Archivi Mensili: ottobre 2015

Legge di stabilità: troppi ripensamenti, sintomo di inconsistenza politica ed assenza di piani a medio – lungo termine

Documento di Economia e Finanza: questo è il tema che sta catalizzando l’attenzione politica e con essa, al seguito, le polemiche, accentuate dal fatto che ancora, nonostante sembrasse che il DEF fosse già pronto, controfirmato e vidimato dall’Europa, non è stato presentato in Parlamento in via definitiva, e solo pochi politici hanno tra le mani la bozza in stato avanzato. In queste ore il testo è presso i tecnici del Quirinale e passerà, dopo la visura quirinalizia, in Senato.

I media, che mai come in queste circostanze, assai sentite dai cittadini perché le conseguenze andranno a toccare direttamente i loro portafogli, sono alla mercé del posizionamento politico e della propaganda, quindi pur filtrando parole e dichiarazioni ed andando a considerare solo i più diretti interessati che dovrebbero essere quanto di più preciso sulla scena, l’impressione che se ne ha dall’esterno è quella, non troppo positiva, della presenza di troppi ripensamenti, probabile sintomo di inconsistenza politica ed assenza di quei necessari piani di medio – lungo termine da tanto richiesti ed auspicati.

Oltre al nodo delle pensioni, che non sarà trattato neppure in questa finanziaria e rimarrà irrisolto, con buon pace di coloro che si trovano in un limbo d’incertezza ed indeterminatezza divenuto ormai ossimoricamente stabile, e non si fa riferimento solo agli esodati, ma anche a tutti coloro che, essendo giunti qualche mese prossimi al pensionamento, si sono trovati a non avere la minima idea di quando potranno ritirarsi da lavoro, nè di quanto percepiranno, pur sicuri di un importo inferiore, vi sono il tema della tassa sugli immobili, quella dell’aumento del contante da 1’000 a 3’000€ ed infine il canone Rai.

Tornando un attimo sulle pensioni, le ultime voci autorevoli, quindi dello stesso Ministro Poletti, parlavano di un possibile part time, al 50%, a cominciare da 4 anni prima della data di conseguimento dei requisiti per il ritiro dal lavoro, con assegno decurtato del 30-40% (leggermente superiore al 50% che spetterebbe matematicamente) e con contribuzione piena. Questa misura è stata criticata da molti, citiamo solo la critica più incisiva, quella del Presidente dell’INPS, Tito Boeri, secondo il quale non va assolutamente bene continuare ad agire con misure estemporanee senza modificare complessivamente un impianto ed una normativa che necessita chiaramente di cambiamenti per giungere ad una sostenibilità definitiva e costante. Il fatto che il DEF non aggredisca l’atavico problema previdenziale in questi termini e con obiettivi di lungo periodo, a detta del Professor Boeri, è una sconfitta, tanto che egli starebbe pensando di tornare al suo vecchio lavoro, riposizionandosi dietro una prestigiosa cattedra economica milanese.

In merito all’argomento dell’imposta sugli immobili, i più attenti ed i diretti interessati (statisticamente circa l’80% delle famiglie, anche se considerando la concentrazione degli immobili nelle mani di medesimi proprietari, sospetto che siano in realtà ben di meno ed in ogni caso tutte vecchie generazioni) non avranno potuto non notare che, nelle prime dichiarazioni, Renzi affermava l’abolizione sia di TASI che di IMU, ma solo sulle prime case. Poi si rendeva (o loro informavano) che l’IMU si riferisce solo alle seconde case, allora il Premier rettificava dicendo che avrebbe abolito la tassa sugli immobili per tutti, indistintamente. In un terzo tempo invece, rettificava nuovamente, escludendo dalla esenzione ville e castelli. Subentrava, come saetta a ciel limpido, una ulteriore modifica: reinserimento dell’IMU sulle seconde case, con tanto di possibilità di aumento dell’aliquota addizionale comunale fino allo 0.8 x 1000.

Muovendo verso il tema del limite al contante, anche il preciso Padoan, colto in flagranza di contraddizione, è costretto a confermare di aver cambiato radicalmente idea: prima infatti, era fervente sostenitore di limiti, ben più bassi di 1000€, in favore della diffusione dei pagamenti digitali, ora invece sostiene che il tetto a 3’000 € non faccia altro che allineare l’Italia agli altri paesi europei (non ci dilunghiamo ulteriormente perché abbiamo già toccato l’argomento: Link 1Link 2). Pur ritenendo che avere un limite al contante di 1’000 o 3’000 € non cambi nulla nè a livello di evasione e neppure di incremento dei consumi e della spesa, se non in misura impercettibile, ritengo che sia un passo indietro, ostativo rispetto alla necessaria diffusione e cultura dell’uso di carte di pagamento elettroniche, elemento che dovrebbe concorrere al processo di digitalizzazione della popolazione italiana, ancora ben lontana dagli standard degli altri paesi europei e lontanissima dagli ordinatissimi e precisi nordici.

