Archivi Mensili: luglio 2015

Il caso Azzollini mina (ancora di più) le fondamenta del PD

Il voto contro la carcerazione di Azzollini per l’accusa di concussione in merito alla crack da 500 milioni di € della clinica pugliese “Divina Provvidenza” (qualora non fosse stato ascoltato si sarebbe detto pronto “a pisciare in bocca ad una suora che gestiva la struttura”), è stato un episodio che ha certamente rafforzato il Governo, o meglio l’alleanza Renzi – NCD, e contemporaneamente ha indebolito ancora di più la struttura storica e l’ispirazione valoriale del PD, inteso come “Ditta bersaniana”.

Il Governo ne esce rafforzato, o quantomeno è stato scongiurato il rischio di ritorsioni del NCD durante i passaggi parlamentari o voti di fiducia, poiché il salvataggio di Azzollini, quota NCD appunto, ha confermato il legame Renzi – Alfano e, a ben vedere, ha dimostrato la necessità numerica per il Premier di poter contare sull’apporto del nuovo centrodestra, anche e soprattutto, per disinnescare alcune frange interne ai Democratici.

Internamente al PD, invece, l’indebolimento è evidente, ed è sottolineato dalla diversità di vedute dei due vicesegretari, Debora Serracchiani, ex bersaniana ed ora renziana di ferro, e Lorenzo Guerini. La prima si è detta arrabbiata e delusa dall’esito del voto, se fosse stata Senatrice avrebbe votato per l’arresto, ha dichiarato, mentre il secondo ritiene che l’aver lasciato libertà di coscienza sia stata la giusta scelta, visto che le carte processuali sono state consegnate ad ogni Senatore e che pertanto ognuno ha potuto elaborare una propria idea.
Nel PD però sembra che siano stati disattesi, per mantenere l’appoggio NCD, i concetti di valore etico e questione morale nella politica, tipicamente ascrivibili alla sinistra che fino a poco tempo fa voleva essere rappresentata dal PD. Inoltre il Partito Democratico ne esce indebolito anche agli occhi dell’elettorato, perché è stata data la netta sensazione del voler mantenere uno status quo di privilegio (anche la possibilità di opporsi alle decisioni del potere giudiziario sono tipiche esclusivamente della politica) che prevarica la legge e la magistratura. In altre parole la classica sensazione che, al di là di tante belle parole ed intenti encomiabili, alla resa dei conti, quando v’è da dimostrar il verbo con la sostanza, non vi siano reale volontà ed interesse di una virata verso la rettitudine.

In Sede parlamentare poi, pur considerando che la nascita del movimento filo-governativo per le riforme, ALA di Verdini, nonostante crei malcontento nei Dem, conferisce ulteriore margine al Governo Renzi, si attendono aspre battaglie con la minoranza interna. Non sono le opposizioni esterne, ma il PD stesso quello che più può far vacillare il Premier ed il Governo. Per garantirsi la copertura parlamentare di NCD ed ALA, oltre al garantismo, senza se e senza ma, nei confronti di Azzollini, le riforme (sia costituzionali che economiche) dovranno avere un certo stampo (ed infatti fino ad ora il NCD è riuscito ad ottenere la realizzazione di punti tipicamente parte del proprio programma, nonostante i numeri elettorali non dessero loro alcuna speranza di farsi valere), che difficilmente potrà essere condiviso dalla minoranza DEM di Bersani, Cuperlo, D’Attorre, Gotor ecc.

Risulta chiara, e Uscita di Verdini in favore del Premier, la deriva centrista, sui programmi e sulle questioni etiche e morali, del PD, andando così a snaturare quelli che sono stati i suoi capisaldi fino a qualche gestione fa.

Il bivio è sempre il medesimo per gli “intrusi” di questo moderno PD, multinazionale, multi facce e decisamente “general purpose”: o essere relegati all’insignificanza nascondendosi dietro l’illusione di voler/poter cambiare le cose internamente, imponendo una qualche linea di pensiero, ma dando tanto l’impressione di un legame indissolubile con lo scranno (anch’esso così mal visto da alcune ideologie di sinistra), o rischiare “di tasca propria” e cercare di portare avanti, sicuramente altrove, le proprie idee.
Come recita un famosissimo film: “pillola rossa o pillola blu?”.

30/07/2015
Valentino Angeletti
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Stime FMI gelano l’Italia, ma in realtà non dicono nulla di nuovo

La notizia non è stata ben digerita, ma non è di certo nuova. L’FMI ha certificato che con i livelli di crescita attuale e stimati per il prossimo futuro, il mercato occupazionale italiano tornerà ai livelli pre-crisi solo tra 20 anni; esattamente come per il Portogallo, e ben 10 anni dopo la Spagna, seppur fosse partita da condizioni iniziali peggiori.

A poco valgono i tentativi di screditare l’osservazione del Fondo ricordando che più volte ha preso degli abbagli, oppure che una crescita del PIL non necessariamente (e ciò accade nelle economia più mature e tecnologicamente all’avanguardia) corrisponde ad un incremento dell’occupazione, esistono senza dubbio casi di Jobless recovery, ma è assolutamente verificato che al di sotto di una crescita del PIL del 2 – 2.5% difficilmente potranno crearsi i presupposti per una crescita degli occupati (intesi come nuovi posti di lavoro effettivi). In Italia le previsioni danno un PIL in crescita dell 1.5% per il 2015 e del 1.7% per il 2017, ancora insufficienti (a fronte del 3.1% stimato sia per il 2016 che per il 2017 negli States). Se si ha buona memoria, si può ricordare che altri istituti, italiani ed europei, hanno messo in guarda dal rischio di una generazione persa ad inseguire la ripresa, e l’arco di tempo indicato era proprio di circa 20 anni.

Anche qui si è più volte ribadito il medesimo concetto. Si è infatti asserito che per le condizioni economiche in cui è precipitata l’Italia e l’Europa, per le malagestioni politiche degli anni addietro che ad esempio hanno portato una crescita vertiginosa del debito senza corrispettivi ritorni sul’economia, per i tristi fenomeni ed episodi di corruzione e malaffare, dilaganti, pervasivi e persistenti (Mafia Capitale, Mose, EXPO solo per citare gli ultimi), per l’incerto e frenante il contesto normativo e burocratico che osta l’insediamento di nuovi business ed investimenti, se tutti, politica e cittadini, fossero disposti ad impegnarsi onestamente, mettersi al servizio della collettività in modo disinteressato, anche rinunciando in taluni casi a privilegi propri e consapevoli del grande sacrificio necessario, quindi se tutto andasse nel migliore dei modi possibili, sarebbe servita almeno una generazione (quella degli attuali 20-30 enni), per tornare, seppur necessariamente seguendo un modello di sviluppo economico differente, ai livelli di benessere (welfare, potere d’acquisto, lavoro, dinamiche economiche) pre-crisi.

Ieri, questa che era una evidenza già anni fa, è stata rilevata anche dall’FMI. In tutta sincerità la notizia non stupisce affatto nè sorprende, ma preoccupa. Non è accettabile un drenaggio simile di risorse e capitale umani ed una fuoriuscita senza ritorno di competenze verso i paesi nostri competitor come quella a cui stiamo assistendo.

