Mi spiace sinceramente, ma sulla ricchezza degli italiani il pressapochismo di Renzi a Bersaglio Mobile non è tollerabile nell’attuale contesto sociale

Senza far trasparire alcun, seppur minimo, dubbio, negli ultimi giorni abbiamo avuto modo di sentire, dalla bocca del Ministro Padoan e, con una sicurezza quasi sconfortante, dello stesso Renzi, proprio nelle scorse ore intervistato a Bersaglio Mobile dal bravo Enrico Mentana e dalle altrettanto lodevoli Gaia Tortora ed Alessandra Sardoni, numerose manifestazioni di ottimismo sulla situazione economica italiana e sulla ricchezza (disponibilità di danari su conti bancari) dei nostri concittadini.

Il Ministro Padoan, al solito, si è mostrato più pacato, ma ha comunque tenuto a sottolineare come, pur non dovendo cadere nell’errore di abbassare la guardia, la recessione sia terminata e ciò sarebbe dimostrato dal miglior dato sul PIL dal 2011 a questa parte, vale a dire il +0.3% riferito al Q1 2015 rispetto al trimestre precedente (che scende a 0 se confrontato col medesimo periodo del 2014 -link di approfondimento-).

Decisamente meno moderato invece il Premier Renzi, che non ha nascosto il suo entusiasmo nell’affermare, su La 7 nel salotto di Mentana, che l’Italia è uscita dalla crisi, che le persone si stanno arricchendo e che quello che manca è solamente la fiducia nel futuro. A detta del Premier, la dimostrazione della sua sentenza è l’aumento dei depositi bancari che starebbe a significare che la ricchezza c’è, mentre a latitare sarebbero consumi e spesa, proprio per mancanza di fiducia da parte dei potenziali consumatori. La fiducia, come abbiamo ripetuto più e più volte, è un elemento fondamentale nel traghettare fuori dalla crisi ed è effettivamente vero che, qualora mancasse, sarebbe assente un elemento basilare per la ripresa economica ed in particolare dei consumi, soprattutto di lungo termine e dei beni durevoli.

Detto ciò però, l’affermazione del Presidente del Consiglio sembra un po’ azzardata e semplicistica, come del resto lo è quella riferita alla diminuzione del numero di cassa integrati e del calo del ricorso a questo ammortizzatore sociale da parte delle aziende. Per Renzi il dato è molto positivo, e così sarebbe se non fosse che in realtà tale diminuzione sembra sia causata non tanto dall’aumento di lavoro, che continua a non sussistere, essendo la drammatica percentuale dei disoccupati costantemente attorno al 13% con picchi del 42-43% per gli under 24, quanto dalla fine dei fondi allocati alla cassa integrazione che necessitano infatti di un rifinanziamento. Un presidente dovrebbe essere più cauto quando proferisce simili parole, perché potrebbe causare indignazione, a parte nei nemici giurati: “I Sindacati”, in coloro che sono coinvolti, loro malgrado, in questi meccanismi, siano essi lavoratori che imprese.

Tornando invece all’ottimismo riguardo all’uscita dalla crisi va detto che l’incremento dei depositi bancari che il Premier ha distribuito in modo lineare su tutta la platea degli italiani pare non essere così omogeneo, anzi pare non esserci affatto.

Gli ultimi dati diramati dall’Ocse confermano una tendenza consolidata già da molti anni e che, nonostante le belle parole, i buoni propositi e le promessi di impegni concreti delle istituzioni, si è stati incapaci di arginare: i ricchi stanno diventando sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, in altri termini si acuisce il divario sociale in modo sempre più accentuato e preoccupante, con classi sociali sempre meno valicabili, una mobilità sociale inesistente ed una classe media che sta perdendo le certezze che la facevano un motore economico, relegandola sempre più vicino alle soglie di povertà certificata e quindi sicuramente con meno capacità e volontà di spesa rispetto a periodi più rosei e certi (per approfondimenti sui rilevamenti OCSE, che smentiscono in toto l’affermazione del Premier di rimanda al link del sole 24 ore). Se il fenomeno è comune in tutta Europa, lo è ancora più marcatamente in Italia. Va detto che il problema dell’uguaglianza sociale non è nuovo, anzi sono anni che lo si addita come elemento di disaffezione nei confronti delle istituzioni, europee in particolare, dei partiti, della politica di austerità, ed ha contribuito a creare tensioni sociali notevoli, tumulti, a cominciare dalla Grecia e Spagna, i movimenti degli Idignados, di Occupy Wall Street, di partiti come Podemos, UKIP e movimenti populisti o xenofobi.

