Archivi Mensili: settembre 2015

Volkswagen Dust Auto: s’ingrossa e s’ingrosserà!!! Il VW gate.

Non accenna a ridimensionarsi lo scandalo che ha coinvolto uno dei primi gruppi automobilistici mondiali, la Volkswagen, riguardante la truffa sulle emissioni inquinanti nel mercato nord americano. Già a poche ore dall’accaduto scrivemmo: “scandalo Volkswagen“, cercando di riportare un immediato riassunto, con gli elementi disponibili al momento, e focalizzando l’attenzione, non solo sulle potenziali perdite del Gruppo VW, sia per immagine e reputazione, che direttamente da minori vendite e/o sanzioni, ma anche cercando di anticipare l’impatto sulla diffusione dell’alimentazione diesel in Nord America, mercato, come spiegato nell’articolo, restio a quel tipo di carburante.

Col susseguirsi dei giorni si aggiungono particolari e notizie. Nel frattempo l’ex AD Volkswagen, Winterkorn, è stato estromesso in favore dell’ex AD Porsche, Muller. Non si ritiene essere un caso che di tutta la galassia VW, che comprende oltre a Seat, VW, Audi, Skoda, anche Porsche, Lamborghini e Ducati, sia il Tedesco alla guida del marchio teutonico che solo da poco ha introdotto motorizzazioni a Gasolio e solo su un paio di modelli. La successione pare non sia stata così consenziente, ma Winterkorn avrà modo di consolarsi grazie agli emolumenti a lui corrisposti all’atto dell’uscita, che in totale ammontano a 60 milioni di €. Vero che non potrà sicuramente comprare la felicità, ma almeno un dimesso sfizio avrà ben modo di toglierselo, il caro Winterkorn…. Come nel più noto stile italico sembra che, anche in Germania, il detto “Onori ed Oneri”, riferito ad una particolare posizione, non sia particolarmente veritiero, tramutandosi, per queste carice super pagate e teoricamente piene di responsabilità, in “Onori ed Onori”, non essendoci il rischio della rimessa economica personale (assolutamente presente nelle categorie e mansioni più popolari).

Tornando ai fatti, la truffa coinvolgerebbe in totale 11 milioni di veicoli, di cui 400’000 in USA, circa 2.8 milioni in Germania, 1 milione in Italia. La centralina incriminata sarebbe pertanto stata montata anche in Europa. In realtà non deve essere una sorpresa, visto che le produzioni automotive sono seriali e differirle costa più che standardizzarle su tutti i modelli, a meno di esigenze legislative, sia per quanto riguarda la componentistica che per la programmazione elettronica. In Europa è però probabile che le centraline non siano mai entrate in funzione per via dei differenti, e più laschi, limiti sull’inquinamento, in tal caso non sarebbe corretto, nè tecnicamente vero, parlare di truffa, pur con la presenza del Software incriminato. Secondo alcune testate, il Governo Federale già sapeva della truffa sulle emissioni di NOx in USA, già lo scorso luglio ed il Financial Time riporta che la UE fosse al corrente della non veridicità dei controlli già dal 2013. Riguardo a quanto riportato dal FT va però fatta una considerazione di carattere generale: i consumi e le emissioni sono valutazioni effettuate in laboratorio, sui rulli ed in condizioni di viaggio particolari. Sappiamo tutti che il consumo dichiarato dalle case è assai superiore rispetto a quello reale, semplicemente perché le condizioni d’uso del veicolo su strada sono completamente differenti dai test e le variabili in gioco molteplici (aria condizionata, attrito con la strada, aerodinamica, condizioni climatiche, vento, pendenza, stile di guida, carico della vettura, sono solo le più macroscopiche). Non si tratta però di una truffa, ma di valutazioni, corrette, fatte in presenza di variabili ambientali, molto influenti, totalmente differenti. Se la strada fossero i rulli di un banco prova, allora le stime sarebbero pressoché ineccepibili. Analogo discorso vale per i consumi. Nel prossimo futuro simili test verranno fatti su strada e non più in laboratorio, ed allora le cose potrebbero (non è necessariamente detto) cambiare.

Nel pezzo citato in precedenza si è fatta anche menzione al potenziale danno di immagine e finanziario, dovuto all’esclusione dai portfolio dei fondi etici (e non solo, perché la CSR e la presenza in indici di sostenibilità sta divenendo indispensabile per entrare tra gli investimenti di grandi fondi e banche) dei titoli VW o alla holding correlati. Le prime evidenze sono l’esclusione dei titoli VW dagli investimenti della stessa BCE, l’uscita della Suzuki dalla casa tedesca con il Buy Back della quota dell’ 1.5% di azioni dei giapponesi da parte della stessa Porsche e, spostandoci sul piano industriale, lo stop alle vendite dei motori diesel della casa di Wolfsburg in Svizzera. A prescindere quindi dalla sanzione che la VW dovrà pagare agli USA, e che potenzialmente può toccare un massimo di 18 miliardi, anche se alla luce di casi precedenti è probabile che i 6 miliardi già accantonati dalla VW siano più che sufficienti, i danni al marchio sono già rilevanti e tangibili, una vera “Reputational Crisis” ed a poco contano le scuse del nuovo AD, il lavoro di ricostruzione dell’immagine sarà lungo e complesso, tanto più che lo scandalo ha toccato un tema, quello del rispetto ambientale e dell’abbattimento delle emissioni, estremamente sentito in USA, ove Obama si spende personalmente per la causa, oggetto dell’ultima Enciclica Papalina, nonché tema centrale del vertice tra il presidente cinese Xi e quello USA Obama, il quale è riuscito a strappare la promessa (ma di promesse cariche di buoni intenti ne è piena la storia) della riduzione a partire dal 2017 delle emissioni da parte del colosso del Dragone (dove per  cause riconducibili all’inquinamento muoiono 4’000 persone al giorno).