Credo che a poco valgano le rassicurazioni di Padoan, secondo il quale il modello adottato dall’FMI non tiene conto delle riforme attuate ed in via di attuazione, che, sempre a detta dal Ministro, dovrebbero portare spinte positive al PIL ed alle dinamiche occupazionali, lo scontato esempio citato è il Jobs Act, fortemente voluto dall’FMI stesso.

Ma che tipo di lavoro si crea con il Jobs Act? Può consentire di mantenere ed incrementare negli anni la piena occupazione? Non si crede possibile senza una virata radicale del micro e macro sistema economico. L’attuale contesto, seppur per certi aspetti oggettivamente migliorato, non è tale da far pensare ad una proliferazione di Business ed investimenti. Inoltre l’FMI potrebbe anche aver considerato la notoria e cronica incapacità italica di portare rapidamente le riforme in attuazione, una volta proferito il pomposo annuncio.

Il paragone con gli USA, parimenti alla differenza con il PIL, è sconcertante. La disoccupazione USA si attesta al 5% contro l’11% abbondante di Eurolandia e ciò nonostante l’Europa possa contare su almeno tre fattore oltremodo facilitanti: i QE ed il bassissimo costo del denaro, il basso prezzo del petrolio e la svalutazione dell’Euro che dovrebbe dare vigore alle esportazioni.

Le politiche statunitensi hanno aggredito la crisi con sostanziosi invesitmenti pubblici anche se in deficit; hanno costantemente modificato la legge per innalzare il rapporto debito/PIL consentito onde evitare il baratro fiscale (Fiscal Cliff) ed il tutto nonostante Obama non abbia la maggioranza al Congresso, segno che, in ultimo e dopo negoziazioni aspre, è il bene del paese ad essere messo al centro; hanno implementato tempestive politiche di alleggerimento monetario convogliando liquidità direttamente all’economia reale, senza le inefficienze o le speculazioni degli intermediari; ed hanno posto come parametro per la prosecuzione dei QE, non l’inflazione al 2% come in UE, ma proprio il dato sulla disoccupazione, da abbattere sotto il 6%. In realtà i QE stanno proseguendo, anche se in misura minore, nonostante il raggiungimento di tale target, ma si sa, se un cavallo corre, tanto più in un contesto non roseo per l’UE, non è saggio fermarlo.

In Europa invece all’espansione sono stati preferiti austerità e rigore teutonici, impedimenti ad ogni forma di investimento pubblico per gli stati ai quali sarebbero più utili. Le azioni della BCE, influenzate dalla presenza del 17% della Bundesbank come azionista principale, sono state lente e poco reattive (fortunatamente vi era Draghi, altrimenti sarebbe stato probabilmente peggio) ed il piano di investimenti faraonico di Juncker ancora latita. Simili difficoltà si sono sommate a quelle, croniche, in essere nel contesto italiano che rendono sfavorevole ogni insediamento di business, attività produttiva o investimento. Come sappiamo i fattori limitanti sono un enorme peso fiscale su persone ed imprese, un costo del lavoro molto elevato, una produttività media molto bassa, ma soprattutto corruzione, malaffare, burocrazia, clientelismo, giustizia e legislazione lente e non chiare.

Ovvio, quasi banale, affermare che il piano di riforme deve essere accelerato e deve essere dato più peso alle misure di tipo economico, innegabilmente trascurate fino ad ora.

Detto ciò però, rimane valido il concetto iniziale, ossia che, supponendo, ed è tutt’altro che scontato, l’impegno collettivo totale di pubblico, privato, istituzioni, politica, il sacrificio disinteressato ed una ottima politica (raramente vistasi in Italia), non è realistico pensare di tornare ai livelli pre-crisi se non prima di 10 anni.

28/07/2015
Valentino Angeletti
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Piano taglia tasse di Renzi e spending review: le pignole precisazione dell’UE

Ancora non sono stati formulati i dettagli del piano copernicano di taglio delle tasse da 45-50 mld in 3 anni, con l’abolizione dell’IMU a far da caposaldo, ancora non si sono sedate le polemiche, sia con le opposizioni, poco fiduciose della realizzabilità di una simile proposta, sia con le frange interne del PD, che dall’UE giunge puntale e puntiglioso il solito monito:

“Attenzione ai conti”.

Che vuol dire che a tagli di tasse devono corrispondere precise e ben quantificabili coperture.

L’idea di Renzi era quella di reperire risorse, sì da tagli di spesa, ma anche riuscendo ad ottenere concessioni dall’Europa relativamente ai parametri di Maastricht. Poter mantenere, ad esempio, al 2.8% il rapporto deficit/PIL, anziché all’1.8% previsto dai trattati, vorrebbe dire un risparmio di 1.6 mld €, circa la metà del necessario per l’abolizione dell’IMU. Inoltre qualche alleggerimento era auspicato dal Premier anche per quel che concerne il percorso di rientro del debito che in 20 anni, a partire dal prossimo, dovrebbe giungere al 60% del PIL.

Prontamente e senza indugio, a questi piani proposto unilateralmente da Renzi (si ricorda che le manovre economiche devono essere vagliate dalla Commissione prima di poter essere attuate), ha risposto il Commissario Economico Pier Moscovici, dicendo con fermezza che, ben venga un piano taglia tasse, ma senza contare su ulteriore flessibilità europea sui patti, in quanto la flessibilità è già stata applicata al caso Italia. Ogni taglio di tasse dovrà essere precisamente mappato con egual taglio di spesa, proventi da privatizzazioni (su cui l’UE conta molto), eliminazione di agevolazioni ed incentivi; ok anche la lotta all’evasione, che ora è il Premier ad incalzare, ma i problemi di governance all’agenzia delle entrare, ed il carattere aleatorio di questa copertura non facilmente programmabile, fan si che non venga conteggiata in modo incisivo da Bruxelles, che invece vuole entrate certe e calcolabili.

I proventi della spending review sono stati conteggiati da Renzi nella misura di 10 mld di € per l’anno in corso ed includono anche tagli alla sanità, ove sicuramente vi sono centri di spesa esorbitanti ed inefficiente, ma dove vi sono al contempo vaste aree lacunose su cui sarebbe necessario investire. Il piano della spending review ricalca la falsariga di quello di Bondi prima e Cotterelli poi, tanto che non si capisce (o meglio non si spiega) perché non siano stati implementati già tempo addietro: il report di Cottarelli è da molto che è chiuso in qualche cassetto romano. Il problema non banale col quale Renzi ed il suo staff economico, ad iniziare da Yoram Gutgeld, è che i 10 mld da taglio di spesa avrebbero dovuto essere parte dei 17 mld, da inserire nel prossimo DEF, finalizzati a disinnescare le clausole di salvaguardia (accise ed IVA), che altrimenti verrebbero applicate andando ad incrementare, ed in modo lineare, la tassazione complessiva sui cittadini.

Che dei 17 mld, 10 provenissero da tagli di spesa, era già stato presentato a Bruxelles, il quale difficilmente acconsentirà ad uno spostamento dell’allocazione, ed anche se ipoteticamente fosse, i 10 mld in più sono ugualmente da trovarsi, non essendo serio, proficuo ed efficiente conteggiarli due volte. Inoltre va ricordato come la Commissione abbia più volte ribadito che i proventi da tagli di spesa non dovrebbero andare a coprire tagli di tasse, ma soprattutto a sostenere la riduzione di un debito che, per percentuale rispetto al PIL e per valore assoluto, preoccupa non poco le istituzioni economiche europee e mondiali.

