Italia a crescita demografica zero: il contributo dei flussi migratori alla sostenibilità economica

A volte quando si parla di immigrazione, ovviamente quella regolare, come una opportunità, e di più, come una necessità per il paese, si è accusati di eccessivo buonismo, di non voler tutelare prima i connazionali rispetto agli “extracomunitari” e di non comprendere come l’Italia non sia in grado di dar sostentamento ai propri cittadini nativi e contemporaneamente ai migranti. Le accuse si fanno più aspre e velenose soprattutto in questo periodo in cui i flussi migratori rappresentano un gravissimo problema, esasperato da situazioni drammatiche presso i paesi di origine dei migranti, dalla stagionalità, dall’incapacità e dalle scarse forze italiane nel fronteggiare l’enormità del flusso, ed ancor di più dell’insofferenza, apatia, farraginosità dell’Europa nel rispondere ad un dramma che dovrebbe vedere l’UE in prima fila, attorno ad un tavolo assieme alle altre istituzioni umanitarie e governative mondiali a regolare un fenomeno che, dura veritas sed veritas, sarà sempre più incisivo e poderoso nelle dinamiche che animeranno gli scenari globali, economici e sociali prossimi venturi.

Ma è davvero il buonismo e l’umana pietas, di cui pare esserci sempre più penuria, per coloro che si trovano in condizioni più disagiate e meno fortunate rispetto a noi, a guidare tale affermazione? No, sono anzi dati oggettivi.

L’Istat ha certificato che nel 2014 la crescita demografica è stata sostanzialmente zero. Il numero di cittadini italiani ammonta complessivamente a 60’795’612, +12’944 unità rispetto all’anno precedente, incremento dovuto principalmente alle revisioni anagrafiche  (aggiornamento irreperibili, re-iscrizioni di cancellati, ecc) epurato da questo fenomeno la crescita si ferma a 2’075 unità dovute totalmente alle migrazioni. Il saldo “nascite – decessi” è negativo per 100’000 unità e rappresenta il peggior dato dalla prima guerra mondiale, dove ovviamente il conflitto ha inciso non poco (quando si dice che questo scenario economico e sociale è da guerra non si fa eccessiva forzatura). Gli italiani nati in Italia  diminuiscono di 83’616, ma salgono di 130’000 se si considerano gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza. Un effetto palese è la deriva verso un aumento dell’età media, che ha raggiunto i 45 anni e che continuerà la sua ascesa.

Il fatto che gli italiani da soli non riescano a dare sprint alla crescita demografica è noto da tempo, ma fino ad ora questo fenomeno era stato bilanciato dall’effetto delle migrazioni e dalla maggiore propensione dei migranti a dar luce a nuova prole. Evidentemente la situazione economica drammatica spinge gli immigrati e fare meno figli, ed addirittura a cercare di uscire dal nostro paese col risultato che non si riesce più a sopperire al calo demografico imputabile a noi italiani.

L’importanza di una popolazione in crescita, dinamica e giovane è fondamentale per il progresso economico, perché costoro sono le persone che maggiorente danno contributo alle attività produttive, si inventano nuovi lavori ed imprese, possono sopperire alla richiesta di manodopera più o meno specializzata, si istruiscono, entrano in contatto con nuove tecnologie ed, in riferimento agli immigrati, spesso riempiono lacune nel mercato del lavoro per quelle occupazioni che gli italiani, dotati di titoli di studio elevati ma spesso poco funzionali per via della distanza tra scuola ed università rispetto al contesto lavorativo, non si sentono più di voler fare, ad esempio i cosiddetti mestieri.

Al sostegno della crescita economica che richiede indubbiamente gioventù forte, istruita, dinamica, flessibile, digitalizzata e via dicendo, si aggiunge anche il minor costo della popolazione giovane ed attiva che mediamente si ammala meno, ha meno necessità di welfare e di sostegno pubblico rispetto alle persone più avanzate con l’età; Inoltre il costo del lavoro per le persone più giovani, a prescindere dalle varie riforme in corso od in essere, è inferiore. Tale circostanza, in un paese che ha un bilancio statale a dir poco complesso e non riesce per colpevolezze politiche, nonostante i decennali tentativi di spending review ed il susseguirsi di commissari speciali, a tagliare la spesa pubblica, è un fattore non di poco conto. Ricordiamo che è stato appena raggiunto il nuovo record di debito pubblico a quasi 2’200 miliardi, benché abbia ragione Padoan quando afferma che il debito cresce fisiologicamente ed è al Pil che s’ha da rapportare, va però precisato, riportando il Ministro coi piedi a terra, che con i tassi attuali di crescita del Pil, considerando le stime più ottimistiche, anche il significativo rapporto Debito/Pil è destinato a crescere. In tale dinamica una demografia favorevole contribuirebbe a mantenere inferiore la spesa, quindi il debito, ed avrebbe le potenzialità, se presente un contesto economico giusto, per alzare il Pil: un doppio beneficio di cui l’Italia avrebbe bisogno, ma del quale deve fare a meno.

