Archivi Mensili: agosto 2015

Roma, sotto Marino con alle spalle un Triumvirato di Probi Viri, verso il Giubileo…

Il periodo è tipicamente di ferie, ma pare che il Governo, per colpe anche proprie, non possa trascorrere in pace il riposo (quanto meritato o immeritato non sta a noi giudicarlo).

Innanzi tutto le tragedie inerenti all’immigrazione continuano, le discussioni politiche si accentuano toccando argomentazioni vergognose e che difficilmente sono tollerabili in un paese civile, e, cosa ancora più grave, l’Europa rimane inerme, assente, impotente, benché a causa di una maggior diffusione geografica, ma anche mediatica, il problema si sia intensificato e sia giunto alla ribalta anche di quei Governi, come Germania ed Austria, ai quali un tempo era sufficiente giustificare il loro “impegno” con i contributi europei destinati agli stati di frontiera, per citarne due Italia e Grecia, e senza alcun obbligo di supporto logistico e/o gestionale, oppure con la compartecipazione, in termini economici e di mezzi, alle missioni Frontex o Triton. Di ciò, purtroppo, visto il perdurare del problema che rimane tuttora insoluto e peggiorato, con decine e decine di morti sulle rotte marittime del Mediterraneo e terrestri dei Balcani, abbiamo avuto già modo di parlarne.

Vi è poi la tremenda gaffe del Ministero del lavoro, una delle tante per quei Dicasteri che usualmente sono soliti diramare dati, i quali prontamente vengono smentiti, quando da enti come Istat, quando, ed è il caso peggiore ed in questione, dai fatti concreti della dura realtà. A farne le spese questa volta è stato il Ministero del Lavoro, che aveva quantificato i nuovi contratti stabili in 630’000, quando i numero reale si fermava a poco più della metà, circa 327’000. Analogo errore è stato fatto per il numero di cessazioni, oltre 4 milioni, ben di più dei 2,6 milioni riportati nella tabella rivelatasi poi sbagliata. L’errore è stato confermato, il giorno successivo alla presentazione fatta presso il Meeting CL di Rimini, dal Ministro Poletti in persona, che ha affermato essersi trattato di un errore umano di trascrizione. Inutile ribadire quali inaccuratezza, insensibilità e superficialità, dimostri uno sbaglio simile, che per di più riguarda una piaga indiscussa e permanente del nostro paese. La certezza nell’esporre dati economici e relativi al lavoro dovrebbe essere prossima al 100% e non orientativa ed evidentemente rivolta alla propaganda. Ma anche a questa prassi siamo ormai abituati e ne abbiamo lungamente disquisito in merito a precedenti occasioni.

La terza questione che ha investo l’Esecutivo ed il PD, quella più spinosa e che più fa pensare sia il Governo stesso che l’elettorato inteso come normale e comune cittadinanza, è il caso di Roma. Dapprima lo scandalo è scoppiato con la vicenda di “Mafia Capitale” che ha portato alla luce un intrigo indecente tra cooperative bianche e rosse, istituzioni afferenti ad ogni parte politica, pasdaran e factotum attraverso i quali doveva passare, e passava, ogni appalto, ogni assegnazione, ogni evento, insomma tutto ciò che poteva avere un riscontro economico, inclusa la gestione degli immigrati, una delle attività più redditizie, ancor prima che lo spaccio di droga. Ad essere coinvolta nello scandalo “Mafia Capitale” era anche la famiglia abruzzese di derivazione Sinti dei Casamonica, nota in tutto l’ambiente romano per i loro traffici ed i membri della quale risultavano presenti in alcune foto pubblicate negli atti dell’inchiesta su Roma, assieme a Buzzi, Carminati, l’ex sindaco Alemanno, l’allora presidente delle cooperative ed oggi Ministro del Lavoro Poletti e via dicendo. A seguire si è verificato l’episodio poco piacevole del funerale in pompa magna e stile “Il Padrino”, in una celebrazione quasi solenne con elicottero cospargente petali di rosa, carrozza trainata da sei stalloni, 250 autovetture in corteo, musiche tra cui la colonna sonora appunto del film con Al Pacino come malavitoso protagonista, di un appartenente alla famiglia dei Casamonica, con tanto di blocco del traffico da parte degli addetti alla viabilità romana, e di permessi conferiti dalla Questura ad un paio di Casamonica agli arresti domiciliari, proprio per consentir loro di partecipare al suddetto imperdibile evento. Tutto ciò si svolgeva il 20 agosto, mentre il Sindaco Marino si trovava in ferie ai Caraibi. La sua scelta è stata di non tornare, e, oggettivamente, può essere comprensibile, anzi sarebbe stato meglio se, pur facendo le debite indagini e colpendo eventuali colpevoli di reato, sul funerale si fosse taciuto il più possibile, evitando di fare pubblicità ad una famiglia, ad un atteggiamento, ad una situazione indegna, ma che ha senza dubbio fatto propaganda agli stessi Casamonica, ne ha confermato il potere e sicuramente a funto da esempio e suscitato ammirazione per più di un Clan malavitoso. Meno risalto mediatico sarebbe sicuramente stato più consono. Quando ancora non si erano placate le polemiche per l’evento funebre, il Ministro Alfano si è pronunciato sullo scioglimento o meno del comune di Roma proprio per la vicenda “Mafia Capitale”, in vista del maxi processo in programma il 5 novembre. In tal circostanza Marino avrebbe dovuto essere presente, non poteva mancare tanto più che ne valeva della sua posizione, si è invece limitato a commentare la decisione di Alfano ed a condividerla, tranquillizzando il mondo che anche lui era d’accordo. Lo scioglimento è stato limitato al solo Municipio di Ostia, mentre Marino è stato destituito (con una mossa di dubbio valore legale) di molti dei suoi poteri, conferiti in parte al Prefetto Gabrielli, per quanto riguarda la gestione e l’organizzazione del Giubileo con partenza a Dicembre ed in parte all’autorità anti corruzione guidata da Raffaele Cantone, deputata, come per Expo, al controllo e monitoraggio della regolarità degli appalti e dei lavori da svolgersi in visto dell’evento giubilare. Tale decisione è incomprensibile, come inconcepibile e la scelta di Marino di portare a conclusione le ferie (14 agosto – 2 settembre). Vista la situazione radicata e di malaffare diffuso ed imperante presente nella capitale, sarebbe consona una ripartenza da zero, un commissariamento totale per far finalmente pulizia definitiva, almeno provarci, pur consapevoli della difficoltà di destituire la capitale d’Italia, una città complessa da oltre 3 milioni di abitanti, ma non si intravedono efficaci alternative.

La decisione di non commissariare Roma, ma di affidarla ad una sorta di Triumvirato di probi viri, nonostante i problemi che sta riscontrando Marino nel gestire la città e nonostante il PD di Renzi, ed il Premier per primo, abbiano una tremenda voglia di destituirlo, suscita alcuni sospetti. Sembrerebbe che l’intenzione sia quella di non andare assolutamente in tempi brevi al voto, che, mai come ora, sembrerebbe necessario anche alla luce delle defezioni occorse nella giunta Marino, per evitare una debacle per la probabile, stando ai sondaggi, vittoria del M5S, quotato al 35%. Inoltre, il pronunciamento di Alfano, che pure avrebbe potuto commissariare la capitale per il potere conferitogli dall’essere Ministero dell’Interno, non lo ha fatto. La mossa potrebbe essere interpretata, dai più maliziosi, come uno scambio, una sorta di latina, quindi della Roma che fu, ma anche che è, pressi del “Do Ut Des” nei confronti di Renzi, che salvò l’esponente NCD Azzollini dall’arresto. Le opposizioni tutte si schierano a  favore di nuove elezioni, senza se e senza ma, vogliono le urne Forza Italia, Fratelli D’Italia, la Lega, disposta anche ad un’alleanza con il M5S per “ripulire” il Campidoglio, il M5S ovviamente, ma anche alcuni esponenti di Governo, come il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti di Scelta Civica e molti membri della minoranza Dem, ma non solo della minoranza, tra cui il renziano, candidato sindaco a Milano, Emanuele Fiano il quale ha asserito che se fosse stato nei panni di Marino non avrebbe potuto non dimettersi dall’incarico.