Renzi quindi, oltre a a giocare la battaglia interna ad un PD sempre più diviso, quella su Marino al Campidoglio, Crocetta in Siclila, De Luca in Campania, e quella per le riforme istituzionali, dovrà battersi nello spietato campo delle riforme economiche. Quelle che più nell’immediato possono sospingere l’economia e quindi le più tangibili e concrete (pertanto foriere di consensi o di critiche) per i cittadini, ormai saturi di politiche inefficienti, stufi di pagare per servizi inesistenti o indecenti e sempre più prossimi ad una discesa sociale verso la soglia di povertà.

Evidentemente un taglio IMU, immediatamente seguito da incremento di IVA ed accise, sarebbe quanto di più devastante per la popolarità, già in calo, del Premier, che perderebbe sicuramente molta della fiducia dei suoi elettori, e per il potere d’acquisto dei cittadini che ancora attende di essere rilanciato.

26/07/2015
Valentino Angeletti
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L’uscita di Verdini da Fi e lo schieramento in favore del Premier. Quali conseguenze?

Distogliendo un attimo lo sguardo dal panorama europeo, dove a catalizzare l’attenzione è la vicenda greca, e rivolgendolo all’interno dei confini nostrani, un elemento importante che ha caratterizzato la scena politica di questi giorni è stato senza dubbio l’uscita di Denis Verdini da Forza Italia.

Verdini è un “berlusconiano” di lungo corso, anche se, per la sua influenza, non faremmo torto a nessuno se dicessimo che forse è Belusconi ad essere stato un po’ verdiniano. Il factotum toscano è stato un pilastro di Forza Italia praticamente dalla sua nascita, fedelissimo al Cavaliere  e di estrema utilità al partito, che ha servito mettendo a disposizione tutta la sua rete di conoscenze, la sua indubbia influenza, nonché il suo acume politico. Verdini era stato uno dei principali sostenitori del patto del Nazareno, anche rischaindo di creare fratture interne con quegli esponenti di Fi che non avrebbero voluto trattare con Renzi. Da ciò si desume, una volta in più, la sua arguzia: egli aveva capito che Renzi in quella fase storica e per molti anni ancora, sarebbe stato il leader incontrastato, essendo scarno e disorganizzato il panorama degli oppositori. Nonostante ciò Verdini aveva anche intuito che probabilmente, per le politiche che era intenzionato a proporre e per la natura stessa, storicamente conflittuale, del PD, il Premier avrebbe avuto alcune difficoltà interne, cosa poi verificatasi, e quindi necessità di un supporto esterno. Il supporto sarebbe venuto proprio dal vituperato Patto del Nazareno. Rimane vero il vecchio adagio: “se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico”. Se il Patto del Nazareno per le riforme fosse andato avanti indisturbato, Fi avrebbe potuto godere di spazi politici che i semplici numeri elettorali non le avrebbero mai messo a disposizione. Avrebbe potuto prendere tempo, sostenendo l’operato del Governo, per riorganizzarsi internamente, rinnovare i dirigenti, creare una linea politica attualmente assente, trovare un reale leader dal carisma e dalla verve comunicativa di Renzi (o prima di lui del Berlusconi dei tempi d’oro, del resto tra i due la somiglianza è lampante, quasi imbarazzante).

A rompere i piani di Fi si è palesata però l’elezione del presidente della Repubblica. L’appoggio di Renzi a Sergio Mattarella, osteggiato invece da Forza Italia e da Berlusconi in particolare, è stato il pretesto per sciogliere il patto. Da quel momento in poi sia il PD di Renzi che Fi si sono indeboliti, ma ad avere la peggio è senza dubbio stato lo schieramento di centro destra. Per il PD la rottura del Nazareno avrebbe comportato il dover lottare internamente, ed eventualmente cercare supporto esterno (ma NCD è forza di governo e sta ottenendo riforme decisamente allineate al loro programma, nonostante numeri decimali) estemporaneo, per le riforme più delicate e divisive. Ne abbiamo avuto riprova col JobsAct o con la riforma della Scuola solo per citare le più chiare, ma ne avremo ulteriore evidenza quando sarà la volta dei diritti civili. Per Fi invece, la fine del Nazareno coincide con il suo ritorno nell’irrilevanza, surclassata com’è da M5S di quasi un 10%, ma anche dalla Lega Nord, vero fulcro attuale dei movimenti di centro destra.

L’impossibilità di Fi di riprendere importanza nella scena politica, complici anche le fuoriuscite di Bondi, Cicchitto, Repetti ed altri nomi illustri, la rottura interna con Fitto, le costanti divergenti vedute con la Rossi, è stata immediatamente limpida a Verdini.

La strategia dichiarata del toscano era quella di appoggiare il il piano di riforme del Governo, sicuro della sua forza, spuntando cessioni che vista la caratura del personaggio, Verdini, non sarebbero state banali. L’idea però non ha più coinciso con quella di Berlusconi. Per questa differenza di vedute Verdini ha deciso, durante una cena i cui toni non dovrebbero esser stati proprio gioviali, di lasciare Fi e creare un gruppo parlamentare.

I membri ascrivibili all’entourage verdianiana oscillano tra 10 e 13, il loro peso potrà essere determinante, non tanto alla Camera, quanto al Senato, dove il Governo si trova a lottare “alla giornata”. Tale circostanza potrebbe far pensare che il Premier, forte dell’appoggio del nuovo gruppo, ne esca rinforzato nelle partite per le riforme. In realtà la fuoriuscita di Verdini ed il suo posizionamento dichiaratamente in favore del premier, potrebbe essere un coltello con lama a doppio taglio. La Minoranza Dem, infatti, non digerisce di buon grado l’apporto esterno verdiniano, da una parte per l’avversione nei confronti del personaggio, nemico politico fino a pochi istanti prima, dall’altra perché per il suo supporto potrebbero doverglisi concedere vantaggi in determinati impianti di riforme. La mossa di Verdini potrebbe dunque rischiare di accelerare quel processo, se non di disgregazione, di indebolimento interno del PD, da tempo evidente, già iniziato e concretizzatosi con le uscite di Cofferati, Civati e Fassina. L’Ex (dopo aver dato le dimissioni) Capogruppo alla Camerda del PD, Roberto Speranza, convinto oppositore dell’alleanza con Verdini, sostenendo che ciò rallenterà il cambiamento dell’Italia, ha twittato:

Tweet Speranza 25/07/15Chiaro è che il clima interno al PD sia sempre più incandescente e si fatica a capire come possano credere ancora nella loro Ditta, rivoltata come un calzino dal Marchionne toscano della politica, il buon Bersani e Cuperlo.

Forse dell’indebolimento e del progressivo, lento, sfaldamento del PD si giova proprio Denis Verdini, che tutt’altro che stupido, potrebbe aver previsto e cercato di forzare la reazione Dem col fine ultimo di convergere verso un grande partito della Nazione, una sorta di nuova DC, concetto a cui i toscani Matteo e Denis sono molto legati.

