Archivi del giorno: 10 maggio 2015

Elezioni UK: vittoria dei Conservatori spinta dal referendum sulla permanenza in Europa

Si è trattata di una lunga ed emozionante attesa di dati ufficiali quella che hanno vissuto i Britannici la scorsa notte in occasione dello spoglio delle urne per le elezioni del nuovo Premier. I pronostici prevedevano una battagli serratissima tra i Conservatori (Tory) dell’uscente David Cameron ed i Laburisti (Labour) di Ed Miliband, tanto da dare quasi per scontata l’impossibilità di un governo di maggioranza assoluta che avrebbe necessitato di 326 seggi sui 650 disponibili. Man mano però che i dati venivano diramati il pronosticato pareggio veniva smentito lasciando campo libero ad un profluvio di colpi di scena come accadde in Italia sulle spalle di un indimenticabile Masia dei tempi d’oro. A parte le battute evidentemente questa inaffidabilità delle previsioni dimostra una oggettiva difficoltà nel reperire un campione davvero significativo.

La vittoria di David Cameron è stata quindi una sorpresa, a maggior ragione se si considera che i Conservatori sono riusciti a raggiungere la maggioranza dei seggi, 331 su 650. Specularmente per Ed Miliband è stata una debacle, come pure è stata una parziale sconfitta anche per gli indipendentisti-nazionalisti dell’UkIP che, pur essendo il terzo partito per numero di voti, hanno ottenuto solo un seggio e sono rimasti esclusi dal Parlamento. Grande successo invece per il partito di sinistra SNP (Scottish National Party) che si è aggiudicato il 95% dei seggi scozzesi (56 su 59).

Alcune analisi di politici nostrani esponenti del PD renziano, che, in vista delle regionali, vorrebbero mettere in guardia le sinistra dissidenti rispetto alle posizioni del PD di Governo, ricondurrebbero la vittoria di Cameron ad un eccesso di “Conservatorismo di sinistra” del partito dei Laburisti di Miliband, poco propenso ad intraprendere un reale cammino riformatore, soprattutto in campo economico, ed incapace di raccogliere voti al centro perdendo al contempo elettorato di sinistra cooptato dallo SNP. Sostanzialmente Miliband sarebbe stato poco renziano. Il Premier italiano effettivamente ha avuto gioco facile a “razziare” un centro ed un centro destra inesistenti ed ormai senza più un partito di riferimento nè una linea politica chiara e definita.

Tale lettura sembra più atta a voler intimorire le minoranze Dem che un reale riflesso di quello che è stato il “sentiment” dei britannici. Probabilmente, oltre ai buoni dati economici, occupazionali, di dinamismo industriale e degli investimenti, di una finanza della City nuovamente potente e che ha grande influenza sugli esiti elettorali, il vero ago della bilancia che ha consentito il successo Conservatore è stato il rilancio del referendum sulla permanenza nell’Eurozona promesso per il 2017 da David Cameron. Non si può negare che l’Europa ha perso la sua autorevolezza e non gode più della considerazione di un tempo presso le controparti estere. Ciò è dovuto alla manifesta incapacità dell’Unione di gestire tempestivamente e risolvere situazioni e problemi più o meno complessi: ne sono testimonianza le irrisolte questioni dei flussi migratori e della lotta al terrorismo; in politica estera le persistenti tensioni in Libia, in medio oriente, ed in Russia ed Ucraina, tuttora irrisolte nonostante i molteplici vertici diplomatici ed incontri bi e trilaterali; in economia, usando un’austerità da più fronti criticata (Obama, FED, FMI, OECD, Uk, oltre che vari governi nazionali) e che ha portato ad esacerbare la crisi greca, prolungandola oltremodo fino a parlare di GrExit, quando in poco tempo e con costi decisamente inferiori rispetto a quelli sostenuti finora avrebbe potuto essere risolta.

Questa sensazione di debolezza e fardello più che vantaggio nei confronti dell’UE, deve essere comune al popolo britannico che ha cosi deciso di voler cimentarsi nel referendum sulla permanenza o meno in Europa, scegliendo, con l’aplomb tipicamente britannico, la via più democratica del referendum rispetto alla soluzione di rottura proposta dall’estremista Nigel Farage dell’UkIP che avrebbe condotto ad una situazione dai risvolti imprevedibili.

L’economia della “Tremenda Albione” è sicuramente legata al contesto europeo, ma la sua impronta prettamente finanziaria fa si che sia molto meno legata al vecchio continente, inoltre lo stretto legame con gli Stati Uniti la dotano di una maggiore autonomia e capacità di manovra rispetto all’UE, complice anche l’assenza della moneta Euro. A dire il vero pare che sia più l’UE a necessitare dell’UK, soprattutto per via delle sue agevolazioni fiscali pur mantenendosi all’interno dell’Europa, che non viceversa. Il popolo inglese lo ha capito, ed ha probabilmente espresso in modo moderato la volontà di poter ponderare ed esprimere una tendenza individualista e nazionalistica che nel loro contesto economico e sociale potrebbe oggettivamente essere vantaggiosa. Ne è ulteriore dimostrazione il successo, inaspettato per dimensione, della “dama rossa” Nicola Sturgeon dello SNP.

I mercati, termometri molto reattivi per questo genere di eventi, hanno risposto con crescite marcate proprio per l’imminente prospettiva di stabilità politica in continuità con quella che ha trainato (e risollevato) l’Uk durante il periodo di crisi ed anche grazie ai positivi dati sull’occupazione provenienti dagli USA. La Sterlina si è rafforzata sull’Euro di circa 2 pti percentuali con scambi a 1.3801.

La prospettiva di un allontanamento dell’Uk dall’Europa sarà problematica più per quest’ultima, poiché la getterebbe in un ulteriore isolamento, con i trattati per agevolare gli scambi con l’USA in via di definizione ma non ancora conclusi, con la Russia sempre più lontana per via delle sanzioni dovuti alla crisi ucraina, e con una Cina, che sta attirando nella sua potente orbita di influenza la “vicina” Russia, come dimostrano i recenti accordi energetici (Link il Sole24), guardata con estremo interesse, ma che suscita ancora sospetti e perplessità. L’Europa rimane vittima delle proprie debolezze politiche, dell’assenza di decisionismo e strategie di lungo termine su temi chiave, dell’incapacità di leggere scenari e contesti in rapido mutamento che chiedono repentini cambi di rotta e di sfruttare il suo potenziale che la pone come primo mercato mondiale (a livello teorico).

Dalle elezioni Britanniche infine la nostra politica dovrebbe trarre un insegnamento veramente degno di essere apostrofato come figlio di uno stile tutto british che entro i confini peninsulari non ci sogniamo neppure lontanamente di poter ritrovare in esponenti istituzionali: ogni candidato sconfitto, quindi Ed Miliband dei Labour, John Clegg del Liberal-Democratici e Nigel Farage dell’UkIP hanno, dopo la delusione per il risultato elettorale, consegnato le proprie dimissioni.

Chapeau non c’è che dire.

09/05/2015
Valentino Angeletti
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