L’affair potrebbe poi gonfiarsi ulteriormente, coinvolgendo altre case automobilistiche. La prima di cui è stato fatto il nome, ma senza prove oggettive rese pubbliche, è la BMW. La casa di Monaco, parimenti alla Mercedes, ha smentito, dicendosi totalmente in regola con ogni normativa. Ora, ma è opinione del tutto personale e senza fondamenti oggettivi, ritengo difficile, molto improbabile, che tra i top player di automotive a livello mondiale vi sia qualcuno, in tal caso BMW, Mercedes, etc, talmente tecnicamente superiore ai competitors (VW), in grado di produrre motori che, a parità di prestazioni (talvolta anche con prestazioni superiori), permettano emissioni fino al 40% inferiori.
Fanali puntati ed accesi quindi su, ma non solo, BMW, Mercedes, Ford, la quale, se non erro, ha consumi (almeno in Europa) decisamente superiori alle vetture made in Germany, ma nonostante ciò vende tranquillamente in USA rispettando gli stringenti limiti ambientali fissati dall’EBA.

Si tratta solo di un presentimento, ma è probabile che, dai controlli che ora ogni stato si appresterà a fare su modelli di vetture diesel marchiate VW e di altri Gruppi (1’000 controlli in italia per una spesa stata complessiva di 8 milioni di €, 8’000 € cadauno), la vicenda subirà nuovi e clamorosi sviluppi.

26/09/2015
Valentino Angeletti
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Le emissioni Volkswagen e l’impatto sul mercato automobilistico

Non poteva non essere una notizia bomba, infatti così è stato, ed oggi su tutti i giornali campeggia in primissima pagina. Si tratta ovviamente della truffa ai danni del governo e del severissimo regolatorio sulle emissioni inquinanti statunitensi, operata e confessata da parte del colosso automobilistico Volkswagen.

La casa automobilistica tedesca è stata in grado di imbrogliare sulle emissioni inquinanti dei modelli Audi A3 e Golf, prontamente ritirati dal mercato, a partire dal 2009 (11 milioni in totale quelli muniti del meccanismo truffaldino). La metodologia, scientemente sviluppata, ha evidentemente previsto investimenti ed un chiaro dolo, in quanto consisteva in una riprogrammazione elettronica automatica in grado di comprendere quando la vettura fosse collegata allo strumento per il controllo degli inquinanti ed in quel momento ridurre le emissioni (fino al 40%), diminuendo al contempo le prestazioni ed aumentando leggermente i consumi. Il tutto sarebbe tornato alla configurazione iniziale (del 40% più inquinante) una volta disconnessa la vettura dallo strumento.

La sorpresa è stata molta, vuoi perché in un certo senso viene a cadere il mito dell’ “Avanguardia della Tecnica” tipico dei tedeschi, nonché réclame del marchio in questione (anche se l’espediente usato era tutt’altro che tecnologicamente retrogrado), vuoi perché dal rigoroso uomo teutonico tutto ci si sarebbe atteso fuor che una simile slealtà, vuoi perché operato da una Casa Automobilistica che ha fatto del welfare dei dipendenti, dell’attenzione alla “Corporate Social Responsibility”, dell’attenzione all’ambente pubblicizzando motori sempre più prestazionali, parsimoniosi e puliti, vuoi perché di solito è la Germania a bacchettare e redarguire gli altri Stati per i loro comportamenti “sbarazzini”.

Il motivo di una simile e colossale truffa, che potrebbe costare 18 miliardi di $ in sanzioni dall’ente USA EBA e che è già costata circa 13 miliardi di € per la perdita di circa il 17% in borsa durante il giorno di divulgazione della notizia, è presto detto. La casa di Wolksburg aveva come obiettivo di incrementare le vendite nel mercato statunitense, dominato da Toyota e GM, in particolare imponendosi con i propri motori diesel. Il mercato del diesel non è attraetene in USA perché il gasolio costa più della normale benzina (note sono le cilindrate Monster a stelle e strisce) e perché molto diffuse, per coloro più attenti ad ambiente e consumi, gli ibridi elettrici, dove Toyota è il leader mondiale. Per rendere quindi appetibile alla clientela USA un motore Diesel, la VW ha puntato tutto su prestazioni e bassi consumi, ma a discapito delle emissioni per tal ragione taroccate. Inoltre non va dimenticato che gli USA sono un paese molto attento, almeno a livello regolatorio, alle emissioni di CO2, ed Obama è personalmente impegnato pubblicamente in importanti campagne contro il “climatechange”. Sembra chiaro che la VW non fosse tecnicamente in grado di raggiungere le prestazioni desiderate mantenendosi entro i limiti imposti dalla legge. Si capisce pertanto l’entità della possibile multa, 18 miliardi di $, che risulta essere il tetto massimo, ma che verosimilmente, prendendo d’esempio altri casi analoghi accaduti per truffe bancarie oppure per malfunzionamenti tecnici di autovetture costate anche diverse vite umane, verrà ridotta fino ad una entità di un massimo di un paio di miliardi (con l’aggravante del dolo e del non rispetto dell’ambiente con danno per la salute pubblica).

Sicuramente il danno di immagine per la VW sarà molto maggiore di quello economo, la VW risulta essere una società molto liquida e dai conti solidi, in grado di sopportare qualche miliardo di sanzione, ma potrebbe essere duramente colpito il blasone e la reputazione, di un un marchio storico, che ha compartecipato alla rinascita della Germania del dopo guerra, potrebbe essere estromesso dagli indici di sostenibilità, ove la VW è costantemente presente, con la conseguenza di uscire fuori da molti portfolio di grandi investitori, etici e non, che ora guardano con attenzione anche la presenza nei detti indici di sostenibilità.

Parrebbe che i competitor della VW possano essere avvantaggiati dalla vicenda, invece non è detto. Una conseguenza indirette potrebbe essere un’ulteriore disaffezione degli americani nei confronti delle motorizzazioni diesel, che già non gradivano e che stavano cominciando ad apprezzare proprio grazia alla VW. Verrebbe quindi afflitto tutto il mercato statunitense dei mezzi a gasolio, e con esso subirebbero cali di vendita tutte quelle case automobilistiche che sul disel hanno molto puntato, non ultima la FCA.