Il caos e le incertezze che regnano nella capitale non sono altro che una parafrasi di quello che da anni si trova a dover affrontare tutta la nazione, ossia una incertezza, una approssimazione, una incapacità di pianificare e di investire nel lungo termine, senza pari, una dominanza di logiche partitiche, arroccamenti ideologici, protezione di privilegi e poltrone. Nulla più. Vedremo presto se nei 100 giorni che separano Roma, e l’Italia tutta, dal Giubileo si riscontreranno o meno, col nuovo assetto capitolino,  problemi e ritardi, con un tempo a disposizione, circa 100 giorni, “entro il quale”, e cito il Direttore Enrico Mentana, “a Roma non si riesce neppure a mettere in pedi un semaforo”, ma qui non ne va della fruibilità di un incrocio, bensì della già povera immagine dell’Italia agli occhi del mondo.

28/08/2015
Valentino Angeletti
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Tsipras dimissionario, la Grecia verso le elezioni. Difficile pensare a ripudio delle condizione UE

Giovedì 20 agosto (giorno del mio compleanno) alle ore 19, tramite un discorso di 7 minuti alla TV pubblica greca da poco riaperta, il Premier Ellenico Tsipras ha rassegnato le dimissioni, rimettendosi al Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos. Questa decisione è arrivata come un fulmine, non a ciel sereno, perché l’opzione era già nell’aere da qualche tempo, ma sicuramente come un baleno in un cielo parzialmente nuvoloso. Ciò che intimorisce di più, in particolar modo le istituzioni europee, preoccupate per l’instabilità che questa vicenda può creare in Europa e non solo, è legata alla rapidità della decisione ed ai tempi strettissimi per andare a nuove elezioni. La data ipotizzata, che se comunque non fosse confermata non dovrebbe essere troppo in là con le settimane, è il 20 settembre, appena un mese esatto dalle dimissioni. Tra l’altro questa nuova tornata elettorale si inserisce proprio nel periodo in cui l’Europa dovrà fare attenzioni alle elezioni in Irlanda, in Spagna, dove il movimento ostile alle politiche Europee di Podemos ha fatto proseliti, ha vinto elezioni locali in importanti comuni tra cui Madrid e Barcellona ed ha saputo con abilità instaurare significative alleanze municipali con le forze socialiste, ed in Germania, dove la riconferma del Cancelliere Merkel sembra facile pronostico, ma dove in ogni caso gli imprevisti possono essere dietro l’angolo, visto come i dissidenti, nei confronti di Angela e del suo Esecutivo, siano aumentati in occasione del voto parlamentare sul terzo piano di salvataggio della Grecia da 86 miliardi in tre anni, a favore del quale parteggiava il Cancelliere. Inoltre il Premier ellenico continua a godere di un buon seguito e della fiducia della maggioranza del popolo ellenico, che evidentemente punta, non tanto sulle politiche e sui programmi, all’atto pratico disattesi, ma sulla persona, ritenuta in grado di portare benefici al paese. In questa fase tra l’altro, in vista delle elezioni, Tsipras si trova, per la prima volta nella sua vita, a non essere l’esponente della sinistra più radicale.

Le parole con cui Tsipras si è congedato sono state:

«Il mandato che ho ricevuto il 25 gennaio si è esaurito, ora i greci devono decidere se li ho rappresentati con coraggio davanti ai creditori e se questo accordo è sufficiente per una ripresa. Ho l’obbligo morale di sottoporre quello che ho fatto al vostro giudizio, chiederò un mandato forte per governare e proseguire il nostro programma di governo».

Tsipras non ha più la maggioranza di Governo, le defezioni e gli spaccamenti in Syriza sono stati numerosi, ed è già in preparazione una forza più radicale alla sua sinistra. Il memorandum con le istituzioni europee, che ha sbloccato il terzo piano di aiuti, è passato al Parlamento di Atene grazie ai voti delle formazioni centriste di opposizione, molte invece sono stati i voti sfavorevoli nelle file di Syriza, partito del Premier.

Il Premier ha così ritenuto, dopo aver incassato la prima trance di aiuti da 13 mld, pagato i 3.2 mld alla BCE con decorrenza 20/08 ed avviato la concessione di 14 aeroporti turistici alla tedesca FraPort (che, pur avendo vinto regolare gara, sembra essere stata il destinatario già da tempo prescelto per lo sfruttamento dei 14 trafficati aeroporti ellenici per 40 anni), di andare alle elezioni. Il momento pare propizio per cercare una riconferma popolare alla luce del consenso ancora alto di cui gode tra i cittadini greci. Col tempo e con l’attuazione delle misure restrittive, imposte dall’Europa, su agevolazioni, pensioni, salari e stipendi, privatizzazioni, questo bonus potrebbe scemare e rendere la vitoria di Alexis sempre più complessa.

Il programma che Tsipras, in corsa alle venture elezioni, presenterà è ancora ignoto e sarà interessante verificare se esso sarà accondiscendente nei confronti delle richieste europee, oppure se chiederà al popolo di esprimere la propria volontà di non recepire le volontà delle istituzioni. Molto più probabile sembra la prima ipotesi (anche la Germania si è detta tranquilla sull’attuazione delle riforme) vale a dire un referendum che, se vinto, rafforzerebbe il partito Syriza, epurandolo dalle frange più dissidenti, e la posizione, ad ora fragile, di Tsipras come Premier.  Darebbe poi mandato popolare al leader greco di agire nella via richiesta dall’Europa. I soldi del piano di salvataggio da 86 miliardi servono alla Grecia, senza quei soldi incorrerebbe nel default e non sarebbe più in grado di far fronte ai propri impegni interni, così come gli sarebbe impossibile sostenere un sistema bancario depauperato dalla corsa agli sportelli e tremendamente sull’orlo di una crisi di liquidità. Dire no all’Europa con nuovi tentativi di chiusura vorrebbe dire molto probabilmente, anche alla luce delle tensioni nel parlamento tedesco sul salvataggio di Atene, il default greco, l’instabilità politica Europea, una reazione imprevedibile dei mercati già stressati da prezzo del greggio e crollo delle borse cinesi, infine la probabile disgregazione dell’Unione.

La fiducia in Alexis Tsipras permane nonostante, a ben vedere, egli non abbia mantenuto le sue promesse, infatti è riuscito solo molto parzialmente ad implementare i programmi presentati assieme all’estromesso Varoufakis in sede di elezioni, ha richiesto un referendum popolare su un piano di riforme, bocciato dai greci, che poi è stato applicato con un livello di rigidità maggiore rispetto a quello su cui i cittadini greci si erano pronunciati. Insomma, se fossero i fatti a dover dar credito a Tsipras non ci sarebbe oggettivo motivo per conferirgliene ancora, invece è la persona e la sua leadership che gli danno autorevolezza. A prescindere dall’operato gran parte del popolo pensa che le sue azioni siano sinceramente mirate alla protezione dei cittadini ellenici e si fidano. Ma a questo punto sorge una domanda, se Tsipras chiede un nuovo mandato popolare attraverso le elezioni, perché non dovrebbe farlo anche Varoufakis, di fatto costretto ad abdicare dal suo dicastero, ed artefice a quattro mani con Tsipras del piano totalmente anti austerità, che poco ha a che fare coi memorandum siglati in seguito, il quale ha consentito a Syriza di vincere le elezioni? Tsipras forse dovrebbe chiedere a Varoufakis, che probabilmente rifiuterebbe, di risalire a bordo della sua compagine e dovrebbe chiarire una volta per tutte la sua posizione nei confronti delle istituzioni, ossia accondiscendenza, che significherebbe ancora austerità e molti sacrifici per i greci col rischio di allungare solamente un’agonia il cui epilogo è già scritto (a meno di un pesante intervento sul debito) o un muro contro muro dalle imprevedibile e rischiose conseguenze?

