Crisi Greca: scadenza vicina, soluzione lontana. Flussi migratori ed economia: i fallimenti del progetto UE

La fine di giugno si avvicina e giovedì 18 è prevista la riunione dei Ministri delle finanze UE che metteranno al centro dei lavori soprattutto la crisi greca sulla quale gli sherpa dei paesi membri, e non solo, stanno lavorando da tempo alacremente.

Nonostante la consueta sicurezza manifestata da Tsipras, il quale ritiene che una soluzione non sia mai stata così vicina, e le tranquillizzazioni del ministro dell’economia ellenico Varoufakis, secondo il quale la Grecia non sta affatto giocando d’azzardo, come invece l’accuserebbero di fare i creditori, la conclusione di questo tira e molla esacerbato sembra ben lungi dall’essere trovata. O meglio, la conclusione per forza di cose si avvicina con l’incedere di giugno, a meno di ulteriori rinvii dei pagamenti che comunque sarebbero emblematici di una volontà dei creditori di mantenere la Grecia all’interno dell’Euro e che permetterebbero ad Atene di proseguire nel fare gioco duro e mantenere salde alcune posizioni su cui non intende cedere. A fine giugno scade il programma di aiuti alla Grecia il quale dovrebbe essere rifinanziato per un ammontare di circa 7.2 miliardi, necessari come l’ossigeno alle casse ormai a secco del paese ellenico, ma a fine giugno scade anche una pesante trance di debito da 1.6 miliardi che, dopo aver aggregato più dilazioni di pagamento come solo negli anni 70 allo Zimbabwe fu concesso, il paese di Tsipras deve corrispondere all’FMI. Senza saldo non saranno concessi aiuti, questa è la linea generale che il Brussels Group ha fino ad oggi indicato di voler seguire.

In contrapposizione all’ottimismo greco, che misto ad un po’ di sfacciataggine, non ha mai abbandonato la coppia Tsipras – Varoufakis, vi è il pragmatismo e l’evidente seccatura da parte dell’FMI, che giovedì scorso non ha disdegnato di lasciare i tavoli delle trattativi per tornare a Washington, asserendo che non era stato concluso nulla e che lo stallo era tale da non lasciare presagire soluzioni nel breve termine. Due modi differenti, quello di Tsipras e quello dell’FMI, di trattare la medesima questione, da una parte il debitore senza denari, che deve mantenere in patria il consenso in calo e non ha nulla da perdere, dall’altra il creditore, indignato per il vedere sempre più concreta l’ipotesi di non riacquisire il proprio capitale.

Il nodo delle discordie rimane sempre il piano di riforme che il Brussels Group vorrebbe imporre alla Grecia, dall’altro quello di Tsipras, che, già accusato in Grecia di essere troppo morbido e flessibile, in UE non vuole cedere su alcuni punti cardine, proprio quelli fondamentali secondo l’ex Troika.

Al centro di tutto vi è principalmente la revisione delle aliquote IVA che Tsipras sarebbe disposto a rivedere, ma in misura minore rispetto a quanto chiesto dai creditori, analogamente per l’avanzo primario, molto più lento il percorso di rientro proposto dal leader ellenico rispetto a quanto richiesto dal Brussels Group. Inoltre Atene non ha assoluta intenzione di inserire gli altri elementi da austerità richiesta dai creditori, come i tagli agli stipendi pubblici, alle pensioni, una grande riforma dell’età pensionabile con un sostanziale innalzamento dell’età pensionabile a fronte di meccanismi di prepensionamenti quantomeno generosi in vigore solo fino a poco tempo fa. Sciogliere questi nodi non è affatto facile e se da un lato è comprensibile come Tsipras, senza nulla da perdere e criticato in patria possa tirare la corda, dall’altra l’indignazione dei creditori potrebbe portare a spezzare quella corda messa oltremodo in tensione dai due negoziatori.

Tra l’altro una sentenza della Corte Costituzionale ellenica imporrebbe al governo di Atene il rimborso ai pensionati di tagli non dovuti, un po’ come è accaduto in Italia, per un controvalore di 1.6 miliardi e tutto ciò contemporaneamente alla riapertura, mossa sicuramente poco gradita all’UE, dopo due anni di schermi bui, dell’emittente televisiva pubblica greca ERT.