22/09/2015
Valentino Angeletti
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Politica: tra riforme del Senato e dell’Italicum. Economia: tra dati interni e trend globale

Queste poche settimane dalla riaperture dei lavori parlamentari, dopo la lunga pausa estiva, paiono essere quelle più delicate per la legislatura.

Si pensava che, come accaduto in successione ai Governi Berlusconi, Monti e Letta, fossero le questioni economiche a poter mettere in crisi l’Esecutivo, anche alla luce del fatto che, nonostante le ormai note congiunture macro favorevoli, ma al contempo transeunte, costituite dai QE di Draghi, il prezzo del petrolio basso, i tassi ai minimi che avrebbero dovuto favorire la richiesta di prestiti ed i consumi, con l’auspicio inesaudito di far ripartire l’edilizia, il settore maggiormente colpito dalla crisi nonché quello in grado di generare più indotto, un Euro debole a tutto vantaggio dell’export, una vera ripartenza dei consumi, dell’occupazione, del mercato interno e di quello immobiliare non si era verificata; le condizioni sociali permangono molto delicate, il livello di tassazione, nonostante gli sforzi del Governo, altissimo, la spending review è ancora solo un buon proposito, ed il numero di poveri, o di quelli sulla soglia di povertà, in costante crescita.

Invece, ad essere il maggior elemento di rischio per l’Esecutivo Renzi, ripetendo una consuetudine tipica del nostro paese, sono questioni prettamente politiche. Tra l’altro, il passaggio più delicato arriva proprio in concomitanza della diffusione di dati economici in miglioramento, da parte sia di organismi internazionali (OCSE), sia da parte del MEF di Padoan.

Le questioni che potrebbero essere la scintilla della crisi sono le riforme istituzionali, non più solo quella del Senato, ma è ritornata prepotentemente alla ribalta anche quella sulla legge elettorale, non senza collegamenti rispetto alla prima. Ovviamente rimane una costante, usuale per l’attuale Governo, la tensione con i sindacati sul diritto di sciopero, jobs act, diritti dei lavoratori, pensioni e previdenza, continua, in una lotta che, ambedue le parti commettendo evidenti errori, stentano, volenti o nolenti, a raffreddare, e che genera attriti anche all’interno dello stesso PD. Quello dell’assemblea sindacale che ha bloccato il Colosseo è solo l’ultimo macro episodio tra tanti.

Nonostante le certezze del Ministro Boschi, che si dice sicura che i numeri in Senato per consentire il passaggio della riforma sulla seconda Camera siano forti, non sembra così sentendo, con orecchio oggettivo, le altre campane. Il M5S la trova una pessima riforma, mettendo in luce il rischio di conferire l’immunità ad una pletora di indagati, che in tal modo risulterebbero non più perseguibili per il periodo del loro mandato, in forza dell’immunità parlamentare. FI si è detta assolutamente intenzionata a non votare la riforma, così come la Lega di Salvini. I fuori usciti dal Partito Democratico osteggeranno ovviamente il provvedimento, ma è all’interno del PD che vi sono le crepe più profonde. Esse riguardano l’Articolo 2, che la Minoranza Dem vorrebbe modificare per reintrodurre il Senato elettivo da parte dei cittadini, meccanismo che, secondo la riforma, scomparirebbe, a vantaggio della nomina di componenti all’interno delle presidenze di Regione. Proprio quando un accordo sembrava poter essere concluso tra la sfera Renziana e la minoranza Dem, grazie all’espediente di modifica del comma 5 dell’Art. 2 che, non costituendo emendamento, avrebbe potuto consentire un passaggio parlamentare spedito, sì è pronunciato, contrapponendosi alle parole di ottimismo della Boschi, Pierluigi Bersani, ancora tremendamente attaccato alla nostalgica unità di un partito che di unitario ha rimasto ben poco (e da illo tempore), affermando che, qualora non lo si fosse capito, la posizione dei “dissidenti” Dem è quella di avere un Senato elettivo; non sono concesse deroghe a questa prerogativa. Al piacentino ha risposto il braccio destro di Renzi, Lorenzo Guerini, dicendo che si auspica che quello di Bersani non sia un tentativo di ricominciare tutto da capo e confermando la disponibilità al confronto, ma senza accettare veti, il che, parafrasando “ab lingua renzianorum” vuol dire: “parliamo pure un’oretta, ma poi facciamo come ha già deciso”. Anche all’interno della coalizione di Governo, non è scontato il supporto di NCD, circa 15 componenti potrebbero opporsi alla modifica. Alla luce di ciò, i voti dei Verdiniani non sembrano sufficienti a blindare il passaggio della riforma del Senato, inoltre esiste anche la spada di Damocle dell’interpretazione del Presidente Grasso, che potrebbe decidere, invece che per una votazione parlamentare complessiva sulla riforma,  di procedere votando ogni singolo emendamento, il che significherebbe, dato l’ammontare delle modifiche presentate, in particolare dalla Lega, bloccare di fatto la riforma.

In questo dedalo di delicati rapporti di forza, rientra prepotentemente in auge l’Italicum, in particolare come pedina di scambio. La minoranza Dem potrebbe essere interessata al conferimento del premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, mentre NCD ad un innalzamento della soglia di sbarramento. Una sorta di baratto per consentire un maggior potere ad alcuni partiti, tramite modifiche tecniche, ma dalle conseguenze politiche, all’impianto, in cambio di un supporto per la modifica del Senato. Come vediamo, proprio adesso che si sente tanto disquisire di sharing economy, la nostra politica, tornando al baratto ed allo scambio, la sta già collaudando (poi si dice che i politici sono retrogradi e vetusti, quando mai! Se l’interesse richiede innovazione, sanno essere più innovatori degli start-uppers della Silicon Valley!).

Domani (lunedì 21), in occasione della Direzione del Partito Democratico, sarà una giornata decisiva per capire come evolverà lo scenario e se i dissidenti del PD si faranno, come accaduto fino ad ora, chiudere all’angolo e dovranno capitolare, o se faranno la voce grossa. Nell’ultimo caso se volessero dare il loro fondamentale contributo per arrivare a nuove elezioni, non potranno non scindersi e dovranno intessere contatti ed aggregazioni all’uopo con M5S, FI e Lega.

Come detto precedentemente, qualche dato economico svolta in positivo: il pil è stato rivisto al rialzo, per il 2015 dallo 0.7% allo 0.9%, e dall’1.4% all’1.6% per il 2016; la disoccupazione è prevista leggermente in calo dal 12.6% al 12%; il debito dovrebbe anch’esso scendere dal 132.6% a circa il 131.8%; si attendono 12 miliardi, utili per scongiurare le clausole di salvaguardia, dalla lotta all’evasione e si attende maggior flessibilità europea, consentendo di arrivare al 2.2% nel rapporto deficit/pil anziché all’1.8% da piano di rientro, liberando così circa 6 miliardi, ma ciò costringendo ad innalzare il deficit ed a rimandare ancora una volta il pareggio di bilancio, spostato al 2018. Questi ultimi provvedimenti, riportati nel Def, dovranno essere vagliati dalla UE a metà ottobre, e non è automatico che vengano accettati, conoscendo l’attaccamento Europeo ai parametri, anche se la tragedia dei migranti viene tristemente a supporto delle richieste di maggior flessibilità.

L’errore che la politica non deve commettere è concentrarsi, crogiolandosi con questi dati, solo sulle riforme istituzionali, perché, se pure si potrebbe dire che l’Italia sia migliorata nei parametri, la situazione globale è in rallentamento e poco serve un lieve miglioramento italiano in un contesto in frenata. A fare monito di ciò è stato anche il G20, che vede rischi nel rallentamento delle economia emergenti (il Pil globale è stato rivisto al ribasso), a cominciare da Brasile (dove  per la recessione molti avanzano la necessità di dimissioni della Presidente Blanchè) e Cina (alle prese con una crisi finanziare profonda), con il conseguente calo di consumi globali, e nella fattispecie di materie prime non energetiche. Anche le odierne elezioni Greche devono mantenere alta la tensione, perché, nonostante il silenzio di queste ultime settimane, rimangono importanti per delineare il destino europeo.

Come si è spesso detto quindi, va bene stare attenti al nostro piccolo giardino privato, ma senza mai abbassare lo sguardo da un orizzonte ben più lontano e travolgente, tremendamente connesso ai fatti di casa nostra ed influente per la nostra economia.

20/09/2015
Valentino Angeletti
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La priorità alla riapertura dei lavori parlamentari? Sbloccare 45 milioini fondi pubblici, non dovuti, ai partiti

Da un giorno appena sono ripartite le attività parlamentari ed il primo DDL in discussione alla Camera, nonostante gli svariati gravi problemi, soprattutto economici (i recenti dati positivi non devono esasperare l’ottimismo), che il nostro paese deve fronteggiare non riguarda nè l’economia e neppure le riforme costituzionali, bensì il finanziamento pubblico ai partiti.

Per fare un minimo di riepilogo, ricordiamo che il finanziamento pubblico ai partiti, che una proposta di referendum radicale voleva eliminare già nei primi anni 90, deve progressivamente essere ridotto, secondo quanto previsto da un provvedimento del Governo Letta, a partire dal 2013 e fino ad azzerarsi nel 2017, per essere sostituito dalla cessione, su base volontaria del contribuente, del 2 per mille da denuncia dei redditi. Tra il 2013 ed il 2017 le quote di contributi spettanti ai partiti avrebbero potuto essere erogate solamente a quei partiti che presentassero garanzia su correttezza dei bilanci. La verifica della conformità dei bilanci avrebbe dovuto spettare ad una commissione di garanzia ed i primi fondi avrebbero dovuto essere erogati a luglio. La commissione di garanzia però, non riuscendo a verificare la correttezza dei conti, decise di dimettersi. La conseguenza della dimissione della commissione fu il blocco dei fondi. Ciò fa sospettare che i bilanci presentati non fossero così chiari né semplici da essere letti, oppure, per i più maliziosi, che fossero tutt’altro che corretti e che la commissione, per non dare adito a scandali, avesse preferito rimettersi dal ruolo di garante.

Proprio durante il primo giorno di lavori parlamentare è passato, in prima lettura alla Camera, il DDL a firma del Deputato Boccadutri, file PD, che sblocca 45 milioni di € da conferire come finanziamento ai partiti. La maggioranza è stata schiacciante e trasversale (contrari solo M5S e SEL), segno evidente che, quando sono gli interessi propri ad essere messi in gioco, l’accordo non va ricercato, è bensì implicito e scontato. I Sì sono stati 319, i No 88 da parte del M5S e 27 le astensioni di SEL.

Per Boccadutri il suo DDL non è altro che una sanatoria, relativa a questo anno, di una situazione bloccata, mentre il M5S ha gridato allo scandalo, gettando banconote false da 500 euro dai banchi dell’Emiciclo. La seduta non è stata sospesa, evidentemente il DDL era di grande importanza.

Se può essere vero che il DDL  Boccadutri sana una situazione di stallo, è altresì vero che raggira palesemente il requisito primario, imposto dal Governo Letta, di presentare evidenza di trasparenza dei bilanci, assente viste le dimissioni della Commissione Garante. Al massimo si avrebbe potuto procedere richiedendo, ad altra e terza commissione la verifica, invece no, si è preferito soprassedere alla norma.

Se il fatto può suscitare di per sé indignazione, essa aumenta esponenzialmente se consideriamo che il provvedimento è passato in parallelo al ritorno nelle casse dello Stato, e non spesi e non più spendibili, di 500 milioni di Euro, destinati alla risoluzione del problema degli esodati, che ancora sussiste, e che, come per la revisione previdenziale, necessita di fondi.

Si può obiettare, ed è oggettivo, che gli ordini di grandezza siano differenti, 45 milioni, 500 milioni, miliardi per sanare i problemi previdenziali, decine di miliardi per il DEF. In ogni caso, proprio in tema previdenziale e di reperimento risorse per l’ex legge di stabilità, si sente parlare di sacrificio, di uscita anticipata dal mondo del lavoro ma con penalità, addirittura ricalcolo con metodo contributivo, che come nel caso “progetto donna”, per il quale sono finiti e non saranno riallocati più fondi, può costare fino al 30%.

Il cittadino deve essere disposto al sacrificio, a rinunciare a privilegi, se così si possono chiamare, mentre la politica una via la trova sempre.

Al Senato ora il compito di completare, assecondando il DDL Boccadutri, lo scempio.

I Governi cambiano, le dirigenze dei partiti si susseguono, le propagande si appoggiano su nuove metodologie e tecnologie, le promesse si ripetono ed a volte si amplificano, ma l’etica, la morale, i valori, l’amor di patria e della cosa pubblica, da anni sono sempre i medesimi…. e non che non vi sia qualche margine di miglioramento.

 

10/09/2015
Valentino Angeletti
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Ripresa dei lavori parlamentari: riforme costituzionali al centro, non senza la consueta possibilità di imboscate

Non sono ancora entrati a pieno regime i lavori parlamentari e già si affilano le armi per le “battaglie” che di qui al 15 di ottobre andranno a configurarsi. Il 15 del prossimo mese è stata definita come data limite entro la quale il Premier ha intenzione di porre la parola fine alle riforme del Senato e dei diritti civili, ambedue questioni assai spinose e che rischiano di gettare altro scompiglio, in aggiunta a quello già presente, all’interno del PD e della maggioranza trasversale di Governo, principalmente tra la parte di Renzi e quella del NCD.

Se la riforma dei diritti civili può rappresentare uno scoglio tra PD, e più in generale tra la sinistra, ed il NCD, storicamente più votato alla concezione, per così dire classica, della famiglia, la riforma costituzionale del Senato è un grosso ostacolo che prevarica i confini prettamente partitici, anzi, si insinua forse con maggior forza proprio all’interno del partito di maggioranza: il PD.

L’Ex Segretario PD, Bersani, esponente dell’area moderatamente dissidente, in quanto critico senza contemplare affatto l’ipotesi di una sua uscita dal PD, nè tanto meno quella di una più profonda scissione, ha dichiarato che non debbano esistere linee di Partito e che ognuno, in un tema delicato come quello della riforma costituzionale, debba votare secondo coscienza, come crede. Antipodico, invece, è il pensiero del Premier, nonché segretario PD, Renzi, il quale ha sempre sostenuto di essere disponibile al dialogo ed al confronto, ma ha anche sovente dimostrato di non scostarsi facilmente (per non dire mai) dalle sue posizioni, ed infatti la conclusione della locuzione che gli appartiene: “si discute e ci si confronta” risulta essere: “ma poi decido”, come è stato possibile verificare in ben più di una occasione. Per Renzi, appunto, è possibile discutere, ma poi il Partito, una volta deciso, dovrebbe muoversi unito ed all’unisono. Il grosso problema di queste differenti vedute è che la minoranza DEM e l’ala renziana sono discordi su un punto qualificante la riforma, l’unico per il Premier e la sua compagine davvero nè modificabile nè discutibile. Si tratta dell’Articolo 2, cioè dell’elettività o meno dei membri del nuovo Senato che, per come è configurato l’attuale impianto, risulterebbe principalmente di nominati dai partiti. Il rischio, a detta dell’ex sindaco fiorentino, è di dover ripartire daccapo con l’iter parlamentare, cosa che non è necessariamente vera. Il passato ha mostrato come la determinazione di Renzi sia ben più potente rispetto a quella di una minoranza di cui non sono chiare ne prospettive, nè intenzioni, ma stavolta anche la minoranza interna ai democratici sembra convinta ed unita a non mollare, vuole assolutamente che il Senato rimanga elettivo.

Paradossalmente vi è più apertura, circa l’impianto della nuova legge elettorale, con il fronte del NCD e di FI, principalmente interessati a rivedere il meccanismo di premio di maggioranza che conferirebbe un premio ai partiti tosto che alla coalizione, che con il PD stesso.

Il Premier ed il Ministro Boschi si sono detti certi di avere i numeri in Senato per portare a compimento i vari disegni di riforma, affermazione apostrofata come falsa secondo Romani, portavoce di FI. Questo punto è di fondamentale importanza perché, a meno di imboscate sempre possibili anche tra le file NCD (alcuni parlamentari NCD secondo talune testate sarebbero già pronti ad opporsi in merito alla riforma del Senato), potrebbe essere utilizzato come pedina di scambio da parte di NCD e FI per appoggiare Renzi sulla stessa riforma del Senato.

Senza sostegno di NCD e FI e con una compatta linea della minoranza Dem, il Premier Renzi potrebbe davvero essere in difficoltà a mantenere la maggioranza parlamentare (anzi, non raggiungerebbe il numero minimo), anche con l’appoggio, in questa fase fondamentale, della fronda fuoriuscita da FI dei Verdiniani. Nel caso di evidente insufficienza della maggioranza, ma anche qualora la maggioranza non fosse così forte, potrebbe subentrare Matterella, dettosi intenzionato alla protezione della costituzione, e richiedere una verifica della reale sussistenza di una maggioranza di Governo. Napolitano invece, ex presidente della Repubblica, lanciando un suo proverbiale monito, ha invece rimarcato l’importanza di portare a compimento la riforma, spalleggiando, come fatto costantemente durante il suo mandato, Renzi.

Per i dissidenti DEM e per tutti coloro, M5S e Civati inclusi, che potrebbero avere interesse, più o meno manifestato in passato, nel far cascare il Governo ed andare a nuove elezioni, questa fase di ripartenza parlamentare rappresenta l’occasione giusta. Inoltre, anche il fatto di una possibile necessità dei Verdiniani per l’approvazione delle riforme, è indubbiamente un’arma nelle mani della minoranza DEM che potrebbe, una volta in più,  rimarcare la distorsione che, internamente al PD, è da tempo evidente e della quale alcuni hanno già preso atto, mentre altri si ostinano a non voler digerire o metabolizzare, radicati ad un concetto di partito ormai obsoleto e non più ripercorribile, almeno sotto questa dirigenza.

