Grecia – creditori: un accordo che riporta, materialmente e concettualmente, alla “Troika”

Estenuanti e lunghissime 17 ore di trattativa, ma alla fine l’accordo tra la Grecia ed i creditori è stato raggiunto. In realtà (e lo avevamo detto) è assi probabile che la Grexit non fosse mai stata una ipotesi realmente sul piatto, ma solo uno spauracchio per lo stato ellenico, il cui popolo, pur avendo votato “no” al referendum sul programma imposto dalla ex Troika, è ampiamente favorevole alla permanenza nell’area Euro, ben conscio che un’uscita comporterebbe maggiore povertà e difficoltà di approvvigionamento di certi beni primari (senza contare l’effetto contagio che a detta dell’economista Nuriel Roubini si sarebbe diffuso immediatamente anche in Italia e Spagna).

Da notare come l’accordo sia stato trovato lunedì a pochi minuti dall’apertura della borsa di Atene, con un tempismo allucinante. L’impressione è che l’esasperazione dei tempi sia stata una punizione per Tsipras e la Grecia, coloro i quali hanno osato l’affronto nei confronti delle politiche europee, facendo percepire davvero la possibilità di una Grexit (alla quale forse solo Scheauble credeva e verso la quale spingeva) e di una non riapertura delle banche, già a corto di liquidità, con gli aiuti ESM della BCE fermi ad 89 miliardi.

Le ore immediatamente precedenti, contrariamente a quanto poi accaduto, avevano fatto pensare che l’accordo sarebbe stato trovato nel giro di poche ore. C’era stata una risposta positiva da parte delle istituzioni europee al piano proposto da Tsipras, definito una buona base di partenza per intavolare il negoziato, e pareva che pochi ritocchi sarebbero bastati a renderlo accettabile dai creditori. I fatti hanno poi smentito questa tesi, facendoci assistere a lunghe e dure trattative con numerosi scontri interni ed accuse pesanti tra i contraenti, poi concluse, sì con l’accordo, ma ulteriormente irrigidito rispetto a quello proposto dal Premier Greco, che già peggiorava quello rifiutato dal referendum greco del 5 luglio.

L’ex ministro Varoufakis, in merito alla retromarcia fatta dal Premier, ha parlato di un cambio di rotta verso l’accettazione delle proposte dei creditori. L’ex ministro aveva un altro piano, che probabilmente avrebbe comportato l’uscita dalla Grecia dall’Euro, ma, a suo dire, Alexis Tsipras non se l’è sentita di tirare ulteriormente la corda, forse già snervato dai numerosi bluff di una partita a poker al cardiopalma e così ha capitolato. Critico nei confronti delle intenzioni del Premier, non appena intuito che di lì a poco ci sarebbe stata la capitolazione di Tsipras, Varoufakis ha dato le dimissioni da vincitore per il referendum e da immolato per la patria con la motivazione ufficiale di rendere le trattative, specialmente con Scheauble, meno complesse, visto che Varoufakis e Scheauble non si sopportano.

L’accordo prevede un piano da 82-86 miliardi in 3 anni che consentirà alla Grecia di corrispondere ai creditori 7 miliardi entro il 20 luglio ed altri 5 entro le metà agosto. Senza piano d’aiuti Atene sarebbe stata definitivamente insolvente, e proprio oggi ha mancato la scadenza del rimborso di una trance da 360 milioni all’FMI che si vanno a sommare agli 1.6 miliardi scaduti il 30 giugno. L’elargizione degli emolumenti è però è vincolata al rispetto di rigide richieste: 4 riforme da votare ed approvare entro mercoledì 15 e nella fattispecie: aumento dell’IVA, stretta sui prepensionamenti da iniziare subito e concludere entro ottobre,  l’indipendenza dell’ufficio di statistica nazionale “ElStat” accusato in passato di aver truccato dati per ingerenze politiche ed infine piena attuazione del fiscal compact il quale prevede, qualora non vengano raggiunti i tagli stimati, l’applicazione di vessatorie clausole di salvaguardia. Il debito non verrà ridotto, ma, dipendentemente da come andrà il percorso di riforme ellenico, potrà essere allungato nelle scadenza, è stato inoltre imposta alla Grecia la creazione di un fondo da 50 miliardi dove far confluire asset pubblici (tra cui anche le banche nazionalizzate) finalizzato alla riduzione del debito. L’unica vittoria di Tsipras è stata quella di mantenere la sede del fondo in Grecia, vincendo le pressioni europee che lo avrebbero voluto in Lussemburgo. La Troika (chiamata nuovamente col suo nome) dovrà rientrare entro i confini greci ed ogni manovra, legge o votazione parlamentare, dovrà passare preventivamente al vaglio delle istituzioni per approvazione.

