Stime FMI gelano l’Italia, ma in realtà non dicono nulla di nuovo

La notizia non è stata ben digerita, ma non è di certo nuova. L’FMI ha certificato che con i livelli di crescita attuale e stimati per il prossimo futuro, il mercato occupazionale italiano tornerà ai livelli pre-crisi solo tra 20 anni; esattamente come per il Portogallo, e ben 10 anni dopo la Spagna, seppur fosse partita da condizioni iniziali peggiori.

A poco valgono i tentativi di screditare l’osservazione del Fondo ricordando che più volte ha preso degli abbagli, oppure che una crescita del PIL non necessariamente (e ciò accade nelle economia più mature e tecnologicamente all’avanguardia) corrisponde ad un incremento dell’occupazione, esistono senza dubbio casi di Jobless recovery, ma è assolutamente verificato che al di sotto di una crescita del PIL del 2 – 2.5% difficilmente potranno crearsi i presupposti per una crescita degli occupati (intesi come nuovi posti di lavoro effettivi). In Italia le previsioni danno un PIL in crescita dell 1.5% per il 2015 e del 1.7% per il 2017, ancora insufficienti (a fronte del 3.1% stimato sia per il 2016 che per il 2017 negli States). Se si ha buona memoria, si può ricordare che altri istituti, italiani ed europei, hanno messo in guarda dal rischio di una generazione persa ad inseguire la ripresa, e l’arco di tempo indicato era proprio di circa 20 anni.

Anche qui si è più volte ribadito il medesimo concetto. Si è infatti asserito che per le condizioni economiche in cui è precipitata l’Italia e l’Europa, per le malagestioni politiche degli anni addietro che ad esempio hanno portato una crescita vertiginosa del debito senza corrispettivi ritorni sul’economia, per i tristi fenomeni ed episodi di corruzione e malaffare, dilaganti, pervasivi e persistenti (Mafia Capitale, Mose, EXPO solo per citare gli ultimi), per l’incerto e frenante il contesto normativo e burocratico che osta l’insediamento di nuovi business ed investimenti, se tutti, politica e cittadini, fossero disposti ad impegnarsi onestamente, mettersi al servizio della collettività in modo disinteressato, anche rinunciando in taluni casi a privilegi propri e consapevoli del grande sacrificio necessario, quindi se tutto andasse nel migliore dei modi possibili, sarebbe servita almeno una generazione (quella degli attuali 20-30 enni), per tornare, seppur necessariamente seguendo un modello di sviluppo economico differente, ai livelli di benessere (welfare, potere d’acquisto, lavoro, dinamiche economiche) pre-crisi.

Ieri, questa che era una evidenza già anni fa, è stata rilevata anche dall’FMI. In tutta sincerità la notizia non stupisce affatto nè sorprende, ma preoccupa. Non è accettabile un drenaggio simile di risorse e capitale umani ed una fuoriuscita senza ritorno di competenze verso i paesi nostri competitor come quella a cui stiamo assistendo.

Credo che a poco valgano le rassicurazioni di Padoan, secondo il quale il modello adottato dall’FMI non tiene conto delle riforme attuate ed in via di attuazione, che, sempre a detta dal Ministro, dovrebbero portare spinte positive al PIL ed alle dinamiche occupazionali, lo scontato esempio citato è il Jobs Act, fortemente voluto dall’FMI stesso.

Ma che tipo di lavoro si crea con il Jobs Act? Può consentire di mantenere ed incrementare negli anni la piena occupazione? Non si crede possibile senza una virata radicale del micro e macro sistema economico. L’attuale contesto, seppur per certi aspetti oggettivamente migliorato, non è tale da far pensare ad una proliferazione di Business ed investimenti. Inoltre l’FMI potrebbe anche aver considerato la notoria e cronica incapacità italica di portare rapidamente le riforme in attuazione, una volta proferito il pomposo annuncio.

Il paragone con gli USA, parimenti alla differenza con il PIL, è sconcertante. La disoccupazione USA si attesta al 5% contro l’11% abbondante di Eurolandia e ciò nonostante l’Europa possa contare su almeno tre fattore oltremodo facilitanti: i QE ed il bassissimo costo del denaro, il basso prezzo del petrolio e la svalutazione dell’Euro che dovrebbe dare vigore alle esportazioni.

Le politiche statunitensi hanno aggredito la crisi con sostanziosi invesitmenti pubblici anche se in deficit; hanno costantemente modificato la legge per innalzare il rapporto debito/PIL consentito onde evitare il baratro fiscale (Fiscal Cliff) ed il tutto nonostante Obama non abbia la maggioranza al Congresso, segno che, in ultimo e dopo negoziazioni aspre, è il bene del paese ad essere messo al centro; hanno implementato tempestive politiche di alleggerimento monetario convogliando liquidità direttamente all’economia reale, senza le inefficienze o le speculazioni degli intermediari; ed hanno posto come parametro per la prosecuzione dei QE, non l’inflazione al 2% come in UE, ma proprio il dato sulla disoccupazione, da abbattere sotto il 6%. In realtà i QE stanno proseguendo, anche se in misura minore, nonostante il raggiungimento di tale target, ma si sa, se un cavallo corre, tanto più in un contesto non roseo per l’UE, non è saggio fermarlo.

In Europa invece all’espansione sono stati preferiti austerità e rigore teutonici, impedimenti ad ogni forma di investimento pubblico per gli stati ai quali sarebbero più utili. Le azioni della BCE, influenzate dalla presenza del 17% della Bundesbank come azionista principale, sono state lente e poco reattive (fortunatamente vi era Draghi, altrimenti sarebbe stato probabilmente peggio) ed il piano di investimenti faraonico di Juncker ancora latita. Simili difficoltà si sono sommate a quelle, croniche, in essere nel contesto italiano che rendono sfavorevole ogni insediamento di business, attività produttiva o investimento. Come sappiamo i fattori limitanti sono un enorme peso fiscale su persone ed imprese, un costo del lavoro molto elevato, una produttività media molto bassa, ma soprattutto corruzione, malaffare, burocrazia, clientelismo, giustizia e legislazione lente e non chiare.

Ovvio, quasi banale, affermare che il piano di riforme deve essere accelerato e deve essere dato più peso alle misure di tipo economico, innegabilmente trascurate fino ad ora.

Detto ciò però, rimane valido il concetto iniziale, ossia che, supponendo, ed è tutt’altro che scontato, l’impegno collettivo totale di pubblico, privato, istituzioni, politica, il sacrificio disinteressato ed una ottima politica (raramente vistasi in Italia), non è realistico pensare di tornare ai livelli pre-crisi se non prima di 10 anni.

28/07/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: