Archivi Mensili: maggio 2015

Impresentabili: accuse (fondate?) del PD renziano alla Bindi e gli effetti sul rinnovamento della politica

Finalmente, venerdì 29 maggio, appena due giorni prima dall’inizio delle elezioni regionali quando ormai le liste erano chiuse e difficilmente qualcuno si sarebbe preso l’onore di modificarle, i nomi dei cosiddetti impresentabili, stilati dalla Commissione Antimafia, sono stati diramati dalla Presidente Rosy Bindi.

Dei 16 impresentabili (LINK) certamente il più noto e quello attorno a cui ruota il contesto più problematico, è Vincenzo De Luca, unico esponente PD nell’elenco e candidato a concorrere, tra gli altri, con l’uscente Governatore Caldoro di FI per la presidenza della regione Campania.

Come premessa è doveroso dire che l’impresentabilità è un requisito che non ha valore legale e non impone in nessun modo alcun obbligo nè al candidato stesso, nè tantomeno al partito che lo sostiene. Non comporta la decadenza da candidato e neppure l’ineleggibilità, si tratta solo della verifica del rispetto di un codice di autoregolamentazione datosi autonomamente dai partiti, che in quanto tale può essere senza alcuna conseguenza, se non di immagine e di coerenza, disatteso.

Il requisito di impresentabilità è stato ascritto dalla Commissione a De Luca per un episodio di concussione, reato afferente alla categoria dei mezzi facilitanti l’opera mafiosa, risalente al 2008 per il quale De Luca rinunciò alla prescrizione per potersi difendere. Se non vi fosse stata rinuncia il reato sarebbe già stato prescritto. La situazione di De Luca era già molto complessa, poiché, a causa di una condanna in primo grado per abuso d’ufficio (galeotto fu il termine inglese Project Manager anziché l’equivalente italiano, che neppure si sa quale sia realmente: gestore di progetti? Bruttino invero…), la Legge Severino vuole che il candidato PD sia ineleggibile. Per tale circostanza, qualora De Luca fosse eletto, si aprirebbe subito un grosso problema che potrebbe portare ad un blocco istituzionale. Le soluzioni al problema potrebbero essere o l’obbligo firmato da Palazzo Chigi che impone a De Luca di dimettersi oppure l’attesa della creazione di una giunta regionale, che consentirebbe al PD di creare una squadra di governo, ed il successivo abbandono del neo-eletto ma che a priori si sapeva non potesse essere eletto (inutile sottolineare la singolarità perversa della questione); in ogni caso il rischio rimarrebbe quello di un vuoto alla Presidenza della Regione. De Luca non è stato minimamente sfiorato dall’idea di non partecipare alla corsa alla Regione, ritenendo il reato inconsistente e la Severino da modificare, tanto che fonti riportano che il candidato PD avrebbe detto, ostentando sicurezze fin troppo marcate, che, dopo la sua vittoria, il Premier Renzi avrebbe messo mano alla Legge Severino, la stessa che ha conferito l’ineleggibilità a Silvio Berlusconi.

La sentenza dell’Antimafia ha immediatamente portato il prevedibile strascico di polemiche, in particolare nelle file del PD. Addirittura lo stesso Premier si sarebbe spinto ad affermare che l’antimafia è un valore universale e collettivo e che non può essere usato, riferendosi al caso in analisi, per ritorcersi contro il PD, facendo esplicito riferimento alle controversie con la Presidente antimafia Bindi, che, stando a  ciò che dice Renzi, è come se avesse usato la Commissione che presiede per farsi personale giustizia accanendosi contro il PD Renziano, col quale la Bindi ha avuto più di un attrito.

I fatti oggettivi non danno ragione al Premier, se un requisito di ineleggibilità sussiste, e nel caso di De Luca pare sussistere, è giusto che la Commissione lo metta in evidenza, sta poi ai singoli partiti, con tutti i pro ed i contro del caso, decidere se accettare o meno il responso e se rispettare il codice di autoregolamentazione che ciascun partito, in totale libertà ed autonomia decisionale, ha accettato di sottoscrivere. Inoltre pensare ad una mirata vindetta nei confronti del PD è oggettivamente difficile almeno per due ragioni:

  1. su 16 impresentabili solo 1 è del PD, il partito più grande a livello nazionale e forse anche europeo (nessuno del M5S e della Lega);
  2. se realmente di vendetta si fosse trattato, sarebbe stato piuttosto facile inserire tra gli impresentabili anche Raffaella Paita, candidata PD, ancor più renziana che De Luca, in Liguria. La Paita, all’epoca assessore alle Infrastrutture, è accusata  di mancato allarme ed omicidio colposo nell’ambito dell’inchiesta sui drammatici disastri causati dalle alluvioni che han subito Genova e la Liguria tutta.

Evidentemente, volendo meditare una cruenta vendetta, la Presidente della Commissione Antimafia avrebbe trovato facilmente il modo, vista l’accusa in questione, di accludere anche la Paita nella “Lista Bindì”. Ciò avrebbe reso ancora più serrata la corsa, oltre che alla Campania, anche alla Liguria: uniche due regioni realmente in bilico tra PD e FI, con lo spettro dell’astensionismo e di una consistente presenza di Lega e M5S, andando a rendere sempre più possibile quel 4-3 in favore del PD sul Centrodestra (quasi scontato vincitore in Veneto) che Renzi si ostina a ritenere comunque una vittoria, ma che a tutti gli effetti consisterebbe in una debacle clamorosa per i democratici

Alle porte delle elezioni regionali, che già saranno oggetto di enorme astensionismo, una situazione simile, in Campania, ma non solo, dove si mischiano impresentabilità ed incandidabilità senza confini ben definiti, ha sicuramente l’effetto di portare ancor più astensionismo e voti in favore del M5S, che non ha nessun impresentabile e che concorre ovunque in solitaria dando così l’impressione di cercare, con l’ingenuità e l’inesperienza che lo contraddistingue, un taglio con la vecchia politica, e, dove corre da sola, della Lega.

La domanda, solita, consueta e fatta più volte, che però non si può non ripetere, in particolare nel caso di De Luca, è se, nello spirito del rinnovamento della politica, della pulizia, dei volti nuovi siano essi giovani o vecchi, non vi fosse davvero un sostituto bravo, valido, competente, meritevole e senza i problematici trascorsi con effetto sul presente che ora si devono affrontare, pur non sapendo chiaramente come? Non c’era proprio nessuno tale da non dar adito a feroci critiche da parte degli oppositori? Da non dare agli attenti votanti la sensazione che nulla è cambiato, azzerando quel po’ di fiducia e speranza che forse qualcuno ancora riponeva nella politica e nelle istituzioni?  Non si doveva remare tutti assieme verso una politica diversa, pervasiva in tutti i livelli della società, partecipativa, fatta di persone nuove lontane dai vecchi modelli, schemi, salotti, relazioni, conoscenze, gruppi di potere e via dicendo (ricordiamo l’appoggio a De Luca del sempre verde Demita, molto forte territorialmente in Campania e portatore di numerosi voti, pur essendo quasi scomparso a livello nazionale)?

Va precisato che ora si prende come caso emblematico ed estremo quello di De Luca, ma analogo ragionamento si potrebbe traslare anche su esponenti del Centrodestra o di altri partiti, eccezion fatta, forse per il M5S.

L’effetto, come abbiamo detto, sarà sicuramente un aumento di disaffezione e di astensionismo da parte di coloro che vorrebbero realmente un cambiamento, col risultato che i votanti, i quali, salvo astensionismo a livello tale da non raggiungere il quorum che non consentirebbe il governo di un singolo partito, in fin dei conti decidono, saranno coloro che dai poteri incrostati ed inamovibili, dalle burocrazie dispensatrici di elargizioni e poltrone, fino ad arrivare, in estremo, ai collusi con malavita e mafia, ricevono prebende e benefici e che pertanto non hanno alcuna volontà di perseguire il cambiamento, che, a differenza degli onesti ed ormai stufi di una politica indecente che li ha spinti ha rinunciare al diritto-dovere civico di espressione del voto, per costoro difensori dello status quo, non sarebbe altro che perdita di rendita.

Sembra scontato, ma il cambiamento rispetto ad una situazione persistente e viziata si ottiene solo e soltanto con la volontà e l’impegno concreto, per i più mai realmente esistiti, dei cittadini, ma soprattutto della politica che ha potere e mezzi per agevolare o ostacolare il processo, di voltare realmente pagina.

30/05/2015
Valentino Angeletti
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Lavoro: dati OCSE e la preoccupante carenza di competenze nell’epoca del Digitale e dalla Sharing Economy

Inutile fingere, sperare in rapide soluzioni o in inversioni di tendenza. Il problema è più che noto e di una complessità inaudita; è ovvio, e se ne deve dargli merito, che il Governo, seguendo le raccomandazioni europee, ma anche il buon senso verrebbe da dire, in modo più o meno condivisibile, con metodologie e provvedimenti talvolta opinabili e sicuramente divisivi (Jobs Act, Articolo 18, Articolo 4 ecc) in particolare nelle file del PD, di cui il premier rimane segretario, più a sinistra e vicine ai sindacati, stia provando ad arginare questo vero e proprio dramma.

Se non si fosse capito stiamo parlando del tema dell’occupazione, o meglio della disoccupazione nell’area OCSE e nella fattispecia nel nostro paese. Questa volta a far suonare l’allarme è l’OCSE e non i soliti dati mensili, diramati quando dal Ministero del Lavoro con riferimento ai contratti e quando dall’Istat con riferimento alle persone fisiche e perciò più idonei ad inquadrare la reale situazione occupazionale della società e dei cittadini, che usualmente danno adito a differenti interpretazioni sulla reale creazione di nuovi posti di lavoro tosto che di stabilizzazioni di contratti “atipici” già in essere, che, come abbiamo detto, qualora rappresentassero un miglioramento delle condizioni lavorative del soggetto interessato, spesso giovane, non sarebbero un risultato totalmente disprezzabile.

L’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico con sede a Parigi, in un suo rapporto, ha certificato che l’Italia è penultima tra i paesi OCSE per quanto riguarda il tasso di occupazione giovanile, a fare peggio, prevedibilmente, solo la Grecia che si colloca al’ultimo posto.  Nella fascia di età 15 – 29 il tasso di occupazione è passato dal 64.33% del 2007 al 52.79% del 2013, a fronte di una media OCSE per il 2013 del 73.7%, impietoso il rapporto con la migliore, l’Olanda, che fa registrare un tasso di occupazione dell’ 81.7%. Considerando invece la fascia 30 – 54 anni, l’Italia è quartultima, con un tasso di occupazione passato dal 74.98% del 2013 al 70.98% del 2013.

Il problema della bassa occupazione è comune in tutta l’area OCSE, infatti vi sono più di 35 milioni di giovani di età compresa tra i 16 ed i 29 anni non occupati, ma nemmeno impegnati in materia di istruzione o di formazione (Neet). Il dato sui Neet, che fa presagire anche una bassa speranza nel futuro, è pessimo in Italia, dove sono il 26.9% (peggio solo la Spagna con il 26.9%, l’Irlanda, terzultima, distacca l’Italia con il 19.2%), contro una media OCSE del 14.9%.

Di sicuro l’aspetto della crisi ha contribuito notevolmente a rendere difficile l’occupazione, ma il contesto italiano è stato capace di estremizzare oltremodo la deriva.

Alle numerosi crisi aziendali dovute al calo dei consumi, si affiancano una eccessiva rigidità del mondo del lavoro, una dimensione delle aziende nostrane troppo piccola per competere all’estero e puntare sull’export, settore che meglio ha resistito ai colpi della recessione, la mancaza di catene distributive e filere internazionali importanti, un contesto normativo, burocratico, legislativo bloccante, la corruzione, le poche prospettive di business che spingono le aziende a non investire nel nostro paese, la carenza di investimenti pubblici per difficoltà nel mantenere i vincoli di spesa e di bilancio, e via discorrendo in un elenco che abbiamo già fatto più volte.

A ciò però si aggiunge un aspetto, se vogliamo più grave e preoccupante, ossia la carenza, sia tra i giovani che i meno giovani, di quelle competenza richieste dal moderno e mutato mercato, scarse capacità matematiche e di comprensione dei testi. La soluzione a tale questione non è semplice e necessità di piani strutturati di lungo temine, nonché di mirati investimenti. Il mercato ha subito un cambiamento, andando ad avere necessità di figure professionali particolari, che non si recupera nel medio-breve periodo, ma abbisogna di strategie di lungo termine, formazioni specifiche ed investimenti in innovazione, che sono mancati nelle nostre industrie. Le nuove competenze non si acquisiscono con qualche ora di corso, ma spesso provengono solo da un cambio di mentalità ed approccio al lavoro, caratteristiche di flessibilità, adattività e rapidità mentale che scarseggia in Italia, visto che il 31.56% dei giovani svolge un lavoro routinario che non richiede specifiche competenze  ed il 15.3% svolge un lavoro che non lo arricchisce di nuove competenze. Inoltre il 54.3% dei giovani non usa il PC in ambito lavorativo (scabroso). Infine lo scollamento tra scuola, ricerca, istruzione e mondo del lavoro/industria è evidente e non c’è alcuna reale rispondenza tra domanda ed offerta. In sostanza gran parte del laureati italiani escono senza avere le competenze che servirebbero alle aziende. Volendo rincarare la dose, esiste in Italia anche il pesante fardello della raccomandazione, della relazione e l’assenza del merito che rendono lavoro e carriera ancora più chiusi ed impenetrabili.

Questo fatto è inconcepibile nel periodo della digital economy, della sharing economy, dei servizi distribuiti e dello share value, dove sono richieste competenze particolari, non presenti nel bagaglio culturale dei più “anziani”, che difficilmente potranno apprenderle, nè in quello dei giovani a cui, benché predisposti ad imparare rapidamente, non vengono insegnate. Al giorno d’oggi sono richieste competenze e cultura digitale, ma anche capacità di improvvisare, creatività, inventiva, flessibilità e capacità di adattamento a scenari mutevoli, anche e soprattutto nel mondo del lavoro. Concetti completamenti differenti rispetto al lavoro quotidiano, in fabbrica o in ufficio, a cui la cultura italiana è ancora troppo legata. Prendiamo il caso di Uber e dell’app Uber Pop: esso è un esempio di sharing economy e di nuovo paradigma del lavoro che le norme stanno cercando di relegare entro i vecchi schemi, ma a cui, alla lunga, come per le mail, i video, gli mp3 ecc, dovranno inginocchiarsi, adattandosi al nuovo mondo tecnologico.

Se non si è in grado di dissolvere l’ancestrale legame con la vecchie concezioni ed orientare davvero le menti verso i nuovi concetti lavorativi come digitale e sharing economy, innovazione e tecnologia, ottimizzazione dei processi e qualità, servizi condivisi ed “ufficio distribuito senza cartellino”, comprendendo che talvolta è il lavoratore a doversi creare l’occupazione, anche se inserito in un solido e strutturato contesto aziendale, difficilmente si potrà riuscire a colmare il drammatico gap occupazionale e recuperare la competitività persa. Ovviamente ciò non deve andare a discapito dei diritti dei lavoratori, che, protetti con forme innovative coerenti al nuovo contesto economico, dovranno sempre e comunque essere garantiti.

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Valentino Angeletti
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La trattativa Creditori, Bruxelles Group e Grecia: irrigidimento dopo gli esiti (scontati) delle elezioni spagnole e polacche?

Sull’infinita ed ormai esasperante crisi greca, il livello di tensione delle ultime dichiarazioni può essere assimilato alla figura retorica del climax discendente.

Non è passato più di qualche giorno da quando esponenti dei ministeri di Atene, tra cui lo stesso Varoufakis, dichiararono che sarebbe stato impossibile per lo stato ellenico assolvere la tranche di debito da 312 miliardi con l’FMI in scadenza il 5 giugno e lo sarebbe stato per tutto l’ammontare delle scadenze di giungo, pari a 1.6 miliardi di €. La giustificazione data dagli esponenti ministeriali è stata la più banale, quanto inappuntabile possibile: la Grecia non ha soldi. La carenza di liquidità, del resto, era ormai nota, se non in modo esplicito, sicuramente nei fatti visto che il governo centrale di Atene aveva già raschiato il fondo del barile richiedendo liquidità a tutti gli uffici e gli enti locali, nonché ai consolati ed alle ambasciate sia in territorio nazionale che in quello estero.

A questa prima dichiarazione, allarmante per i creditori ed FMI in particolare, è seguita una smorzata da parte del Ministro Varoufakis, che ha assicurato che la Grecia pagherà tutti i suoi debiti, a patto di avere liquidità sufficiente e disponibile. Tale affermazione ovviamente non contraddice la prima, se, come è ormai appurato essere, Atene non ha denaro a sufficienza per pagare il 5 giugno stipendi, pensioni, che il Governo Tsipras vuole a tutti i costi onorare, e debiti verso i creditori, ritenuti sacrificabili. Non sono caduti nel sillogismo dialettico i creditori, BCE, FMI, ESM, i quali hanno ribadito che senza un piano di riforme concreto e senza il rispetto di tutte le scadenza non saranno concessi ad Atene ulteriori aiuti (l aprossima tranche ammonterebbe a 7.2 miliardi) dei quali evidentemente Tsipras necessita con sempre maggiore urgenza.

L’ultima versione, la più edulcorata, è stata proferita sempre da Ministro Varoufakis, il quale ha assicurato il pagamento di ogni pendenza poiché di qui al 5 giugno vi sarà un accordo sulle riforme e sul rifinanziamento degli aiuti. Non sono quindi stati trovati denari, ma è solo aumentato l’ottimismo per una concreta risoluzione, almeno per quel che riguarda la scadenza più imminente.

L’ottimismo è probabilmente dovuto alle dichiarazioni di Junker, presidente della Commissione UE, che vede un’accelerata verso l’accordo, ma soprattutto all’appoggio che da Washington arriva dal segretario generale del Tesoro Jack Lew, il quale ha rassicurato che da parte statunitense ci sarà il massimo pressing sulle istituzioni europee e sui creditori affinché la situazione venga risolta quanto prima. Il motivo è presto detto: benché in Europa si cerchi di minimizzare l’impatto di un eventuale default greco e di una sua uscita dalla zona euro, grazie alle misure monetarie intraprese ed al rafforzamento avvenuto negli ultimi anni, la verità, quella con cui si confronta il Tesoro USA, è che nessuno ha chiaro che cosa potrebbe in realtà accadere, le conseguenze connesse, quantificare l’impatto sui mercati e la reazione della finanza speculativa sempre in agguato e sempre pronta ad accanirsi contro la vittima successiva rispetto alla Grecia (Italia? Spagna?).

Nonostante però questa ventata positiva ed ottimista, la determinazione statunitense e la capacità comunicativa di Varoufakis, il negoziato sulle riforme ed il compromesso “sbloccante” non sembra ad oggi dietro l’angolo.

Lato Tsipras ed Atene le proposte di riforme sarebbero rivolte ad un adeguamento dell’IVA suddividendola in tre fasce, alla istituzione di un salario minimo a 751€, livello indicato prima del memorandum con il Bruxelles Group, una stretta sui pensionamenti anticipati sotto i 65 anni di età senza però rivedere l’ammontare dell’assegno pensionistico, il mantenimento di un livello sostenibile di disavanzo primario, taglio di spesa a ministeri ed enti pubblici, lotta all’evasione ed all’uso del contate tramite uno scudo fiscale (15% circa) sui capitali da evasione e detenuti all’estero, così come una tassazione sui prelievi di bancomat (oltre 70 € è la cifra ipotizzata) per combattere l’uso del contante, misura che però riscontra opposizioni interne a Syriza. Pur non essendo in grado di rispettare quanto promesso in campagna elettorale il tentativo di Syriza è quello di cercare, per quanto possibile, di sostenere il welfare, evitando di far precipitare ulteriormente lo stato sociale del popolo greco. I tre quarti del cammino sono stati intrapresi e portati a termine dalla Grecia, l’ultimo quarto spetta alle istituzioni europee ed ai creditori, questa è la posizione di Varoufakis e Tsipras, che sono convinti si debba trovare un accordo senza ricadere negli errori del passato.