Il pacchetto di riforme, che definire lacrime e sangue è forse poco,  dovrà essere votato dal Parlamento di Atene prima, poi da quelli quello di 6 stati membri tra cui Germania, Finlandia, Olanda e Malta (oltre che parlamento UE). Le ali di Syriza stanno abbandonando il leader e non sono assolutamente intenzionate a votare un piano peggiorativo rispetto al referendum, che a questo punto è stata una mossa oltre che inutile, controproducente per Tsipras. La cittadinanza è rimasta delusa dalla retromarcia del loro leader. Alla fine il piano passerà con il supporto dei partiti più orientati al centro, quelli che Tsipras voleva rottamare e di stampo filo europeo: Nea Demokratia, To Potami, Pasok.

La sensazione condivisa da molti è che, fermo restando i trascorsi greci, la necessità del paese di riformarsi, gli errori dei politici passati e di quelli attuali, l’Europa, senza mezzi termini germanocentrica, abbia voluto impartire una lezione durissima alla Grecia, che fungesse anche esempio per altri. Tutto fa pensare a ciò: il buon giudizio sul piano di Tsipras ed il susseguente dilungarsi nelle trattative andando a richiedere condizioni sempre più stringenti e mettendo alle strette il Tsipras, già asservito alle istituzioni con il piano presentato, usando le armi della Grexit e dell’impossibilità di riaprire le banche e pagare stipendi e pensioni. In questa partita era evidente che, volendo fare il gioco duro, Tsipras non avrebbe avuto possibilità di successo, l’unica speranza era una virata delle politica europea, dall’austerità e rigore verso una maggior flessibilità e solidarietà reciproca. Virata che non si è verificata, anzi si è verificato proprio il contrario, ossia un ulteriore irrigidimento su numeri e vincoli e una richiesta, sempre più verso la pretesa, di totale cessione di sovranità (che avevamo già evidenziato: Crisi Greca: i creditori non chiedono più solo rispetto di vincoli, ma pretendono di imporre le politiche economiche). Il ritorno alle origini, per quel che può contare, è anche dimostrato dalla ricomparsa del termine Troika: un nome tanto temuto che era stato deciso di non utilizzare più. La Germania ha voluto riaffermare la propria potenza ed egemonia nell’area Euro, del resto i vertici importanti sono presenziati solo da Merkel ed Hollande. Il quale, Hollande, ha provato ad intavolare con Renzi una timida difesa della Grecia, ma poco hanno potuto le loro voci rispetto a quelle di Wolfgang Scheauble, Sigmar Gabriel, Angela Merkel o Jeroen Dijsselbloem, se non quella di far mantenere al Fondo di Asset Greci domicilio ellenico e non Lussemburghese.

Se in preparazione delle elezioni europee del 25 maggio 2014 le parole d’ordine erano flessibilità, Europa più umana e solidale, UE dei padri fondatori, con la punizione inferta alla Grecia si torna prepotentemente al concetto di austerità e rispetto dei vincoli: unico approccio politico conosciuto e consentito in Europa da Germania e seguaci. Sia chiaro che questo comportamento non potrà far altro che esasperare una volta in più le spinte auti-europee già molto vigorose, contribuirà ad allontanare istituzioni e cittadini, rendendoli sempre meno partecipi ad un sentimento positivo nei confronti dell’Europa ostaggio degli atti di forza del Nord e delle richieste di sovranità. Difficile pensare che le riforme, (peraltro necessarie) imposte alla Grecia per riguadagnare fiducia, possano supportare la crescita del paese. Rimangono manovre recessive senza alcun contributo allo sviluppo, agli investimenti, all’economia ed alla ripartenza greca.

In questa trattativa la Grecia, seppur con qualche denaro per ripagare gli impegni imminenti, rimarrà un problema irrisolto, pronto a ripresentarsi nel giro di qualche mese. La Germania esce formalmente vincitrice, avendo ancora una volta imposto la sua visione ed ottenuto la sovranità richiesta. Ad uscirne sconfitta, se possibile ancor più che la Grecia e nonostante il rispetto (quanto temporaneo?) del concetto di Euro irreversibile, e l’Unione Europea che ha confermato l’assoluta lontananza dai pilastri dei padri fondatori. Quanta importanza potrà avere nel mondo una Europa siffatta? Quanto potrà ancora durare?

 

Valentino Angeletti
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