Vi è un altro aspetto da considerare, ed ha carattere prioritario, che è quello della previdenza pensionistica. Avere una popolazione giovane, che lavora e che, con i meccanismi ancora parzialmente in essere, paga le pensioni ai ritirati dal lavoro, è indispensabile per la sostenibilità del bilancio pensionistico. Si sente sempre più spesso parlare di riforme che vorrebbero portare al contribuitivo totale e ciò in linea teorica è corretto e tecnicamente impeccabile per la sostenibilità di bilancio, ma va detto che, per come sono conformati gli stipendi italiani, ciò vuol dire lavorare fino a circa 10 anni dall’età media di aspettativa di vita (un po’ di più per le donne), “godersi” una pensione (o meritato riposo) brevissima ed avere corrisposta una somma spesso insufficiente per un sostentamento dignitoso (almeno ad oggi è così, altro che godersi il dolce far nulla o cirare i propri interessi, si dovrà lottare per la sussistenza). Potendo quindi contare su lavoratori giovani in grado di accollarsi parte della spesa previdenziale sapendo che poi dai giovani futuri questo favore, o patto generazionale, gli verrà restituito, sarebbe di grande importanza anche per il benessere sociale, senza voler regalare nulla a nessuno. Ovviamente tutto è legato a doppio giro alla necessità di una crescita demografica costante ed alla presenza di sufficienti posti di lavoro, cosa non scontata ed a maggior ragione in un paese bloccato come l’Italia.

Stime dello stesso Istituto di Previdenza Sociale affermano che, se non vi sarà una ripresa ragionevolmente corposa e non è prevista nell’immediato, le casse dell’INPS passeranno dall’attuale attivo di 18.5 miliardi, nonostante alcuni buchi ascrivibili a gestioni separate come certi fondi, ex istituti dipendenti pubblici e dirigenti d’azienda, ad un rosso di 56 miliardi nel 2023: impensabile.

Risulta doveroso precisare che la tendenza al calo demografico per quel che concerne la popolazione “autoctona” è comune a molti Stati industrializzati e sviluppati, soprattutto del nord europa, ma in tal caso la tendenza è mitigata da politiche ed incentivi in favore delle nascite, che gli italiani possono solo sognare, ad un maggior bilanciamento lavoro – vita privata e famigliare, ad un capillare reticolo di asili anche aziendali, a veri contribuiti economici finanche alla maggiore età e finalizzati persiano allo studio. Senza volersi spingere ai campioni nordici come Finlandia, Svezia o Olanda, basta scavalcare le Alpi e prendere come esempio la Francia, termine di paragone più prossimo a noi a dai dati economici che secondo alcuni economisti sarebbero addirittura peggiori di quelli nostrani. Se queste politiche, magari appena dispendiose nell’immediato, ma che si ripagano gratuitamente nel medio-lungo periodo, non dovessero essere sufficienti, ecco che entra in gioco il fattore migrazione, e le relative politiche di integrazione e regolarizzazione, che bilancia una situazione altrimenti incompatibile con crescita economica, benessere, sviluppo e progresso strutturali.

Ecco spiegato dunque un altro motivo per il quale bisogna repentinamente prendere in carico il problema dei flussi migratori. Motivazione forse più veniale rispetto al soccorso di vite umane ed al contenimento di situazioni al limite della decenza che ci si presentano dinnanzi in questi giorni, ma sicuramente di importanza non trascurabile se si ha in mente il progetto di un paese vivibile, accogliente, dinamico e competitivo.

La politica, soprattutto quella che fa leva sulla paura del diverso ed in particolare in situazioni di difficoltà sociale diffusa, sarebbe bene che ragionasse anche in questi termini, e sarebbe bene che lo facesse, ancor prima della politica quasi sempre capziosa ed in cerca di facile consenso, l’elettorato che, in quanto umano, dovrebbe essere in grado di pensare e scegliere, senza farsi influenzare da soluzioni e ragionamenti troppo semplicistici.

Valentino Angeletti
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