Confermando la facile profezia che la vicenda greca fosse tutt’altro che conclusa va sottolineato ancora una volta, a prescindere che le politiche piacciano o meno, come Tsipras, e Varoufakis a suo tempo, abbiano dimostrato grandissime doti politiche, di leadership e da statisti, senza un ossessivo attaccamento allo scranno, rare da riscontrare nel nostro paese. Da augurarsi che almeno in tal senso Tsipras abbia lasciato un segno ispiratore alla politica nostrana.

21/08/2015
Valentino Angeletti
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Blocco di Novembre: la proposta shock di Salvini nei confronti della quale Renzi pare abbondantemente immune

Dopo un’insistente ed esasperata polemica, quasi stucchevole, su un grave e drammatico problema, come l’immigrazione, che da anni continua a mietere vittime nel Mediterraneo e presso i confini di quegli Stati meta di migrazioni terrestri o semplicemente di passaggio per raggiungere località più nordiche, come Germania, Svezia, UK, tra il Leghista Salvini ed il segretario della CEI, Monsignor Galantino, la nuova proposta shock del leader leghista riguarda un blocco nazionale, una sorta di maxi sciopero di 3 giorni a novembre: il 6, 7 ed 8 (quindi chi volesse aderire è avvisato per tempo. Del resto sarebbe stato poco delicato e corretto anticiparlo ai periodi di ferie o appena alla ripresa del lavoro, con lo stress da rientro ad altissimi livelli).

L’intento del Matteo leghista è quello di raccogliere quanti più aderenti possibili, e tra le file dei cittadini, e tra le istituzioni. Assieme alla partecipazione dei lavoratori autonomi, delle partite IVA, degli agricoltori, degli imprenditori, degli artigiani, dei tassisti e degli autotrasportatori, avrebbe addirittura auspicato la partecipazione dei sindacati e dei lavoratori dipendenti. Tra le forze politiche l’augurio è stato di una adesione massiva, da parte del M5S, di FI ed anche dei dissidenti PD. Tutte le opposizioni dunque sono chiamate a bloccare l’Italia, con il fine di mandare a casa il Governo e tornare alle elezioni, “per avere finalmente”, dice Salvini, “un paese normale”. Il blocco dovrebbe consistere in una totale serrata degli esercizi commerciali, dei trasporti, dei consumi e del pagamento di ogni tipo di imposta o tassa.

A dire il vero non si capisce di che blocco si stia parlando, visto che in Italia i consumi, così come gli investimenti pubblici e privati, sono già al palo e difficilmente un commerciante o un autotrasportatore con contratto italiano, già in difficoltà ad arrivare a fine mese, possano permettersi tre giorni di chiusura totale. Va poi detto che mediamente l’italiano è un pigro, che con facilità si lamenta, ma, quando è il momento di trasformare le parole in fatti, sovente si tira indietro seguendo il motto “avanti tu che io ti seguo”, col risultato che, a differenza di Francia e Germania, grandi proteste di massa non si sono mai verificate. L’italiano medio si accontenta di vivacchiare, sa bene che (o almeno fino ad ora lo sapeva; adesso qualche certezza, con 7 anni di crisi alle spalle, si sta sgretolando, la solidità della classe media ne è un triste esempio) qualcosa da mangiare, vuoi per la famiglia, per i nonni o per gli amici, riuscirà a portarlo ad ogni pasto e così non si impegna (non si vuole comunque generalizzare) fattivamente per un reale cambiamento.

L’iniziativa di Salvini è estremamente simile a quella che, il 9 dicembre di un paio di anni, fa fu organizzata dal movimento (gran fuoco di paglia) dei Forconi, i quali, a meno delle chiacchiere e polemiche precedenti e susseguenti, non spostarono il corso degli eventi di una virgola, eppure sembrava dovessero creare chissà quali disagi.

I primi a non credere al progetto salviniano, sono le altre forze politiche, che hanno rigettato l’invito, anche con parole forti, come quelle di Nicola Morra del M5S che ha ritenuto le frasi del leghista neppure degne di essere prese in seria considerazione. Anche FI non pensa possa essere una soluzione valida: “l’Italia”, ha affermano il portavoce forzista, nonché presidente Ligure, Toti, “ha bisogno di ripartire e di essere sbloccata, non di un ulteriore blocco”.

È quindi pensabile che, al di là del crescente consenso che ha avuto la Lega, vuoi per la politica molto terra terra, comprensibile dalle masse, effettivamente presente a livello territoriale (connotazione che invece il PD renziano sta perdendo, nonostante le origini di sindaco del segretario), vuoi per i programmi semplici e spicci che parlano, al limite del populismo, alla pancia della gente, e del conseguente, se vogliamo giusto, incremento delle presenza mediatiche di Salvini, che ormai si trova, come il prezzemolo, ovunque e ad ogni ora (ma impegni a Bruxelles o Strasburgo non ne ha?), il suo piano di blocco autunnale non sarà così ampiamente aderito. Tra le forze politiche, la sola Giorgia Meloni, leader di Fratelli D’Italia, si è detta propensa alla partecipazione.

Se, ed è più che legittimo, Salvini, come forza politica, avesse intenzione di mandare a casa il Governo, e visti i numeri in Seanto e le divisioni all’interno del PD l’ipotesi non è del tutto irrealizzabile, dovrebbe ingaggiare una sana, perseverante e concreta battaglia parlamentare, entrando nel merito specifico di proposte e provvedimenti e non parlando di fantomatici scioperi e blocchi. Ovviamente dovrebbe coinvolgere tutte le opposizioni realmente intenzionate a tornare alle elezioni, che dovrebbero prendere coscienza del fatto che, per scardinare il Governo, è necessaria una unione trasversale per il fine comune di elezioni anticipate.  In particolare non possono mancare FI, dissidenti DEM e M5S, in una stranissima ed improbabile alleanza anti Renzi atta a mettere in minoranza la compagine governativa.

Qualora si creasse un siffatto battaglione, l’Esecutivo potrebbe davvero dover temere per le proprie sorti; ma, complici alleanze innaturali e timore di perdere seggi, al momento assicurati per alcuni altri anni, è difficile credere che possa davvero andare in porto un simile piano.

Insomma, anche dall’ultima proposta shock anti Governo, pare che il Premier Renzi possa ritenersi vaccinato ed abbondantemente immune.

 

18/08/2015
Valentino Angeletti
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ISTAT: PIL +0.2%. La crescita, pur in linea con le previsioni, non entusiasma ed inefficaci sono state le tecniche per sostenerla, nonostante buone congiunture macro

L’ISTAT ha diramato i dati, rispetto ai primi tre mesi del 2015, del PIL italiano relativi al Q2 2015. Il segno che si è ripresentato, dopo tredici trimestri consecutivi, è il “più”, e per la precisione +0.2%, lievemente in calo rispetto a quello fatto registrare nel Q1 2015, che fu di +0.3%. Tecnicamente la recessione è quindi finita. Nonostante la stima dell’Istituto di Statistica sia allineata alle previsione, essa non ha entusiasmato, perché in realtà le stime del Governo si erano mantenute decisamente conservative, nella speranza di poter dare dati migliori, con evidenti vantaggi n termini di propaganda ed annunci. Anche il resto di Europa pare arrancare, la Francia è ferma al palo, la Germania delude, segnando +0.4% rispetto ad una stima del +0.5%. Ad andare bene sono la Spagna: +1% (+3,1% su base annua) e sorprendentemente la Grecia: +0.8%. Riguardo ad Atene però, suggerirei di considerare il fatto che l’Istituto di Statistica Ellenico, che ha emesso il report, è ancora quello che l’Europa ha chiesto di riformare, avendo in passato trasmesso statistiche, dati e report, per così dire, poco affidabili, quindi “pay attention”. La media dell’area Euro nel complesso è del +0.3%, lenta e poco entusiasmante.