Va detto che quelli del passato si sono mostrati a tutti gli effetti degli errori che hanno esacerbato oltremodo una crisi che avrebbe potuto essere risolta fin da subito con un costo nettamente inferiore, quasi trascurabile. Il Professor Prodi, dalle colonne del Corriere, ha sostenuto che sarebbero bastati 40 miliardi se il problema fosse stato approcciato fin da subito, sicuramente la stima è al ribasso, ma pensare che la situazione potesse risolversi con 120-130 miliardi è verosimile. Adesso, dopo aver perseverato 5 anni con l’austerità, invece ne servirebbero almeno 500 ed oltre. Il nodo della questione è che quelli definiti “problemi” dai greci, sono in realtà capisaldi della politica di risanamento che vorrebbe impostare la Ex Troika.

Il Bruxelles Group infatti, oltre a non voler assolutamente concedere ritardi o rinegoziazioni dei pagamenti in corso, vorrebbe impostare il percorso del risanamento ellenico basandosi su noti principi di austerità, forse leggermente rivisti, ma non ammorbiditi in modo tale da poter risultare sopportabili nell’attuale contesto greco. In particolare privatizzazioni pesanti e diffuse, taglio dei dipendenti pubblici, quando invece la Grecia avrebbe avuto intenzione di operare riassunzione (ad esempio nell’emittente televisiva nazionale), taglio di stipendi e pensioni pubbliche, stretta sui parametri del disavanzo primario, taglio delle spese, incremento pesante dell’Iva e della tassazione sui consumi. La lotta all’evasione è anche per l’Europa una necessità, ma l’aleatorietà degli ingressi, pur un con un potenziale enorme, fanno prediligere forme più programmabili di reperimento delle risorse.

La possibilità che entro il 5 giugno venga trovato l’accordo definitivo in grado di sbloccare la seconda tranche da 7.2 miliardi di aiuti alla Grecia rimane remota. Sicuramente l’influenza del tesoro Americano è notevole e lascia trasparire come, nonostante le rassicurazioni di Bruxelles sulla più stabile situazione dell’Unione rispetto al 2011, il terreno di uscita greca dall’Euro, o, ipotesi più probabile, di un nuovo default controllato di Atene, sia ombroso e senza certezza. Le reazioni potrebbero essere molto pesanti, e, in ambedue i casi, a prescindere dal reale impatto economico dell’evento, la speculazione potrebbe portare alla disgregazione del progetto europeo con pochissime e ben assestate mosse. Parimenti risoluti, sbarrando o limitando il margine negoziale greco, sembrano però i creditori, con in testa lo statunitense FMI e l’europeo ESM che per bocca del suo presidente, Klaus Regling, ha affermato che non vi saranno ulteriori aiuti alla Grecia senza il rispetto di tutte le scadenze.

In aggiunta a ciò, ad irrigidire ulteriormente le posizione del Bruxelles Group, potrebbero esservi i recenti risultati elettorali con la vittoria di Podemos in Spagna, del conservatore Duda in Polonia, dell’incalzare di movimenti di estrema destra e xenofobi dichiaratamente anti Euro ed anti sistema nella mittel-europa, dei movimenti di protesta come M5S e Lega in Italia e la riconferma di Cameron in UK, sospinto dal portare avanti l’idea di referendum di uscita dall’Euro.
Nelle ultime tornate, quella spagnola, amministrativa ma preludio alle politiche di autunno, e quella polacca, sia Podemos che l’ultranazionalista Duda, hanno posizioni non aprioristicamente contro l’unione europea, ma contro le politiche di austerità che hanno impoverito la popolazione europea ed animato il senso di disaffezioni nei confronti delle istituzioni di Bruxelles. Se tale sentimento è più che comprensibile in Spagna, che, pur con dati ed economia in crescita, ha dato i natali al movimento degli indignados, lo sarebbe meno nel caso della Polonia, economia in crescita e che ha beneficiato molto del’ingresso in Europa, se la giustificazione non fosse da ricercarsi proprio nella disaffezione nei confronti di Bruxelles, delle sue politiche e lo scemare complessivo di quello che una volta era il sogno di integrazione europea dal quale i cittadini si sarebbero attesi un benessere ed una stabilità economica, politica e sociale poi mai concretamente arrivate.
L’apertura alla Grecia potrebbe dare il la alle richieste di altri stati, iniziando da Spagna e Polonia, ed alle pretese di scaricare parte del debito sovrano. Chiaramente fintanto che l’economia è quella greca si parla di un impatto economico di livello complessivamente limitato, quando invece si iniziano a tirare in ballo la quarta e la sesta economia dell’aera Euro le dimensioni sono di tutt’altro genere.

Ciò detto pare che la questione greca si protrarrà oltre, probabilmente con soluzioni estemporanee e non definitive, e che la posizione delle istituzioni possa irrigidirsi ulteriormente facendo assumere a questa narrazione, dal punto di vista greco, i contorni di una vera e propria tragedia atenese.

Valentino Angeletti
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Mi spiace sinceramente, ma sulla ricchezza degli italiani il pressapochismo di Renzi a Bersaglio Mobile non è tollerabile nell’attuale contesto sociale

Senza far trasparire alcun, seppur minimo, dubbio, negli ultimi giorni abbiamo avuto modo di sentire, dalla bocca del Ministro Padoan e, con una sicurezza quasi sconfortante, dello stesso Renzi, proprio nelle scorse ore intervistato a Bersaglio Mobile dal bravo Enrico Mentana e dalle altrettanto lodevoli Gaia Tortora ed Alessandra Sardoni, numerose manifestazioni di ottimismo sulla situazione economica italiana e sulla ricchezza (disponibilità di danari su conti bancari) dei nostri concittadini.

Il Ministro Padoan, al solito, si è mostrato più pacato, ma ha comunque tenuto a sottolineare come, pur non dovendo cadere nell’errore di abbassare la guardia, la recessione sia terminata e ciò sarebbe dimostrato dal miglior dato sul PIL dal 2011 a questa parte, vale a dire il +0.3% riferito al Q1 2015 rispetto al trimestre precedente (che scende a 0 se confrontato col medesimo periodo del 2014 -link di approfondimento-).

Decisamente meno moderato invece il Premier Renzi, che non ha nascosto il suo entusiasmo nell’affermare, su La 7 nel salotto di Mentana, che l’Italia è uscita dalla crisi, che le persone si stanno arricchendo e che quello che manca è solamente la fiducia nel futuro. A detta del Premier, la dimostrazione della sua sentenza è l’aumento dei depositi bancari che starebbe a significare che la ricchezza c’è, mentre a latitare sarebbero consumi e spesa, proprio per mancanza di fiducia da parte dei potenziali consumatori. La fiducia, come abbiamo ripetuto più e più volte, è un elemento fondamentale nel traghettare fuori dalla crisi ed è effettivamente vero che, qualora mancasse, sarebbe assente un elemento basilare per la ripresa economica ed in particolare dei consumi, soprattutto di lungo termine e dei beni durevoli.

Detto ciò però, l’affermazione del Presidente del Consiglio sembra un po’ azzardata e semplicistica, come del resto lo è quella riferita alla diminuzione del numero di cassa integrati e del calo del ricorso a questo ammortizzatore sociale da parte delle aziende. Per Renzi il dato è molto positivo, e così sarebbe se non fosse che in realtà tale diminuzione sembra sia causata non tanto dall’aumento di lavoro, che continua a non sussistere, essendo la drammatica percentuale dei disoccupati costantemente attorno al 13% con picchi del 42-43% per gli under 24, quanto dalla fine dei fondi allocati alla cassa integrazione che necessitano infatti di un rifinanziamento. Un presidente dovrebbe essere più cauto quando proferisce simili parole, perché potrebbe causare indignazione, a parte nei nemici giurati: “I Sindacati”, in coloro che sono coinvolti, loro malgrado, in questi meccanismi, siano essi lavoratori che imprese.

Tornando invece all’ottimismo riguardo all’uscita dalla crisi va detto che l’incremento dei depositi bancari che il Premier ha distribuito in modo lineare su tutta la platea degli italiani pare non essere così omogeneo, anzi pare non esserci affatto.

Gli ultimi dati diramati dall’Ocse confermano una tendenza consolidata già da molti anni e che, nonostante le belle parole, i buoni propositi e le promessi di impegni concreti delle istituzioni, si è stati incapaci di arginare: i ricchi stanno diventando sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, in altri termini si acuisce il divario sociale in modo sempre più accentuato e preoccupante, con classi sociali sempre meno valicabili, una mobilità sociale inesistente ed una classe media che sta perdendo le certezze che la facevano un motore economico, relegandola sempre più vicino alle soglie di povertà certificata e quindi sicuramente con meno capacità e volontà di spesa rispetto a periodi più rosei e certi (per approfondimenti sui rilevamenti OCSE, che smentiscono in toto l’affermazione del Premier di rimanda al link del sole 24 ore). Se il fenomeno è comune in tutta Europa, lo è ancora più marcatamente in Italia. Va detto che il problema dell’uguaglianza sociale non è nuovo, anzi sono anni che lo si addita come elemento di disaffezione nei confronti delle istituzioni, europee in particolare, dei partiti, della politica di austerità, ed ha contribuito a creare tensioni sociali notevoli, tumulti, a cominciare dalla Grecia e Spagna, i movimenti degli Idignados, di Occupy Wall Street, di partiti come Podemos, UKIP e movimenti populisti o xenofobi.

Già si scrissero vari pezzi e riflessioni in merito, riportiamo di seguito solo alcuni:

  1. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/2013
  2. Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve 12/07/2014
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/2014
  4. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/2014
  5. Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama 20/01/2015

Evidentemente siamo di fronte alla dimostrazione di come ci sia stata totale incapacità (o volontà, o interesse?) di affrontare concretamente il problema della diseguaglianza. Da quelle date, da quei banali scritti segnalati, datati 2 anni circa or sono, nulla è cambiato, anzi la situazione è peggiorata, e ciò lo ha certificato il Censis prima e l’Ocse poi. Come è possibile quindi affermare, come ha fatto con leggerezza il Premier, peraltro senza un briciolo di contraddittorio, che in Italia i soldi ci sono e che il problema è l’assenza di fiducia che non induce i benestanti depositari di buoni conti bancari a spenderli? Se soldi ci sono sono nelle mani di pochi, un 10-20% della popolazione, i soliti noti, incolpevoli se si sono arricchiti con lavoro e nella legalità, che può spendere in consumi di nicchia, che forse neppure ha ridotto esageratamente i propri consumi e le proprie abitudini non avendo forse sentito gli effetti della crisi; che compra beni particolari, le cui produzioni limitate non sono in grado di trainare economia, consumi interni, lavoro e reddito diffuso. Simili approssimazione e pressappochismo, nella condizione e nel contesto sociale che dobbiamo affrontare, non son tollerabili, mi spiace sinceramente.