Benché non un pilastro nè un architrave, lo sparuto gruppo do Verdini potrebbe candidarsi a mattoncino del nuovo grande partito della Nazione. Il gruppo, pur piccolo numericamente, di sicuro ha una certa influenza politica e mettendo a disposizione le reti di contatti e conoscenze, potrebbe essere un importante supporto per il progetto “Partito unico della Nazione”.

25/07/2015
Valentino Angeletti
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Renzi all’assemblea PD: detassazione di 45 miliardi in 3 anni e riunificazione del PD

Non smentendosi rispetto alla norma, il Premier Renzi, durante l’assemblea del PD presso l’EXPO di Milano, non si è risparmiato da dichiarazioni che hanno suscitato scalpore. Renzi ha dichiarato di voler mettere a segno una rivoluzione copernicana mai vista, un taglio delle tasse da 45 – 50 miliardi in tre anni. Nella fattispecie il cronoprogramma prevederebbe l’abolizione dell’IMU prima casa, agricola e l’imposta sugli imbullonati nel 2016, il taglio dell’IRPEF e dell’IRAP nel 2017, e nel 2018 l’estensione del bonus 80€ anche ai pensionati; una detassazione, nei tre anni, rispettivamente di circa 5-20-20 miliardi di euro, il tutto senza sforare i parametri europei.

Le parole del Premier sono state ovviamente oggetto di critiche sia da parte dell’opposizione, da Brunetta a Salvini, passando per il M5S, sia da parte di gran parte della minoranza DEM (Gotor, D’Attorre, Speranza, Cuperlo) oltre che i fuoriusciti civatiani. Le motivazioni addotte sono simili: reperire le coperture, idea copiata a Berlusconi, promesse non mantenibili.

Non si può non costatare che se dette in questo modo, quasi cifre a caso, esse lascinao il tempo che trovano. Bisognerebbe che il Premier avesse elencato precisamente anche le coperture, ad esempio, prendendo spunto ed indicato cosa fosse intenzionato a portare a termine, dai report dei Commissari Bondi – Cottarelli (Gudgeld??) che in alcuni punti, come il taglio dei centri di spesa e l’eliminazione delle partecipate inutili, sono eccellente ed indubbiamente efficaci. Non basta dire genericamente che le coperture deriveranno dalla Spendig Review e dall’applicazione della flessibilità europea consentita entro i patti, la quale peraltro deve essere approvata dalla Commissione UE e non decisa autonomamente in fase di stesure delle stime del DEF.

Non si può non constatare neppure, e forse è la cosa più immediatamente evidente, che la mossa “IMU” era già stata eseguita, con successo perché poi vinse le elezioni, da Berlusconi. Tralasciando il fatto che l’abolizione della TASI (che ingloba l’IMU) è già prevista per lasciare il posto ad una Local Tax, anche quello di Renzi pare un tentativo di incrementare la sua popolarità, rilevata in calo, in vista di importanti tornate amministrative nel 2016 (Milano, Bologna, forse Roma e molte altre importanti città). Tagliare l’IMU prima casa non costa molto, circa 3.5 mld, appena un terzo di quanto necessario per il bonus 80€, ed al contempo è una misure popolare e che sicuramente attirerà consensi.

Non va mai dimenticato come la questione IMU abbia tenuto banco per mesi e mesi, distogliendo energie parlamentari da temi più importanti e dal maggior impatto, a causa di prese di posizioni ideologhe rispetto ad una reale difficoltà di trovare una mediazione sensata ed efficace economicamente. Tornare a dibattere sull’IMU, rischia di essere un’latra diatriba senza fine, in un momento in cui si deve essere assolutamente concentrati sulla ripresa economica, senza far scappare le occasioni che questa congiuntura macroeconomica offre.

Inoltre, il bilancio dello Stato deve essere alimentato. Già nel prossimo DEF dovranno essere trovati 17 miliardi, di cui 10 da tagli, per scongiurare le clausole di salvaguardia (IVA ed accise). Il Premier si è detto tranquillo perché i tagli saranno superiori a quelli stimati.

Precisato tutto ciò, va dato atto a Renzi che la riduzione delle tasse, su persone e lavoro, è la via da perseguire per conferire più capacità di spesa a lavoratori e famiglie e quindi sostenere un poco i consumi. Quindi, se, i per ora ipotetici, 45 miliardi andranno in quella direzione, previo reperimento di adeguate coperture non derivanti da altre imposte locali o da tagli a sanità e welfare, sarà sicuramente un risultato ottimo.

Riguardo all’IMU, che ha carattere di imposta patrimoniale, forse sarebbe meglio agire in modo selettivo. Riformare il catasto  e poi ridurre o tagliare l’imposta per i redditi più bassi, rendendola equamente progressiva per gli alti redditi e per gli immobili di elevato pregio. Via, questa, indicata anche dai fuoriusciti del PD e dalla minoranza interna dello stesso partito.

Dall’assemblea PD emerge chiaramente anche il tentativo di Renzi di riunire il partito. La maggioranza al Senato vacilla, non è più scontata, nonostante il supporto dei verdiniani, ormai renziani dichiarati.

I nemici che Renzi ha elencato si riducono così a Lega e M5S contro i quali potrebbe doversi cimentare in un difficile ballottaggio, dovuto all’attuale struttura dell’Italicum, che potrebbe vedere coalizzato tutto l’elettorato anti renziano (numeroso visto l’alto grado divisivo del Premier, con il quale si è in totale sintonia o totalmente contro). Ma nemico dichiarato da Renzi, un po’ a sorpresa, è anche il movimento Possiamo di Civati, il quale potrebbe indebolire il PD e privarlo del supporto decisivo di alcuni parlamentari della corrente più a sinistra dei DEM: con i numeri in essere al Senato, ogni voto può risultare fondamentale. Non è nemico invece Berlusconi, che per molti aspetti ispira l’operato di Renzi ed il suo modo di fare e comunicare. FI potrebbe fornire i voti necessari, pur ragionando puntualmente di provvedimento in provvedimento essendo decaduto il patto del Nazareno, per consentire il passaggio delle riforme renziane, ad esempio nella delicata questione dei diritti civili che sicuramente spaccherà la maggioranza di governo ed il PD.

Maggioranza mobile e fluida è la parola d’ordine.

Chissà se Renzi riuscirà a fare quanto promesso:

  • Meno tasse per tutti.
  • Ripresa economica con le riforme.
  • Reunion del PD.

I propositi sono buoni, ma abbiamo imparato, a nostre spese, che tra il dire ed il fare…

19/07/2015
Valentino Angeletti
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Il cronico, teutonicamente imposto, ritardo di Mario Draghi, ultimo baluardo di questa Europa

All’ultimo direttivo del Board BCE, che si tiene il giovedì ogni 45 giorni, il Governatore Draghi ha proferito parole piuttosto nette in merito alle ultime vicende economico-politiche.

Innanzi tutto ha comunicato che aumenterà il tetto dell’ELA, la liquidità di emergenza per le banche greche, di 900 milioni di euro, in aggiunta agli 89 miliardi già conferiti, così da consentire i prelievi di 60 euro ai greci fino ad agosto e ridare liquidità alle banche.