Il Governo ovviamente, e non potrebbe fare altrimenti, vede la parte piena di un bicchiere per la maggior parte, ben più dei tre quarti, vuoto. Giustifica il dato asserendo che in ogni caso il trend è stato invertito, siamo nuovamente in fase di crescita, fuori dalla recessione. Del resto il +0.2% era stato preventivato e quindi è in linea con le stime, non può dirsi una sorpresa negativa. Inoltre a crescere col freno tirato è tutta l’Europa.

I fatti però sono ben diversi e più preoccupanti. Innanzi tutto, al contrario degli USA, l’Europa, anche nei paesi dove le crescite sono più spinte, presenta una situazione economica peggiore del 2008, anno di svolta per il fallimento Lehman Brothers: un’economia nel complesso e puntualmente, prendendo i singoli paesi membri, più piccola. In secondo luogo, non è possibile, come ha fatto il Governo, addurre a giustificazioni le crescite lente degli altri membri, sappiamo bene che le attese erano più ottimistiche, alla luce di questo dato pare difficile poter centrare il target, peraltro sempre troppo basso, del +0.7% fissato per il 2015, quando, anche per tale dato, le speranze erano per sorprese dal segno più marcatamente positivo. Per riagganciare la crescita occupazionale, fardello che opprime l’Italia, nonostante Jobs Act, defiscalizzazioni, abolizione dell’articolo 18, ossia l’alto tasso di disoccupazione (12.3% complessivo, oltre 40% tra i giovani con punte del 50% in un sud Italia che lo Svimez ha messo a rischio di arretratezza perenne), è totalmente inutile un +0.2% come lo sarebbe il +0.7% se lo si centrasse a fine anno. Per far crescere, a seguito di ritardi fisiologici, il numero degli occupati servono crescite minime oltre 1.5% – 2%, è dimostrato e qui è stato più volte ribadito. Ben vengano le trasformazioni e stabilizzazioni dei precari, occorse in gran numero per la possibilità di licenziamenti (invero neppure troppo richiesta delle PMI italiane le quali per il 90%, avendo meno di 15 dipendenti, neppure dovevano sottostare all’Art. 18) e per la defiscalizzazione di 3 anni per un massimo di 24 mila € a lavoratore, ma esse non spostano l’ago della bilancia e non conferiscono, nè aggiungono, potere d’acquisto a chi non ne ha o ne ha rimasto forse addirittura meno di quanto occorrerebbe per sostentarsi. A ciò si aggiungono un rapporto deficit/PIL al limite del 3% (grazie all’applicazione della flessibilità UE, altrimenti avrebbe dovuto essere 0.3-0.4% in meno), ma soprattutto un debito/PIL al 132% ed una spesa pubblica che non accenna a calare. Evidentemente senza spinte di PIL ad incrementare i denominatori, ed una spendign review, utile e doverosa nei confronti dei cittadini, a diminuire i numeratori, agire sull’ultimo parametro in modo positivo risulta impossibile. Sempre il Governo non po’ puoi far finta che questo sia un periodo come gli altri. Stanno sussistendo congiunture macroeconomiche irripetibilmente favorevoli: bassi tassi per prestiti, cambio euro-dollaro favorevole per le esportazioni, prezzo del greggio ai minimi, QE europeo, flessibilità concessa dall’UE (poca, ma più che nulla) sul deficit/PIL che ha valso 6 mld, spread basso con risparmio (teorico, perché è aumentato lo stock complessivo di debito) sugli interessi, . Queste condizioni non dureranno a lungo e già sono minate dalla persistente crisi in Russia, dalle sanzioni a Putin, dalla vicenda Libica e mediorientale, dalle migrazione, che pure hanno un costo, dalla crisi greca, ed ora, elemento assolutamente di primaria importanza, da un ‘economia cinese che fa i conti con la realtà di un doping statale durato anni ed anni. I treni quindi passano e se non si colgono si rischia di rimanere a piedi ad affrontare un lungo e procelloso percorso….. diciamo che il treno è la Transiberiana la stazione di partenza Mosca e quella di destinazione Vladivostok: buona fortuna ai pedestri chi dovessero affrontare simil travaglio.

L’Italia, accentuando una tendenza europea, in questi anni di crisi è stata forte nell’export, il quale ha ottenuto buoni risultati, ma l’economia nostrana rimane eccessivamente legata ad i consumi interni (per il 60%) ed a differenza della Spagna, in questi anni non ha saputo alleggerire tale peso in favore dell’export, in modo da render quest’ultimo ancor più trainante. Gli investimenti poi sono minimali, sia privati che pubblici, sia esteri che nostrani, e non trovano in Italia, ma vale anche per l’Europa, un terreno tanto favorevole ed economicamente vantaggioso, quanto in altre parti del globo (Asia, Latam, ma anche USA). La dipendenza dai consumi interni diventa un problema quando essi sono bloccati, ed è il caso in cui ci troviamo, per colpa di un potere d’acquisto sempre in calo, lavoro assente, prospettive future non rosee, fiducia nella ripresa e che le istituzioni riescano a fronteggiare la situazione emergenziale praticamente scomparsa. I blocchi degli stipendi e delle pensioni, la competizione impossibile sul costo del lavoro, le delocalizzazioni e le chiusure industriali, i ricorsi ad ammortizzatori sociali, gli importi delle pensioni che si andranno sempre a ridurre, stipendi bassi in valore assoluto rispetto ad altri stati europei, che divengono palesemente insufficienti se rapportati ai prezzi italiani, non così dissimili da quelli di Francia o Germania, anzi, in alcuni settori, come gli energetici, di gran lunga più alti.

Noto quanto detto sopra ai più, economisti o semplici appassionati, ed il Governo dovrebbe avere ben chiara la situazione, si fatica a capire perché le manovre che avrebbero davvero potuto spingere l’economia, non sono state affrontate. Si parla innanzi tutti di provvedimenti atti ad incrementare in modo strutturale il potere d’acquisto, così da favorire la catena: consumi; incremento di domanda; quindi produzione; creazione di lavoro; come importanti defiscalizzazioni, in particolare sul cuneo fiscale, taglio della spesa pubblica in favore di riduzione delle tasse (ora non è più possibile seguire questo percorso perché l’UE ha intimato di utilizzare i proventi da spending review in favore dell’abbattimento del debito), tassazione progressiva a protezione della classe media (ed ovviamente degli indigenti) in modo da tutelare coloro che più si sono visti penalizzati dalla crisi ed hanno ridotto in maggior misura i consumi (trainanti per numero di individui coinvolti). Quello che ha fatto il Governo, invece, va al momento nella direzione opposta, a parte gli 80 €, la tassazione e le entrate sono aumentate, talvolta trasformate da centrali a locali, concorrendo ad una fittizia defiscalizzazione, si è innescata una deflattiva competizione sul costo del lavoro, insostenibile nei confronti del paesi meno sviluppati, riduzione di salari, stipendi e pensioni. A ciò vanno aggiunte anche le misure a supporto delle imprese e che possano favorire gli investimenti, che dovrebbero riprendere vigore anche nel pubblico, in favore di piccole riqualificazioni territoriali, idrogeologiche, edilizie ed alcune indispensabili grandi opere di adeguamento infrastrutturale (strade, tlc, ferrovie); rientrano tra le misure pro-attrattività anche alcune riforme istituzionali, alle quali il Governo ha scelto, forse giustamente, di dare la priorità, ma non, come ha fatto, riforma elettorale e del Senato, che se, conferendo più stabilità di governo, possono essere nel lungo termine favorevoli agli investimenti non lo sono nell’immediato, come invece ci sarebbe bisogno. Le riforme istituzionali prioritarie sono quelle della burocrazia, della giustizia, sui reati di corruzione ed evasione, tutti temi ai quali gli investitori hanno mostrato sensibilità, propagandati dall’Esecutivo, ma sacrificati sull’altare di quei provvedimenti più efficaci nel garantire Deputati e Senatori ad una parte tosto che ad un altra, a seconda degli accordi in essere.