In ultimo, non va dimenticato che le riforme costituzionali sono decisamente importanti, ma, volendo riportare l’attenzione sulle questioni più concrete e sottolineate in contesti europei, andrebbero affrontate con estrema urgenza anche le riforme economiche per sfruttare le ormai tanto menzionate congiunture macro positive e non perdere ulteriore tempo.

09/09/2015
Valentino Angeletti
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A Cernobbio la prima di Renzi, tra dati Italiani “incoraggianti” ed epocali migrazioni. Lo scenario totale, però, non offre certezze.

Come la ciliegine sulla torta, o il dulcis in fundo dei luculliani banchetti romani, è proprio alle ultime giornate del Workshop Ambrosetti, tenuto annualmente nella amena Villa d’Este di Cernobbio, che si presentano i pezzi da novanta della politica. Oggi è stata la volta del Ministro dell’Economia Padoan, mentre ieri del Premier Renzi.

Ricordiamo la scorsa edizione fu disertata dal Premier, con fare che alcuni ritennero un po’ snob, motivando che preferiva recarsi ove si creava vero lavoro, di voler confrontarsi con l’economia reale; scelse quindi di visitare una rubinetteria lombarda. Face le sue veci il vice ministro dell’economia Morando, che parlo, con grande realismo, cercando di riportare tutti con i piedi per terra, presentando una situazione complessa di crisi, la cui soluzione si sarebbe potuta vedere, con immani, sforzi, impegno e determinazione, solamente nell’arco di decenni (Link Ambrosetti 2014). Evidentemente il pensiero di Renzi quest’anno è stato differente, a meno che a Cernobbio non si fosse allestita una raccolta di curricula….

I temi centrali toccati da Renzi sono stai quelli dei risultati ottenuti, in primis l’abolizione dell’Articolo 18, nel contesto di un Jobs Act che lascia perplessi sotto molti aspetti, non ultimo quello dell’eliminazione dell’articolo 2 che regola il controllo a distanza dei lavoratori a mezzo di cellulari, tablet, pc aziendali, ora possibile senza accordi sindacali, che si ritiene essere una grave perdita di diritto per i lavoratori. Analogamente,l’abolizione dell’articolo 18, e quindi la possibilità di licenziare anche per le grandi aziende oltre 15 dipendenti (che rappresentano la minima parte di quelle operanti nel paese), non si ritiene essere uno strumento di flessibilità adeguato al mercato del lavoro italiano, che rimane stagnante. Se negli Usa o in Uk la flessibilità è un valore spesso ricercato dai singoli, in quanto consente progressioni di carriera e miglioramenti salariali per via della dinamicità economica e occupazionale, in Italia, ove vi è stagnazione e poca richiesta di lavoro, sembra più uno strumento di ricatto per i lavoratori e che può essere utilizzato da aziende malintenzionate.

Il Premier ha poi rammentato il percorso quinquennale per il taglio delle tasse a cominciare dall’imposta sugli immobili (Link a riflessione su IMU e TASI), proseguendo con quella sulle imprese e sul lavoro e che dovrebbe toccare i 50 miliardi in 5 anni. L’importanza del taglio fiscale è stata ribadita dal Padoan il giorno successivo, inserendola tra quelle necessarie per consentire ripresa economica e dei consumi. A tal proposito però va detto che senza una lotta all’evasione, che costa quasi 100 mld all’anno, ed una spending review puntuale e precisa, senza incidere su servizi già in sufficienti in molti casi, sarà difficile ottenere questi risultati, a meno di non ribaltare l’imposizione, come già fu prassi, su comuni e regioni. In parallelo al proposito del Premier, viene il richiamo all’attenzione della CGIA di Mestre che ricorda la necessità di reperire immediatamente 1.4 miliardi onde evitare l’aumento delle accise, previsto dalle clausole di salvaguardia, dietro l’angolo se non vengono reperiti 10 miliardi da spending review.

Renzi si è poi soffermato sulla necessita di proseguire con le riforme e sui risultati dei parametri economici, presentando con orgoglio il fatto che la crescita, che dovrebbe raggiungere a fine anno lo 0.6 – 0.7%, sia migliore delle ultime stime (ma in realtà perfettamente in linea con quanto previsto lo scorso anno), quindi, agli occhi di Renzi, la via intrapresa è giusta, l’Italia cresce come gli altri stati d’Europa: pare quasi una manifestazione di immane potenza, ed un incredibile successo. In realtà l’Italia cresce la metà rispetto alla media UE (1.4 – 1.5%) ed è fanalino di coda tra gli stati membri, assieme a Grecia, Finlandia ed Irlanda.

Inoltre non va dimenticato come il contesto globale, e questo, Padoan, di ritorno dal G20, lo ha ricordato, sia complesso. Solo gli USA mantengono tassi di crescita elevati, la Cina, seppur crescendo, non riesce più a rimanere attorno al target governativo del 7-8%, dovendo fare i conti con una realtà che, epurata da speculazione e finanza ombra (ed in futuro con i temi ambientali e dei diritti umani), non è più così devastante, complice anche la maggior magnitudine dell’economia cinese nel suo complesso. L’area UE, ed in particolare tutti i paesi emergenti (a meno dell’Africa che però ha una economia, nel suo complesso, ancora troppo piccola per poter far da traino globale), stanno vivendo un periodo di stallo, con crescita tentennante e non strutturale, sicuramente non stabile nel lungo periodo.

Questo complesso scenario, ove la domanda rimane bassa e quindi l’offerta, già satura, pure rallenta, viene in un periodo in cui le congiunture macroeconomiche sono tutte molto favorevoli e difficilmente ripetibili (QE in Usa e poi un UE, bassi tassi ovunque quindi costo del denaro ai minimi, prezzo del greggio basso) e ciò non può che destar sospetti sulle prospettive future, che vengono ulteriormente minate dalle possibili decisioni in tema monetario delle banche centrali Statunitense e Cinese.