Va dato atto al Premier che il Governo ha lavorato, con il Jobs Act, per cercare di combattere un elemento altamente legato alla povertà in Italia, come è possibile leggere nell’articolo del Sole 24, che è quello del lavoro atipico. Se l’efficacia sarà quella desiderata e necessaria va ancora dimostrato, in ogni caso lo sforzo in quella direzione c’è stato.

Guardando poi la situazione attorno a noi, ci si accorge che essa è tutt’altro che semplice. Il Governo, talvolta incolpevole perché ereditiero di problemi pregressi, ha dovuto affrontare la tegola della sentenza della Consulta sulle pensioni costata al momento 2’180 milioni di €, che ha risolto a mio avviso in modo parziale, perché ritengo che la Corte, a valle dei ricorsi in arrivo, dovrà pronunciarsi nuovamente. IN aggiunta a ciò ora dovrà affrontare il mattone proveniente da Bruxelles che non ha dato il via libera alla reverse charge sull’IVA, il cui pagamento avrebbe dovuto passare dai fornitori al settore della Grande Distribuzione. Il costo ammonterebbe a 728 milioni di €, che, stando alla legge di stabilità, in tale situazione dovrebbero essere ricavati dall’aumento delle accise sui carburanti, ipotesi smentita dal MEF, intenzionato a reperire le risorse mancati dalla lotta all’evasione (ma sappiamo come queste entrate aleatorie poco piacciano alla Commissione che preferisce le ben più stabili imposte sui consumi, come le accise o ancor meglio gli aumenti dell’IVA).

Estendendo lo sguardo in Europa prendiamo atto delle difficoltà persistenti. L’Eurozona cresce, ma ancora lentamente, afferma il Governatore BCE Draghi.  Una crescita non tale da sostenere una ripresa con le basi strutturali necessarie per aumentare gli investimenti e per creare nuovo lavoro. La crisi greca sembra ancora lontana da una soluzione, la stessa Merkel ha detto che la risoluzione non è ancora visibile, mentre Tsipras, come al solito, si è mostrato più ottimista dicendo che la Grecia è aperta al dialogo ed a risolvere la situazione senza però incorrere negli errori del passato. Tale affermazione vuol dire tutto e nulla, perché quelli che per Alexis Tsipras sono errori del passato, per il Bruxelles Group sono proprio i passi richiesti. L’ipotesi di un default greco, con permanenze di Atene nell’Euro, sembra ormai solo questione di tempo, evidentemente una simile circostanza, pur non comportando l’uscita, che sarebbe devastate, dalla moneta unica, contribuirà a ridurre l’autorevolezza europea, già ai minimi livelli, nei confronti degli interlocutori mondiali, come USA, Russia, Cina; inoltre è assai probabile che contribuisca ad aumentare la disaffezione dei cittadini europei che si sentono sempre meno parte di un progetto che alla luce dei fatti è incapace di portare benessere diffuso e distribuito, uguaglianza, ed è impotente di fronte ai complessi problemi, all’ordine del giorno nel mondo moderno e globalizzato, come il terrorismo, i grandi flussi migratori, le tensioni tra gli stati confinanti come Russia ed Ucraina, tutti messi in secondo piano rispetto a slanci protesi alla protezione dello status quo, in particolare da parte degli Stati più forti e potenti. Probabilmente ciò porterà conseguenze alle venture elezioni spagnole e nel referendum sulla permanenza in Europa del 2017 in UK che ha consentito la vittoria dei Conservatori (Link)

La condivisione del rischio, dei problemi, il contributo secondo il principio di cooperazione e proporzionalità, per risolvere situazioni complesse che comportano nell’immediato una spesa progressiva, commisurata alla loro potenza e ricchezza, tra i paesi membri, ma benefici e stabilità strutturale per tutta l’Unione nel lungo periodo, è utopia ancora lontana, nonostante sia un caposaldo ricordato anche da Draghi nel suo ultimo intervento (Link), e soprattutto elemento imprescindibile dalla sopravvivenza del progetto Europeo come intesero i padri fondatori.

Altro che abbondanza di soldi, ripresa già in atto e bloccata solo dalla mancanza di fiducia…

La fiducia non c’è spesso per motivate ragioni e la situazione è assolutamente assai complessa e non riassumibile con una banale parafrasi del tipo:

“Fidiamoci, speriamo e spendiamo che da domani arriva il sole…..”

23/05/2015
Valentino Angeletti
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L’odiosa e banale semplificazione: terrorismo ed immigrazione

L’arresto in Italia, dietro segnalazione delle autorità tunisine, di un marocchino, presunto partecipante alla strage del museo di Tunisi, che sarebbe giunto nel nostro paese tramite i famigiarati quanto “mortiferi” barconi, ha acuito ulteriormente la stucchevole polemica sul fatto che tra i migranti che giungono via mare sulle sponde sud dell’Italia, possano annidarsi anche terroristi.
In realtà l’extra comunitario protagonista della vicenda, secondo vari testimoni e per i registri di classe, nel giorno dell’attentato sarebbe stato presente, con la madre, come uditore ad una lezione di italiano presso un istituto lombardo. Evidentemente il ragazzo non può può aver partecipato materialmente alla strage, circostanza che lo potrebbe condannare alla pena capitale.
Premesso ciò va detta una cosa banale ma che pare non entrare in testa a nessuno tra i politici, che sembrano invece assai impegnati a difendere posizioni ideologiche o populisticamente alla ricerca di facile consenso, ricettabile con facilità tra il malcontento sociale più che diffuso.

Su centinaia di migliaia di ingressi ogni anno, addirittura fonti governative parlano di potenziali milioni di ingressi e persone pronte ad imbarcarsi a loro rischio e pericolo, come si può pensare che tra i disperati, che rimangono la maggior parte, non vi siano (oltre agli scafisti) persone pronte a delinquere, senza scrupoli, estremisti islamici, intolleranti, ed anche terroristi più o meno improvvisati che potrebbero effettivamente partecipare da soli o inseriti in cellule con cui potrebbero comunicare, ad attentati?
È normale, statisticamente, che in un campione così ampio vi si ritrovino più tipologie di persone, come del resto è normale che, presi 5000 italiani (anche politici magari) vi siano i “buoni ed i cattivi” (che infantile categorizzazione, perché spesso non si è “buoni o cattivi” a prescindere, ma dipende dalle circostanze che la vita ti pone d’innanzi).

Fatta questa doverosa precisazione, tanto banale quanto ignorata e mai esternata da chicchessia, pensare che lo strumento ufficiale di ingresso in stati stranieri dei terroristi, molto organizzati e molto dotati economicamente vista la loro presenza nei traffici illeciti di petrolio che gli conferisce fino a 3 milioni di dollari al giorno, siano i barconi con grossi rischi di intercettazione da parte delle autorità costiere, navali, di polizia e con il pericolo di affondare e morire come topi nelle stive di navi improvvisate, siano barche scalcinate, pare sempre più ridicolo.

Allo stesso modo generalizzare, affermando che i profughi sulle barche siano solo e solamente disperati dai nobili ideali senza alcuna propensione, intenzione o volontà, se costretti, a delinquere, mostra parimenti una visione limitata, probabilmente polarizzata da qualche ideologia, proprio alla pari di coloro che identificano in tutti i profughi delinquenti ed efferati criminali.

Come al solito in medio stat virtus, e come al solito si continuano a sostenere prese di posizione evidentemente limitative rispetto ad una realtà ben più complessa e delicata, tanto che, davvero, quando se ne riflette in merito ci si dovrebbe togliere il cappello e contemporaneamente sciacquare la bocca essendo in gioco vite umane, dettaglio che spesso pare cadere nell’oblio dietro la ricerca del consenso e della notizia.

21/05/2015
Valentino Angeletti
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Sentenza Consulta sulle pensioni: il dubbio rimborso del Governo

Con un proclama in perfetto stile Berlusconiano, quello dei tempi d’oro, un monologo senza un contraddittorio degno di tal nome su una delle principali reti nazionali che molto ricorda le presenza dell’ex Cavaliere negli studi di Porta a Porta, con la sola differenza di orario, notturna nel caso della terza Camera di Vespa, appena dopo pranzo per il soliloquio renziano, il Premier Renzi ha illustrato come il Governo intende adempiere alla sentenza della Corte Costituzionale in merito al blocco della perequazione delle pensioni per gli emolumenti superiori a 3 volte il minimo (circa 1500 € lordi) introdotto dal Governo Monti con la legge Fornero negli anni 2012-2013.

Come abbiamo già scritto, la Consulta ha ritenuto la misure incostituzionale e ne ha previsto il rimborso pur senza specificarne le modalità ed i tecnicismi. Va detto che, secondo il parere di tecnici ed esperti, dal momento che la Consulta si pronuncia il diritto è già costituito: la sentenza quindi risulterebbe immediatamente vigente ed andrebbe applicata, indistintamente, a tutti coloro che si sono visti coinvolti nel blocco non dovuto.

Al programma “L’Arena” di Giletti, Renzi ha esordito in tono trionfale informando l’audience che, dal primo agosto, circa 4 milioni di pensionati riceveranno una “una tantum” di 500 € netti medi a testa proprio in ottemperanza alla decisione della Corte.