Già si scrissero vari pezzi e riflessioni in merito, riportiamo di seguito solo alcuni:

  1. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/2013
  2. Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve 12/07/2014
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/2014
  4. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/2014
  5. Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama 20/01/2015

Evidentemente siamo di fronte alla dimostrazione di come ci sia stata totale incapacità (o volontà, o interesse?) di affrontare concretamente il problema della diseguaglianza. Da quelle date, da quei banali scritti segnalati, datati 2 anni circa or sono, nulla è cambiato, anzi la situazione è peggiorata, e ciò lo ha certificato il Censis prima e l’Ocse poi. Come è possibile quindi affermare, come ha fatto con leggerezza il Premier, peraltro senza un briciolo di contraddittorio, che in Italia i soldi ci sono e che il problema è l’assenza di fiducia che non induce i benestanti depositari di buoni conti bancari a spenderli? Se soldi ci sono sono nelle mani di pochi, un 10-20% della popolazione, i soliti noti, incolpevoli se si sono arricchiti con lavoro e nella legalità, che può spendere in consumi di nicchia, che forse neppure ha ridotto esageratamente i propri consumi e le proprie abitudini non avendo forse sentito gli effetti della crisi; che compra beni particolari, le cui produzioni limitate non sono in grado di trainare economia, consumi interni, lavoro e reddito diffuso. Simili approssimazione e pressappochismo, nella condizione e nel contesto sociale che dobbiamo affrontare, non son tollerabili, mi spiace sinceramente.

Va dato atto al Premier che il Governo ha lavorato, con il Jobs Act, per cercare di combattere un elemento altamente legato alla povertà in Italia, come è possibile leggere nell’articolo del Sole 24, che è quello del lavoro atipico. Se l’efficacia sarà quella desiderata e necessaria va ancora dimostrato, in ogni caso lo sforzo in quella direzione c’è stato.

Guardando poi la situazione attorno a noi, ci si accorge che essa è tutt’altro che semplice. Il Governo, talvolta incolpevole perché ereditiero di problemi pregressi, ha dovuto affrontare la tegola della sentenza della Consulta sulle pensioni costata al momento 2’180 milioni di €, che ha risolto a mio avviso in modo parziale, perché ritengo che la Corte, a valle dei ricorsi in arrivo, dovrà pronunciarsi nuovamente. IN aggiunta a ciò ora dovrà affrontare il mattone proveniente da Bruxelles che non ha dato il via libera alla reverse charge sull’IVA, il cui pagamento avrebbe dovuto passare dai fornitori al settore della Grande Distribuzione. Il costo ammonterebbe a 728 milioni di €, che, stando alla legge di stabilità, in tale situazione dovrebbero essere ricavati dall’aumento delle accise sui carburanti, ipotesi smentita dal MEF, intenzionato a reperire le risorse mancati dalla lotta all’evasione (ma sappiamo come queste entrate aleatorie poco piacciano alla Commissione che preferisce le ben più stabili imposte sui consumi, come le accise o ancor meglio gli aumenti dell’IVA).

Estendendo lo sguardo in Europa prendiamo atto delle difficoltà persistenti. L’Eurozona cresce, ma ancora lentamente, afferma il Governatore BCE Draghi.  Una crescita non tale da sostenere una ripresa con le basi strutturali necessarie per aumentare gli investimenti e per creare nuovo lavoro. La crisi greca sembra ancora lontana da una soluzione, la stessa Merkel ha detto che la risoluzione non è ancora visibile, mentre Tsipras, come al solito, si è mostrato più ottimista dicendo che la Grecia è aperta al dialogo ed a risolvere la situazione senza però incorrere negli errori del passato. Tale affermazione vuol dire tutto e nulla, perché quelli che per Alexis Tsipras sono errori del passato, per il Bruxelles Group sono proprio i passi richiesti. L’ipotesi di un default greco, con permanenze di Atene nell’Euro, sembra ormai solo questione di tempo, evidentemente una simile circostanza, pur non comportando l’uscita, che sarebbe devastate, dalla moneta unica, contribuirà a ridurre l’autorevolezza europea, già ai minimi livelli, nei confronti degli interlocutori mondiali, come USA, Russia, Cina; inoltre è assai probabile che contribuisca ad aumentare la disaffezione dei cittadini europei che si sentono sempre meno parte di un progetto che alla luce dei fatti è incapace di portare benessere diffuso e distribuito, uguaglianza, ed è impotente di fronte ai complessi problemi, all’ordine del giorno nel mondo moderno e globalizzato, come il terrorismo, i grandi flussi migratori, le tensioni tra gli stati confinanti come Russia ed Ucraina, tutti messi in secondo piano rispetto a slanci protesi alla protezione dello status quo, in particolare da parte degli Stati più forti e potenti. Probabilmente ciò porterà conseguenze alle venture elezioni spagnole e nel referendum sulla permanenza in Europa del 2017 in UK che ha consentito la vittoria dei Conservatori (Link)

La condivisione del rischio, dei problemi, il contributo secondo il principio di cooperazione e proporzionalità, per risolvere situazioni complesse che comportano nell’immediato una spesa progressiva, commisurata alla loro potenza e ricchezza, tra i paesi membri, ma benefici e stabilità strutturale per tutta l’Unione nel lungo periodo, è utopia ancora lontana, nonostante sia un caposaldo ricordato anche da Draghi nel suo ultimo intervento (Link), e soprattutto elemento imprescindibile dalla sopravvivenza del progetto Europeo come intesero i padri fondatori.

Altro che abbondanza di soldi, ripresa già in atto e bloccata solo dalla mancanza di fiducia…

La fiducia non c’è spesso per motivate ragioni e la situazione è assolutamente assai complessa e non riassumibile con una banale parafrasi del tipo:

“Fidiamoci, speriamo e spendiamo che da domani arriva il sole…..”

23/05/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

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