Ora, forse, quando saranno sistemati Senato ed Italicum, sarà la volta delle tanto agogniate riforme istituzionali davvero funzionali e di quelle economiche, ma il timore, che spero verrà esorcizzato, è che sia troppo tardi.

15/08/2015
Valentino Angeletti
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La microscopica crisi greca al cospetto del potenziale impatto cinese. I pericoli economici sembrano non finire

yuan-renminbiCome avevamo previsto (Link), in merito alla crisi greca, pare sempre più probabile un accordo tra creditori ed Atene entro il 18 agosto, in modo da poter rimpinguare le casse greche per il 20 agosto, data in cui lo stato ellenico dovrebbe rimborsare la BCE di una somma pari a poco più di 3 miliardi di €. Il piano di riforme che Atene avrebbe intenzione di portare a compimento è stato presentato ai creditori ed alle istituzioni europee ed è stato da loro condiviso. Si tratta di un testo da 385 pagine con 27 riforme da implementare, tra cui l’aumento di tasse sugli immobili, delle imposte sugli armatori, fino ad ora praticamente esenti, eliminazione delle agevolazioni agricole, differenti scaglioni di IVA, piano per aumentare l’età pensionabile ed un imponente piano di privatizzazioni (svariati aeroporti sono già nel mirino dell’Hub di Francoforte). Il piano è particolarmente duro per l’ellade, e poco rispecchia le promesse elettorali di Tsipras, diventato molto più mansueto ed accomodante nei confronti della ex Troika, da quando Varoufakis si è tirato fuori (o è stato fatto fuori) dalla compagine del governo Tsipras, sostituito da un “assente” Euclid Tsakalotos. I falchi europei, Germania e Finlandia in testa a tutti, si dicono scettici sulla possibilità che Atene sia in grado di mantenere le promesse ed implementare le riforme, così preferirebbero, allo sblocco del piano di aiuti da 86 miliardi in 3 anni, un prestito ponte per traghettare la Grecia ad autunno, consentendo il pagamento della rata agostana alla BCE ed oltrepassando l’eventuale riconferma elettorale della Merkel. Fonti riportano di toni più che aspri ed urla telefoniche tra il Premier ellenico ed il Cancelliere tedesco. Il testo del piano di riforme, che peraltro, in alcune parti come IVA e privatizzazioni, è molto simile alle linee guida che l’UE consiglia di seguire all’Italia, dovrà essere votato dal Parlamento Greco immediatamente prima dell’Eurogruppo di venerdì 14, da quello UE e da alcuni altri stati membri, tra cui Germania, Finlandia, Olanda. Risulta evidente che senza una ristrutturazione del debito ed una revisione degli interessi, ogni piano di aiuto è inutile, se non a compartecipare ad un inutile e vizioso giro di denari che partono dai creditori, confluiscono ad Atene per tornare, a distanza di pochi giorni ai creditori stessi per assolvere alla scadenze imminenti; nulla si ferma in modo stabile e costruttivo nell’economia greca. Questa, non a caso, è l’idea che ultimamente si è fatta l’FMI, non più certa di partecipare al piano di salvataggio (la decisione comunque non sarà presa prima di ottobre) senza una riorganizzazione del debito, che avendo raggiunto quasi il 180%, con interessi non trascurabili, è chiaramente insostenibile soprattutto se peridi di austerità sono ancora in vista. Invero i mercati pare abbiano già scontato gli scenari peggiori, risultando così immuni dai possibili colpi di scena che la vicenda greca potrebbe ancora riservare, visti gli attriti permanenti tra falchi e colombe, analogo discorso non può essere fatto per l’autorevolezza, l’integrità ed il valore internazionale dell’Europa nella sua interezza, che deve ancora guardarsi bene dal trascurare il peso della crisi ellenica.

Non si arriva però ad intravedere un po’ di calma da un lato, quando nuove e ben più procellose tempeste imperversano e si palesano dall’altro. Si tratta stavolta di un peso massimo, al cospetto del quale la Grecia pare meno che un virus già debellato da poderose dosi di vaccino: la Cina. La Banca Cinese (BoC) ha deciso, con una mossa che ha colto tutti gli analisti di sorpresa, di manovrare, svalutandola, la propria moneta nazionale, lo Yuan Renminbi, e lo ha fatto per ben tre volte consecutive nell’arco di 72 ore, rispettivamente ritoccando il tasso di cambio di -1.9% lunedì, -1.6% martedì e -1.1% all’apertura di giovedì, per un ribasso complessivo di 4.6%. Si tratta di un segnale decisamente forte, benchè l’arma utilizzata sia senza dubbio la medesima adottata da FED, BCE, BoJ, l’impatto cinese è stato ben più forte, perché inatteso, ma soprattutto per due ragioni, una di respiro a breve termine, l’altra da valutare sul medio-lungo periodo. Da anni il governo cinese tenta di far in modo che lo Yuan possa rientrare nel paniere delle banche nazionali, FMI in testa, come valuta di riserva per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie, dapprima ancorandone il valore al dollaro e mantenendo la quotazione artificialmente alta, ora, disancorando il tasso di cambio dal dollaro, svalutando ed aprendo di fatto la quotazione dello Yuan alle leggi di mercato.

Per tale ragione, una maggiore e più naturale competizione tra valute, il FMI plaude alla decisione cinese, asserendo che in tal modo il valore dello Renminbi non sarà gonfiato, e nel medio periodo concorrerà alla stabilità del mercato delle valute: questa si terebbe di una decisa apertura all’economia di mercato del regime cinese.

I due rischi menzionati sopra, riguardo a questa mossa cinese sono connessi all’impatto immediato ed alle prospettive future.

Nell’immediato la reazione delle piazze finanziarie mondiali è stata decisamente negative con perdite tra il 3 ed il 4.5%, bruciando nel complesso oltre 227 miliardi di Euro solo in UE (anche se oggi, giovedì, le piazze sembrano tentare il rimbalzo). Gli USA hanno accusato il Governo di Pechino di voler scatenare una guerra valutaria, e come conseguenza probabilmente verrà presa la decisione di non alzare i tassi che ormai avrebbero dovuto subire un rincaro per via degli ottimi dati sull’occupazione ai quali sono legati. Ovviamente la svalutazione dello Yuan punta ad incrementare la competitività nell’export dei prodotti cinesi, penalizzando di fatto l’import. A risentirne maggiormente sono stati i comparti del lusso, automotive e beni di consumo Europei e Statunitensi. Tra i due mercati vi è però una differenza, mentre l’Europa può dirsi toccata più marginalmente dalla svalutazione cinese, in quanto paga le merci in Dollari, stesso discorso non vale per gli Stati Uniti. In realtà i mercati del lusso e delle auto di un certo livello (le grandi tedesche, le auto di lusso e le supersportive) si ritiene possano stare relativamente tranquilli, visto che un incremento di prezzo anche del 5% su beni dall’elevato costo e ad appannaggio dei più facoltosi milionari cinesi, non dovrebbe incidere molto sulle loro abitudini di consumo; non è così per i grandi colossi europei ed americani del consumo di larga scala, al quale i cinesi medi, nuova classi di colletti bianchi del boom economico, hanno iniziato ad attingere a piene mani. Rientrano in questa cerchia marchi come Apple, Intel, GM, Siemens ed, in quota minore, FCA. Impatto negativo c’è stato anche sulle materie prime (in particolare minerarie) di cui la Cina è grande consumatrice, ad iniziare dal petrolio, in questa fase ancora sotto pressione (la Cina è il secondo importatore). Un altro grande rischio del breve periodo, ma con effetti anche nel medio-lungo termine, è la possibilità che si inneschi una guerra valutaria. In Asia, stati come il Vietnam che competono per manodopera con la Cina, hanno già provveduto a svalutare e le valute Australiana, Neozelandese, Malese, Indonesiana (ed anche il Dollaro Canadese) sono ai minimi. L’Euro invece ne esce decisamente rafforzato, con ripercussioni negative sul nostro export (in aggiunta a alla maggior competitività dei prodotti cinesi). Si innescasse una guerra valutaria, il rischio globale sarebbe una deflazione planetaria che potrebbe spingere taluni paesi, ed anche l’Italia viste le politiche del lavoro perseguite negli ultimi anni, a tentare un’impossibile battaglia sui prezzi delle merci, tagliando sempre più (auguriamoci di no) costo del lavoro e materiali, a scapito del potere d’acquisto dei lavoratori e della qualità, vero valore aggiunto che la nostra manifattura deve conferire alle proprie produzioni. Alla deflazione potrebbe concorrere anche il prezzo del greggio, già sotto pressione per le decisioni OPEC, indirizzate dall’Arabia Saudita, di non intaccare le produzioni, dalla domanda inferiore dovute a rallentamenti in molti settori ciclici ad alto consumo di idrocarburi, dalle scorte USA maggiori del previsto e dalle nuove disponibilità di Iran ed Iraq; in questa fase, a seguito di un rallentamento cinese dell’import di OIL, la domanda potrebbe calare ulteriormente.