In merito all’ELA, Mario Draghi ha poi precisato, con tono perentorio, che precedentemente non è stato possibile incrementarne il tetto perché lo statuto della BCE non consente l’innalzamento di una ELA nel caso non sussistano sufficienti garanzie bancarie o se uno stato e le sue banche al seguito, versano, come la Grecia nei confronti dell’FMI, in situazione di insolvenza. Sono infondate, a detta del Governatore, le accuse rivolte alla BCE di voler spingere, non consentendo la riapertura delle banche ormai prive di liquidità senza il supporto ELA, all’accettazione del piano della Commissione, respinto inutilmente con il referendum del 5 luglio. Ora, a seguito della conferma del piano da 82-86 miliardi in 3 anni, la cui prima trance da 7 è in procinto di essere erogata, approvato dal Parlamento di Atene ed anche da quello tedesco, le garanzie sono aumentate, consentendo lo sblocco dell’ELA, operazione puntualmente messa in atto da Draghi.

Mario Draghi ha inoltre riconfermato come sia nella missione della BCE l’obiettivo di preservare l’Euro e di impedire la fuoriuscita di qualsiasi paese membro dalla moneta unica. L’istituto utilizzerà ogni strumento, anche non convenzionale, per perseguire il risultato. L’eventuale decisione di eliminare un paese dalla zona Euro è una decisione prettamente politica che spetta agli stati ed alla Commissione, non ad un’entità neutrale (teoricamente neutrale, perché la trazione tedesca, col 17% delle quote, è evidente) come la Banca Centrale. Dal punto di vista della BCE e di Draghi non è contemplabile l’ipotesi di una GrExit.

Questa affermazione ricalca un po’ quella del 2011, il famoso “What ever it takes”, e si contrappone alle contemporanee dichiarazioni del solito Scheauble il quale ha riaffermato che l’uscita VOLONTARIA della Grecia dalla zona Euro per un tempo di circa 5 anni sia la soluzione migliore. Evidentemente se dovesse esserci una uscita è impensabile che essa sia a tempo, anche perché di lì a poco probabilmente imploderebbe tutta l’UE. Del resto è ormai chiara la volontà dei falchi di perseguire una Europa a due velocità, che di fatto non sarebbe più unita, né potrebbe condividere medesime politiche ed obiettivi economici.

In realtà non si ritiene che la GrExit sia stata una ipotesi realmente sul tavolo, non esistono procedure e la Costituzione europea non contempla questa evenienza; inoltre la Grecia, come la maggior parte degli stati dell’Eurozona, non sarebbe tecnicamente in grado di coniare nuova moneta.

Questo slancio di Draghi a protezione dell’Euro, appare un po’ ritardato, come furono ritardatari i QE che con tutta probabilità, se avesse potuto decidere in autonomia senza tenere in considerazione la componente tedesca del board BCE, il Governatore avrebbe erogato ben prima. Il Governatore, se avesse realmente voluto arginare una GrExit quando pareva più probabile e tranquillizzare i mercati in preda alla volatilità, avrebbe dovuto fare dichiarazioni simili a ridosso del referendum, cosa che non ha fatto. Si ritiene perché non sarebbero state gradite a tutte le istituzioni europee (ovviamente capeggiate dai falchi, ma con al seguito tutti i capi di stato, incluso Renzi) che avevano conferito al referendum il significato, totalmente infondato, di scelta tra Euro e Dracma e quindi Grexit o non Grexit.

Draghi, sempre con canonico, quasi cronico, ritardo, si è allineato all’altrettanto ritardataria FMI sospinta dal segretario Jack Lew e la FED, nel confermare la necessità di un taglio, magari a mezzo di un dilazionamento trentennale, dell’insostenibile debito Greco, che, agli occhi anche dei meno esperti, già dal 2011 era chiaro non potesse essere rimesso nei tempi e modi concordati e soprattutto con le condizione di austerità imposte, inefficaci a risollevare il PIL, denominatore nel rapporto col Debito. Ad FMI e BCE si accoda anche il Professore, ex Premier italiano, Romano Prodi, secondo il quale è necessaria una ristrutturazione del debito greco, proprio come fu fatto con la Germania negli anni addietro (ogni riferimento è puramente non casuale) e tale necessità è anche parte di quel processo che dovrebbe portare l’Europa ed essere davvero un elemento unitario.

Che il ruolo di Draghi e della BCE nel cercare di limitare la crisi sia stato e sia tutt’ora fondamentale, risulta evidente come risulta chiaro l’impegno quasi personale di Draghi “To preserve the Euro”. Meno chiaro, forse, è che Draghi si sta divincolando tra i falchi tedeschi, maggiori azionisti della BCE che fanno proseliti non dichiarati, ma fattuali, anche in Italia, e la sua volontà di tenere coesa l’Europa, con uno sforzo diplomatico e gestionale senza pari.

Speriamo che predomini il concetto di Draghi, che vinca su quello delle spinte particolaristiche, divisive e distruttive, perché Super Mario è l’ultimo e unico baluardo per questa Europa.

17/07/2015
Valentino Angeletti
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Piano Salva Grecia: la partita di giro dei soldi. Prestiti per pagare creditori non portano sviluppo.

Il Parlamento Greco, grazie ai voti dei partiti di opposizione, in una seduta non priva di forti tensioni e violenti scontri verbali, ha approvato il pacchetto di riforme e vincoli che consentiranno ad Atene di accedere al nuovo programma di salvataggio da 82-86 miliardi in tre anni. Molti esponenti di Syriza hanno espresso voto contrario o si sono astenuti (che equivale a voto negativo) sul pacchetto di sapvataggio e le piazze sono state animate da tumulti e vere e proprie guerriglie, che ricordano, paradossalmente, i medesimi conflitti occorsi in occasione dell’inizio della crisi economica, nell’ormai lontano 2011, solo che, teoricamente, nel 2011 si stava andando incontro al “baratro di una possibile insolvenza” adesso invece ad un salvataggio, che molti vorrebbero far coincidere, senza troppa convinzione o elementi a supporto di tale tesi, alla rinascita greca. Alla luce dei fatti, non poteva essere altrimenti perché il piano approvato è ben peggiore di quello rifiutato nel referendum, e lo stesso Tsipras, una volta scaricato Varoufakis, si è piegato alle richieste europee. La sua affermazione che le condizioni non presentano alternative (“Chiunque abbia alternative me le presenti, sarò lieto di considerarle” ha detto il Premier Ellenico) e che seppur un ricatto non può non essere accettato, lasciano il tempo che trovano perché paiono riprova che tutte le trattative intavolate fino ad ora tra istituzioni ed Atene, le settimane trascorse, il referendum, ed i denari sprecati, perché nel mentre che nulla veniva deciso i parametri greci precipitavano e la liquidità si è esaurita fino alla completa chiusura delle banche, siano stati sostanzialmente inutili. Mere illusioni per il popolo ellenico, che aveva visto in un progetto ed in un concetto europeo più che condivisibile, la speranza di poter cambiare l’UE a pro della prosperità di tutta l’Unione stessa. L’accettazione del piano da parte di Tsipras ed i sui discorsi al Parlamento, volti a spingere verso la sua approvazione anche i membri di Syriza motivando che non via sono altre vie, fanno pensare che, stanti così le cose, il Premier Ellenico avrebbe potuto accettare fin da subito le condizioni UE, se non aveva intenzione concreta di andare avanti con quella che era la strategia del “fu” Varoufakis. Era chiaro che, qualora non vi fosse stata convinzione di perseverare nelle proprie posizioni anche considerando l’epilogo peggiore, i vincitori non avrebbero potuto essere che le Istituzioni con l’arma della riapertura o meno le banche Greche.

