questo caso, tra il Governo e vari istituti come Istat, camere di commercio, patronati del lavoro e via dicendo, che per mestiere forniscono dati, è che si discuta la veridicità del dato stesso o delle metodologie. Cosa incomprensibile visto che si sta parlando di istituti professionali.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca diceva un saggio e vista la frequenza di letture discordanti e rilevazioni presentate in modo sospettosamente parziale sembrerebbe quasi che si voglia presentare, peraltro con eccessiva faciloneria, una situazione molto migliore di quella che è nella realtà dei fatti. Mai come ora è necessario che il Governo sia chiaro con i cittadini i quali hanno già perso la fiducia nelle istituzioni e sono ormai predisposti, non proprio a torto visti i precedenti, a pensare male. L’esecutivo non può permettersi di poter essere sospettato di voler ingannare una popolazione che finora è stata la sola a dover accollarsi il peso della crisi: questi cittadini vanno rispettati e messi di fronte alla verità, bella e brutta che sia. In caso contrario la fiducia calerà ancora e non sarà più recuperabile. Detto ciò poi l’Esecutivo non può pensare che in condizioni di pressione fiscale, occupazione, evasione simili sia possibile parlare di inizio della ripresa, siamo ancora ben lontani dalla vera ripresa nonostante congiunture macroeconomiche momentanee potenzialmente molto favorevoli. Indispensabile è dunque evitare innanzi tutto le clausole di salvaguardia, lottare l’evasione e dare il via a vere politiche per il lavoro e di redistribuzione delle ricchezze. Le vie per conseguire simili obiettivi ci sono, sono note e ripetute da tempo, sono molteplici, ma tutte necessitano di quella volontà politica fino ad ora latitante e la cui assenza ha contribuito ad aggravare lo stato di crisi già di per se drammatico per quanto il corollario globale ha imposto con violenza.

 

03/04/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] e non nuovi posti di lavoro (se ne aveva un sospetto al limite della certezza fin da subito – Link1 – Link2), inoltre i dati Istat confermano una volta in più che il lavoro si crea con […]

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