Il secondo elemento di preoccupazione, è rivolto al medio-lungo periodo ed è collegato all’economia Cinese che pare in rallentamento (anche se detto dall’Italia e dall’Europa fa sorridere sarcasticamente). Quest’anno la crescita cinese faticherà a raggiungere il target del 7%, ed quand’anche lo raggiungesse, la crescita reale potrebbe essere inferiore, drogata: dagli interventi statali nel campo della finanza, come il divieto di vendita di titoli imposto poche settimane fa a seguito di diminuzioni degli indici borsistici di Hong Kong e Shanghai; dall’eccesso di credito per investimenti in borsa (prestiti per acquisto di azioni e prodotti finanziari anche non regolati, OTC, dando come garanzia quote dei titoli stessi); dal settore immobiliare, in questi anni eccessivamente attivo, senza che vi fosse una corrispondentemente alta domanda a giustificarlo; dal maggior interesse alla tutela dell’ambiente e dell’aria di cui la Cina dovrà necessariamente curarsi. Gli ultimi dati macroecoomici cinesi non sono rassicuranti: i prezzi al consumo sono calati del 5%, la produzione industriale è aumentata del “solo” 6%, mentre le esportazioni e le vendite al dettaglio del 10.5% (a noi comuni europei può sembrarci strano, ma tali valori sono decisamente sotto le stime) e denotano un rallentamento globale dell’economia del dragone. Rallentamento che avrebbe, ed avrà perché prima o poi dovrà verificarsi nonostante le alchimie finanziarie tentate da Pechino, un impatto enorme su USA, Russia (che deve vedersela con un PIL calato di oltre 4 pti percentuali), Asia, Europa: sul globo insomma. Non va mai dimenticato che durante le ultime crisi, la Cina è sempre stata la valvola di sfogo per molto dell’export estero e soprattutto la locomotiva, in grado di non far precipitare l’economia mondiale, alla quale agganciarsi per non cadere nel baratro della recessione.

A parte la Grecia quindi, alla quale si continua a prestare molta attenzione se non altro per i destini dell’UE, il mondo deve fare tremenda attenzione alla Cina, studiare un piano B ed interventi che possano evitare un suo eccessivo rallentamento, senza ricorrere a trucchi finanziari, compromessi sull’ambiente e senza soprassedere sui diritti umani e sulla sicurezza sul lavoro. Una partita tutt’altro che facile.

13/08/2015
Valentino Angeletti
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Direzione PD, master plan per il mezzogiorno, riforma del Senato ed urne…

Anche se non è solito lasciar trasparire preoccupazione, ed infatti tale atteggiamento è confermato dalle parole all’ultima direzione PD che riportano di numeri certi per fare approvare le riforme, in particolare quella del Senato, al Premier Renzi non mancheranno certo pensieri e dubbi durante la pausa estiva dell’attività parlamentare.

Durante la direzione PD i temi dominanti sono stati sostanzialmente due: il faraonico piano di investimenti previsto per il sud, incentrato tutto si un “master plan” la cui presentazione è programmata a settembre; e le riforme istituzionali, principalmente quella del Senato della Repubblica, seconda Camera del sistema bicamerale italiano.

Riguardo al piano di investimenti, che includerebbe (ma è ancora tutto etereo, e lo sarà fino alla presentazione del “master plan”) la TAV fino a Bari ed in Calabria, il riassetto infrastrutturale ed investimenti in opere di ammodernamento e riqualificazioni varie. L’ammontare complessivo è incredibile, nel senso letterale del termine, sarebbero infatti previsti 100 miliardi. Evidentemente il Governo non ha, nè avrà mai, la disponibilità di questi denari. Non ne ha avuti per sistemare la questione del blocco delle pensioni, non ne ha per quella degli stipendi pubblici, solo per fare un paio di esempi, ha in programma di tagliare di 50 mld in 3 anni le tasse e contemporaneamente deve operare per scongiurare l’aumento IVA e delle accise, parte delle clausole di salvaguardia che entreranno in vigore se gli introiti erariali ed i risparmi statali si dimostrassero più scarni di quanto stimato in fase di redazione del DEF. Questi 100 miliardi dovrebbero pervenire da risorse e fondi europei bloccati e non spesi. Da qui la prima domanda sul perché, alla luce dell’arretratezza in vari settori del nostro paese, della dannata necessità di investimenti e riqualificazioni, della condizione a rischio deindustrializzazzione ed impoverimento perenne del nostro sud, non si siano spesi prima. La seconda questione è se, effettivamente, questi fondi siano ancora disponibili, in quanto di norma l’Europa tende a riprendere le risorse non spese entro un determinato periodo di tempo. Effettivamente la somma, più che ottimistica, pare essere esagerata e sproporzionata e difficilmente si ritiene possa essere davvero messa sul piatto, fermo restando che ce lo auguriamo di cuore, perché, per rimettere in sesto l’Italia, quelle sono le cifre in gioco e non qualche miliardo (che pure lo Stato italiano non può permettersi di spendere).

Il tema che però dovrebbe destare più preoccupazioni al Premier, è legato al tema della riforma del Senato della Repubblica. Sono state presentati dalle opposizioni e dalla minoranza DEM ben 513’450 emendamenti. Di questi 510’293 della lega nord, 1’075 da FI, 194 dal M5S, 63 dai Senatori PD, 17 dalla minoranza DEM. Un record, evidentemente con l’intento di bloccare l’iter legislativo e con la minaccia della Lega (Calderoli), qualora non si modifichi il testo proposto, di avere già pronti 6.5 milioni di emendamenti per impedire il percorso del testo. Il punto cardine della questione è l’elettività o meno della seconda Camera, infatti mentre il testo del Governo propone sostanzialmente un Senato nominato, le opposizioni non vogliono rinunciare all’elettività dei Senatori da parte dei cittadini. Il Premier Renzi ed i suoi sostenitori, tra cui i vicesegretari Serracchiani e Guerini e Zanda, si sono detti aperti al dialogo, al confronto con tutti ed al recepimento di alcune modifiche, fermo restando che non si debba snaturare l’impianto base; che, parafrasando dal lessico renziano, significa, come del resto è solito dire apertamente, che si discute con tutti ma poi si decide, e di norma a decidere è sempre e solo uno: il Premier.

Anche FI si è detta aperta alla discussione puntuale in tema di riforme ed all’eventuale sostegno al Governo, ma sul nodo del Senato, come dimostrano inconfutabilmente i 1’075 emendamenti se non bastassero le parole di Toti, FI non è allineata col Governo e non dovrebbe dare il proprio supporto. Una Nuova edizione del Nazareno pare, in questa fase, non verosimile.