Avevamo immediatamente sollevato dubbi sull’efficacia del piano. Esso non prevedeva alcun concreto sostegno agli investimenti, base per la ripartenza economica, che alle condizioni greche attuali non possono arrivare se non sospinti dall’esterno. Nessuna menzione a strumenti per la creazione di posti di lavoro, incentivi, misure di sostegno al reddito per fare ripartire i consumi, nessun cenno al fatto che il debito sia insostenibile e che vada ristrutturato, ma solo ed esclusivamente tagli e misure vessatorie-recessive, come ad esempio l’aumento dell’IVA (pur doverosa per certe tipologie di prodotti/servizi). A seguito, anche se a dire il vero con deciso ritardo e probabilmente dietro pressione della FED e del segretario del tesoro Jack Lew, anche l’FMI si è schierato  a favore del taglio del debito o dilazionando ulteriormente i tempi ed i tassi oppure con un vero e proprio haircut stimato del 30% (del quale la Germania di Scheauble neppure vuol sentir parlare). Le motivazioni addotte dalla FED sono contenute in un report interno. Sostanzialmente è ritenuto impossibile che la Grecia possa ridurre il proprio debito, schizzato dal 127% di inizio crisi al 177% attuale con previsione di qui a due anni di sforare la soglia del 200%; inoltre i parametri imposti dall’accordo raggiunto all’Eurogruppo di disavanzo primario sono troppo stringenti, irraggiungibili se si considera un PIL che non crescerà, contrariamente invece al debito.

Ad avvalorare ulteriormente il giudizio non lusinghiero del piano arriva ora anche un articolo de lavoce.invo (Dove andrà il denaro del bailout di Atene?). In esso, l’autore Angelo Baglioni, prova a scrutare gli ermetici documenti ufficiali trovando alcune evidenze. Innanzi tutto il piano da 82-86 miliardi dovrà  servire a “restituire i debiti della Grecia e assicurare la stabilità del suo sistema finanziario”. Parafrasando: ridare i denari ai creditori e ripatrimonializzare le banche greche. I pagamenti urgenti per Atene ammontano a 7 miliardi entro il 20 luglio e 5 miliardi entro metà agosto, e questo è un dato che pare certo, i creditori però non specificati chiaramente, ma dovrebbero essere: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, e titoli a breve termine in scadenza. Uno dei vincoli dell’accordo per consentire alla Grecia di accedere al salvataggio è la collocazione di asset per 50 miliardi in un fondo da privatizzare. Gli introiti dovrebbero essere ripartiti: 25 miliardi per rimborsare al fondo europeo Esm l’esborso per ricapitalizzare le banche greche; 12,5 miliardi per ridurre il debito greco; eventuali ulteriori introiti per 12,5 miliardi saranno usati per investimenti. Significativo è che l’ordine sia quello di priorità, si può notare che gli investimenti sono all’ultimo posto. In sostanza, conclude l’articolo, del piano da 82-86 miliardi, 23,5 miliardi andranno a restituire all’Fmi e alla Bce i loro crediti; 25 miliardi per ricapitalizzare le banche greche; 35 miliardi per investimenti nell’economia della Grecia (sempre in ordine di importanza).

Da evidenziare che gli investimenti saranno l’ultimo impegno dalla strategia di salvataggio, saranno relegati nell’ultima parte dei tre anni in cui si sviluppa il piano e probabilmente saranno parte di qualche piano già elaborato, come il “piano investimenti Juncker”, latitante da mesi.

Assai difficile immaginare che con un perverso meccanismo in cui i creditori prestano soldi alla bisognosa Grecia per rimborsare in primis i crediti che loro stessi hanno maturato da precedenti esborsi, senza intaccare uno stock di debito abnorme in relazione al PIL e senza concreti programmi di investimenti e creazione di reddito diffuso si possa conferire alla Grecia un traghettatore diverso dall’infernale Caronte.

Valentino Angeletti
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L’accordo Tsipras – Eurogruppo verso l’approvazione di Atene, ma sono sempre meno a credere nella sua efficacia

Si terrà in serata, probabilmente alle 22 ora locale, la votazione del Parlamento greco in merito al piano di riforme scaturito dall’accordo di lunedì mattina tra Tsipras e le Istituzioni UE. Man mano che il tempo passa la compagine di Syriza, che aveva sostenuto il suo leader, si sta depauperando di numerosi elementi. L’ultimo in ordine cronologico è stato il vice ministro greco delle Finanze, Nantia Valavani, che ha rassegnato le proprie dimissioni con la motivazione che il piano proposto dall’Europa a Guida tedesca non ha altro scopo che umiliare e punire la Grecia.

Nonostante un sondaggio della società Kapa per il quotidiano To Vima riveli che il 70,1% dei greci vuole che il Parlamento approvi l’accordo poiché, benché duro, pare indispensabile. Il 51,5% lo ritiene addirittura positivo.

Se confermato quanto riferito da sondaggio, viene da interrogarsi sull’esito del voto referendario che si era opposto con il 60% dei votanti ad un piano più blando rispetto a quello ora proposto. Evidentemente la paura ha fatto cambiare opinione ai votanti.

Nonostante le defezioni provenienti da Syriza, che cercheranno di osteggiare le misure, c’è da attendersi che grazie ai voti dei partiti più moderati (Nea Demokratia, Pasok, To Potami) di opposizione, il programma venga approvato, anche se Tsipras ha detto di non voler decurtare stipendi e pensioni che invece, stando all’accordo, dovrebbero essere limati (il 5% dagli stipendi pubblici ad esempio); sicuramente le Istituzioni Europee non soprassederanno su questi punti cardine dei tagli imposti. Probabilmente a valle del nulla osta Parlamentare, il Governo Tsipras, mancante della maggioranza, sarà costretto a subire un rimpasto e probabilmente con pressioni (non ufficiali) da parte della UE su che figure introdurre, coronando una più completa e pervasiva cessione di sovranità al controllo esterno, in unione al rientro della Troika, previsto anch’esso dal programma di aiuti. Dopo l’approvazione di Atene il piano dovrà passare al vaglio di altri 6 parlamenti più quello UE.

A parte il palese, scontato e manifesto rigetto da parte di molti esponenti di Syriza di tutto l’operato che ha caratterizzato l’attività del Premier Ellenico, non più riconosciuto come leader, in questa ultima settimana (nonostante circa il 58% della popolazione mantenga una opinione positiva di Alexis Tsipras) anche altre voci autorevoli gettano dubbi sul programma e sulla sua efficacia, fatto salvo nel riuscitissimo intento di impartire una severa lezione alla Grecia ed a tutti coloro che si oppongono alle politiche di austerità e di asservimento alle istituzioni egemoni. L’FMI ha ipotizzato la sua esclusione dal programma di aiuti alla Grecia, non potendo lo stato ellenico assicurare adeguate garanzie. Secondo un report dell’istituto di Washington il debito greco non è sostenibile, esso era al 127% ad inizio crisi per poi impennare con rapidità impressionate al 180% ed ora punta al 200%; i parametri sul disavanzo inoltre sono ritenuti non raggiungibili alla luce del debito e delle condizioni economiche in cui versa il paese. Per ridurre quindi il rapporto debito/PIL l’unica via è quella di una pesante ristrutturazione del debito ellenico, un haircut del 30% come lo stesso FMI aveva ipotizzato, ben oltre quanto messo sul piatto dall’Europa e ben oltre quanto l’Europa si sia detta disposta a fare.

