La microscopica crisi greca al cospetto del potenziale impatto cinese. I pericoli economici sembrano non finire

yuan-renminbiCome avevamo previsto (Link), in merito alla crisi greca, pare sempre più probabile un accordo tra creditori ed Atene entro il 18 agosto, in modo da poter rimpinguare le casse greche per il 20 agosto, data in cui lo stato ellenico dovrebbe rimborsare la BCE di una somma pari a poco più di 3 miliardi di €. Il piano di riforme che Atene avrebbe intenzione di portare a compimento è stato presentato ai creditori ed alle istituzioni europee ed è stato da loro condiviso. Si tratta di un testo da 385 pagine con 27 riforme da implementare, tra cui l’aumento di tasse sugli immobili, delle imposte sugli armatori, fino ad ora praticamente esenti, eliminazione delle agevolazioni agricole, differenti scaglioni di IVA, piano per aumentare l’età pensionabile ed un imponente piano di privatizzazioni (svariati aeroporti sono già nel mirino dell’Hub di Francoforte). Il piano è particolarmente duro per l’ellade, e poco rispecchia le promesse elettorali di Tsipras, diventato molto più mansueto ed accomodante nei confronti della ex Troika, da quando Varoufakis si è tirato fuori (o è stato fatto fuori) dalla compagine del governo Tsipras, sostituito da un “assente” Euclid Tsakalotos. I falchi europei, Germania e Finlandia in testa a tutti, si dicono scettici sulla possibilità che Atene sia in grado di mantenere le promesse ed implementare le riforme, così preferirebbero, allo sblocco del piano di aiuti da 86 miliardi in 3 anni, un prestito ponte per traghettare la Grecia ad autunno, consentendo il pagamento della rata agostana alla BCE ed oltrepassando l’eventuale riconferma elettorale della Merkel. Fonti riportano di toni più che aspri ed urla telefoniche tra il Premier ellenico ed il Cancelliere tedesco. Il testo del piano di riforme, che peraltro, in alcune parti come IVA e privatizzazioni, è molto simile alle linee guida che l’UE consiglia di seguire all’Italia, dovrà essere votato dal Parlamento Greco immediatamente prima dell’Eurogruppo di venerdì 14, da quello UE e da alcuni altri stati membri, tra cui Germania, Finlandia, Olanda. Risulta evidente che senza una ristrutturazione del debito ed una revisione degli interessi, ogni piano di aiuto è inutile, se non a compartecipare ad un inutile e vizioso giro di denari che partono dai creditori, confluiscono ad Atene per tornare, a distanza di pochi giorni ai creditori stessi per assolvere alla scadenze imminenti; nulla si ferma in modo stabile e costruttivo nell’economia greca. Questa, non a caso, è l’idea che ultimamente si è fatta l’FMI, non più certa di partecipare al piano di salvataggio (la decisione comunque non sarà presa prima di ottobre) senza una riorganizzazione del debito, che avendo raggiunto quasi il 180%, con interessi non trascurabili, è chiaramente insostenibile soprattutto se peridi di austerità sono ancora in vista. Invero i mercati pare abbiano già scontato gli scenari peggiori, risultando così immuni dai possibili colpi di scena che la vicenda greca potrebbe ancora riservare, visti gli attriti permanenti tra falchi e colombe, analogo discorso non può essere fatto per l’autorevolezza, l’integrità ed il valore internazionale dell’Europa nella sua interezza, che deve ancora guardarsi bene dal trascurare il peso della crisi ellenica.

Non si arriva però ad intravedere un po’ di calma da un lato, quando nuove e ben più procellose tempeste imperversano e si palesano dall’altro. Si tratta stavolta di un peso massimo, al cospetto del quale la Grecia pare meno che un virus già debellato da poderose dosi di vaccino: la Cina. La Banca Cinese (BoC) ha deciso, con una mossa che ha colto tutti gli analisti di sorpresa, di manovrare, svalutandola, la propria moneta nazionale, lo Yuan Renminbi, e lo ha fatto per ben tre volte consecutive nell’arco di 72 ore, rispettivamente ritoccando il tasso di cambio di -1.9% lunedì, -1.6% martedì e -1.1% all’apertura di giovedì, per un ribasso complessivo di 4.6%. Si tratta di un segnale decisamente forte, benchè l’arma utilizzata sia senza dubbio la medesima adottata da FED, BCE, BoJ, l’impatto cinese è stato ben più forte, perché inatteso, ma soprattutto per due ragioni, una di respiro a breve termine, l’altra da valutare sul medio-lungo periodo. Da anni il governo cinese tenta di far in modo che lo Yuan possa rientrare nel paniere delle banche nazionali, FMI in testa, come valuta di riserva per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie, dapprima ancorandone il valore al dollaro e mantenendo la quotazione artificialmente alta, ora, disancorando il tasso di cambio dal dollaro, svalutando ed aprendo di fatto la quotazione dello Yuan alle leggi di mercato.

Per tale ragione, una maggiore e più naturale competizione tra valute, il FMI plaude alla decisione cinese, asserendo che in tal modo il valore dello Renminbi non sarà gonfiato, e nel medio periodo concorrerà alla stabilità del mercato delle valute: questa si terebbe di una decisa apertura all’economia di mercato del regime cinese.

I due rischi menzionati sopra, riguardo a questa mossa cinese sono connessi all’impatto immediato ed alle prospettive future.

