Ripresa dei lavori parlamentari: riforme costituzionali al centro, non senza la consueta possibilità di imboscate

Non sono ancora entrati a pieno regime i lavori parlamentari e già si affilano le armi per le “battaglie” che di qui al 15 di ottobre andranno a configurarsi. Il 15 del prossimo mese è stata definita come data limite entro la quale il Premier ha intenzione di porre la parola fine alle riforme del Senato e dei diritti civili, ambedue questioni assai spinose e che rischiano di gettare altro scompiglio, in aggiunta a quello già presente, all’interno del PD e della maggioranza trasversale di Governo, principalmente tra la parte di Renzi e quella del NCD.

Se la riforma dei diritti civili può rappresentare uno scoglio tra PD, e più in generale tra la sinistra, ed il NCD, storicamente più votato alla concezione, per così dire classica, della famiglia, la riforma costituzionale del Senato è un grosso ostacolo che prevarica i confini prettamente partitici, anzi, si insinua forse con maggior forza proprio all’interno del partito di maggioranza: il PD.

L’Ex Segretario PD, Bersani, esponente dell’area moderatamente dissidente, in quanto critico senza contemplare affatto l’ipotesi di una sua uscita dal PD, nè tanto meno quella di una più profonda scissione, ha dichiarato che non debbano esistere linee di Partito e che ognuno, in un tema delicato come quello della riforma costituzionale, debba votare secondo coscienza, come crede. Antipodico, invece, è il pensiero del Premier, nonché segretario PD, Renzi, il quale ha sempre sostenuto di essere disponibile al dialogo ed al confronto, ma ha anche sovente dimostrato di non scostarsi facilmente (per non dire mai) dalle sue posizioni, ed infatti la conclusione della locuzione che gli appartiene: “si discute e ci si confronta” risulta essere: “ma poi decido”, come è stato possibile verificare in ben più di una occasione. Per Renzi, appunto, è possibile discutere, ma poi il Partito, una volta deciso, dovrebbe muoversi unito ed all’unisono. Il grosso problema di queste differenti vedute è che la minoranza DEM e l’ala renziana sono discordi su un punto qualificante la riforma, l’unico per il Premier e la sua compagine davvero nè modificabile nè discutibile. Si tratta dell’Articolo 2, cioè dell’elettività o meno dei membri del nuovo Senato che, per come è configurato l’attuale impianto, risulterebbe principalmente di nominati dai partiti. Il rischio, a detta dell’ex sindaco fiorentino, è di dover ripartire daccapo con l’iter parlamentare, cosa che non è necessariamente vera. Il passato ha mostrato come la determinazione di Renzi sia ben più potente rispetto a quella di una minoranza di cui non sono chiare ne prospettive, nè intenzioni, ma stavolta anche la minoranza interna ai democratici sembra convinta ed unita a non mollare, vuole assolutamente che il Senato rimanga elettivo.

Paradossalmente vi è più apertura, circa l’impianto della nuova legge elettorale, con il fronte del NCD e di FI, principalmente interessati a rivedere il meccanismo di premio di maggioranza che conferirebbe un premio ai partiti tosto che alla coalizione, che con il PD stesso.

Il Premier ed il Ministro Boschi si sono detti certi di avere i numeri in Senato per portare a compimento i vari disegni di riforma, affermazione apostrofata come falsa secondo Romani, portavoce di FI. Questo punto è di fondamentale importanza perché, a meno di imboscate sempre possibili anche tra le file NCD (alcuni parlamentari NCD secondo talune testate sarebbero già pronti ad opporsi in merito alla riforma del Senato), potrebbe essere utilizzato come pedina di scambio da parte di NCD e FI per appoggiare Renzi sulla stessa riforma del Senato.

Senza sostegno di NCD e FI e con una compatta linea della minoranza Dem, il Premier Renzi potrebbe davvero essere in difficoltà a mantenere la maggioranza parlamentare (anzi, non raggiungerebbe il numero minimo), anche con l’appoggio, in questa fase fondamentale, della fronda fuoriuscita da FI dei Verdiniani. Nel caso di evidente insufficienza della maggioranza, ma anche qualora la maggioranza non fosse così forte, potrebbe subentrare Matterella, dettosi intenzionato alla protezione della costituzione, e richiedere una verifica della reale sussistenza di una maggioranza di Governo. Napolitano invece, ex presidente della Repubblica, lanciando un suo proverbiale monito, ha invece rimarcato l’importanza di portare a compimento la riforma, spalleggiando, come fatto costantemente durante il suo mandato, Renzi.

Per i dissidenti DEM e per tutti coloro, M5S e Civati inclusi, che potrebbero avere interesse, più o meno manifestato in passato, nel far cascare il Governo ed andare a nuove elezioni, questa fase di ripartenza parlamentare rappresenta l’occasione giusta. Inoltre, anche il fatto di una possibile necessità dei Verdiniani per l’approvazione delle riforme, è indubbiamente un’arma nelle mani della minoranza DEM che potrebbe, una volta in più,  rimarcare la distorsione che, internamente al PD, è da tempo evidente e della quale alcuni hanno già preso atto, mentre altri si ostinano a non voler digerire o metabolizzare, radicati ad un concetto di partito ormai obsoleto e non più ripercorribile, almeno sotto questa dirigenza.

In ultimo, non va dimenticato che le riforme costituzionali sono decisamente importanti, ma, volendo riportare l’attenzione sulle questioni più concrete e sottolineate in contesti europei, andrebbero affrontate con estrema urgenza anche le riforme economiche per sfruttare le ormai tanto menzionate congiunture macro positive e non perdere ulteriore tempo.

09/09/2015
Valentino Angeletti
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