ISTAT aumentano i disoccupati e calano gli occupati: Non preoccupa il dato puntale, ma la condizione al contorno

Com’era assolutamente fuori luogo e senza fondamenta, gioire di giubilo quando i dati sulla disoccupazione sembravano volgere in meglio, allo stesso modo, ora che invece i dati preliminari ISTAT sullo stato occupazionale italiano sono tornati negativi, non si può cadere in disperazione per i numeri presentati. Secondo l’Istituto di Statistica a giugno gli occupati hanno fatto registrare un -0,1%, esattamente della stessa entità del calo che ha riguardato il tasso di occupazione.

I disoccupati sono aumentati di 55 mila unità (+1,7%) e la disoccupazione è arrivata, crescendo dello 0,2%, al 12.7%. (dopo il -0,2% di aprile e la variazione nulla di maggio). Ancora peggiore la situazione per i giovani, il cui tasso di disoccupazione arriva al 44.2% a fronte di un tasso di occupazione del 14.5%.  Secondo la CGIA di Mestre negli anni tra il 2008 (tasso di disoccupazione 7.1%) ed il 2015 i posti di lavoro persi in Italia sono stati 932 mila. I valori sono medie nazionali, ma se si andasse ad analizzare la situazione del Sud italia e, in questo sottoinsieme, delle donne, avremmo dati ancora peggiori, terrificanti, che non fanno altro che confermare il triste allarme lanciato dallo SVIMEZ  (agenzia per lo sviluppo del mezzogiorno), secondo il quale i Sud è a rischio di arretratezza e recessione croniche, impoverimento, invecchiamento, senza possibilità di ripresa. I dati occupazionali sono i peggiori da quando sussistono i rilevamenti, 1977, è quindi più che verosimile il monito dell’FMI, che ha stimato in 20 anni il periodo necessario per riportare i parametri macroeconomici a livello pre-crisi. Effettivamente facendo un calcolo della serva, ma non poi così lontano dalla realtà, se dal 1977, i dati del 2008 sono stati raggiunti in 31 anni con una economia che tirava e senza impedimenti nel fare investimenti, è pensabile che, essendo oggi nel 2015 allo stesso livello del 1977, ci possano volere 20 anni, in condizioni macroeconomiche decisamente più incerte di allora, per riportare i livelli a quelli del 2008.

Detto ciò, questi dati non stupiscono, e non c’è motivo di drammatizzare il dato puntuale, che era scontato si sarebbe, mese prima mese dopo, presentato. A poco vale il dato, descritto positivamente, sul calo degli inattivi, i cosiddetti neet o scoraggiati; buono che vi siano più persone in cerca di lavoro, ma è altrettanto vero che questo è un dato fisiologico del periodo estivo, dovuto alla ricerca di lavori estemporanei e stagionali, specialmente nei settori dei servizi, del turismo e del terziario, nulla di strutturale. C’è invece motivo di disperarsi considerando la situazione generale italiana, che non lascia spazio alcuno al pensiero che una ripresa possa essere davvero dietro l’angolo. Si è detto più volte in questa sede che i dati occupazionali, come quelli del PIL, sono destinati in questa fase ad oscillare, andando a volte in terreno positivo, e talvolta in quello negativo, ma con variazioni poco significative, soprattutto perché inserite in un trend di lungo periodo ancora impostato negativamente. Si ribadisce una volta in più che per avere un incremento dell’occupazione, che sia stabile e strutturale dopo il fisiologico ritardo rispetto alla ripartenza economica, serve un tasso di crescita attorno al 2%, decisamente lontano dalle previsioni relative al nostro paese secondo cui nel 2015 si dovrebbe toccare una crescita dello 0.7%, ma con tanti dubbi da parte di illustri economisti ed istituti. Un giovane verosimilmente non avrà possibilità, non tanto di fare carriera, arricchirsi e puntare alla scalata sociale, ma di poter vivere dignitosamente nel nostro paese, e si troverà di fronte al bivio, il cui esito è sempre più scontato, se emigrare (sesso con biglietto di sola andata, anche perché oltre a non essere paese per giovani l’Italia non lo è neppure per le famiglie) o meno. Inoltre le dinamiche demografiche sono in tutta l’Italia, ed in modo particolare al sud contrariamente al passato, preoccupantemente impostate verso la vetustà imponendo grossi sforzi previdenziali, depauperamento di capitale umano e competenze e una gestione corretta e proficua dell’immigrazione, ad oggi decisamente inefficiente.

Come si è già detto, senza investimenti (privati e pubblici), che sarebbero il preludio per creare occupazione e reale ripresa economica, inclusiva di esportazioni, già ora forti, consumi, e quindi maggior potere d’acquisto conferito da detassazione, ad esempio sul lavoro, sostegno ad imprese e famiglie, non v’è possibilità di iniziare a riprendersi. Purtroppo gli investimenti sono bloccati, quelli pubblici dai parametri europei che non consentono (utilizzando una politica antitetica rispetto a quella che sta funzionando in USA) di fare ulteriore deficit, mentre quelli privati dalla melma italica composta da burocrazia, normativa, legge e giustizia, corruzione e malaffare, che tolgono letteralmente la voglia agli investitori di un certo peso, italiani e non, di considerare il nostro paese semplicemente tra le opzioni competitive. Pensare, e ciò rammarica ancora di più, che investimenti pubblici infrastrutturali sarebbero molto utili quando non necessari, per aggiornare ad esempio la viabilità e la rete ferroviaria italiana. Come abbiamo potuto impietosamente assistere in questi giorni, è bastato un incendio per mandare in tilt il principale hub aeroportuale italiano, Fiumicino, con ripercussioni su tutti i voli e quando ancora le conseguenze del precedente incendio al terminal 3 che aveva ridotto la capacita dell’aeroporto Leonardo Da Vinci del 60%. Oppure, ed è il caso di Firenze, una forte pioggia, sicuramente eccezionale coi suoi 45 mm in poche ore, ha mandato in blocco, e non è giustificabile neppure per un evento di simile entità (che di fatto stanno diventando sempre più comuni, pertanto meno eccezionali), tutto il trasporto ferroviario italiano. Evidentemente investimenti infrastrutturali per il rafforzamento di questi e molti altri snodi critici per il paese, così come per il riassesto idrogeologico, porterebbero posti di lavoro e benefici tangibili per tuta la cittadinanza, giustamente sempre più indignata quanto apprende che, secondo una rilevazione della Corte dei Conti,  la pressione fiscale degli enti locali, incrementata del 22% in 3 anni, è ormai insostenibile (e se non insostenibile, non adeguata al livello pessimo dei servizi spesso offerti).

Non c’è da stupirsi dunque di questi dati, erano prevedibili e previsti. Assisteremo ad oscillazioni in più ed in meno alle prossime rilevazioni, dovremo leggere improbabili elogi al governo ed ingiustificate accuse di incapacità, purtroppo però lo scenario globale, che dobbiamo tenere sempre in considerazione, al momento non presenta segni di miglioramento e, tralasciando oscillazioni attorno allo zero, mantiene una tendenza poco incline alla ripresa economica.

01/08/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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