Lega e M5S si oppongono strenuamente, asserendo che la Camera derivante dall’Italicum  sarà già popolata in maggior parte da nominati e che pertanto il Senato debba essere completamente elettivo.

Il nodo più ostico per il Governo, e per Renzi nella fattispecie, proviene però, e come al solito vista l’inesistenza di un fronte di opposizione in grado do coordinarsi per impensierire il Premier, dall’interno del PD che ha già tentato di frapporsi tra il Governo e la nomina dei vertici Rai, senza successo. Questa volta, nonostante il Prmier continui a ribadire di avere i numeri, le cose sembrerebbero essere differenti, se non altro perché è possibile una grande coalizione trasversale, tra opposizioni e frangia interna del PD, per affossare la riforma del Senato. Ovviamente ciò presuppone un dialogo trasversale, a cui il M5S deve cedere.

Allo stato attuale, stando a quanto riportato sui quotidiani, i senatori favorevoli al testo del Governo sarebbero 154, contro i 166 contrari, dei quali, e fanno la differenza, 28 della minoranza DEM  (totale 320 a cui si aggiunge il Presidente del Senato, Pietro Grasso, che non vota). I numeri per il Governo sembrano quindi non esserci e non risulta sufficiente l’appoggio del gruppo Verdiniano ALA.

Qualora la Riforma del Senato venisse bloccata e non andasse definitivamente in porto è prevedibile una crisi di Governo che potrebbe portare direttamente alla urne. Il Premier stesso ha affermato in più di una occasione, che il Governo sta in piedi per andare avanti spedito sulle riforme, quando questa condizione venisse meno le urne sarebbero la diretta ed immediata conseguenza.

Le opposizioni quindi hanno, volendo, la concreta opportunità di tornare al voto nel giro di pochi mesi (forse in un election dai con le amministrative del 2016) e l’ago della bilancia potrebbero proprio essere i “dissidenti” del PD. Mandare a casa il governo e sfidarlo alle urne è la missione dichiarata del M5S, più volte ripetuta, ma coi fatti mai perseguita, neppure quando ne avrebbero avuto l’opportunità. La vera domanda però, la cui più probabile risposta tranquillizza, e non poco, Renzi, è chi sia davvero interessato ad andare immediatamente alla Urne, quindi con questa legge elettorale.

Il M5S non disdegna un “Consultellum”, ma via via che si delineava l’Italcum ed i sondaggi davano il loro responso, la nuova legge elettorale è diventata sempre più conveniente per i “Grillini” che per tale ragione potrebbero aver gioco nel non forzare troppo la mano. In ogni caso, qualora volessero mandare sotto il Governo, dovrebbero dialogare ed allearsi quantomeno con la minoranza DEM e probabilmente far fronte comune, per l’obiettivo condiviso delle elezioni, con FI.

Lato opposizioni destrorse, la riorganizzazione del CDX non è ancora avvenuta, anzi con l’uscita di Verdini FI e la scissione con Fitto, il Centro Destra si è ulteriormente indebolito in favore di quel Centro-Sinistra, col trattino in mezzo, che poco piace ai nostalgici della “ditta PD”.

Infine c’è la Minoranza DEM, di fronte al dilemma ed al quesito atavico sul dove inserirsi e sul loro destino qualora cadesse il Governo. Evidentemente, a seguito della caduta dell’Esecutivo, i dissidenti, volenti o nolenti, non potrebbero rimanere nel PD di Renzi, ed allora dovrebbero allocarsi altrove (Sel, Possiamo ecc) con un numero di posti disponibili al Senato ed alla Camera decisamente ridotti.

Tirando le somme, colui che da immediate elezioni potrebbe paradossalmente uscirne l’unico davvero rafforzato, è il solo che al momento non ha interesse esplicito ad andare alla urne, cioè Renzi.

Ora le opposizioni ed i dissidenti avranno tutta l’estate per riflettere, chissà che consiglio porteranno loro le infuocate notti agostane.

08/08/2015
Valentino Angeletti
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Non v’è conclusione in vista alla crisi greca, e tutti, mercati, investitori e creditori, ne sono ben consci

A tra giorni dalla riapertura, in seguito a cinque settimane di chiusura forzata, la borsa di Atene pare non dare segni di recupero. Il primo lunedì di apertura, il listino era precipitato fino a segnare -23% per poi chiudere a -16.2%, i giorni seguenti sono stati migliori ma sempre all’insegna del segno meno. Le principali vittime della riapertura sono state, prevedibilmente, le banche, precipitate finanche a -30%. I volumi sono stati bassi, ed è facile prevedere alta volatilità fino a che Grecia e creditori non giungono ad un accordo con il quale si sblocchi il piano di salvataggio da oltre 80 miliardi e di conseguenza la prima tranche. Il limite temporale per portare a termine il trattato è il 18 agosto, in modo che sussistano i tempi tecnici per consentire ad Atene il pagamento degli oltre 3 miliardi di €, ad oggi non presenti nelle casse elleniche, dovuti alla BCE entro il 20 agosto. Già subito si nota che dei circa 7 miliardi, erogati come prima tranche del piano di aiuti, parte torneranno alla BCE, in una partita di giro poco efficace per la Grecia e che si verificherà anche con le altre rate degli aiuti, in quanto le scadenze per Atene sono diluite in un arco di tempo ventennale. Altri dovranno andare a sostenere il sistema bancario, in ginocchio a causa di una sfrenata corsa agli sportelli e nonostante i limiti imposti ai greci sui prelievi bancomat. In favore degli istituti ellenici non è stata aumentata, dalla BCE, la liquidità di emergenza, ferma a 90.4 miliardi; è anche vero che la banca centrale di Atene, non potendo ignorare la condizione di insolvibilità dei suoi istituti, non pare aver chiesto l’innalzamento del tetto ELA alla Banca Centrale Europe. Sempre più scontata pere essere la necessità di ricapitalizzare le banche della penisola olimpica così come il fatto che molto poca della liquidità assegnata passerà all’economia reale (di fatto farà parte di una partita di giro poco funzionale se non per dire formalmente che i debiti sono stati saldati, la stessa Lagarde mise in guardia che in tal modo non si sarebbe risolto il problema greco).

Tra Atene e creditori pare vi sia la convinzione di giungere ad un accordo entro fine settimana e con tutta probabilità così sarà, anche se permangono alcune divergenze sulle riforme delle pensioni, sulla tassazione degli armatori e sull’eliminazione delle agevolazioni agricole.

In ogni caso, anche andasse in porto l’accordo nei tempi stabiliti, è evidente che i mercati hanno già scontato gli scenari meno auspicabili, e ciò è dimostrato dai ribassi relativamente contenuti delle altre piazze finanziare, mentre ad Atene era il tracollo, e soprattutto che gli investitori istituzionali, le grandi banche, le assicurazioni, i fondi, non credono nella bontà delle misure adottate per la Grecia, quindi il piano da 80 miliardi per traghettare Atene circa fino a fine anno, vincolandolo al recepimento di precise riforme di impronta ancora austera e non troppo differenti nelle modalità di azione a quelle che han portato la Grecia e l’UE nelle condizioni attuali. Del resto basta ricordare che lo stesso FMI si è detto dubbioso se partecipare al piano di salvataggio a queste condizioni e soprattutto senza una rinegoziazione del debito che mai come ora sembra, assieme alla ricapitalizzazione del sistema bancario, inevitabile, ma che, nonostante l’evidenza, pare non voler essere discussa ed implementata con decisione. Non è quindi pensabile che, detto il pensiero dell’FMI e le esplicite parole della Lagarde, altri investitori, dalla mission ben più speculativa rispetto all’istituto di Washington, possano dar credito alla Grecia a queste condizioni.