La spesa per l’Esecutivo si aggira attorno ai 2 miliardi (rispetto ai 18 che il Premier ha indicato come denaro necessario per un rimborso totale), non strutturali perché verranno conferiti sotto forma di una tantum e reperiti in quota parte di 1.6 miliardi dal tesoretto (virtuale) dovuto allo scostamento di 0.1% in favore dei conti italiani tra deficit tendenziale e deficit programmatico e per i restanti 400 milioni nelle pieghe di bilancio, principalmente con tagli ai Ministeri. In realtà il Premier ha sostenuto che la copertura dovrebbe arrivare da risparmi accantonati per non ben specificate misure di sostegno alla povertà, che in ogni caso verranno comunque implementate, anche se allo stato attuale non si comprende bene con quali risorse, sul tema Renzi è rimasto piuttosto vago. I dettagli tecnici dovrebbero essere discussi e specificati con Decreto del CdM delle 12 di lunedì 18 maggio.

Il Premier ha poi tenuto a sottolineare come la “mossa” non abbia carattere elettorale poiché prenderà fattezze a partire dall’1 agosto. Il solo fatto di avanzare una simile premesse la rende a tutti gli effetti strumento di propaganda, anche se ci sarebbe da discutere quanto sia positiva o negativa. Rimborsare solo 2 miliardi su 18 non è molto. Inoltre la dichiarazione fa il paio con la rassicurazione che nel giro di un anno verrà portata a termine anche la Salerno-Reggio Calabria, storico tratto autostradale eternamente incompiuto, fulcro di tanti scandali, inchieste, appalti, giri di poltrone, e che, guarda caso, ha il suo punto di partenza proprio in una delle 7 regioni chiamate domenica 31 maggio alle urne.

Probabilmente il Governo avrebbe veramente voluto attendere la conclusione delle elezioni regionali e forse arrivare alla stesura della bozza del DEF 2016 a giungo se non proprio alla redazione di quello definitivo in ottobre, ma non ne ha avuto la possibilità, pressato dal MEF di Padoan a sua volta incalzato dalle insistenti richieste di chiarimento di Bruxelles e delle agenzie di rating che già hanno posto il faro su questa faccenda di non semplice soluzione. La Commissione Europea, promuovendo in linea di massima i progressi italiani, non ha lasciato spazio alcuno per sforamenti o deviazioni dai percorsi concordati ed ha immediatamente chiesto delucidazioni su come sarebbe stata rispettata la sentenza senza sforare i parametri. La risposta immediata era quindi dovuta e per il momento è arrivata; non poteva essere altrimenti.

Salta subito all’occhio però che il rimborso è minimale e sorge il dubbio, pur non avendo la Consulta dato indicazioni tecniche, che, se si fermasse a 500 € per 4 milioni di pensionati, la valanga di ulteriori scontati ricorsi possano essere nuovamente accolti e giudicati incostituzionali dalla medesima Corte.  Innanzi tutto la platea non è la totalità dei pensionati ma solo coloro che percepiscono una pensione da 3 a 6 volte il minimo (da circa 1’500 a circa 3’000 € lordi), rimangono fuori circa 1,2 milioni di persone. In secondo luogo il rimborso è limitato solo ad un anno, non compre quindi neppure i due di blocco e non contempla gli adeguamenti con una superiore base imponibile degli anni successivi. In terzo luogo l’adeguamento è solo parziale, non copre tutto l’aumento del costo della vita, valendo circa un terzo del totale dovuto ad ogni singolo pensionato (tipicamente per le pensioni più basse la somma totale avrebbe dovuto essere circa 1’500 €, tra i 3 ed i 4 mila per quelle circa 6 volte il minimo, fino a 10’000 per le più alte). Inoltre, ma sarebbe stato così anche in caso di normale rivalutazione, a pensioni maggiori vengono conferiti rimborsi maggiori (tranelli delle percentuali). Detto ciò, come auspicato dai sindacati, si spera che i 500€ siano solo un acconto per placare Europa ed agenzie di Rating e che con più calma, in periodo di DEF, si trovi una soluzione più equa ed ampia.

Se invece la sentenza fosse applicata unicamente a mezzo di questo rimborso da 2 miliardi complessivi, sarebbe da mettere nuovamente in dubbio la sua costituzionalità. C’è da giurare che se la vicenda avesse visto gli attori a parti invertite, ossia lo Stato creditore ed il cittadino (normale) debitore, un simile sconto non si sarebbe applicato, probabilmente sarebbero subentrate anche pesanti sanzioni ed al limite pignoramenti: del resto vi è stato o no un venir meno al codice fondante La Repubblica Italiana: La Costituzione?

Il principio che nei momenti di difficoltà chi più possiede, i più privilegiati, i più ricchi, debbano contribuire in misura maggiore è saggio, costituzionale e fa parte del senso civico di un paese purché di senso civico ne è dotato. In Italia invece non funziona così. I tagli e la richiesta di sacrifici iniziano sempre dal basso, mentre coloro che realmente potrebbero e dovrebbero contribuire, sia per possibilità economica sia per dare esempio (e la politica dovrebbe essere ai primi posti), rimangono spesso indenni oppure si limitano a contributi del tutto simbolici e propagandistici. L’aver scoperto che anche sulle pensioni, oltre ad aver colpito pesantemente anche coloro che benestanti non sono (1’000 – 1’500 € netti di pensione non sono somme da nababbi e non garantiscono il sostegno di una famiglia di tre persone in una città medio grande), è stata infranta la Costituzione, non aiuta il sentimento di fiducia già basso che l’opinione pubblica ha nei confronti delle istituzioni. Va bene la richiesta di sacrifici, ma quando queste sono richieste unilaterali, coercitive ed anche arroganti, gettano i cittadini nello sconforto. Il patto Cittadino – Stato, così come quello tra generazioni, deve esserci e e deve essere forte, ma non può essere basato su null’altro se non trasparenza, chiarezza ed universalità.

Vero è che il PIL del Q1 2015 è superiore alle attese, ma già abbiamo illustrato come lo scenario rimane difficile, inoltre questi 2 miliardi rappresentano lo 0.15% del PIL, il 50% della crescita ottenuta nel primo trimestre, che oltre ad aver goduto di congiunture estremamente favorevoli ha anche incluso (a partire da novembre 2014) attività illegali come droga, prostituzione, riciclaggio, secondo le nuove linee guida europee che pare tanto aver la funzione di alzare “artificialmente” i paramenti del vecchio continente, con impatto maggiore su quegli stati più in difficoltà, dove di norma vi è maggior incidenza dell’economia criminale.

Il Governo quindi ora non ha più scuse, deve moralizzarsi, ridurre veramente i privilegi, ma non i piccoli privilegi della gente comune, bensì iniziare dall’alto, dalle funzioni dirigenziali ed apicali della società e via via scendere. Inoltre, cosa non rimandabile visto che è dal 2007 che sono istituite apposite commissioni, deve essere ridotta la spesa pubblica, cresciuta senza soluzione di continuità dal 2007 di oltre il 18%, 107.2 miliardi, (in controtendenza con la maggior parte degli stati europei) senza che servizi, benessere reale e percepito, qualità della vita, welfare in generale, abbiano avuto miglioramenti paragonabili (a tal proposito si rimanda all’articolo sul Il corriere della Sera del grande Sergio Rizzo 33 Rapporti e la spesa non scende mai (Sergio Rizzo) ).

Non è più tempo di sole parole e tweet transeunti, d’effetto ma senza riscontro fattivo, portatori di consenso ma non di miglioramenti e cambiamenti tangibili. Questo è il tempo di mantenere le promesse e fare il necessario che fino ad ora non si è mai fatto, si è rimandato o si è detto, falsamente, di aver portato a termine.

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PIL Q1 2015 +0.3%: molto bene, ma approfondendo si scopre uno scenario molto più complesso

Non è intelligente nè razionale voler ad ogni costo, in modo sospettosamente prevenuto, esibirsi nell’inutile pratica di sminuire o minimizzare qualsivoglia dato per affossare questa o quella parte politica, questo o quel personaggio, cercando letture, talvolta dietrologiche, asservite al proprio pro. I dati sono oggettivi, l’analisi può essere varia e più o meno approfondita o parziale. Non v’è dubbio che l’incremento del PIL Q1 2015 rispetto al trimestre precedente dello 0.3%, che ha sorpreso positivamente battendo di 0.1% (proprio l’ammontare del tesoretto) il consensus, va accolto con piacere, del resto è il miglior dato dal 2011. Non è molto, ma, volendo  essere estremamente pragmatici e lapalissiani, meglio più che meno.

Detto ciò non è neppure corretto non spingersi in una analisi minimamente più approfondita, prendendo per oro colato ogni comunicazione mediatica che viene dai mezzi stampa, dalla TV, dai TG o dagli utilizzatissimi social network.

Va ricordato che la crescita su base annua (y/y) per l’Italia non c’è. Essa si attesta allo 0%, il che comunque ci colloca fuori dalla recessione. Rispetto agli altri stati europei con cui usualmente ci confrontiamo, l’Italia rimane indietro, infatti la Spagna, vero termine di paragone, fa segnare +0.9% rispetto al trimestre precedente, la Francia +0.6% e la media UE 28 è del +0.4%. Magra consolazione il fatto che la Germania deluda le previsioni con lo stesso dato dell’Italia, +0.3%, perché le situazioni sono estremamente differenti. La Germania viene da un periodo di crescita che ha visto il PIL aumentare in valore assoluto e quindi, rispetto ai periodi arretrati, anche questo rallentamento della crescita rappresenta comunque un incremento di qualche “briciola” di PIL. Per l’Italia invece vale il contrario, gli ultimi anni sono stati di decrescita costante del Prodotto Interno Lordo, il che vuol dire che esso è calato come somma complessiva. Pertanto, anche se un dato simile si ritrova solo nel 2011, rispetto a quell’anno il valore nominale del PIL è più basso, così come non v’è stata crescita in termini assoluti rispetto ad un anno fa. Sembra una ovvietà quella appena spiegata, ma, quando si trattano dati differenziali, è sempre bene tenere a mente questa precisazione.

