Direttrici che non portano alla crescita ed all’aumento dei livelli di benessere

La condizione economica attuale è complessa, difficile e probabilmente per la sua evoluzione, volendo considerare come punto iniziale la crisi statunitense dei mutui subprime, estesa poi nel continente europeo mutando da principalmente finanziaria a riguardante i debiti sovrani, interi Stati fino ad assumere connotazioni sistemiche, unica nella storia. Simili frasi sembrerebbero ormai retoriche per quante volte sono state ripetute. L’azione politica però non pare comprenderlo. Mai come in questo momento servirebbero visione, azione comune, focalizzazione verso gli obiettivi di ritorno al benessere collettivo, di collaborazione e di cooperazione, mettendo per un  attimo da parte lo scontro tra i partiti e tra gli interessi delle nazioni che in contesti “normali” possono essere, nei limiti del bene della Res Pubblica, accettabili. Così dovrebbe essere sia a livello europeo che nazionale. Ciò a cui stiamo assistendo su ambedue i livelli invece è un comportamento quasi diametralmente opposto, con dichiarazioni che danno il senso dell’urgenza di alcune azioni, ma fatti che smentiscono quanto detto pochi istanti prima; così è sia un Europa che in Italia.

Non mancano giorni in cui si nota che la soluzione della crisi è ancora lontana pur negli alti e bassi dell’ evoluzione di un qualsivoglia scenario. In Europa ad esempio sono prepotentemente tornati a manifestarsi il problema dell’immigrazione, dei rapporti con gli stati limitrofi, le varie crisi socio – economico – umanitarie che vanno dalla Russia alla Libia arrivando fino al centro Africa. Ancora più l’inviluppo della crisi greca che può essere ascritto ad emblema della non cooperazione politica a Bruxelles. Già si è detto che il salvataggio greco iniziale sarebbe costato ben meno del protrarre oltremodo ed inconcepibilmente uno stillicidio, peraltro senza avere un piano ben definito a priori, ma agendo all’evenienza fino ad arrivare a questi giorni, dove si sente parlare sempre più insistentemente del default, più o meno pilotato e concordato, di Atene. Il debito greco non è più onorabile dalla penisola ellenica, tale è l’opinione condivisa da tanti economisti. Molto probabile che questa evenienza, pur smentita dal Governatore Draghi, sia assai concreta. Ne parlano da mesi nella City londinese e JP-Morgan (come altri istituti) ha da tempo iniziato a proporre ai suoi clienti piani per affrontare una GrExit. La stessa Germania si sta preparando ad un default greco ma senza uscita dalla moneta unica che comporterebbe la prosecuzione di una corsa agli sportelli bancari, già comunque in corso per mantenere in Euro il proprio capitale, e forse la deflagrazione del tentativo di unione.

Modi di agire simili, anche qualora la Grecia si salvasse, confermano la totale lontananza dai concetti di Prosperità, Progresso e Protezione che dovrebbero essere alla base dell’unione, senza spingersi in sentimenti più romantici come collaborazione, spirito di appartenenza ad una stessa comunità, solidarietà e condivisione dei rischi e dei benefici.

Analogo ragionamento può essere fatto per l’Italia. Anche gli ultimi dati confermano, nonostante tassi di interesse mai bassi come ora, un prezzo del petrolio al momento ancora più che vantaggioso, mutui potenzialmente a buon mercato e prezzi delle case decisamente diminuiti, una situazione che mantiene alti livelli di complessità.

Il debito pubblico ha fatto segnare un nuovo record sfondando quota 2169 miliardi con crescenti spese centrali e spese locali in diminuzione, la disoccupazione tende a migliorare leggermente, ma attestandosi comunque a fine anno ad un inaccettabile 12.6% con aumento dei disoccupati di lungo termine, ossia coloro che più difficilmente potranno trovare impiego, magari depauperando un patrimonio d’esperienza e di conoscenze che potrebbe sicuramente ancora risultare d’utilità. Il credito in Italia rimane difficile, tra i più difficili in europa, non in grado di supportare il mercato immobiliare (affossato anche dall’incertezza normativa sulla tassazione) nè di appoggiare gli investimenti che latitano. Gli investimenti necessari in Italia sono molti e fondamentali, ovviamente dovranno essere razionali e lungimiranti, ma servono e servono sia quelli per piccole opere come la riqualificazione del territorio, delle scuole, la riconversione energetica e lo spostamento verso un modello economico più sostenibile sul quale Renzi dice di puntare con convinzione, sia quelli per grandi opere e, come i crolli nelle scuole ed i periodici disastri dovuti al maltempo sono la dimostrazione del bisogno dei primi, i grandi crolli infrastrutturali (ultimamente ponti e viadotti) fanno da testimoni della necessità dei secondi.

Nel paese invece la politica è tutta catalizzata su alcuni temi: la legge elettorale Italicum che ha comportato una profonda spaccatura nel PD e le dimissioni dell’ex capogruppo Speranza (uno dei pochi che si è dimesso per dissenso politico e non per indagini o scandali), il dissenso da parte del M5S e di FI che assieme alla minoranza DEM hanno scritto lettere separate ma dallo stesso contenuto (l’ipotesi fiducia sulla legge elettorale sarebbe un attentato alla democrazia) al presidente Mattarella; le regionali con le difficoltà del PD in Liguria, aumentate a seguito delle indagini sulla candidata Paita per i dissesti idrogeologici essendo lei all’epoca assessore competente in materia, e con quelle di FI in Puglia. Infine a non tarderanno troppo le discussioni sull’impiego del tesoretto da 1.6 mld €, potenziale goloso benefit elettorale.

Il tesoretto come già riportato (LINK) è una numero previsionale derivante da un miglioramento della stima del rapporto deficit/PIL di 0.1%. Le previsioni iniziali sul PIL 2015 del Governo erano di +0.6% e sono state aggiornate nell’ultimo DEF a 0.7% (ma sempre di previsione di tratta). L’intenzione del Governo pare quella di spendere la somma quando ha ancora fattezze virtuali. Il rischio che sì corre è che, avesse ad esempio ragione il Fondo Monetario con la sua stima di crescita riferita all’Italia portata a 0.5% (in miglioramento), il paese si troverebbe nella condizione in cui mancherebbe di 1.6 mld più 1.6 mld derivanti dalla differenza di 0.2% tra lo 0.7% stimato e lo 0.5% reale, più altri 1.6 mld dovuti alla spesa in deficit già effettuata.

Come al solito prenderò un abbaglio, ma la sensazione è che, seguendo le direttrici impostate da UE ed Italia, difficilmente si potrà impostare un percorso virtuoso per incrementare, senza sperare di tornare ai livelli precedenti, il nostro grado di benessere. Questo è un presentimento che spero vivamente provenga da uno di quei piccoli gufi che saranno a breve smentiti.

Valentino Angeletti
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