Il senso di incertezza al quale i cittadino, ormai avvezzo, si trova di fronte, aumenta se si tocca il tema del canone Rai. La proposta di inserirlo in bolletta è stata recepita con estremo sospetto dalle utility energetiche, a mezzo delle quali bollette dovrebbe essere riscossa l’imposta sul possesso della TV (o di qualsiasi apparecchio atto a ricevere onde radiotelevisive in chiaro), per via dei molti problemi tecnici e burocratici (presenza di due componenti eterogenne, eventualità di mancato pagamento, sanzioni, seconde case, non possesso di TV, ecc) ed anche legali (una tassa all’interno di un’utenza non sarebbe permessa dal codice vigente). A schierarsi contro l’ipotesi di accorpamento è stato anche il Presidente di Assonenergia, Chicco Testa, riunendo il giudizio avverso di tutti i gestori elettrici. A prescindere da ciò, che comunque aiuterebbe a combattere l’evasione del canone, va detto che, supponendo di recuperare buona parte dell’evasione, la somma di 100 € della nuova bolletta rispetto ai precedenti 113 €, conferirebbe all’erario un’entrata complessiva ben superiore; allora sorge la domanda sul perché non si potesse abbassare ulteriormente. Alcune stime indicano 70-80€ la cifra del nuovo canone che avrebbe consentito di pareggiare le entrate del precedente. A corollario del tutto vi sono la valanga di dichiarazioni in merito alla dilazione di pagamento: inizialmente si parlava di unica rata ad inizio anno, poi due rate da 50 €, una all’inizio ed una a metà anno, poi addirittura 4 trance da 16.66 €, una per trimestre, infine pare si stia tornando vero l’ipotesi di due rate.

Renzi continua ad affermare con convinzione e supportato da ogni tipologia di media, che il Def abbassa sostanzialmente le tasse, ma anche all’interno del suo stesso partito non tutti sono d’accordo, ad iniziare da Chiamparino, il quale è arrivato a minacciare le dimissioni, per i tagli agli enti locali, province e regioni e per la diminuzione dei trasferimenti da 3 a 1 mld. Secondo il presidente della conferenza delle regioni, con questi presupposti è impossibile garantire servizi e sanità senza aumentare tasse locali. Ripensandoci Sergio Chiamparino ha ritirato, in un secondo tempo, l’ipotesi di lasciare l’incarico (quasi a non voler essere da meno della volatilità del DEF), ufficialmente per cercare di modificare il Documento di Economia e Finanza, i più maligni però dicono che il ripensamento sia figlio del piacere della poltrona.

In tutto ciò, che definir marasma è quasi bonario, il cittadino – contribuente, che può capirci?

Non avrebbe dovuto essere questa l’era delle certezze normative e contributive, anche finalizzate a favorire gli investimenti, la spesa, la fiducia?

A me non pare…. e sembra non parere neppure a Fitch, che ha confermato il rating italiano a BBB+, con outlook stabile, mettendo in guarda dal debito, previsto oltre il 120% almeno fino a fine decennio, e da una dinamica economica, sì in lieve ripresa, tanto da aver allontanato il rischio di insolvenza, ma ancora estremamente fragile ed in balia di una molteplicità di potenziali perturbazioni interne ed esterne.

Del resto tutti questi ripensamenti lasciano sospettare la totale assenza di piani strutturati e startegici di medio – lungo periodo (come sottolineato da Boeri), nonché legittima il sospetto di un carisma e spessore politico non sufficiente per affrontare una complessa fase di transizione e mutamento economico – sociale di livello globale, come quella che ci stiamo trovando ad attraversare.

24/10/2015
Valentino Angeletti
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Recensione all’opera: Arrivo. Prima o poi. Un libro contro la puntualità. Di Amedeo Testa

Recensione all’opera:
Arrivo. Prima o poi
Un libro contro la puntualità
Di Amedeo Testa (Facebook – Amedeo Testa)

In altri tempi qualcuno avrebbe gridato a squarcia gola: “Clamoroso al Cibali!!!”, i più dotti, delicati ed aulici si sarebbero espressi con uno: “Chapeau”, i cultori della commedia italiana leggera degli anni novanta non avrebbero lesinato un: “Libidine … doppia libidine … libidine, coi fiocchi”.

Io mi esprimo più semplicemente, senza citazioni, ma dico:
Insomma ragazzi, siamo di fronte ad un capolavoro assoluto, una delle più alte pagine della storia contemporanea. Peccato che i Nobel siano già stati assegnati, altrimenti il vincitore sarebbe stato oltremodo scontato” .

La riprova universale di un livello di sommità a memoria d’uomo mai raggiunto, se non, forse, in alcune pagine di Dantesca stesura, è
incontrovertibilmente manifesta nella pioggia di “Mi Piace” che hanno popolato la pagina ufficiale di FaceBook ….
E se lo dice FB non può che essere vero.
Chi, or ora, avrebbe il coraggio di smentire un siffatto oracolar strumento?

A cosa mi sto riferendo?
Mhà, ….
Di preciso non si sa ….
Nessuno lo sa ….
Probabilmente ad un libro.

Alcune indiscrezioni reperite da fonti vicine al Bildeberg rivelano che si dovrebbe trattare di un tomo, un’opera letteraria.

L’Autore, o meglio “Il Maestro” (si sarebbe chiamato “Divino” se questo epiteto non fosse già stato coperto da copyright), è di assoluta perizia, nel senso che è un perito informatico (poco appassionato, mormorano i fortunati conoscenti), non ha mai scritto alcuna pagina letteraria, ma di certo, se lo avesse fatto, le sue opere avrebbero avuto una tiratura di copie svariati ordini di grandezza superiore a quelle della Bibbia di Gutenberg.

Pare sia laziale, nel qual caso sarebbe l’unico difetto: quella macchia immancabile in qualsivoglia divinità del Pantheon, presente solo ed esclusivamente per volontà superiore, così da conferire umanità alla perfezione.

Il libro, ma potremmo già chiamarlo capolavoro, è un’opera che Il Maestro avrebbe voluto scrivere da almeno 20 anni, ma non ha potuto, o meglio non ha voluto, farlo. Non per gli impegni, che gestisce magistralmente, ma per non contraddirne il contenuto, per far fede all’insegnamento che si prefigge generosamente di dare al mondo con il suo pungente tratto di stilografica e calamaio.
Il lavoro affronta infatti la puntualità:
ne è convintamente contro. Chiaro dunque che un’opera dalla simil trama non poteva arrivare se non in ritardo e 20 anni sono stati ritenuti dall’Autore sufficienti.

Il nascituro volume ha già permeato il globo di aspettative indescrivibili, del resto “Il Maestro” ha affermato che in esso è racchiuso un sapienziale antidoto che aiuterà il mondo e tutta l’umanità a vivere meglio, non è pertanto ammesso dubitarne.

La puntualità infatti è un concetto innaturale, da prevaricare, superare, abbandonare, cancellare dalle menti, è un artifizio, fonte di stress e malessere.

Quando l’uomo si svincolerà da questo concetto, dando ad una porzione del proprio enorme intelletto la possibilità di tornare allo stato di belva, avrà compiuto un passo verso la felicità.

In questo saggio v’è racchiuso un grimaldello potentissimo in grado di aprire ogni porta che vincoli al tempo, alla fretta ed alla puntualità, un passepartout abilitante al ritorno a quella lentezza, propria dell’uomo, che i tempi moderni hanno offuscato rendendola quasi vergognosa.

19/10/2015
Valentino Angeletti
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DEF: ammiccamento al CDX con critiche bipartisan, in attesa di Bruxelles

Definita la prima versione “consolidata” della legge di stabilità o Ex Finanziaria, al secolo DEF, ovviamente divampano le contestazioni e le polemiche. Come spesso accade, anzi in questa circostanza più di altre volte, il malcontento sembra essere bipartisan, proviene dai sindacati, dal centro sinistra, dagli industriali, ma anche dal centro destra, che in ogni caso è l’unico ad aver manifestato condivisione ed approvazione rispetto ad alcuni provvedimenti, i quali senza timore di smentita, possiamo annoverare con tutta tranquillità tra quelli che furono cavalli di battaglia del precedente leader di FI, Silvio Berlusconi. Facile intuire il riferimento all’abolizione totale dell’IMU sulla prima abitazione ed all’innalzamento della soglia di uso del contante, portata da 1’000 a 3’000 euro. Nonostante ciò il governatore della Liguria, Giovanni Toti, rappresentate di FI, non ha lesinato critiche asserendo che la manovra non fa altro che dare da una parte, togliendo dall’altra, per un bilancio complessivo non certo favorevole alle tasche del cittadino.

Da parte dei Sindacati, e la minoranza Dem è sulla stessa lunghezza d’onda, arriva la delusione più profonda, innanzi tutto per i bassi aumenti ai dipendenti statali, che malapena raggiungono i 5 euro lordi al mese, ma soprattutto per l’incapacità del Governo, ancora una volta, di mettere una pezza alla riforma delle pensioni, che di fatto non rientra in questo DEF e che, secondo il Governo, verrà affrontata nel 2016, ma pare senza modifiche sostanziali dell’impianto Fornero, introducendo solo la possibilità di Part Time anticipato. Ciò non risolve il problema di tutti coloro che si sono trovati, nel giro di pochissimi mesi, dall’avere l’età pensionabile distante pochi mesi, al vedersela spostata avanti di svariati anni (5 – 7) e che adesso non sanno nè quando andranno in pensione, nè con che remunerazione. Questa condizione di incertezza getta coloro che sono alle prese con lavori più impegnativi o stancanti, sia dal punto di vista fisico che mentale, in un grande sconforto che rasenta la depressione (e parlo per testimonianze personali, non a caso), aggravata dalla potenziale decurtazione dell’assegno previdenziale (spesso già insufficiente per vivere) in caso di ritiro anticipato, ancora non possibile. Se è corretto far valere il principio di “percepire quanto versato nella vita lavorativa”, è anche vero che non si può imporre a coloro che, incolpevoli, hanno versato quello che, secondo norme di legge vigente all’atto dei versamenti, andava versato, una così profonda revisione dei regolamenti e dei meccanismi tale da ridurre le pensioni del 30 – 50% su potenziali cifre lorde di 1’000 euro o poco più. Non viene risolto neppure il problema degli esodati, anch’essi in un frustrante limbo. Sempre i sindacati poi sono assai contrari all’abolizione dell’IMU sulla prima casa, dicendo che sostanzialmente vengono agevolati i ricchi ed i detentori di ville e castelli, rispetto a coloro che hanno dimore modeste e che spesso risultavano già esenti da IMU (almeno prima della riforma in vigore attualmente). Dello stesso avviso risulta l’Ex Premier e professore in Bocconi, Mario Monti, il quale ha asserito che abolendo l’IMU è stata tolta una sorta di patrimoniale presente in tutta Europa, utile, progressiva e realmente equa nei confronti dei contribuenti, e da questa comunanza di vedute “Sindacato – Monti”, si capisce come sia impossibile in questa fase politica discernere con chiarezza chi sia e si comporti secondo principi di CSX e chi secondo quelli di CDX, di certo questa manovra assurge più a documento ascrivibile ad una forza affacciata a destra. In questa sede non si ritira quanto ribadito a più riprese sull’imposta sulla prima casa, ossia, che previa revisione del catasto, essa rimanga indispensabile ed utile ai fini del bilancio pubblico e dell’equità sociale, soprattutto in presenza, come siamo da anni, dell’incapacità politica di aggredire  una spesa pubblica eccessivamente corposa in relazione alla qualità di alcuni servizi e sbilanciata verso entità inutili (da ministeri che comunque avranno budget decurtato, fino a partecipate pubbliche, enti regionali e provinciali ecc, ecc). Altro provvedimento “divisivo” e rigettato dai sindacati, è l’aumento dell’uso del contante a 3’000 euro, dai 1’000 precedenti. Secondo le associazioni sindacali la misura non farebbe altro che agevolare l’evasione e l’elusione, opinione condivisa dal Governatore di Bankitalia e dalla minoranza Dem. A opione di chi scrive, come si disse all’articolo ivi segnalato, questa aumento avrà effetto sostanzialmente nullo, sia dal punto di vista dell’evasione che dei consumi. Le frange interne dei Democratici sono allineate alle motivazioni di critica alla manovra avanzate dai sindacati, differenti invece, all’interno della stessa frangia Dem, sono le modalità di dissenso: da un lato Alfredo D’Attorre, pronto ad uscire per raggiungere Fassina, dall’altro i soliti, inossidabili, sostenitori della Ditta che fino ad ora, per non voler essere causa di scissioni, hanno sempre accettato le condizioni dettate dal premier, si tratta di Cuperlo, Speranza, Bersani, assolutamente contrari all’impianto della manovra e disposti, a parole, a non votarla.