La finestra presente in questo periodo, come da tempo si sottolinea, è di quelle irripetibili, da cogliere senza ritardi perché potrebbe restringersi da un momento all’altro. I fattori concomitanti di QE, prezzo del greggio basso, Euro debole, tassi ai minimi e conseguente basso costo del denaro, creano tutti i presupposti per far galoppare l’economia, la produzione interna, gli investimenti, il credito e le esportazioni. Sul QE vi sono inoltre le rassicuranti parole del Governatore della BCE Draghi, che, dalla sede FMI di Washington, ha evidenziato come gli effetti del QE siano stati addirittura più positivi del previsto e che non c’è affatto intenzione di interromperlo. Sappiamo quanto Draghi ha dovuto lottare strenuamente con Merkel, Schauble, Weidmann e lo stormo di falchi al seguito per poter avviare tale misura e che probabilmente, se avesse potuto decidere in autonomia, avrebbe avviato l’iniezione di liquidità ben prima, così da porre tempestivamente un argine più solido al trabordare della crisi. Il Governatore ha rincarato ulteriormente la dose, affermando che è necessario che la liquidità sia rivolta in quantità maggiore verso imprese ed investimenti. Questa frase è molto forte e può trovare attuazione seguendo due strade: la prima, non banale in quanto probabilmente la BCE non ha mandato per agire in tal modo, è un cambio di strategia della Banca Centrale Europea, che, seguendo il modello statunitense della FED, potrebbe decidere di convogliare la liquidità direttamente alle imprese senza l’intermediazione bancaria, che in passato tanto ha speculato con i denari di Francoforte; la seconda via invece è in capo ai singoli Stati ed ai singoli Governi nazionali, i quali hanno il compito di attuare tutte quelle riforme, economiche ed istituzionali, necessarie a consentire lo sblocco del credito, la ripartenza degli investimenti, nazionali ed esteri, e la creazione di nuovi posti di lavoro. In parole semplici, ma efficaci, se fino ad ora il cavallo aveva fin troppa acqua ma non ha avuto voglia di bere, adesso è il momento che invece cominci a dissetarsi, e copiosamente, perché i sintomi della disidratazione sono già preoccupantemente avanzati.

Tornando al positivo dato del +0.3% di PIL, esso è trainato, finalmente, anche dal mercato interno, mentre, in modo del tutto strano visto l’Euro debole, il mercato esterno ha subito un rallentamento. I settori trainanti sono stati agricoltura ed industria, con automotive e farmaceutica sugli scudi, mentre rimangono al palo i servizi. Una ripresa di produzione interna è sicuramente un bene, ma sorge il dubbio che le imprese, contrariamente al sistema Paese nel suo complesso, stiano sfruttando in modo migliore la finestra congiunturale e gli incentivi per la trasformazione dei contratti di lavoro da precari a tempo indeterminato, con tutte le modifiche e restrizioni dovute alla riforma del Jobs Act attuata dall’attuale Esecutivo. La aziende potrebbero aver deciso di utilizzare i vantaggi, come il basso costo del denaro ed il credito a tassi minimi, per ripristinare le scorte che potrebbero essersi esaurite in questi quattro anni in cui c’è stato quasi un blocco totale delle produzioni e conseguente lento svuotamento dei magazzini. Se così fosse allora il dato sarebbe viziato da una produzione estemporanea che non rispecchia il reale futuro andamento tendenziale dei consumi, vero traino della produzione industriale e degli investimenti.

Poco dopo il dato sul PIL, è stato confermato il ritorno alla deflazione e diramato anche il livello, in valore assoluto, del debito italiano. Esso ha raggiunto il nuovo massimo storico di 2’184 miliardi. Si tratta stavolta non di un dato percentuale differenziale, ma del numero assoluto che funge da numeratore al rapporto Debito/PIL che anche per il 2015 è previsto in aumento, in coerenza con i dati appena emessi.

Infine vi è un’altra tegola non da poco: la sentenza della Consulta in merito al rimborso ai pensionati del blocco della perequazione delle pensioni al costo della vita. L’Esecutivo ed il MEF stanno cercando alacremente una soluzione che potrebbe arrivare o per decreto nei prossimi giorni, o dopo le elezioni, per ovvi non detti motivi elettorali, o ancora in autunno, in concomitanza con la nuova legge di stabilità. La soluzione che al momento pare più plausibile è quella di un rimborso parziale per le sole pensioni più basse (il limite è in discussione) e forse relativo ad un solo anno. Anche questa decisione però potrebbe non essere costituzionale perché, secondo il parere di esperti, il diritto tecnico estenderebbe, indistintamente a prescindere dall’ammontare della pensione, a tutti i pensionati coinvolti (pensione oltre 3 volte il minimo) il diritto di rimborso, inoltre dal momento che la Consulta si pronuncia, il diritto è già costituito e da applicarsi. Un rimborso totale richiederebbe risorse per circa 16-19 miliardi di €, mentre il Governo vorrebbe limitare a circa 2 miliardi l’esborso, in modo da non eccedere i parametri europei che, assieme alle riforme, Bruxelles vuole rispettati per concedere i margini di flessibilità concordati (pur rimanendo nei patti).

Dietro un buon dato, come il +0.3% di PIL, si celano in realtà una molteplicità di aspetti ed analisi da affrontarsi per non cadere in una lettura superficiale e parziale. Proprio per questo, facendo eco al presidente di Confindustria Squinzi, sia Padoan, che, contrariamente a quanto sua consuetudine, Renzi hanno mantenuto la calma, ricordando giustamente che il dato è buono ma ancora fragile ed inserito in un contesto, che abbiamo cercato di illustrare, permanentemente complesso. Inoltre il dato è probabile che in silenzio fosse già atteso dai tecnici del MEF, visto il valore del tesoretto esattamente corrispondente all’aumento inatteso.

Lo scenario rimane persistentemente incerto, ma questo, nonostante gli scontri politici e le regionali alle porte, è il momento da sfruttare assolutamente per portare a compimento le riforme economiche, applicarle ed attendere che, dopo il ritardo fisiologico a valle della loro attuazione, portino risultati all’economia reale.

Valentino Angeletti
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Sentenza Consulta sulle pensioni: un complesso nodo da sciogliere ereditato da Governo Renzi

Lo avevamo detto immediatamente che sarebbe stato un problema ed infatti ora la questione è sul tavolo del Governo che dovrebbe decretare entro venerdì. La sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale il blocco, previsto dal provvedimento “Salva Italia” del Governo Monti, dell’adeguamento all’inflazione per gli anni 2012-2013 delle pensioni oltre 3 volte il minimo, quindi circa 1’500 € lordi al mese, deve essere in qualche modo rispettata.

Al momento la somma che dovrebbe gravare sul bilancio pubblico 2015 è ancora incerta, inizialmente la maggior parte dei media la collocavano in una fascia tra i 4 ed in 9 miliardi, aumentata poi nel tempo, attestandosi secondo le ultime stime nella forbice tra i 14 ed i 19 miliardi. Il conteggio complessivo, del resto, deve tenere conto degli adeguamenti mancati per il 2012-2013, ma anche degli adeguamenti successivi che avrebbero dovuto avere una base superiore oltre che degli interessi maturati. Tale cifra ovviamente non è onorabile dal Governo italiano, il quale, sotto il controllo dell’Europa che mercoledì passerà al vaglio il dossier riguardante proprio i conti italiani e l’impatto che la sentenza della Consulta potrebbe arrecare, ha confermato il rispetto dei vincoli di bilancio concordati. Il Ministro Padoan ha affermato che pagare tutto il rimborso causerebbe uno sforamento del tetto del 3% del rapporto defiti/pil, una deviazione dal suo percorso di rientro, ed un peggioramento ulteriore del debito che dal prossimo anno dovrebbe stabilizzarsi ed iniziare a scendere.  Al Ministro fa eco anche Bruxelles che non ipotizza neppure il non rispetto dei vincoli di bilancio a cui ha legato indissolubilmente la concessione dei margini di flessibilità che non possiamo permetterci di perdere perché si sommerebbero alle quote da rimborsare come uscite o mancati incassi in un bilancio statale senza margini, se non di un tesoretto di 1.6 miliardi evidentemente insufficiente per “l’imprevisto consulta”. Le previsioni di primavera della commissione, infatti, non hanno affatto tenuto conto del rimborso alle pensioni di cui lo Stato dovrà farsi carico.

Un’atavica domanda che sorge riguarda il perché di un simile ritardo della sentenza della Corte Costituzionale, le motivazioni erano facilmente intuibili fin da subito ed un precedente già sussisteva, ossia il veto sul contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; era pertanto possibile un pronunciamento più repentino. Il Governo Renzi, incolpevole per il dissennato provvedimento di blocco della perequazione in un periodo quando avrebbero dovuto esser potenziati i consumi, si trova comunque costretto a dover a riparare una situazione altamente complessa. Un’altra questione riguarda il fatto che, e si spera che serva da lezione per il futuro, sarebbe stato meglio sottoporre al vaglio della Corte tale misura ben prima della sua entrata in vigore. All’epoca, va detto, che il Governo era sotto pressione dei mercati, con spread costantemente tra 300 e 500, e da parte dell’Europa che premeva per la rigorosa applicazione dell’austerità. Ciò ha portato, come spesso accade anche in questi ultimi periodi, ad agire d’urgenza, con rapidità, a prendere decisioni avventate senza valutarne in modo corretto ed oggettivo le ricadute. Analogo problema si è verificato con gli esodati e tutta la riforma delle pensioni. Ora l’attuale Esecutivo rischia di sterilizzare i benefici contabili goduti del blocco degli adeguamenti sui conti e fungere da fardello in un frangente in cui per le condizioni macroeconomiche al contorno si dovrebbe spingere sull’acceleratore.

L’Europa, come ricordato precedentemente, non cessa di tenere sotto controllo i nostri conti, ricordandoci che non è possibile deviare dal percorso di rientro. Questo fatto pone il Governo Renzi nella condizione di dover studiare, cosa su cui il Ministro Padoan ha detto di volersi impegnare, un modo per mantenere in ordine i conti ed al contempo rispettare la sentenza della Corte. Il peso dell’Europa nel provvedimento preso sotto il Governo Monti è stato rilevante e non v’è dubbio che abbia contribuito a creare una pressione ed una fretta tale da far percorrere al Governo la via più breve e di più rapido risultato senza approfondirne le conseguenze. Di questa sua “ingerenza” Bruxelles dovrebbe farsi parzialmente carico per non applicare una eccessiva severità nel valutare la sentenza e le proposte che il MEF di Padoan avanzerà. Non solo relativamente all’Italia, ma la richiesta di austerità europea è stata un elemento che non ha facilitato il percorso di mitigazione e contenimento della crisi economica.