Il tempo sicuramente stringe e, viste le richieste di trovare una rapida soluzione da parte degli USA, della FED, di Obama, considerate le tensioni sui mercati, gli spread in salita e le intimazioni delle agenzie di rating secondo cui perseverando in tal modo Atene fallirà nel girio di un anno, anche la Merkel ha allentato la morsa, deviando dalla posizione di Schauble e Bundesbank, ed andando a richiedere ad Atene nell’immediato una singola tra le riforme richieste dai creditori in cambio dell’allungamento del piano di aiuti, mediazione subito ripudiata dal Brussels Group che di fatto hanno “messo in minoranza” il Cancelliere tedesco che ormai pare sempre più muovere verso approcci a politiche monetarie accomodanti (alla buon ora), contrariamente alla linea della banca centrale tedesca che rimane ferrea ed austera.

Inutile ribadire come la vicenda sia intrigata e, nonostante le sole due settimane alla scadenza dei prestiti e per il rimborso (anche se motivi tecnici per consentire l’avvio del nuovo piano di aiuti necessitano di una decisione entro il 18), lontana dalla soluzione. Pertanto è chiaro che, tralasciando le doverose smentite del caso, ogni paese, istituto di credito, istituzione, agenzia di rating, stia simulando scenari e pianificando strategie per una uscita della Grecia dall’Euro (ipotesi che rimane complessa a mio avviso) e per un (ben più probabile) fallimento, concordato o meno, di Atene. Il debito di Atene attualmente ammonta a 320 miliardi, il 177% del PIL, ben poca cosa se si paragona agli aiuti dati durante questi anni di crisi alle banche. Scenari di uscita di Atene dall’Euro o di un default ellenico, nonostante la BCE abbia fatto sforzi per assicurare che non avranno impatto, sono a tutti gli effetti terreni ignoti, inesplorati e potenzialmente destabilizzanti per l’economia di tutto il globo. Di ciò, man mano che scorre il tempo, pare prenderne atto anche la Commissione UE ed infatti il presidente Juncker ha chiaramente detto che una GrExit getterebbe l’economia mondiale in una situazione complessa, sconosciuta e dall’impatto potenzialmente devastante.

Come abbiamo più volte detto in questa sede, l’aver esacerbato oltremodo la situazione ellenica richiedendo una austerità insostenibile per tutta l’Europa, Italia inclusa, l’aver imposto vincoli e parametri che da tempo, ancor prima di Renzi, definiamo anacronistici (come il 3% sul deficit/PIL in periodi che, gli USA insegnano, necessitano di investimenti ingenti, strategici e mirati per far ripartire l’economia). Se mai, l’austerità sarebbe stata utile al momento di fare entrare i vari paesi nel progetto europeo. All’epoca tutti sapevano, ed è anche il professor Prodi ad averlo affermato, che Atene non aveva i conti in ordine, quello era il momento di essere austeri e non questo. Invece all’epoca si fu, neppure flessibili, ma fintamente ciechi, azzardati e scellerati, ed ora si richiede un’austerità evidentemente inapplicabile ed insostenibile e ciò vale per Grecia, ma anche per Italia, Portogallo, Spagna che pure hanno valori ed indici decisamente migliori, ma per  crescita economica ed occupazionale sostenibile e strutturale nel lungo periodo servirebbe un ben altro modo di agire assieme ad un rinnovato paradigma economico. Ogni giorno che passa invece ci si può rendere conto di come non sia il progetto europea ad essere protetto, bensì gli interessi particolari, ad iniziare da quelli degli stati più forti, più presenti in percentuale nelle istituzione (Germania in BCE ad esempio), che possono permettersi quindi di dettar legge.

