La trattativa Creditori, Bruxelles Group e Grecia: irrigidimento dopo gli esiti (scontati) delle elezioni spagnole e polacche?

Sull’infinita ed ormai esasperante crisi greca, il livello di tensione delle ultime dichiarazioni può essere assimilato alla figura retorica del climax discendente.

Non è passato più di qualche giorno da quando esponenti dei ministeri di Atene, tra cui lo stesso Varoufakis, dichiararono che sarebbe stato impossibile per lo stato ellenico assolvere la tranche di debito da 312 miliardi con l’FMI in scadenza il 5 giugno e lo sarebbe stato per tutto l’ammontare delle scadenze di giungo, pari a 1.6 miliardi di €. La giustificazione data dagli esponenti ministeriali è stata la più banale, quanto inappuntabile possibile: la Grecia non ha soldi. La carenza di liquidità, del resto, era ormai nota, se non in modo esplicito, sicuramente nei fatti visto che il governo centrale di Atene aveva già raschiato il fondo del barile richiedendo liquidità a tutti gli uffici e gli enti locali, nonché ai consolati ed alle ambasciate sia in territorio nazionale che in quello estero.

A questa prima dichiarazione, allarmante per i creditori ed FMI in particolare, è seguita una smorzata da parte del Ministro Varoufakis, che ha assicurato che la Grecia pagherà tutti i suoi debiti, a patto di avere liquidità sufficiente e disponibile. Tale affermazione ovviamente non contraddice la prima, se, come è ormai appurato essere, Atene non ha denaro a sufficienza per pagare il 5 giugno stipendi, pensioni, che il Governo Tsipras vuole a tutti i costi onorare, e debiti verso i creditori, ritenuti sacrificabili. Non sono caduti nel sillogismo dialettico i creditori, BCE, FMI, ESM, i quali hanno ribadito che senza un piano di riforme concreto e senza il rispetto di tutte le scadenza non saranno concessi ad Atene ulteriori aiuti (l aprossima tranche ammonterebbe a 7.2 miliardi) dei quali evidentemente Tsipras necessita con sempre maggiore urgenza.

L’ultima versione, la più edulcorata, è stata proferita sempre da Ministro Varoufakis, il quale ha assicurato il pagamento di ogni pendenza poiché di qui al 5 giugno vi sarà un accordo sulle riforme e sul rifinanziamento degli aiuti. Non sono quindi stati trovati denari, ma è solo aumentato l’ottimismo per una concreta risoluzione, almeno per quel che riguarda la scadenza più imminente.

L’ottimismo è probabilmente dovuto alle dichiarazioni di Junker, presidente della Commissione UE, che vede un’accelerata verso l’accordo, ma soprattutto all’appoggio che da Washington arriva dal segretario generale del Tesoro Jack Lew, il quale ha rassicurato che da parte statunitense ci sarà il massimo pressing sulle istituzioni europee e sui creditori affinché la situazione venga risolta quanto prima. Il motivo è presto detto: benché in Europa si cerchi di minimizzare l’impatto di un eventuale default greco e di una sua uscita dalla zona euro, grazie alle misure monetarie intraprese ed al rafforzamento avvenuto negli ultimi anni, la verità, quella con cui si confronta il Tesoro USA, è che nessuno ha chiaro che cosa potrebbe in realtà accadere, le conseguenze connesse, quantificare l’impatto sui mercati e la reazione della finanza speculativa sempre in agguato e sempre pronta ad accanirsi contro la vittima successiva rispetto alla Grecia (Italia? Spagna?).

Nonostante però questa ventata positiva ed ottimista, la determinazione statunitense e la capacità comunicativa di Varoufakis, il negoziato sulle riforme ed il compromesso “sbloccante” non sembra ad oggi dietro l’angolo.

Lato Tsipras ed Atene le proposte di riforme sarebbero rivolte ad un adeguamento dell’IVA suddividendola in tre fasce, alla istituzione di un salario minimo a 751€, livello indicato prima del memorandum con il Bruxelles Group, una stretta sui pensionamenti anticipati sotto i 65 anni di età senza però rivedere l’ammontare dell’assegno pensionistico, il mantenimento di un livello sostenibile di disavanzo primario, taglio di spesa a ministeri ed enti pubblici, lotta all’evasione ed all’uso del contate tramite uno scudo fiscale (15% circa) sui capitali da evasione e detenuti all’estero, così come una tassazione sui prelievi di bancomat (oltre 70 € è la cifra ipotizzata) per combattere l’uso del contante, misura che però riscontra opposizioni interne a Syriza. Pur non essendo in grado di rispettare quanto promesso in campagna elettorale il tentativo di Syriza è quello di cercare, per quanto possibile, di sostenere il welfare, evitando di far precipitare ulteriormente lo stato sociale del popolo greco. I tre quarti del cammino sono stati intrapresi e portati a termine dalla Grecia, l’ultimo quarto spetta alle istituzioni europee ed ai creditori, questa è la posizione di Varoufakis e Tsipras, che sono convinti si debba trovare un accordo senza ricadere negli errori del passato.