Sul fronte del CDX le maggiori critiche sono rivolte ai tagli agli enti comunali, pari a 600 milioni circa, ma tutto sommato, nonostante le critiche dovute più ad una presa di posizione che ad un dissenso reale, il CDX (in particolare FI) può dirsi soddisfatto. In questa legislatura ha ottenuto la rimozione dell’IMU,  l’aumento a 3’000 euro dell’uso dei contanti, l’abolizione dell’articolo 18, risultati che neppure il leader Berlusconi, nonostante li abbia fortemente cercati, non fu in grado di mettere in cascina.

Anche per Confindustria, ridimensionando una prima analisi positiva del presidente Squinzi, la manovra è poco coraggiosa: mancano i necessari investimenti in crescita, v’è un taglio del 50% degli sgravi per le assunzioni e non è presente sufficiente interesse per il sud, al quale avrebbe dovuto essere dedicato un master plan ad hoc, ma ancora sconosciuto. A fare da cassa di risonanza a questa posizione è stato il raduno dei giovani di Confindustra tenutosi a Capri.

A difesa del provvedimento di innalzamento all’uso dei contanti, proprio da Capri, si è schierato il ministro Padoan, che afferma la certezza che ciò non avrà impatti negativi sull’evasione ed a riprova di ciò porta l’esempio degli altri paesi UE, dove a detta del ministro non v’è correlazione tra limite al contante ed evasione. Andrebbe però fatta notare a Padoan la grande correlazione che c’è tra uso della moneta elettronica ed evasione e tra valore del PIL e scarso uso del contante. Il confronto sarebbe impietoso, infatti a PIL maggiori corrisponde basso uso del contante ed a frequente uso di moneta elettronica corrisponde bassa evasione. Sarebbe bene istruire gli italiani all’uso delle carte di pagamento, i quali, una vota appurata e testata la loro semplicità e comodità, probabilmente, a prescindere dai limiti ai contanti, difficilmente torneranno indietro all’uso delle banconote, come accade nei paesi più progrediti del nord Europa. Il Premier sostiene l’impianto di una manovra che dal suo punto do vista riduce le tasse, agendo con giustezza ed equità, senza dover per forza di cose essere ricondotto alla destra o alla sinistra. Come detto sopra, una maggior vicinanza al centro destra è comunque innegabile. Che siano presenti elementi positivi non può essere negato, ma l’eventuale riduzione delle tasse centrali deve essere rapportata agli aumenti che potrebbero apportare gli enti locali a seguito dei tagli presenti; come al solito potremmo essere di fronte ad una ben nota “partita di giro”.

Il DEF adesso dovrà passare le forche caudine dell’UE, che ha già bocciato la legge spagnola. Il Premier, con la sua proverbiale “spavalderia” nel parlare entro i nostri confini, dice che riproporrà la manovra tal quale, fino a che non verrà approvata, nel mentre punta ad ottenere ulteriori 0.1-0.2 punti percentuali di flessibilità per la tragedia dei migranti (che infondo, in questo frangente, hanno la loro utilità). Forse il complesso della legge di stabilità non verrà bocciato, ma è difficile pensare ad un totale silenzio da parte di Bruxelles, visto l’alto deficit presente, il basso peso degli investimenti, il taglio dell’IMU, imposta sul possesso sulla quale l’UE ha suggerito di spingere, le numerose coperture basate su stime incerte (evasione, volountary discosure etc) e non troppo care alla Commissione, la riduzione di oltre il 50% dei tagli alla spesa (spending review che passa da 17 a 10 ed ora a 5 miliardi).

Attendendo il responso dalla capitale Belga, non è difficile ipotizzare che, qualora siano evidenziati  punti di attenzione, il Premier, che comunque può vantare dati economici in lieve miglioramento, parlerà con tutt’altro vigore e tono rispetto a quanto fatto qui in Italia.

18/10/2015
Valentino Angeletti
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Riforma del Senato, con alle spalle il DEF su pensioni e contanti