Evidentemente non c’è fiducia nel piano e neppure che le condizioni della Grecia siano recuperabili a meno di interventi drastici, come del resto avevamo già dubitato in precedenza. Una ulteriore conferma che la vicenda si protrarrà ancora a lungo e presenterà nuovamente di conto. In aggiunta a ciò si riafferma la tendenza assolutamente non cooperativa e di mutuo auto all’interno dell’Europa a 28. Gli stati che non hanno adottato la moneta unica e che pur sono partecipi all’ESM, hanno già detto (David Cameron lo ha esplicitato in varie interviste, rivelando quale idea possa avere della BrExit) di non essere disposto a pagare i debiti greci e per manutenerla nella zona Euro. Pertanto, non essendo possibili prestiti bilaterali, il salvataggio della Grecia avverrà quasi sicuramente attraverso l’ESM, ma con una forma di tutela, ancora da definirsi, per i paesi non dell’eurozona. Decisamente una nuova manifestazione di debolezza del vecchio continente.

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Valentino Angeletti
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Grecia – creditori: un accordo che riporta, materialmente e concettualmente, alla “Troika”

Estenuanti e lunghissime 17 ore di trattativa, ma alla fine l’accordo tra la Grecia ed i creditori è stato raggiunto. In realtà (e lo avevamo detto) è assi probabile che la Grexit non fosse mai stata una ipotesi realmente sul piatto, ma solo uno spauracchio per lo stato ellenico, il cui popolo, pur avendo votato “no” al referendum sul programma imposto dalla ex Troika, è ampiamente favorevole alla permanenza nell’area Euro, ben conscio che un’uscita comporterebbe maggiore povertà e difficoltà di approvvigionamento di certi beni primari (senza contare l’effetto contagio che a detta dell’economista Nuriel Roubini si sarebbe diffuso immediatamente anche in Italia e Spagna).

Da notare come l’accordo sia stato trovato lunedì a pochi minuti dall’apertura della borsa di Atene, con un tempismo allucinante. L’impressione è che l’esasperazione dei tempi sia stata una punizione per Tsipras e la Grecia, coloro i quali hanno osato l’affronto nei confronti delle politiche europee, facendo percepire davvero la possibilità di una Grexit (alla quale forse solo Scheauble credeva e verso la quale spingeva) e di una non riapertura delle banche, già a corto di liquidità, con gli aiuti ESM della BCE fermi ad 89 miliardi.

Le ore immediatamente precedenti, contrariamente a quanto poi accaduto, avevano fatto pensare che l’accordo sarebbe stato trovato nel giro di poche ore. C’era stata una risposta positiva da parte delle istituzioni europee al piano proposto da Tsipras, definito una buona base di partenza per intavolare il negoziato, e pareva che pochi ritocchi sarebbero bastati a renderlo accettabile dai creditori. I fatti hanno poi smentito questa tesi, facendoci assistere a lunghe e dure trattative con numerosi scontri interni ed accuse pesanti tra i contraenti, poi concluse, sì con l’accordo, ma ulteriormente irrigidito rispetto a quello proposto dal Premier Greco, che già peggiorava quello rifiutato dal referendum greco del 5 luglio.

L’ex ministro Varoufakis, in merito alla retromarcia fatta dal Premier, ha parlato di un cambio di rotta verso l’accettazione delle proposte dei creditori. L’ex ministro aveva un altro piano, che probabilmente avrebbe comportato l’uscita dalla Grecia dall’Euro, ma, a suo dire, Alexis Tsipras non se l’è sentita di tirare ulteriormente la corda, forse già snervato dai numerosi bluff di una partita a poker al cardiopalma e così ha capitolato. Critico nei confronti delle intenzioni del Premier, non appena intuito che di lì a poco ci sarebbe stata la capitolazione di Tsipras, Varoufakis ha dato le dimissioni da vincitore per il referendum e da immolato per la patria con la motivazione ufficiale di rendere le trattative, specialmente con Scheauble, meno complesse, visto che Varoufakis e Scheauble non si sopportano.

L’accordo prevede un piano da 82-86 miliardi in 3 anni che consentirà alla Grecia di corrispondere ai creditori 7 miliardi entro il 20 luglio ed altri 5 entro le metà agosto. Senza piano d’aiuti Atene sarebbe stata definitivamente insolvente, e proprio oggi ha mancato la scadenza del rimborso di una trance da 360 milioni all’FMI che si vanno a sommare agli 1.6 miliardi scaduti il 30 giugno. L’elargizione degli emolumenti è però è vincolata al rispetto di rigide richieste: 4 riforme da votare ed approvare entro mercoledì 15 e nella fattispecie: aumento dell’IVA, stretta sui prepensionamenti da iniziare subito e concludere entro ottobre,  l’indipendenza dell’ufficio di statistica nazionale “ElStat” accusato in passato di aver truccato dati per ingerenze politiche ed infine piena attuazione del fiscal compact il quale prevede, qualora non vengano raggiunti i tagli stimati, l’applicazione di vessatorie clausole di salvaguardia. Il debito non verrà ridotto, ma, dipendentemente da come andrà il percorso di riforme ellenico, potrà essere allungato nelle scadenza, è stato inoltre imposta alla Grecia la creazione di un fondo da 50 miliardi dove far confluire asset pubblici (tra cui anche le banche nazionalizzate) finalizzato alla riduzione del debito. L’unica vittoria di Tsipras è stata quella di mantenere la sede del fondo in Grecia, vincendo le pressioni europee che lo avrebbero voluto in Lussemburgo. La Troika (chiamata nuovamente col suo nome) dovrà rientrare entro i confini greci ed ogni manovra, legge o votazione parlamentare, dovrà passare preventivamente al vaglio delle istituzioni per approvazione.

Il pacchetto di riforme, che definire lacrime e sangue è forse poco,  dovrà essere votato dal Parlamento di Atene prima, poi da quelli quello di 6 stati membri tra cui Germania, Finlandia, Olanda e Malta (oltre che parlamento UE). Le ali di Syriza stanno abbandonando il leader e non sono assolutamente intenzionate a votare un piano peggiorativo rispetto al referendum, che a questo punto è stata una mossa oltre che inutile, controproducente per Tsipras. La cittadinanza è rimasta delusa dalla retromarcia del loro leader. Alla fine il piano passerà con il supporto dei partiti più orientati al centro, quelli che Tsipras voleva rottamare e di stampo filo europeo: Nea Demokratia, To Potami, Pasok.

