Piano Salva Grecia: la partita di giro dei soldi. Prestiti per pagare creditori non portano sviluppo.

Il Parlamento Greco, grazie ai voti dei partiti di opposizione, in una seduta non priva di forti tensioni e violenti scontri verbali, ha approvato il pacchetto di riforme e vincoli che consentiranno ad Atene di accedere al nuovo programma di salvataggio da 82-86 miliardi in tre anni. Molti esponenti di Syriza hanno espresso voto contrario o si sono astenuti (che equivale a voto negativo) sul pacchetto di sapvataggio e le piazze sono state animate da tumulti e vere e proprie guerriglie, che ricordano, paradossalmente, i medesimi conflitti occorsi in occasione dell’inizio della crisi economica, nell’ormai lontano 2011, solo che, teoricamente, nel 2011 si stava andando incontro al “baratro di una possibile insolvenza” adesso invece ad un salvataggio, che molti vorrebbero far coincidere, senza troppa convinzione o elementi a supporto di tale tesi, alla rinascita greca. Alla luce dei fatti, non poteva essere altrimenti perché il piano approvato è ben peggiore di quello rifiutato nel referendum, e lo stesso Tsipras, una volta scaricato Varoufakis, si è piegato alle richieste europee. La sua affermazione che le condizioni non presentano alternative (“Chiunque abbia alternative me le presenti, sarò lieto di considerarle” ha detto il Premier Ellenico) e che seppur un ricatto non può non essere accettato, lasciano il tempo che trovano perché paiono riprova che tutte le trattative intavolate fino ad ora tra istituzioni ed Atene, le settimane trascorse, il referendum, ed i denari sprecati, perché nel mentre che nulla veniva deciso i parametri greci precipitavano e la liquidità si è esaurita fino alla completa chiusura delle banche, siano stati sostanzialmente inutili. Mere illusioni per il popolo ellenico, che aveva visto in un progetto ed in un concetto europeo più che condivisibile, la speranza di poter cambiare l’UE a pro della prosperità di tutta l’Unione stessa. L’accettazione del piano da parte di Tsipras ed i sui discorsi al Parlamento, volti a spingere verso la sua approvazione anche i membri di Syriza motivando che non via sono altre vie, fanno pensare che, stanti così le cose, il Premier Ellenico avrebbe potuto accettare fin da subito le condizioni UE, se non aveva intenzione concreta di andare avanti con quella che era la strategia del “fu” Varoufakis. Era chiaro che, qualora non vi fosse stata convinzione di perseverare nelle proprie posizioni anche considerando l’epilogo peggiore, i vincitori non avrebbero potuto essere che le Istituzioni con l’arma della riapertura o meno le banche Greche.

Avevamo immediatamente sollevato dubbi sull’efficacia del piano. Esso non prevedeva alcun concreto sostegno agli investimenti, base per la ripartenza economica, che alle condizioni greche attuali non possono arrivare se non sospinti dall’esterno. Nessuna menzione a strumenti per la creazione di posti di lavoro, incentivi, misure di sostegno al reddito per fare ripartire i consumi, nessun cenno al fatto che il debito sia insostenibile e che vada ristrutturato, ma solo ed esclusivamente tagli e misure vessatorie-recessive, come ad esempio l’aumento dell’IVA (pur doverosa per certe tipologie di prodotti/servizi). A seguito, anche se a dire il vero con deciso ritardo e probabilmente dietro pressione della FED e del segretario del tesoro Jack Lew, anche l’FMI si è schierato  a favore del taglio del debito o dilazionando ulteriormente i tempi ed i tassi oppure con un vero e proprio haircut stimato del 30% (del quale la Germania di Scheauble neppure vuol sentir parlare). Le motivazioni addotte dalla FED sono contenute in un report interno. Sostanzialmente è ritenuto impossibile che la Grecia possa ridurre il proprio debito, schizzato dal 127% di inizio crisi al 177% attuale con previsione di qui a due anni di sforare la soglia del 200%; inoltre i parametri imposti dall’accordo raggiunto all’Eurogruppo di disavanzo primario sono troppo stringenti, irraggiungibili se si considera un PIL che non crescerà, contrariamente invece al debito.

