Direzione PD e la resa dei conti che Renzi vorrebbe assolutamente evitare

Sarà dunque fissata per lunedì sera, ore 21, presso la sede romana del PD la resa dei conti interna al partito democratico? Assecondando le notizie riportate dalle fonti mediatiche negli ultimi giorni, tutto farebbe pensare che quella sarà proprio l’occasione giusta per avviare il processo di “resa dei conti”, tante volte sbandierato da stampa, tv e talvolta anche dai diretti interessati, ma invero sempre rimandato.

Le questioni, che nel Partito Democratico dovranno affrontare, sono molte e complesse. Innanzi tutto dovranno essere analizzati i risultati delle ultime elezioni regionali e preparate le strategie per i complessi ballottaggi. Il 5 – 2 in favore del PD non può soddisfare il Premier Renzi, come non egli può ritenersi pienamente soddisfatto da ciò che è accaduto ai suoi candidati, Paita e Moretti, rispettivamente in Liguria e Veneto. Inoltre le vittorie in Puglia, Emiliano, e Campania, De Luca, non sono state ad appannaggio di membri, per così dire, del giglio renziano, anzi, essi possono decisamente annoverarsi nel vecchio corso, mai rottamato o sostituito come in partenza nelle mire dichiarate di Renzi.

In Campania poi si accavallano le questioni dell’impresentabilità, che ha sancito una profonda frattura nel partito e con la persona di Rosy Bindi, della legge Severino e di alleanze molto dubbie e tanto vituperate che di fatto hanno consentito a De Luca di ottenere qul 2% sufficiente a battere Caldoro.

Analizzati i risultati regionali, dovrà essere affrontato il problema di Mafia Capitale, brutto affair in cui oggettivamente il PD si trova invischiato. Il commissario PD Orfini, sostenendo che è con Marino che hanno cominciato ad emergere gli scandali, difende a spada tratta la Giunta PD e l’operato del sindaco, il quale sta valutando l’ipotesi di un rimpasto al Campidoglio. La vicenda però non è trascurabile, sia per le critiche, incluse le richieste di dimissioni sia per Marino che per Ringaretti, che provengono dai partiti avversari sia per l’immagine stessa del PD, secondo gli ultimi sondaggi in declino proprio come la popolarità del suo Segretario.

Con le vittorie in Puglia e Campania, con le vituperate alleanze, con la vicenda Marino e la connivenza trasversale tra politica (di qualsiasi colore) e malaffare, il percorso di Renzi sembra ben lontano da quell’effetto rottamazione, mutato in rinnovamento col passare delle settimane, che il Premier avrebbe voluto rapidamente dare, prima al PD, e poi alla politica in generale. Al momento l’impressione che i cittadini hanno, è il mantenimento dello status quo, forse in modo meno palese di prima, ma esattamente con lo stesso risultato e con gli stessi meccanismi di relazione. Forse con attori un poco mutati, ma egualmente influenti e potenti, non certo novizi nati ieri o prodigi che hanno spiccato il volo per le proprie capacità.

L’ultimo macro-argomento a dover essere discusso sarà quello delle riforme, ed in particolare quella della scuola che tanto ha agitato i sindacati, i professori e gli studenti, nonché la minoranza del PD. La Buona Scuola (il nome della riforma) passerà martedì 9 al voto parlamentare e dovrà essere conclusa in breve tempo per consentire le assunzioni e le regolarizzazioni dei precari previste. Il tema è molto caldo, in particolare riguardo ai poteri del dirigente scolastico, alle modalità di assunzione, ai fondi ed alle risorse economiche, alla regolarizzazione ed assunzione dei precari.

La minoranza DEM, in vista della direzione PD, pare sul piede di guerra, ma ancora ben lontana, e si parla di Fassina, Cuperlo, Bersani, Bindi, Gotor ecc, da compiere il passo “fatale” fatto da Cofferati, ed in modo più strutturato Civati, con la fondazione del suo partito “Possiamo”. L’ormai nota tendenza della minoranza DEM a parlare, anche in tono grave, senza però dare fattezza al verbo è in questo momento salvifica per il Premier, che da eccellente stratega si sta riposizionando alla luce degli ultimi fatti, e lo sta facendo comprendendo che in questa fase politica non ci sarebbe nulla di più deleterio per il Governo e per il PD targato Renzi di una scissione a sinistra che, seguendo una logica chiara, dovrebbe condurre all’ingresso pesante dei nomi sopracitati, con l’aggiunta di Cofferati, nel perimetro di Civati, col supporto di SEL e della “Coalizione Sociale” di Landini, senza dimenticare di strizzare l’occhio al M5S. Questo processo di aggregazione e di condivisione di un percorso chiaro è fondamentale per i fuoriusciti dal PD, se hanno davvero seria intenzione di creare qualche cosa che possa attingere da un bacino elettorale sufficientemente ampio. L’alternativa alla reunion delle sinistre sarà un ennesimo fuoco di paglia di pressoché nulla significatività.

Renzi ha compreso dalle ultime regionali, ed è per questo che farà di tutto per evitare la resa dei conti nel PD, che sta perdendo quel consenso di centrodestra su cui puntava inizialmente, essendo disposto a sacrificare voti di sinistra, per contare sulla maggioranza degli italiani che è appurato siano più orientati al centrodestra. Il Premier perde consenso a destra perché vi è una parvenza di riunificazione destrorsa. Lo si nota da quanto è accaduto in Liguria, dove il CDX unito ha vinto, pur non avendo un forte partito dominante a livello nazionale, senza un leader carismatico come invece è Renzi e ciò è significativo sulla tendenza di voto degli italiani. Riguardo ai temi lo si nota sulla questione degli immigrati, altro punto dolente che Renzi dovrà affrontare nella Direzione PD, rispetto alla quale l’abnorme dichiarazione, subito apostrofata come priva di fondamento sia dalla conferenza delle regioni sia da quella dei comuni rispettivamente dai rappresentanti Chaimaprino e Fassina, del Governatore Lombardo Maroni di tagliare i trasferimenti a quei comuni che si prestassero ad accettare nuovi immigrati, è stata condivisa da Toti, ovviamente dalla Lega, ed anche dai movimenti più spostati a destra. L’evidenza è che ormai la rottura Renzi – FI, sempre più nell’orbita leghista, è insanabile e quindi Renzi, anche in vista dei ballottaggi e, perché no, delle elezioni del 2018, ma chissà se non prima, si sta riposizionando cercando di recuperare la sinistra.

Il riposizionamento di Renzi passa innanzi tutto da un ammorbidimento sulle posizioni in merito alla riforma della scuola, nodo davvero dominante della direzione ed un nuovo approccio al confronto sindacale. I tempi rimangono stretti e la volontà quella di rispettarli, ma con la flessibilità di aprire, non solo all’ascolto, ma anche a modifiche, una volta impensabili da parte di un decisionista inamovibile come il Premier.

Sarà vero cambiamento o solo moda passeggera?

Valentino Angeletti
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