La sensazione condivisa da molti è che, fermo restando i trascorsi greci, la necessità del paese di riformarsi, gli errori dei politici passati e di quelli attuali, l’Europa, senza mezzi termini germanocentrica, abbia voluto impartire una lezione durissima alla Grecia, che fungesse anche esempio per altri. Tutto fa pensare a ciò: il buon giudizio sul piano di Tsipras ed il susseguente dilungarsi nelle trattative andando a richiedere condizioni sempre più stringenti e mettendo alle strette il Tsipras, già asservito alle istituzioni con il piano presentato, usando le armi della Grexit e dell’impossibilità di riaprire le banche e pagare stipendi e pensioni. In questa partita era evidente che, volendo fare il gioco duro, Tsipras non avrebbe avuto possibilità di successo, l’unica speranza era una virata delle politica europea, dall’austerità e rigore verso una maggior flessibilità e solidarietà reciproca. Virata che non si è verificata, anzi si è verificato proprio il contrario, ossia un ulteriore irrigidimento su numeri e vincoli e una richiesta, sempre più verso la pretesa, di totale cessione di sovranità (che avevamo già evidenziato: Crisi Greca: i creditori non chiedono più solo rispetto di vincoli, ma pretendono di imporre le politiche economiche). Il ritorno alle origini, per quel che può contare, è anche dimostrato dalla ricomparsa del termine Troika: un nome tanto temuto che era stato deciso di non utilizzare più. La Germania ha voluto riaffermare la propria potenza ed egemonia nell’area Euro, del resto i vertici importanti sono presenziati solo da Merkel ed Hollande. Il quale, Hollande, ha provato ad intavolare con Renzi una timida difesa della Grecia, ma poco hanno potuto le loro voci rispetto a quelle di Wolfgang Scheauble, Sigmar Gabriel, Angela Merkel o Jeroen Dijsselbloem, se non quella di far mantenere al Fondo di Asset Greci domicilio ellenico e non Lussemburghese.

Se in preparazione delle elezioni europee del 25 maggio 2014 le parole d’ordine erano flessibilità, Europa più umana e solidale, UE dei padri fondatori, con la punizione inferta alla Grecia si torna prepotentemente al concetto di austerità e rispetto dei vincoli: unico approccio politico conosciuto e consentito in Europa da Germania e seguaci. Sia chiaro che questo comportamento non potrà far altro che esasperare una volta in più le spinte auti-europee già molto vigorose, contribuirà ad allontanare istituzioni e cittadini, rendendoli sempre meno partecipi ad un sentimento positivo nei confronti dell’Europa ostaggio degli atti di forza del Nord e delle richieste di sovranità. Difficile pensare che le riforme, (peraltro necessarie) imposte alla Grecia per riguadagnare fiducia, possano supportare la crescita del paese. Rimangono manovre recessive senza alcun contributo allo sviluppo, agli investimenti, all’economia ed alla ripartenza greca.

In questa trattativa la Grecia, seppur con qualche denaro per ripagare gli impegni imminenti, rimarrà un problema irrisolto, pronto a ripresentarsi nel giro di qualche mese. La Germania esce formalmente vincitrice, avendo ancora una volta imposto la sua visione ed ottenuto la sovranità richiesta. Ad uscirne sconfitta, se possibile ancor più che la Grecia e nonostante il rispetto (quanto temporaneo?) del concetto di Euro irreversibile, e l’Unione Europea che ha confermato l’assoluta lontananza dai pilastri dei padri fondatori. Quanta importanza potrà avere nel mondo una Europa siffatta? Quanto potrà ancora durare?

 

Valentino Angeletti
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Piano Tsipras: Ok di Atene e verso l’approvazione all’Eurogruppo

Ormai mancano poche ore all’approvazione da parte dell’Eurogruppo del piano da 13 miliardi in due anni proposto da Tsipras, dopo aver riscosso nella notte il nulla osta del Parlamento Ateniese. La votazione non è stata affatto tranquilla e, seppur l’approvazione sia avvenuta con ampia maggioranza, l’ala più radicale del partito di governo Syriza ha espresso voto contrario, mentre l’ex ministro Varoufakis si è astenuto dal votare. L’opinione di questi oppositori è stata quella di preferire un ritorno alla Dracma e differenti sofferenze, rispetto ad una nuova sottomissione all’austerità europea. Favorevolmente invece hanno votato tutti gli altri partiti, tra cui Nea Democratia e To Potami, con i quali Alexis Tsipras aveva cercato di instaurare un’asse, proprio per evitare sgradite sorprese.

Nelle piazze i manifestanti non hanno mancato di far sentire la loro voce. Si trattava di tutti coloro che al referendum del 5 luglio, votarono OXI, cioè no, al piano europeo. Il testo su cui si pronunciarono prevedeva una manovra da 8 miliardi in un anno, mentre quella di Tsipras ben 10.5 miliardi il primo anno e 2.5 il secondo, con valori di avanzo primario spintamente ottimistici (Tsipras ha un piano! 12 mld in 2 anni, ma superiori agli 8 rifiutati dal referendum). Lapalissiano che anche la proposta di Tsipras trovi avversione di questi elettori decisamente delusi e traditi. Pensavano di poter portare in Europa una nuova aria economica che avrebbe fatto da pilastro di un nuovo concetto europeo, invece così non è stato. Probabilmente a spaventare Tsipras, che come abbiamo detto (link precedente) era colui con le spalle al muro, sono stati i 10 giorni di chiusura delle banche e l’avvicinarsi della scadenza ultima per pagare stipendi e pensioni, per i quali non vi è liquidità sufficiente, unitamente alla solida inflessibilità della compagine istituzionale europea che pare essere sempre più diretta, neppure dalla Germania la cui cancelliera, per salvare l’UE, valuterebbe anche posizioni meno intransigenti, ma proprio dal Ministro Schauble. Effettivamente non è possibile biasimare i greci delusi dal proprio presidente, il quale li ha trainati ad un referendum ricco di speranze, ma di fatto rivelatosi inutile. Il piano proposto da Tsipras avrebbe potuto essere redatto tranquillamente dal suo predecessore Samaras. Questo ultimo epilogo, che la chiusura delle banche e la mancanza di liquidità per stipendi e pensioni hanno senza dubbio coadiuvato, fa nuovamente pensare al tempo perso in un susseguirsi di trattative col senno di poi inutili.

L’unica speranza per Tsipras e la Grecia è che le istituzioni propongano una rivisitazione in termini di tempistiche e tassi sul debito ellenico (haircut non è contemplato, i falchi vigilano).

Parrebbe che il leader nelle trattative scorse fosse stato non Tsipras, ma Varoufakis, dimessosi su pressioni delle istituzioni e soprattutto perché ben conscio ed in disaccordo rispetto a quanto di lì a poco il suo Premier avrebbe accettato

Un simile ed inaspettato, ma nono troppo, perché l’assenza di liquidità spesso fa cambiare opinione anche ai più radicali, ammorbidimento di Tsipras, il quale ha dichiarato che quelle da lui presentate non sono le promesse fatte in campagna elettorale,  fa si che probabilmente nulla cambi davvero in Grecia, costretta a stringere ancor di più la cinghia ormai da tempo sprovvista di buchi. Secondo il celeberrimo economista Joseph Stigliz la causa della depressione greca (-25% di Pil e disoccupazione al 25%) è che hanno fatto quel che è stato chiesto loro di fare (l’UE), non che non sono riusciti a farlo.

Augurandoci di sbagliare magari assieme a Stiglitz, se le Istituzioni non si renderanno parte di un radicale cambiamento economcio-sociale, la tragedia greca avrà impartito una lezione importantissima, ma non appresa da coloro che avrebbero dovuto.

11/07/2015
Valentino Angeletti
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