Va detto che quelli del passato si sono mostrati a tutti gli effetti degli errori che hanno esacerbato oltremodo una crisi che avrebbe potuto essere risolta fin da subito con un costo nettamente inferiore, quasi trascurabile. Il Professor Prodi, dalle colonne del Corriere, ha sostenuto che sarebbero bastati 40 miliardi se il problema fosse stato approcciato fin da subito, sicuramente la stima è al ribasso, ma pensare che la situazione potesse risolversi con 120-130 miliardi è verosimile. Adesso, dopo aver perseverato 5 anni con l’austerità, invece ne servirebbero almeno 500 ed oltre. Il nodo della questione è che quelli definiti “problemi” dai greci, sono in realtà capisaldi della politica di risanamento che vorrebbe impostare la Ex Troika.

Il Bruxelles Group infatti, oltre a non voler assolutamente concedere ritardi o rinegoziazioni dei pagamenti in corso, vorrebbe impostare il percorso del risanamento ellenico basandosi su noti principi di austerità, forse leggermente rivisti, ma non ammorbiditi in modo tale da poter risultare sopportabili nell’attuale contesto greco. In particolare privatizzazioni pesanti e diffuse, taglio dei dipendenti pubblici, quando invece la Grecia avrebbe avuto intenzione di operare riassunzione (ad esempio nell’emittente televisiva nazionale), taglio di stipendi e pensioni pubbliche, stretta sui parametri del disavanzo primario, taglio delle spese, incremento pesante dell’Iva e della tassazione sui consumi. La lotta all’evasione è anche per l’Europa una necessità, ma l’aleatorietà degli ingressi, pur un con un potenziale enorme, fanno prediligere forme più programmabili di reperimento delle risorse.

La possibilità che entro il 5 giugno venga trovato l’accordo definitivo in grado di sbloccare la seconda tranche da 7.2 miliardi di aiuti alla Grecia rimane remota. Sicuramente l’influenza del tesoro Americano è notevole e lascia trasparire come, nonostante le rassicurazioni di Bruxelles sulla più stabile situazione dell’Unione rispetto al 2011, il terreno di uscita greca dall’Euro, o, ipotesi più probabile, di un nuovo default controllato di Atene, sia ombroso e senza certezza. Le reazioni potrebbero essere molto pesanti, e, in ambedue i casi, a prescindere dal reale impatto economico dell’evento, la speculazione potrebbe portare alla disgregazione del progetto europeo con pochissime e ben assestate mosse. Parimenti risoluti, sbarrando o limitando il margine negoziale greco, sembrano però i creditori, con in testa lo statunitense FMI e l’europeo ESM che per bocca del suo presidente, Klaus Regling, ha affermato che non vi saranno ulteriori aiuti alla Grecia senza il rispetto di tutte le scadenze.

In aggiunta a ciò, ad irrigidire ulteriormente le posizione del Bruxelles Group, potrebbero esservi i recenti risultati elettorali con la vittoria di Podemos in Spagna, del conservatore Duda in Polonia, dell’incalzare di movimenti di estrema destra e xenofobi dichiaratamente anti Euro ed anti sistema nella mittel-europa, dei movimenti di protesta come M5S e Lega in Italia e la riconferma di Cameron in UK, sospinto dal portare avanti l’idea di referendum di uscita dall’Euro.
Nelle ultime tornate, quella spagnola, amministrativa ma preludio alle politiche di autunno, e quella polacca, sia Podemos che l’ultranazionalista Duda, hanno posizioni non aprioristicamente contro l’unione europea, ma contro le politiche di austerità che hanno impoverito la popolazione europea ed animato il senso di disaffezioni nei confronti delle istituzioni di Bruxelles. Se tale sentimento è più che comprensibile in Spagna, che, pur con dati ed economia in crescita, ha dato i natali al movimento degli indignados, lo sarebbe meno nel caso della Polonia, economia in crescita e che ha beneficiato molto del’ingresso in Europa, se la giustificazione non fosse da ricercarsi proprio nella disaffezione nei confronti di Bruxelles, delle sue politiche e lo scemare complessivo di quello che una volta era il sogno di integrazione europea dal quale i cittadini si sarebbero attesi un benessere ed una stabilità economica, politica e sociale poi mai concretamente arrivate.
L’apertura alla Grecia potrebbe dare il la alle richieste di altri stati, iniziando da Spagna e Polonia, ed alle pretese di scaricare parte del debito sovrano. Chiaramente fintanto che l’economia è quella greca si parla di un impatto economico di livello complessivamente limitato, quando invece si iniziano a tirare in ballo la quarta e la sesta economia dell’aera Euro le dimensioni sono di tutt’altro genere.

Ciò detto pare che la questione greca si protrarrà oltre, probabilmente con soluzioni estemporanee e non definitive, e che la posizione delle istituzioni possa irrigidirsi ulteriormente facendo assumere a questa narrazione, dal punto di vista greco, i contorni di una vera e propria tragedia atenese.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] sono dovuti a circostanze economiche mondiali, come la crisi greca (Link 1 – Link 2 – Link 3) che, esacerbata oltremodo con una cocciutaggine da parte delle istituzione UE che richiederebbe un […]

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