Chiaro è che un simile approccio, protratto e tuttora essere nonostante l’evidente inefficacia, stia conducendo alla fine del progetto europeo dei padri fondatori: l’UE della protezione, prosperità e pace (delle tre P) per tutti e dove tutti cedono un po’ sovranità per il bene condiviso, si accollano rischi comuni per un beneficio diffuso. Progetto originario sacrificato sull’altare degli egoismi, e dei nazionalismi che in un contesto globale significano, per i paesi più deboli prima e per quelli più forti poi, perire sotto i colpi della concorrenza di colossi inarrivabili, che studiano, lavorano, producono più di noi e sovente costano molto meno.

Ancor prima che nel caso greco, nelle vicende economiche come unione bancaria, energetica, mercato unico dell’energia, politica monetaria, piano di investimenti Juncker, abbozzati ma mai conclusi e ne portatori di un qualche vantaggio, la tendenza alla disgregazione si è vista nelle questioni geopolitiche come la crisi ucraina, libica, la lotta la terrorismo, e nella farraginosa gestione dei flussi migratorio.

L’immigrazione è un altro grande emblema del fallimento europeo. Solo pochi giorni dopo l’accettazione del “piano Juncker” di redistribuzione di quote di immigrati per paesi UE, al momento di ricevere i migranti, esso è stato disdetto e sciolto perché tutti gli Stati, inclusi Germania, Francia, Austria e Spagna, che pure avevano siglato l’accordo (non come UK e Danimarca per le quali sono previste clausole), si sono rifiutati di accettare le loro quote. Francia, Germania ed Austria hanno letteralmente chiuso i propri confini sospendendo Shenghen. Adesso pare che la soluzione verso la quale convergere siano i rimpatri forzati e, come di consueto soluzione tardiva ma fin da subito evidentemente l’unica davvero possibile per combattere in modo strutturale una piaga assolutamente complessa, il supporto ai paesi di partenza e di appartenenza dei migranti. Lo stanziamento in favore del problema dei migranti da parte dell’UE, dovrebbe ammontare alla cifra, quasi ridicola, di 60 milioni di Euro. Come tante volte abbiamo sentito ripetere, e stavolta è il Ministro degli Esteri Gentiloni a ribadirlo, questa soluzione non è sufficiente ma è un buon inizio, peccato che poi l’inizio, spesso e volentieri, sia coinciso con la fine stessa di un qualsivoglia provvedimento.

Se per le questioni economiche, in fondo, si tratta di, seppur difficili e drammatiche, perdite in denaro (ma anche in benessere e stato sociale dei cittadini), con i flussi migratori le perdite in gioco sono migliaia e migliaia di vite umane, ma ciò non è fino ad oggi bastato per dettare una linea ed una strategia comune a livello europeo.

Mi spiace, da europeista convito quale tutt’ora sono, doverlo ammettere, ma siamo davvero ad un passo d’infante dal tracollo e dal fallimento europeo delle tre P. Ed ancor prima che per la prima volta uno Stato, forse la Grecia che diventerebbe il capro espiatorio di una colpa non totalmente sua, abbandoni la moneta unica.

Questo blog, forse alle sue ultime battute, ha trattato temi di politica italiana ed internazionale, geopolitica, argomenti legati all’energia, economia nazionale ed internazionale e molto spesso temi europei. Riguardo a questi ultimi, è davvero deludente, per una persona che pensa che l’Europa sia l’unica soluzione per consentire la competitività dei nostri paesi che presi singolarmente sono dei piccoli Davide nella terra dei Golia, senza però possibilità alcuna di un epilogo biblico, notare costantemente che a seguire i tanti meeting, summit, conferenze convention, vertici, bi e tri laterali, forum e consessi dove si proferiscono belle parole e si propongono sensati propositi, non si dia il là ad alcun intervento concretamente risolutivo i tanti problemi, qui di volta in volta trattati e che di fatto, dall’apertura circa tre anni or sono di questo spazio virtuale infimo e senza pretesa nè velleità alcuna, sono ancora tutti lì, senza sostanziali progressi.

13/06/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

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2 Risposte

  1. […] Esecutivo o operato. Alcuni sono dovuti a circostanze economiche mondiali, come la crisi greca (Link 1 – Link 2 – Link 3) che, esacerbata oltremodo con una cocciutaggine da parte delle […]

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