Difficile quindi credere, che in un mondo così globale ed interdipendente, oltre che interconnesso, qualche “zero virgola” della crescita italiana ci possa mettere al sicuro per gli anni a venire e possa far da presupposto ad una reale ripartenza. Sembra più un fisiologico rimbalzo una volta toccati i valori minimi, in tutti i settori, da quando si tengono i dati delle serie storiche.

Altro tema toccato in modo pesante ed al quale hanno fatto riferimento anche i messaggi del presidente Mattarella e del Papa, sono stati i flussi migratori. Essi da anni, ma rappresentano una dinamica mondiale del prossimo futuro, son un evidente problema, e, dando atto a Renzi, è vero che l’Italia e la Grecia sono state lasciate sole, con la scusa che fondi europei venivano loro corrisposti per affrontare il problema. Adesso la questione si sta espandendo, pur non avendo mai smesso di causare morti, e l’opilione pubblica europea si sta sensibilizzando maggiormente. A questa maggior sensibilizzazione hanno contribuito le ultime tragedie: il tir in terra austriaca a con 71 cadaveri, e la foto del corpo esanime di un bimbo riverso sulla spiaggia; purtroppo, queste altro non sono che manifestazioni visive di quanto già ben sapevamo tutti in coscienza e cuor nostro e dispiace che debbano essere le immagini, peraltro crude e violente, a responsabilizzarci, come se i soli intelletto e capacità di ragionamento non ci fossero sufficienti.

La Germania, una volta ostile all’accoglienza totale (ricordiamo il pianto della bimba migrante quando una realista Merkel le faceva notare con parole schiette che la Germania non li poteva accogliere tutti), ha cambiato ora approccio ed è diventata patria dell’accoglienza e dei benvenuto ai migranti, idem per l’Austria e per la Finlandia (il Primo Ministro ha messo a disposizione la sua seconda sontuosa villa per accogliere i migranti), finanche all’UK, per la prima volta favorevole all’uscita dall’UE secondo i sondaggi, che si è impegnata ad accogliere 15’000 profughi andando direttamente a prelevarli nei paesi interessati, Siria principalmente (per evitare ondate incontrollate di migranti), pur non aderendo alla redistribuzione delle quote prevista dall’UE. A restare ostili rimangono le Nazioni dell’Est, come l’Ungheria di Orban, che invero sono solo un passaggio per giungere alla meta finale.

Se questo ritrovato spirito di solidarietà, aiuto ed accoglienza, saranno utili a salvare vite ed a meglio gestire il problema, sarà senza dubbio un buon risultato, ma, in particolar modo in riferimento alla Merkel, mi sorge (ma io sono malizioso, troppo forse) il tremendo dubbio che, considerando l’impatto sull’opinione pubblica dei cruenti fatti ed immagini che l’hanno mossa a pietà per i disperati che si imbarcano in un viaggio infernale con alta probabilità di morte, si sia convinta ad attuare una politica fortemente rivolta all’accoglienza per far salire ulteriormente la sua popolarità nei sondaggi. Una mossa più dettata dalla propaganda elettorale in vista delle venture elezioni, che dal buon cuore teutonico.

Tra qualche mese vedremo se la Germania sarà ancora “casa di tutti i popoli” ed in ogni caso questo dubbio non potrà essere sciolto con certezza.

06/09/2015
Valentino Angeletti
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Tra tasse ed immigrazione: Renzi e l’UE

Si finge stupore, quasi si ostenta forte risentimento, come se un nostro perimetro, una nostra zona di confort, fosse stata violata, ma in realtà non c’è da meravigliarsi in quanto, che sarebbe stato tenuto un simile atteggiamento, era noto da tempo (link).

Mi riferisco alla “forte e calda” raccomandazione europea di non proseguire con il taglio dell’imposta sugli immobili, della quale il Premier Renzi ha fissato il rito funebre per il 16 dicembre prossimo venturo. Alla dichiarazione del Premier dell’eliminazione dell’imposta sugli immobili, che, considerando l’alta percentuale di possessori di prima casa, riscontra sempre alto gradimento tra gli elettori, si sono succedute parole anonime (rimarcate come nè ufficiali nè ufficiose dal consigliere economico Filippo Taddei) della Commissione Europea che avrebbero definito il provvedimento non attinente alle linee guida da loro proposte, vale a dire aumento imposte sul possesso, sui patrimoni, sugli acquisti, e taglio di quelle sul lavoro e le attività produttive.

Chissà se è si tratta di un caso il fatto che il paese avente la maggior percentuale di possessori di abitazione sia la Romania, seguita a ruota dall’Italia, mente le economie più dinamiche e con maggior tasso di crescita si collocano nelle ultime posizioni di questa classifica.

La commissione UE, per bocca della portavoce del Commissario agli affari economici, Annika Breidthardt, si è limitata a dire che sono state recepite le parole di Renzi, note le sue intenzioni, ma tutta l’impostazione del progetto fiscale italiano verrà valutato al momento della presentazione, in ottobre, della prima bozza ufficiale di legge di stabilità, al vaglio della UE stessa. Renzi invece, da far suo, non si è limitato a presentare la sua idea di abolizione dell’imposta sugli immobili, in certi punti anche condivisibile, come per i terreni agricoli e gli imbullonati, ma si è scagliato contro la Commissione. Le parole pronunciate all’emittente radiofonica RTL sono state forti ed in sostanza redarguivano la Commissione sul fatto che si fosse permessa di dare suggerimenti su dove agire fiscalmente (in passato lo fece allo stesso modo anche il Governatore BCE, Draghi) ad uno stato, Italia, con dati economici migliori delle previsioni e che ha dovuto finora subissarsi, quasi in solitudine, il gravissimo problema, nei confronti del quale l’UE è stata effettivamente cieca, dell’immigrazione.