Missione compiuta, potrebbe, a ragione, asserire il Governo Renzi, giustificando di fatto la relativa tranquillità manifestata durante la votazione dei singoli emendamenti. Il Senato infatti ha approvato a larga maggioranza, con 179 sì, 16 no, 7 astenuti, la riforma del Senato, o DDL Boschi, che annovera la giovane aretina Maria Elena, tra le figure di spicco di questa legislatura e la proietta verso posizioni di sempre maggior prestigio in un venturo esecutivo Renzi, un “curus honorum” che il Premier vorrebbe la portasse alla presidenza della Camera, che, dopo la trasformazione del Senato, assumerà potere preminente, appoggiata, pare, dal sostegno istruttivo dei mentori Giorgio Napolitano ed Anna Finocchiaro. Durante il passaggio parlamentare, che ha approvato la riforma alla Camera Alta rappresentandone di fatto un “auto-suicidio”, si è verificato l’aventino delle opposizioni, tra cui M5S, Lega e FI, che non hanno preso parte alle votazioni. All’interno della Minoranza Dem, invece, la forte opposizione che, dalle solite ed ormai poco auterovoli voci, sembrava volessero mettere a ferri ignique i palazzi romani, c’è stata la solita rassegnazione, ad esclusione dei più pugnaci Corradino Mineo, Felice Casson e qualche altro prodigo seguace. Ora, il successivo passaggio alla Camera, rappresenta poco più che una formalità, ed eventuali tentativi di bloccare la riforma potranno avvenire solo in seno al referendum confermativo, durante il quale, per finalizzare un fronte degno di rilevanza, dovrebbe creare un metlin pot politico (da SEL a Lega, da M5S a Berlusconi) che, a paragone, la contaminazione etnica delle americhe e degli USA, pare ben poca cosa. Il Senatore a Vita e Presidente Emerito Giorgio Napolitano, si è prodigato in un discorso a favore delle riforme costituzionali, al quale hanno fatto seguito aspre critiche delle opposizioni, da Berlusconi, che a suo tempo fu strenue sostenitore della rielezione di Napolitano, a Vendola, il quale ironizza piccato, come la costituzione precedente fosse stata redatta, nel 48, a firma Terracini ed ora vi sia apposta quella di Verdini (anche se va evidenziato che per il voto finale il supporto dei Verdiniani non ha costituito un fattore discriminante).

Volendo fare una considerazione su Napolitano, effettivamente va detto che ha sempre sostenuto la riforma, sia del Senato che della legge elettorale (in realtà è stato uno dei maggiori sostenitori del Governo Renzi), ma l’auspicio, o proverbiale monito, dell’ex Presidente della Repubblica era di una riforma che fosse il più possibile condivisa, come lo fu nel 48, quando parti politiche diverse ed antitetiche, intavolarono un armistizio a pro della governabilità e dell’interesse della cosa pubblica, alias cittadino. Tale riforma non pare aver conseguito la condivisione auspicata e necessaria. Gli emendamenti spesso sono andati avanti come atti di forza, ed anche il passaggio complessivo al Senato, con 179 voti, non è quella quasi unanimità che avremmo voluto vedere in una riforma così delicata e piena di implicazioni. Del reso gli scontri aspri, e verbali ed a volte quasi fisici, si sono susseguiti ed ampio è il malcontento (il M5S, Di Maio Luigi, fa notare come se fosse in vigore il nuovo Senato, Mantovani, vice governatore della Lombardia in forza a FI, indagato per appalti truccati, godrebbe di immunità e non sarebbe perseguibile).

Detto ciò il percorso della riforma del Senato pare in discesa, e sarà costituito da 24 consiglieri regionali e 21 sindaci.

Le polemiche delle opposizioni, in attesa della battaglia del referendum confermativo, si spostano sull’economia, in vista della stesura del DEF.

Le misure sotto la lente sono un paio: la riforma delle pensioni e l’innalzamento a 3000 € dell’uso del contante.

Sulle pensioni, va dato atto al Premier quando dice che prima di agire su temi delicati come le pensioni e che hanno creato tanto caos e grossi problemi in passato, è bene pensarci una volta in più prima di fare “pastrocchi”. In linea di principio nulla da eccepire, all’atto pratico invece, siamo di fronte alla necessità impellente di modificare i meccanismi pensionistici per sanare la questione degli esodati e chiarire la situazione di quei lavoratori, dipendenti, ma principalmente partite IVA ed autonomi, che si sono visti decurtare il corrispettivo ed allungare, dall’oggi al domani, la vita lavorativa di svariati anni, senza ad ora avere idea di quando sarà il loro turno per il ritiro dal lavoro, comportando per alcuni una pressione psicologica non irrilevante. Sarebbe quindi doveroso, anche senza modifiche complessive che richiedono giustamente uno studio più approfondito, mettere una pezza alle situazioni di limbo che si sono create e che gravano sulle spalle di tanti lavoratori.

