Pasqua a Washington per Varoufakis e Lagarde con l’ombra del Daily Telegraph su una nuova Dracma

Non sarà certo una Pasqua tranquilla per i leader greci Tsipras e sopratutto Varoufakis, e c’è da giurare che non lo sarà neppure per la Direttrice FMI Christine Lagarde. Sugli scudi c’è ancora il braccio di ferro tra Atene e le istituzioni europee ora Brussels Group (ex Troika con l’aggiunta dell’ESM European Stability Mechanism). La vicenda, nonostante dai media nostrani sia stata messa un po’ in secondo piano rispetto alla situazione politica interna animata dalle solite tensioni nei partiti a cominciare da FI e PD in vista delle prossime regionali e dalla corsa alle limature sul DEF alla caccia dei fondamentali 10 miliardi circa per evitare le clausole di salvaguardia pronte per il prossimo anno, continua ad agitare i sonni di molti.

I vari piani di riforme proposti da Tsipras non hanno fino ad ora convinto Bruxeelles. Per la Commissione UE rimangono troppo aleatori e non precisamente quantificabili nelle entrate, si basano su stime previsionali come la lotta all’evasione, importantissima ma non valutabile ex ante con oggettiva precisione, il rientro di capitali esteri, il rilancio delle privatizzazioni, tra cui quella del Porto del Pireo, la vendita delle frequenze televisive e la reintroduzione della tassa sugli immobili. Mancano tutti gli elementi di austerità richiesti dalle istituzioni europee su pensioni, i pesanti tagli alla pubblica su amministrazioni e sanità e l’ulteriore accelerazione sulle privatizzazioni, azioni che Tsipras non può permettersi onde il venir meno alle promesse fatte in campagna elettorale che gli hanno consentito la fiducia popolare e la conseguente elezione.

Se l’Europa può dilungarsi (ma quanto realmente?) nel muro contro muro mantenendo alta la tensione nei negoziati che durano da tempo ed è prevedibile che dureranno almeno qualche altra settimana, non vale lo stesso per il FMI. L’istituto di Washington deve infatti ricevere entro il 9 aprile la tranche da 458 milioni di Euro del prestito elargito al Partenone e che non ha la minima intenzione di prorogare oltre scadenza. Analogo ragionamento si può fare per la Grecia che, nonostante le smentite governative, potrebbe già essere in crisi di liquidità. I depositi privati sono diminuiti di 30 miliardi dal novembre scorso ed hanno superato al ribasso i 150 miliardi complessivi. Alle Banche elleniche è stato precluso il QE ed ogni forma di rifinanziamento eccezion fatta per la linea d’emergenza ELA; anche l’emissione di altri titoli di stato a breve termine che hanno superato il limite dei 15 miliardi non è stato consentito dalla BCE.

Se Tsipras e Varoufakis tranquillizzano che entro il 9 verrà saldato il debito con l’FMI e verranno pagati stipendi e pensioni, le voci secondo cui sarebbero in realtà a rischio, si fanno sempre più insistenti. Le ultime provengono dal Daily Telegraph e dall’economista Piketty, che indicano la situazione greca ormai non sostenibile a lungo. Secondo il quotidiano britannico fonti attendibili riporterebbero che la Grecia stia pensando a due vie per sopportare l’onere dei rimborsi che dovranno essere erogati prossimamente e che oltre a FMI, stipendi e pensioni, si compongono anche di  250 milioni di euro d’interessi in scadenza a fine mese e dal rifinanziamento dei titoli che matureranno il 13 e 17 aprile prossimi per un totale di 2,4 miliardi di euro: non proprio una inezia quindi. Le due vie sarebbero la nazionalizzazione delle banche e l’emissione di titoli di pagamento per stipendi e pensioni in una forma differente dall’Euro.

La locuzione forma diversa dall’Euro di fatto sarebbe il ritorno ad una moneta nazionale che anche se non nominata Dracma e anche se inizialmente circolante in parallelo all’Euro costituirebbe il precedente ufficialmente sancitorio della disfatta e revocabilità della moneta unica, mai neppure ipotizzata come seria opzione da BCE ed istituzioni. La notizia, seppur, ripetiamo, smentita ufficialmente, non ha avuto il meritato risalto. L’eventualità di uno strumento di pagamento alternativo, che per come stanno le cose non pare campata del tutto in aria, sarebbe l’inizio della disgregazione europea che nessuno vuole, ma che, se le trattative ed i negoziati non si indirizzano più concretamente verso una soluzione di compromesso, rischia di diventare realtà con la conseguente esplosione dei mercati e delle devastanti manovre speculative sugli spread tali da mettere in ginocchio, con un effetto domino virale, anche altri stati a cominciare da Italia, Spagna e probabilmente anche Francia.

Alla luce di ciò l’incontro dell’8 aprile, immediatamente precedente al rimborso di Atene all’FMI, tra Putin e Tsipras può essere visto come la volontà di tessere e stringere un rapporto in vista di qualche evoluzione estrema, proprio come la reintroduzione di una valuta nazionale. Certo è, come detto da Moscovici, che Tsipras è libero e ben fa a trattare con chiunque, ma i tempi e gli scenari sono sospetti e le licenze di perforazione nell’Egeo fanno gola ad una nazione che vuole mantenere la sua egemonia energetica come la Russia, tanto più in un momento in cui la guerra dei prezzi del greggio e la trattativa di Losanna, con gli accordi in fieri sul nucleare Iraniano che potrebbero concretizzarsi comportando uno stop alle sanzioni, rischiano di far ribassare ulteriormente il prezzo del petrolio e delle commodities energetiche le quali Putin vorrebbe ben più care.

Non sarà una Pasqua facile per Varoufakis e Lagarde, ma non possono stare troppo tranquilli neppure a Bruxelles, ed è bene che seguano interessati l’evolversi della vicenda perché non è una esagerazione affermare che ne va del futuro economico e sociale di un intero continente e forse anche oltre.

04/04/2015
Valentino Angeletti
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