Ad avvalorare ulteriormente il giudizio non lusinghiero del piano arriva ora anche un articolo de lavoce.invo (Dove andrà il denaro del bailout di Atene?). In esso, l’autore Angelo Baglioni, prova a scrutare gli ermetici documenti ufficiali trovando alcune evidenze. Innanzi tutto il piano da 82-86 miliardi dovrà  servire a “restituire i debiti della Grecia e assicurare la stabilità del suo sistema finanziario”. Parafrasando: ridare i denari ai creditori e ripatrimonializzare le banche greche. I pagamenti urgenti per Atene ammontano a 7 miliardi entro il 20 luglio e 5 miliardi entro metà agosto, e questo è un dato che pare certo, i creditori però non specificati chiaramente, ma dovrebbero essere: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, e titoli a breve termine in scadenza. Uno dei vincoli dell’accordo per consentire alla Grecia di accedere al salvataggio è la collocazione di asset per 50 miliardi in un fondo da privatizzare. Gli introiti dovrebbero essere ripartiti: 25 miliardi per rimborsare al fondo europeo Esm l’esborso per ricapitalizzare le banche greche; 12,5 miliardi per ridurre il debito greco; eventuali ulteriori introiti per 12,5 miliardi saranno usati per investimenti. Significativo è che l’ordine sia quello di priorità, si può notare che gli investimenti sono all’ultimo posto. In sostanza, conclude l’articolo, del piano da 82-86 miliardi, 23,5 miliardi andranno a restituire all’Fmi e alla Bce i loro crediti; 25 miliardi per ricapitalizzare le banche greche; 35 miliardi per investimenti nell’economia della Grecia (sempre in ordine di importanza).

Da evidenziare che gli investimenti saranno l’ultimo impegno dalla strategia di salvataggio, saranno relegati nell’ultima parte dei tre anni in cui si sviluppa il piano e probabilmente saranno parte di qualche piano già elaborato, come il “piano investimenti Juncker”, latitante da mesi.

Assai difficile immaginare che con un perverso meccanismo in cui i creditori prestano soldi alla bisognosa Grecia per rimborsare in primis i crediti che loro stessi hanno maturato da precedenti esborsi, senza intaccare uno stock di debito abnorme in relazione al PIL e senza concreti programmi di investimenti e creazione di reddito diffuso si possa conferire alla Grecia un traghettatore diverso dall’infernale Caronte.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

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Una Risposta

  1. […] A tra giorni dalla riapertura, in seguito a cinque settimane di chiusura forzata, la borsa di Atene pare non dare segni di recupero. Il primo lunedì di apertura, il listino era precipitato fino a segnare -23% per poi chiudere a -16.2%, i giorni seguenti sono stati migliori ma sempre all’insegna del segno meno. Le principali vittime della riapertura sono state, prevedibilmente, le banche, precipitate finanche a -30%. I volumi sono stati bassi, ed è facile prevedere alta volatilità fino a che Grecia e creditori non giungono ad un accordo con il quale si sblocchi il piano di salvataggio da oltre 80 miliardi e di conseguenza la prima tranche. Il limite temporale per portare a termine il trattato è il 18 agosto, in modo che sussistano i tempi tecnici per consentire ad Atene il pagamento degli oltre 3 miliardi di €, ad oggi non presenti nelle casse elleniche, dovuti alla BCE entro il 20 agosto. Già subito si nota che dei circa 7 miliardi, erogati come prima tranche del piano di aiuti, parte torneranno alla BCE, in una partita di giro poco efficace per la Grecia e che si verificherà anche con le altre rate degli aiuti, in quanto le scadenze per Atene sono diluite in un arco di tempo ventennale. Altri dovranno andare a sostenere il sistema bancario, in ginocchio a causa di una sfrenata corsa agli sportelli e nonostante i limiti imposti ai greci sui prelievi bancomat. In favore degli istituti ellenici non è stata aumentata, dalla BCE, la liquidità di emergenza, ferma a 90.4 miliardi; è anche vero che la banca centrale di Atene, non potendo ignorare la condizione di insolvibilità dei suoi istituti, non pare aver chiesto l’innalzamento del tetto ELA alla Banca Centrale Europe. Sempre più scontata pere essere la necessità di ricapitalizzare le banche della penisola olimpica così come il fatto che molto poca della liquidità assegnata passerà all’economia reale (di fatto farà parte di una partita di giro poco funzionale se non per dire formalmente che i debiti…). […]

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