L’incremento dell’uso del contate dai 1’000 ai 3’000 €, come per le pensioni del resto, ha attirato le critiche della minoranza Dem, che per bocca di Bersani rappresenta un assist all’evasione e riciclaggio. Il Governatore di Bankitalia, Visco, ha la medesima visione dell’ex segretario PD, mentre l’Agenzia delle Entrate rileva che il provvedimento potrebbe aggravare il bilancio degli istituti di credito con oneri pari a 8 bil, i quali, aggiungiamo, non è difficile che si ripercuotano sui correntisti, come spesso accaduto in passato. Per la Voce.info invece, così come per Confcommercio, il provvedimento andrebbe a vantaggio di piccole e medie imprese e degli anziani. In realtà è assai difficile pensare che un anziano possa andare a spendere 3’000 € in contati, differente sarebbe per le soglia di cui era stata avanzata l’ipotesi di 50 o 100 €. Pagamenti in contanti di 3’000 €, anche ipotizzando facoltosi turisti, peraltro avvezzi all’uso della moneta elettronica, sono sporadici e relegabili ai soli pagamenti di lavoretti domestici ed edili i quali, grazie alle agevolazioni fiscali confermate, non rendono più conveniente l’evasione. Il Premier afferma di voler allineare il valore agli altri paesi europei, come la Francia. Il punto però, è che negli altri stati europei i livelli di evasione fiscale sono decisamente più bassi e l’uso della moneta elettronica assai diffuso, se non prassi comune anche tra i più anziani e per acquisti minimali, come il pane. In Italia non v’è questa mentalità (nè possibilità, perché pagare un caffè con il bancomat spesso non è consentito dal gestore, mentre è naturale in Danimarca), ed è compito del Governo introdurla con lo scopo ultimo di combattere l’evasione. Per tali ragioni, differentemente dai limiti ridicoli di 50 o 100 €, innalzare dai 1’000 ai 3’000 € sembra portare più vantaggi a potenziali medi evasori che a sostenere il commercio; parlandoci chiaro, in pochi girano con 1’000 € in contanti per una spesa in unica soluzione, la grande evasione non è toccata da questa misura, essendo le cifre in gioco sono bel altre, quindi l’impatto complessivo pare, ad una prima analisi, limitato o con leggero vantaggio per la media evasione. Esiste invece il passo indietro sull’istruzione all’uso diffuso delle carte di pagamento, mentalità che nel cittadino italiano, ben poco digitalizzato culturalmente, è ancora lontana e che la politica, tramite l’azzeramento dei costi d’uso, gestione e mantenimento di questi strumenti e con campagne informative e pubblicitarie ad hoc, ha il compito di indirizzare. Qualche giornalista malizioso ha asserto che d’ora in poi le cene di rappresentanza di sindaci e politici possono eccedere, del triplo, il “millino”.

 

14/10/2015
Valentino Angeletti
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Riforma Costituzionale: la contraddizione tra il proposito e l’azione

Indubbiamente la vicenda che più ha sparigliato le carte nella scena politica degli ultimi mesi, è stata la trasmigrazione di Verdini, con al seguito una decina di suoi stretti e fidati uomini. L’azione ha sorpreso il centro destra, poiché l’alleanza e l’amicizia tra Verdini e Berlusconi è storica, sembrava inossidabile, una simbiosi omozigotica. Altresì ha sorpreso anche il Centro Sinistra perché il PD si è sempre scagliato contro Verdini, principalmente per via delle sue pendenze giudiziarie, ed ora se lo trova quasi alleato. Dennis Verdini ha fin da subito manifestato la sua intenzione di supportare il Governo nel percorso delle riforme, entrando di fatto nell’area di maggioranza, pur continuando a sostenere di non aver nulla a che spartire con il PD e/o con la maggioranza. Il senatore toscano, ex macellaio e veterano della politica, non nasconde il suo sogno, neppure troppo remoto, di poter creare un’area centrista di grandi dimensioni, che ricalchi quella che era la vecchia DC. Parte di questo progetto consisterebbe anche nel coinvolgimento di Renzi, allontanandolo dall’ala più radicale del partito democratico, separazione già da tempo in atto, sicché il lavoro di avvicinamento ai verdiniani non è stato particolarmente ostico o nascosto.

L’uscita di Verdini con suoi 10 adepti ha indebolito ulteriormente un CDX che stenta a trovare un'”anima” ancor prima che un assetto minimamente stabile o un programma anche lontanamente condiviso, ed ha, al contempo, rafforzato Renzi che può dormire sonni più tranquilli, almeno fino a quando Verdini non passerà alla cassa avanzando richieste per il suo sostegno, e contare su una decina di persone che potrebbero controbilanciare eventuali mal di pancia interni al PD e manifesti, non in sale ospedaliere, ma in sede di voto parlamentare.