Le ipotesi più probabili a cui sta pensando il Ministero di Padoan sono un rimborso scaglionato e solo per le fasce di reddito più basse. La soglia sopra il quale il rimborso non verrà effettuato è ballerina ed incerta, alcuni quotidiani la fissano a 2’000 € di pensione netti (decisamente bassa), altri (più probabile) ad otto volte il minimo (un lordo di circa 4’000€). La somma dovrebbe essere reperita in parte (minima) dal tesoretto di 1.6 mld ed in parte da tagli di spesa (che avrebbero dovuto andare a ripianare il debito e ad abbassare le tasse). Si ritiene però che, in dipendenza alla soglia ove verrà posto il limite sopra il quale non verrà conferito nessun rimborso, il rischio di una revisione al rialzo su IVA ed accise, come previsto dalle clausole di salvaguardia, sia più che concreto. Per evitare un nuovo ricorso ed un pronunciamento della Consulta il provvedimento sarà configurato in modo da rispettare i requisiti di progressività, secondo il principio costituzionale che la tassazione deve essere proporzionale al reddito (ognuno deve contribuire in base alle proprie capacità, e in ogni caso in grado di provvedere al proprio sostentamento). Allo stato attuale oltre alla progressività del rimborso, in unica soluzione una tantum, entro un certo range che si azzera sopra un limite fissato vi è il dilazionamento nel tempo ad iniziare, a giugno, dalle pensioni inferiori.

Una simile tegola è quanto di peggio in questo momento potesse abbattersi sul Governo Renzi e sui contribuenti. Essa casca proprio in periodo pre elettorale, circostanza che inevitabilmente avrà rilevanza nell’indirizzare o dettare i tempi dei provvedimenti riparatori (Renzi, in perfetto assetto da campagna elettorale, ha detto di non aver fretta e di non accettare ingerenze o imposizioni europee), inoltre sono in pista numerose riforme istituzionali molto “divisive” che comportano tensioni e scontri politici.

Il rischio è che vengano ulteriormente rimandate le riforme realmente rivolte all’economia, senza considerare il pericolo che la Consulta si pronunci contro il Governo su altri provvedimenti del tutto simili al blocco delle perequazioni delle pensioni, come il blocco degli adeguamenti salariali per i dipendenti pubblici.

Sono da attendersi altri colpi di scena e se vige il principio che un referendum (vedi quello sulla legge Fornero in merito ai pensionamenti ed agli esodati) non può essere indetto, poiché non costituzionale, qualora un suo risultato possa mettere in pericolo il bilancio dello Stato, c’è da giurare che qualcuno stia già pensando di estendere il medesimo principio anche alle decisioni della corte costituzionale.

11/05/2015
Valentino Angeletti
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Elezioni UK: vittoria dei Conservatori spinta dal referendum sulla permanenza in Europa

Si è trattata di una lunga ed emozionante attesa di dati ufficiali quella che hanno vissuto i Britannici la scorsa notte in occasione dello spoglio delle urne per le elezioni del nuovo Premier. I pronostici prevedevano una battagli serratissima tra i Conservatori (Tory) dell’uscente David Cameron ed i Laburisti (Labour) di Ed Miliband, tanto da dare quasi per scontata l’impossibilità di un governo di maggioranza assoluta che avrebbe necessitato di 326 seggi sui 650 disponibili. Man mano però che i dati venivano diramati il pronosticato pareggio veniva smentito lasciando campo libero ad un profluvio di colpi di scena come accadde in Italia sulle spalle di un indimenticabile Masia dei tempi d’oro. A parte le battute evidentemente questa inaffidabilità delle previsioni dimostra una oggettiva difficoltà nel reperire un campione davvero significativo.

La vittoria di David Cameron è stata quindi una sorpresa, a maggior ragione se si considera che i Conservatori sono riusciti a raggiungere la maggioranza dei seggi, 331 su 650. Specularmente per Ed Miliband è stata una debacle, come pure è stata una parziale sconfitta anche per gli indipendentisti-nazionalisti dell’UkIP che, pur essendo il terzo partito per numero di voti, hanno ottenuto solo un seggio e sono rimasti esclusi dal Parlamento. Grande successo invece per il partito di sinistra SNP (Scottish National Party) che si è aggiudicato il 95% dei seggi scozzesi (56 su 59).

Alcune analisi di politici nostrani esponenti del PD renziano, che, in vista delle regionali, vorrebbero mettere in guardia le sinistra dissidenti rispetto alle posizioni del PD di Governo, ricondurrebbero la vittoria di Cameron ad un eccesso di “Conservatorismo di sinistra” del partito dei Laburisti di Miliband, poco propenso ad intraprendere un reale cammino riformatore, soprattutto in campo economico, ed incapace di raccogliere voti al centro perdendo al contempo elettorato di sinistra cooptato dallo SNP. Sostanzialmente Miliband sarebbe stato poco renziano. Il Premier italiano effettivamente ha avuto gioco facile a “razziare” un centro ed un centro destra inesistenti ed ormai senza più un partito di riferimento nè una linea politica chiara e definita.

Tale lettura sembra più atta a voler intimorire le minoranze Dem che un reale riflesso di quello che è stato il “sentiment” dei britannici. Probabilmente, oltre ai buoni dati economici, occupazionali, di dinamismo industriale e degli investimenti, di una finanza della City nuovamente potente e che ha grande influenza sugli esiti elettorali, il vero ago della bilancia che ha consentito il successo Conservatore è stato il rilancio del referendum sulla permanenza nell’Eurozona promesso per il 2017 da David Cameron. Non si può negare che l’Europa ha perso la sua autorevolezza e non gode più della considerazione di un tempo presso le controparti estere. Ciò è dovuto alla manifesta incapacità dell’Unione di gestire tempestivamente e risolvere situazioni e problemi più o meno complessi: ne sono testimonianza le irrisolte questioni dei flussi migratori e della lotta al terrorismo; in politica estera le persistenti tensioni in Libia, in medio oriente, ed in Russia ed Ucraina, tuttora irrisolte nonostante i molteplici vertici diplomatici ed incontri bi e trilaterali; in economia, usando un’austerità da più fronti criticata (Obama, FED, FMI, OECD, Uk, oltre che vari governi nazionali) e che ha portato ad esacerbare la crisi greca, prolungandola oltremodo fino a parlare di GrExit, quando in poco tempo e con costi decisamente inferiori rispetto a quelli sostenuti finora avrebbe potuto essere risolta.

Questa sensazione di debolezza e fardello più che vantaggio nei confronti dell’UE, deve essere comune al popolo britannico che ha cosi deciso di voler cimentarsi nel referendum sulla permanenza o meno in Europa, scegliendo, con l’aplomb tipicamente britannico, la via più democratica del referendum rispetto alla soluzione di rottura proposta dall’estremista Nigel Farage dell’UkIP che avrebbe condotto ad una situazione dai risvolti imprevedibili.

L’economia della “Tremenda Albione” è sicuramente legata al contesto europeo, ma la sua impronta prettamente finanziaria fa si che sia molto meno legata al vecchio continente, inoltre lo stretto legame con gli Stati Uniti la dotano di una maggiore autonomia e capacità di manovra rispetto all’UE, complice anche l’assenza della moneta Euro. A dire il vero pare che sia più l’UE a necessitare dell’UK, soprattutto per via delle sue agevolazioni fiscali pur mantenendosi all’interno dell’Europa, che non viceversa. Il popolo inglese lo ha capito, ed ha probabilmente espresso in modo moderato la volontà di poter ponderare ed esprimere una tendenza individualista e nazionalistica che nel loro contesto economico e sociale potrebbe oggettivamente essere vantaggiosa. Ne è ulteriore dimostrazione il successo, inaspettato per dimensione, della “dama rossa” Nicola Sturgeon dello SNP.

I mercati, termometri molto reattivi per questo genere di eventi, hanno risposto con crescite marcate proprio per l’imminente prospettiva di stabilità politica in continuità con quella che ha trainato (e risollevato) l’Uk durante il periodo di crisi ed anche grazie ai positivi dati sull’occupazione provenienti dagli USA. La Sterlina si è rafforzata sull’Euro di circa 2 pti percentuali con scambi a 1.3801.

La prospettiva di un allontanamento dell’Uk dall’Europa sarà problematica più per quest’ultima, poiché la getterebbe in un ulteriore isolamento, con i trattati per agevolare gli scambi con l’USA in via di definizione ma non ancora conclusi, con la Russia sempre più lontana per via delle sanzioni dovuti alla crisi ucraina, e con una Cina, che sta attirando nella sua potente orbita di influenza la “vicina” Russia, come dimostrano i recenti accordi energetici (Link il Sole24), guardata con estremo interesse, ma che suscita ancora sospetti e perplessità. L’Europa rimane vittima delle proprie debolezze politiche, dell’assenza di decisionismo e strategie di lungo termine su temi chiave, dell’incapacità di leggere scenari e contesti in rapido mutamento che chiedono repentini cambi di rotta e di sfruttare il suo potenziale che la pone come primo mercato mondiale (a livello teorico).

Dalle elezioni Britanniche infine la nostra politica dovrebbe trarre un insegnamento veramente degno di essere apostrofato come figlio di uno stile tutto british che entro i confini peninsulari non ci sogniamo neppure lontanamente di poter ritrovare in esponenti istituzionali: ogni candidato sconfitto, quindi Ed Miliband dei Labour, John Clegg del Liberal-Democratici e Nigel Farage dell’UkIP hanno, dopo la delusione per il risultato elettorale, consegnato le proprie dimissioni.

Chapeau non c’è che dire.

09/05/2015
Valentino Angeletti
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Riforme, economia, alleanze: iniziano le danze per le regionali

L’approvazione alla Camera con voto segreto (334 a favore e 61 contrari) della riforma sulla legge elettorale “Italicum” e la seguente, quasi immediata, firma del presidente della Repubblica Mattarella hanno rappresentato una vittoria, un ulteriore trofeo, per Renzi. Ancora non è chiaro se questa legge, che va ricordato entrerà in vigore solo a partire dal primo luglio 2016 e varrà solo per la Camera dei Deputati in quanto di qui ad allora è nei piani del governo portare a compimento la riforma Costituzionale del Senato, consenta un reale e netto miglioramento del sistema elettorale italiano e non provochi, come accusano gli oppositori (M5s, FI, Lega, ma anche molti del PD) che sul piede di guerra sono disposti a mettere in gioco l’arma referendaria, un eccesso di concentrazione del potere.