Su IMU, Tasi ed in generale sull’imposta sugli immobili della quale tanto si è qui scritto e parlato, fino ad aspri confronti, nelle legislature addietro, non mi stancherò mai di ribadire un concetto. Da un lato è indubbio che la tassa debba essere ridotta, o tolta, per tutte le attività produttive, a cominciare da quelle agricole, vada rivista l’imposta per gli imbullonati ed eliminata nel caso di capannoni sfitti o di imprese fallite (previa verifica ovviamente, per evitare speculazioni); ma ciò deve andare di pari passo con una revisione profonda delle agevolazioni fiscali che spesso sono eccessive quando decisamente senza motivo d’essere. Dall’altro lato urge una revisione del catasto, che sembrerebbe, ed auspichiamocelo, in via di perfezionamento, per le abitazioni domestiche. L’abolizione dell’imposta sulla prima casa varrebbe circa 3.47 miliardi, già una cifra non banale, per un bilancio come quello italiano, senza ricorrere ad una pesantissima spending review, includendo anche seconde ed ulteriori abitazioni, il gettito complessivo salirebbe a circa 23.9 miliardi, impossibili da trovare nelle pieghe del nostro bilancio (ricordiamo i vincoli Deficit/PIL ed il relativo percorso di rientro nonché il debito/PIL al 132% soggetto al fiscal compact europeo che impone di portarlo al 60% in 20 anni). La spending review, tanto sbandierata, su cui fior di commissari hanno lavorato inascoltati e pagati e che comunque a ancora da venire, può garantire coperture parziali, ma non totali, anche supponendo di racimolare tutti i 17 miliardi previsti, in parte destinati a disinnescare le clausole di salvaguardia ed in parte dirottate alla riduzione del debito; al momento non è ancora ipotizzabile concretamente  un aumento dei margini di flessibilità europei. Inoltre, va considerato che togliendo l’imposta immobiliare si va a colpire pesantemente il bilancio dei comuni, molti dei quali sono già abbondantemente in rosso e che quindi potrebbero dover ricorrere all’aumento di altre imposte locali, con il risultato di abbassare le tasse nazionali, alzando però quelle locali, in un bilancio che complessivamente rimane in pareggio, ma più spesso va a scapito del contribuente il quale in ultimo si trova soggetto ad un maggior livello impositivo.

Molto più lungimirante, e, se volgiamo, anche equa, sarebbe una revisione delle detrazioni e l’introduzione di una progressività, realmente funzionante, dell’imposta, basata sul nuovo catasto, che includa anche immobili ecclesiastici non adibiti a culto, possedimenti di enti, fondazioni, partiti e via dicendo. Di certo una azione in tal senso non sarebbe osteggiata dall’Europa che invece si pronuncerà sicuramente in modo negativo su una eventuale proposta di abolizione totale, come ad oggi pare voglia fare Renzi, in sede di presentazione e valutazione del DEF.

Tutte queste sono parole già dette insomma, che possono risultare quasi stucchevoli e ripetitive, ma tristemente sempre valide.

Se Renzi vorrà davvero abolire totalmente l’imposta sugli immobili il Ministro Padoan e tutto il suo staff dovranno, ma ne sono ormai abituati, sudare sette camicie.

Seppur inserite in un attacco all’Europa leggermente fuori luogo e che rischia di essere tutt’altro che produttivo quando la Commissione dovrà decidere se concedere o meno altra flessibilità all’Italia, va riconosciuto a Renzi di aver ribadito un grosso problema, quello dell’immigrazione, che solo ora a distanza di anni dalle prime tragedie che hanno scosso l’opinione pubblica (non di certo le prime in assoluto) sembra essere preso fattivamente in considerazione da stati come Francia e Germania, che si sono visti negli ultimi mesi interessati a loro volta da ondate migratorie via terra, foriere degli stessi drammi di quelle via mare. Quando le parole le richieste di aiuto e di impegno vengono dalla Merkel o da Hollande hanno un altro peso che quando vengono dalla penisola, dalla quale sono anni che si sollevano inascoltate ed anestetizzate dietro l’allocazione di fondi, forse anche colpevolmente mal gestiti, ma solo parte di una soluzione che richiede un’articolata politica comune che include risorse economiche e di mezzi, logistica, redistribuzione dei migranti ed anche interventi in loco nei paesi di origine.

L’Europa, pur ancora lontana da una soluzione concreta, sembra molto più sensibile ed operativa sul fronte migratorio da quando a far pressione è stata la Germania. Le richieste della Merkel di inasprire i controlli italiani nel Brennero sono state immediatamente recepite dal nostro Governo, ed il fronte comune, mai nato su altri temi, caldeggiato dal Cancelliere tedesco, tra Germania, Francia ed Italia per gestire il problema, pare godere di considerazione e margine di manovra a livello europeo. Esso, se ben strutturato, riuscirà a scardinare le resistenze di stati più restii all’accoglienza ed alla gestione attiva dei flussi migratori, quali l’Ungheria di Orban. A sensibilizzare le istituzioni ed i Governi non può e non deve essere stata la foto, pur oltremodo drammatica, di un bimbo esanime riverso su una spiaggia, immagine che campeggia oggi su molti quotidiani (alcuni altri si sono rifiutati di pubblicarla), perché si tratta di una tragica rappresentazione visiva di quanto ci è già noto da tempo accadere o in mare, o su terra, quando su una stiva di una nave, quando nel rimorchio di un tir, finanche tra gli angusti spazi di un cofano motore. Non possiamo essere cosi legati alla solo senso della vista, nell’era della diffusione digitale ed immediata delle informazioni.

Di sicuro ad attivare l’Europa sull’immigrazione non saranno le parole di Renzi, fin qui inascoltate a Bruxelles in più di una occasione e come probabilmente lo saranno anche quelle sull’imposta sugli immobili che in autunno, se proseguirà il progetto del taglio totale, dovrà essere rivista in sede di valutazione del DEF, ma se il fronte comune, ritardatario ma stavolta non per colpa italiana, bensì per disinteresse altrui, tra Italia – Germania – Francia fosse l’inizio di un percorso verso un’efficace gestione dei flussi migratori con i quali sempre più il vecchio continente dovrà misurarsi, sarebbe sicuramente notizia positiva.

03/09/2015
Valentino Angeletti
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