La prima impressione avuta a valle della presentazione del piano, vale a dire che fosse semplicemente un palliativo per prendere tempo, è confermata. Inoltre ad autunno (arrivando alle elezioni tedesche e spagnole) si prospettano nuove elezioni che potrebbero destabilizzare ulteriormente la situazione di Atene, ove, sia a livello politico, con le divisioni interne a Syriza, sia a livello sociale, si respira aria pesante. In ultimo, ma non per importanza, si rincorrono ancora le teutoniche voci e le “minacce” di una “GrExit” in caso Grecia e creditori non si accordassero entro le scadenze e come diretta conseguenza lo sfaldamento di tutta l’Unione Europea ed un effetto domino imprevedibile e diffuso.

Il pronostico che la vicenda greca sia ancora lungi dall’essere risolta, soprattutto senza rinegoziazione repentina del debito e ricapitalizzazione del sistema bancario, pare essere sempre più vero.

05/08/2015
Valentino Angeletti
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ISTAT aumentano i disoccupati e calano gli occupati: Non preoccupa il dato puntale, ma la condizione al contorno

Com’era assolutamente fuori luogo e senza fondamenta, gioire di giubilo quando i dati sulla disoccupazione sembravano volgere in meglio, allo stesso modo, ora che invece i dati preliminari ISTAT sullo stato occupazionale italiano sono tornati negativi, non si può cadere in disperazione per i numeri presentati. Secondo l’Istituto di Statistica a giugno gli occupati hanno fatto registrare un -0,1%, esattamente della stessa entità del calo che ha riguardato il tasso di occupazione.

I disoccupati sono aumentati di 55 mila unità (+1,7%) e la disoccupazione è arrivata, crescendo dello 0,2%, al 12.7%. (dopo il -0,2% di aprile e la variazione nulla di maggio). Ancora peggiore la situazione per i giovani, il cui tasso di disoccupazione arriva al 44.2% a fronte di un tasso di occupazione del 14.5%.  Secondo la CGIA di Mestre negli anni tra il 2008 (tasso di disoccupazione 7.1%) ed il 2015 i posti di lavoro persi in Italia sono stati 932 mila. I valori sono medie nazionali, ma se si andasse ad analizzare la situazione del Sud italia e, in questo sottoinsieme, delle donne, avremmo dati ancora peggiori, terrificanti, che non fanno altro che confermare il triste allarme lanciato dallo SVIMEZ  (agenzia per lo sviluppo del mezzogiorno), secondo il quale i Sud è a rischio di arretratezza e recessione croniche, impoverimento, invecchiamento, senza possibilità di ripresa. I dati occupazionali sono i peggiori da quando sussistono i rilevamenti, 1977, è quindi più che verosimile il monito dell’FMI, che ha stimato in 20 anni il periodo necessario per riportare i parametri macroeconomici a livello pre-crisi. Effettivamente facendo un calcolo della serva, ma non poi così lontano dalla realtà, se dal 1977, i dati del 2008 sono stati raggiunti in 31 anni con una economia che tirava e senza impedimenti nel fare investimenti, è pensabile che, essendo oggi nel 2015 allo stesso livello del 1977, ci possano volere 20 anni, in condizioni macroeconomiche decisamente più incerte di allora, per riportare i livelli a quelli del 2008.

Detto ciò, questi dati non stupiscono, e non c’è motivo di drammatizzare il dato puntuale, che era scontato si sarebbe, mese prima mese dopo, presentato. A poco vale il dato, descritto positivamente, sul calo degli inattivi, i cosiddetti neet o scoraggiati; buono che vi siano più persone in cerca di lavoro, ma è altrettanto vero che questo è un dato fisiologico del periodo estivo, dovuto alla ricerca di lavori estemporanei e stagionali, specialmente nei settori dei servizi, del turismo e del terziario, nulla di strutturale. C’è invece motivo di disperarsi considerando la situazione generale italiana, che non lascia spazio alcuno al pensiero che una ripresa possa essere davvero dietro l’angolo. Si è detto più volte in questa sede che i dati occupazionali, come quelli del PIL, sono destinati in questa fase ad oscillare, andando a volte in terreno positivo, e talvolta in quello negativo, ma con variazioni poco significative, soprattutto perché inserite in un trend di lungo periodo ancora impostato negativamente. Si ribadisce una volta in più che per avere un incremento dell’occupazione, che sia stabile e strutturale dopo il fisiologico ritardo rispetto alla ripartenza economica, serve un tasso di crescita attorno al 2%, decisamente lontano dalle previsioni relative al nostro paese secondo cui nel 2015 si dovrebbe toccare una crescita dello 0.7%, ma con tanti dubbi da parte di illustri economisti ed istituti. Un giovane verosimilmente non avrà possibilità, non tanto di fare carriera, arricchirsi e puntare alla scalata sociale, ma di poter vivere dignitosamente nel nostro paese, e si troverà di fronte al bivio, il cui esito è sempre più scontato, se emigrare (sesso con biglietto di sola andata, anche perché oltre a non essere paese per giovani l’Italia non lo è neppure per le famiglie) o meno. Inoltre le dinamiche demografiche sono in tutta l’Italia, ed in modo particolare al sud contrariamente al passato, preoccupantemente impostate verso la vetustà imponendo grossi sforzi previdenziali, depauperamento di capitale umano e competenze e una gestione corretta e proficua dell’immigrazione, ad oggi decisamente inefficiente.

Come si è già detto, senza investimenti (privati e pubblici), che sarebbero il preludio per creare occupazione e reale ripresa economica, inclusiva di esportazioni, già ora forti, consumi, e quindi maggior potere d’acquisto conferito da detassazione, ad esempio sul lavoro, sostegno ad imprese e famiglie, non v’è possibilità di iniziare a riprendersi. Purtroppo gli investimenti sono bloccati, quelli pubblici dai parametri europei che non consentono (utilizzando una politica antitetica rispetto a quella che sta funzionando in USA) di fare ulteriore deficit, mentre quelli privati dalla melma italica composta da burocrazia, normativa, legge e giustizia, corruzione e malaffare, che tolgono letteralmente la voglia agli investitori di un certo peso, italiani e non, di considerare il nostro paese semplicemente tra le opzioni competitive. Pensare, e ciò rammarica ancora di più, che investimenti pubblici infrastrutturali sarebbero molto utili quando non necessari, per aggiornare ad esempio la viabilità e la rete ferroviaria italiana. Come abbiamo potuto impietosamente assistere in questi giorni, è bastato un incendio per mandare in tilt il principale hub aeroportuale italiano, Fiumicino, con ripercussioni su tutti i voli e quando ancora le conseguenze del precedente incendio al terminal 3 che aveva ridotto la capacita dell’aeroporto Leonardo Da Vinci del 60%. Oppure, ed è il caso di Firenze, una forte pioggia, sicuramente eccezionale coi suoi 45 mm in poche ore, ha mandato in blocco, e non è giustificabile neppure per un evento di simile entità (che di fatto stanno diventando sempre più comuni, pertanto meno eccezionali), tutto il trasporto ferroviario italiano. Evidentemente investimenti infrastrutturali per il rafforzamento di questi e molti altri snodi critici per il paese, così come per il riassesto idrogeologico, porterebbero posti di lavoro e benefici tangibili per tuta la cittadinanza, giustamente sempre più indignata quanto apprende che, secondo una rilevazione della Corte dei Conti,  la pressione fiscale degli enti locali, incrementata del 22% in 3 anni, è ormai insostenibile (e se non insostenibile, non adeguata al livello pessimo dei servizi spesso offerti).

Non c’è da stupirsi dunque di questi dati, erano prevedibili e previsti. Assisteremo ad oscillazioni in più ed in meno alle prossime rilevazioni, dovremo leggere improbabili elogi al governo ed ingiustificate accuse di incapacità, purtroppo però lo scenario globale, che dobbiamo tenere sempre in considerazione, al momento non presenta segni di miglioramento e, tralasciando oscillazioni attorno allo zero, mantiene una tendenza poco incline alla ripresa economica.

01/08/2015
Valentino Angeletti
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