Sicuramente il vessillo di questa riforma è pregiato soprattutto se offerto alle istituzioni europee. Tra l’altro il compimento della riforma è già stato elogiato dall’agenzia di rating Fitch (che crediamo non sia entrata nel merito della legge e delle sue implicazioni) con la motivazione che arrecherà più stabilità alla futura gestione politica dell’Italia, ma soprattutto perché apre la speranza verso una maggior concentrazione delle riforme ai temi prettamente economici che principalmente interessano le 3 sorelle del rating, i grandi fondi e le banche.

Premesso ciò ed appurata l’ennesima vittoria renziana, la situazione rimane assi complessa (i numeri nel PD si sono ulteriormente ristretti e fondamentale è stato il supporto di Scelta Civica ed NCD) soprattutto in vista della riforma costituzionale e delle elezioni, con relativa della campagna elettorale, per le regionali del 31 maggio venturo.

Sul tema della riforma della scuola il 5 maggio si è tenuto un grande sciopero, capace, come non succedeva da tempo, di riunire tutti i sindacati e sono stati aperti tavoli di dialogo per non arrivare allo scontro che in periodo elettorale tutti preferiscono evitare. Il proposito è giungere a modifiche condivise, che dovrebbero riguardare il potere conferito ai presidi e dirigenti scolastici, la stabilizzazione dei precari e le risorse pubbliche conferite agli istituti privati, anche se il premier Renzi non ha tra le sue capacità una dedizione particolare all’ascolto altrui.

Il tema economico rimane il nodo più dolente, le previsione di primavera della Commissione vedono una crescita di 0.6% per il 2015 e 1.4% per il 2016, leggermente peggiore a quella prevista da Istat e Governo (0.7%), un debito che si stabilizzerà solo nel 2016 ed un deficit al 2.5% nel 2015 e 2% nel 2016 senza tener conto dell’eventuale rimborso sulla rivalutazione delle pensione oltre 3 volte il minimo, che cifre, ancora eccessivamente ballerine, collocano in una forbice tra i 5 ed i 19 miliardi. Il tema del lavoro mantiene la sua centralità ed è la disoccupazione, che permane attorno al 12.5% con quella giovanile attorno a 43.5%, a destare più preoccupazione, anche alla luce del fatto che non si vedono contesti che consentano di invertirne la tendenza, se non di insignificanti punti decimali più dovuti a oscillazioni fisiologiche che motivate da solidi miglioramenti strutturali come la ripresa degli investimenti o dei consumi.

Evidentemente la partita per le elezioni è già iniziata e la recentissima approvazione del taglio dei vitalizi sarà un argomento che il PD di Renzi cercherà di utilizzare contro i movimenti “più anti sistema”, come M5S e Lega. L’eliminazione dei vitalizi per politici condannati in via definitiva a pene oltre i due anni di detenzione non è però immune da polemiche, in quanto con contempla il reato di abuso di ufficio e non viene applicata in caso di reintegro. FI avrebbe preferito una legge ad hoc, mentre il M5S e la Lega (che pure ha votato favorevolmente) avrebbero preferito misure più pesanti. Nonostante ciò è evidente che il mantra secondo cui si sta lottando contra la casta, contro i privilegi e le rendite di posizione, da parte del PD (in cui vi sono stati oppositori anche su questa misura) risuonerà nelle prossime settimane, essendo un argomento che senza dubbio mantiene un elevatissimo appeal tra gli elettori. Alla stregua dell’abolizione dei vitalizi, per il medesimo fine potrà essere utilizzata anche la legge sul conflitto di interessi, che il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha dichiarato verrà posta all’attenzione del Parlamento nelle prossime settimane (allo stato attuale parrebbe che coloro che assumessero un incarico di governo siano costretti a vendere aziende ed imprese proprie o comunque a cederne il controllo; se solo questa fosse la misura ci sarebbe da attendare una mercato floridissimo di prestanomi o l’uso smodato di parenti non di medesimo cognome).

Ovviamente non è possibile essere sempre e solo faziosi, se queste leggi, attese da anni e sempre rimandate, vengono fatte bene e correggono lapalissiane distorsioni del nostro attuale sistema, sono ben accette anche in tempo elettorale e sicuramente giustificato motivo per raccogliere consensi. Il rischio però è che per mettere in cassaforte il bottino in tempi rapidi e passare alla fase comunicativa e propagandistica, si trascuri la qualità del provvedimento, rischio che abbiamo avuto modo di veder verificarsi più e più volte.

Parallelamente all’oggettiva complessità tecnica e di bilancio di trovare una soluzione per la sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni, vi è anche il problema del consenso elettorale. Decisioni in merito hanno enorme influenza e coinvolgono un ampio bacino di elettori, molti dei quali storicamente del PD (i pensionati oltre 1’400 € lordi al mese sono generalmente dipendenti o ex del pubblico impiego), è pertanto chiaro che decisioni di limitare i rimborsi preserverebbero parzialmente il bilancio statale, ma al contempo farebbero perdere al Governo voti, contrariamente un eccesso di zelo nel rimborsare gli aventi diritto potrebbe portare problemi di bilancio, aumento del deficit e conseguente sforamento della soglia del 3% deficit/pil, ipotesi che Bruxelles non vuol neppure sentire bisbigliare, concentrati come sono a ricordarci che i conti devono essere mantenuti in ordine ed i patti rispettati.

Simili “armi” elettorali, potrebbero essere utilizzate dal governo per esorcizzare e mitigare una situazione che a livello prettamente partitico rimane difficile, tanto a destra quanto a sinistra.

La Liguria, regione storicamente votata a sostenere il PD, vede una situazione complessa per i Democratici causata dell’uscita di Sergio Cofferati dopo le tese Primarie per la scelta del candidato di partito, dalle accuse alla candidata ufficiale renziana Raffaella Paita che gli oppositori rimproverano di essere ancora in corsa nonostante sia indagata nell’ambito dell’inchiesta sui disastri meteorologici ed i mancati allarmi ed infine dalla scissione con il candidato civatiano Pastorino, che ha fatto le veci di precursore del recente abbandono da parte di Giuseppe Civati del partito, il quale corre da solo e che potrà senza dubbio drenare voti ai democratici, fungendo da primo test elettorale per una forza politica alla sinistra del PD. Il fluido contesto Dem, e le divisioni interne che permangono, pare poter porre in vantaggio l’esponente di Forza Italia al momento più rappresentativo a livello nazionale, Giovanni Toti.

In Puglia ad essere diviso ed indebolito dai contrasti interni è invece il centro destra. Sono presenti infatti due candidati di centro destra: Adriana Poli Bortone, per Forza Italia, Lega e Liberali e Francesco Schittulli, afferente alle tre liste dell’area fittiana. Sembra dunque che Michele Emiliano, ex sindaco di Bari, possa avere vita facile nonostante sia accusato di raccogliere ingressi provenienti da ogni parte politica finanche l’estrema destra, ma del resto le elezioni si vincono col cinismo ed i  numeri e non con l’etica e la morale, anche se, viste la debolezza del centro destra, per preservare l’immagine Emiliano potrebbe fare anche a meno di criticabili e dubbi sostegni.

La Toscana, altra roccaforte rossa dove si ripresenta l’uscente Enrico Rossi, non pare avere particolari problemi a riconfermare il suo colore, se non quello di dover fare i conti con un probabile incremento di elettori per Lega e M5S.

Un altro contesto complesso è quello della Campania, dove Stefano Caldoro è candidato unico per le 10 liste di centrodestra, mentre per il PD il candidato a Governatore è Vincenzo De Luca, divisivo perché si è candidato nonostante il PD avesse espresso desiderio contrario. Inoltre sono di oggi i sospetti lanciati da Saviano e dal Fatto Quotidiano su possibili infiltrazioni mafiose all’interno del PD. Come in Puglia anche in Campania la campagna acquisti del PD è pesante, ne è testimonianza l’ingresso, a sostegno dei Democratici, di Demita, che nonostante ormai fuori dalla politica nazionale, continua ad avere notevoli influenze e seguito elettorale a livello territoriale.

Assai spinosa risulta essere la region Veneta. A livello teorico la vittoria Leghista e del centrodestra dovrebbe essere scontata, ma, ancora una volta, a vantaggio del PD renziano e della candidata Alessandra Moretti (ex Bersaniana ed ora Renziana doc), vi è la scissione occorsa nella Lega tra il candidato ufficiale di Lega e FI, Luca Zaia ed il sindaco di Verona Flavio Tosi, non sostenuto da Salvini, ma che comunque ha deciso di correre in solitaria. Tale frammentazione inevitabilmente getterà numerosi dubbi nell’elettorato leghista e di CDX considerato il gran seguito che hanno sia Zaia che Tosi. Taluni potrebbero decidere di votare PD o M5S che presenta alcune idee “antisistema ed anticasta” comuni alla Lega, o, cosa ancora più probabile, potrebbero andare ad infoltire le schiere degli astensionisti.

Più canonica la situazione dell’Umbria dove pare avvantaggiata la Presidente Uscente Marini, del PD, sostenuta oltre che dai Democratici anche da SEL.

Analoga situazione nelle Marche, con l’anomalia che il Presidente PD uscente, Gian Marco Spacca, ha abbandonato il centro sinistra per il centrodestra; la sua lista Marche 2020 ha raccolto gli ingrassi di Area Popolare ed è sostenuta da FI. Il candidato PD è il giovane sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli che può confidare anche nel supporto dei Popolari-UDC.

In una situazione, che comunque vede ancora avvantaggiato il PD di Renzi, secondo solo agli astensionisti, ma del tutto fluida ed incerta e con il centrodestra che ha legato l’esito della tornata alle urne (principalmente in Toscana, Veneto, Liguria e Campania) alla tenuta e sopravvivenza del Governo, fervono le manovre ed i lavorii in vista della campagna elettorale, lustrando e preparando le “armi mediatiche” e le scoccate comunicative.

08/05/2015
Valentino Angeletti
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