Nell’immediato la reazione delle piazze finanziarie mondiali è stata decisamente negative con perdite tra il 3 ed il 4.5%, bruciando nel complesso oltre 227 miliardi di Euro solo in UE (anche se oggi, giovedì, le piazze sembrano tentare il rimbalzo). Gli USA hanno accusato il Governo di Pechino di voler scatenare una guerra valutaria, e come conseguenza probabilmente verrà presa la decisione di non alzare i tassi che ormai avrebbero dovuto subire un rincaro per via degli ottimi dati sull’occupazione ai quali sono legati. Ovviamente la svalutazione dello Yuan punta ad incrementare la competitività nell’export dei prodotti cinesi, penalizzando di fatto l’import. A risentirne maggiormente sono stati i comparti del lusso, automotive e beni di consumo Europei e Statunitensi. Tra i due mercati vi è però una differenza, mentre l’Europa può dirsi toccata più marginalmente dalla svalutazione cinese, in quanto paga le merci in Dollari, stesso discorso non vale per gli Stati Uniti. In realtà i mercati del lusso e delle auto di un certo livello (le grandi tedesche, le auto di lusso e le supersportive) si ritiene possano stare relativamente tranquilli, visto che un incremento di prezzo anche del 5% su beni dall’elevato costo e ad appannaggio dei più facoltosi milionari cinesi, non dovrebbe incidere molto sulle loro abitudini di consumo; non è così per i grandi colossi europei ed americani del consumo di larga scala, al quale i cinesi medi, nuova classi di colletti bianchi del boom economico, hanno iniziato ad attingere a piene mani. Rientrano in questa cerchia marchi come Apple, Intel, GM, Siemens ed, in quota minore, FCA. Impatto negativo c’è stato anche sulle materie prime (in particolare minerarie) di cui la Cina è grande consumatrice, ad iniziare dal petrolio, in questa fase ancora sotto pressione (la Cina è il secondo importatore). Un altro grande rischio del breve periodo, ma con effetti anche nel medio-lungo termine, è la possibilità che si inneschi una guerra valutaria. In Asia, stati come il Vietnam che competono per manodopera con la Cina, hanno già provveduto a svalutare e le valute Australiana, Neozelandese, Malese, Indonesiana (ed anche il Dollaro Canadese) sono ai minimi. L’Euro invece ne esce decisamente rafforzato, con ripercussioni negative sul nostro export (in aggiunta a alla maggior competitività dei prodotti cinesi). Si innescasse una guerra valutaria, il rischio globale sarebbe una deflazione planetaria che potrebbe spingere taluni paesi, ed anche l’Italia viste le politiche del lavoro perseguite negli ultimi anni, a tentare un’impossibile battaglia sui prezzi delle merci, tagliando sempre più (auguriamoci di no) costo del lavoro e materiali, a scapito del potere d’acquisto dei lavoratori e della qualità, vero valore aggiunto che la nostra manifattura deve conferire alle proprie produzioni. Alla deflazione potrebbe concorrere anche il prezzo del greggio, già sotto pressione per le decisioni OPEC, indirizzate dall’Arabia Saudita, di non intaccare le produzioni, dalla domanda inferiore dovute a rallentamenti in molti settori ciclici ad alto consumo di idrocarburi, dalle scorte USA maggiori del previsto e dalle nuove disponibilità di Iran ed Iraq; in questa fase, a seguito di un rallentamento cinese dell’import di OIL, la domanda potrebbe calare ulteriormente.

Il secondo elemento di preoccupazione, è rivolto al medio-lungo periodo ed è collegato all’economia Cinese che pare in rallentamento (anche se detto dall’Italia e dall’Europa fa sorridere sarcasticamente). Quest’anno la crescita cinese faticherà a raggiungere il target del 7%, ed quand’anche lo raggiungesse, la crescita reale potrebbe essere inferiore, drogata: dagli interventi statali nel campo della finanza, come il divieto di vendita di titoli imposto poche settimane fa a seguito di diminuzioni degli indici borsistici di Hong Kong e Shanghai; dall’eccesso di credito per investimenti in borsa (prestiti per acquisto di azioni e prodotti finanziari anche non regolati, OTC, dando come garanzia quote dei titoli stessi); dal settore immobiliare, in questi anni eccessivamente attivo, senza che vi fosse una corrispondentemente alta domanda a giustificarlo; dal maggior interesse alla tutela dell’ambiente e dell’aria di cui la Cina dovrà necessariamente curarsi. Gli ultimi dati macroecoomici cinesi non sono rassicuranti: i prezzi al consumo sono calati del 5%, la produzione industriale è aumentata del “solo” 6%, mentre le esportazioni e le vendite al dettaglio del 10.5% (a noi comuni europei può sembrarci strano, ma tali valori sono decisamente sotto le stime) e denotano un rallentamento globale dell’economia del dragone. Rallentamento che avrebbe, ed avrà perché prima o poi dovrà verificarsi nonostante le alchimie finanziarie tentate da Pechino, un impatto enorme su USA, Russia (che deve vedersela con un PIL calato di oltre 4 pti percentuali), Asia, Europa: sul globo insomma. Non va mai dimenticato che durante le ultime crisi, la Cina è sempre stata la valvola di sfogo per molto dell’export estero e soprattutto la locomotiva, in grado di non far precipitare l’economia mondiale, alla quale agganciarsi per non cadere nel baratro della recessione.

A parte la Grecia quindi, alla quale si continua a prestare molta attenzione se non altro per i destini dell’UE, il mondo deve fare tremenda attenzione alla Cina, studiare un piano B ed interventi che possano evitare un suo eccessivo rallentamento, senza ricorrere a trucchi finanziari, compromessi sull’ambiente e senza soprassedere sui diritti umani e sulla sicurezza sul lavoro. Una partita tutt’altro che facile.

13/08/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
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