Effettivamente, nonostante Verdini avesse fin da subito sostenuto le riforme di Renzi (ma vista la lungimiranza e astuzia del soggetto potrebbe aver pianificato tutto in largo anticipo), i suoi voti, durante le ultime votazioni parlamentari sul DDL Boschi, sono stati assolutamente utili in un contesto ove non è stata in ogni caso raggiunta la maggioranza assoluta dell’Emiciclo. Le forze di Governo tendono a minimizzare, ma i numeri dicono tutt’altro e sanciscono, se non la necessità, l’estrema utilità del gruppo di Dennis.

Mentre la minoranza Dem si mostra offesa da questa nuova esplicita sinergia, ricordando il titolo de L’Unità (ad oggi giornale di partito del PD che elogia ogni accordo per le riforme) del 23 settembre 2010:

UNITA-23-sett-2010

Renzi si difende dicendo che è un bene assoluto che le riforme vengano approvate con la più ampia maggioranza, a maggior ragione quelle costituzionali. Su tale affermazione non si può biasimare il Premier. La costituzione, nel migliore dei mondi politici, dovrebbe essere modificata con la totalità dei consensi, essendo il fondamento dell’educazione civica, della forma di governo, della stessa politica, e puntare indiscriminatamente al bene del paese e dei cittadini, a prescindere dal fatto che a governare sia questa, o quella forza politica. Ricordiamo che i pardi costituenti che si misero a redigerla, avevano estrazioni politiche totalmente differenti ed antitetiche e  proprio dalla pluralità di visione venne arricchite e trasse beneficio ed imparzialità la Carta Costituzionale.

Quella di Verdini invece non sembra una mossa intenzionata al bene del paese, avendo asserito che appoggerà le riforme, in modo totalmente generico, quasi indipendentemente che siano esse ben strutturate o meno. Sembrerebbe proprio una mossa di scambio, la ricerca di una posizione o di un tornaconto, che potrebbe risiedere, ad esempio, in una impostazione “particolare” della riforma della giustizia. Lo stesso Renzi , che afferma l’importanza della condivisione delle riforme costituzionali, non pare animato da cotanto fervore nel rispettare tal principio, in quanto procede a colpi di maggioranza, fiduce e votazioni ed incassa vittoria risicate, nell’intorno dei 160 voti al Senato.

La contraddizione tra il proposito e l’azione è evidente, e non sta nel fatto di voler, legittimamente, modificare la Costituzione con una ampia maggioranza, ma nel come lo si sta facendo, nelle modalità con le quali si affronta un passaggio delicatissimo per il paese, nelle scene da saloon che si susseguono nell’Emiciclo. Chiedere da parte dei cittadini un poco di responsabilità in più non solo è legittimo, ma pare un dovere civico.

07/10/2015
Valentino Angeletti
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Se i Padri Costituenti potessero assistere alla Riforma del Senato….

È servita una seduta parlamentare straordinaria, indetta di sabato mattina, ma alla fine la Riforma del Senato ha superato uno scoglio importante. Dopo la bocciatura, grazie al momento di gloria del parlamentare renziano Cociancich, firmatario dell’emendamento “canguro” che ha concesso di eliminare a piè pari tutti gli altri emendamenti al primo articolo, degli emendamenti all’articolo 1, riguardante le funzioni del nuovo Senato, or sulla via di trasformarsi in camera delle autonomie, è stata la volta, in seduta sabatina appunto, di affrontare il tema del meccanismo di elezione dei membri del Senato, sic stantibus rebus, elettivo da parte del popolo.

Fin dalla prima giornata di votazioni le tensioni all’interno dell’Emiciclo sono state evidente, scontri verbali sicuramente aspri ed accuse allo strumento del canguro, con molti sospetti che a redigerlo non fosse stato il firmatario Cociancich, bensì lo stesso Renzi, o qualcuno per lui, tanto che le opposizioni sono arrivate a chiedere la perizia calligrafica. A sedare gli animi ha provveduto il presidente Grasso che ha ritenuto ogni richiesta inconsistente, considerando che lo stesso Cociancich si è dichiarato firmatario dell’emendamento soppressivo. Nonostante tutto, l’approvazione dell’Articolo 1 è stata semplice, almeno nei numeri, in quanto ottenuta a larga maggioranza, col supporto dei Verdiniani, ma senza che fossero decisivi.

Differente invece, il discorso riguardo al più spinoso articolo 2. In tal caso il passaggio è avvenuto grazie a 160 voti favorevoli, uno in meno della maggioranza assoluta. I voti della minoranza Dem interna, schieratasi col Premier a meno di 5 dissidenti (Mineo il più agguerrito), e dei Verdiniani, si sono rivelati fondamentali.

I Senatori saranno nominati dai partiti, ma tra i rappresentanti dei consigli regionali eletti dal popolo. Questo meccanismo di nomina tra i consiglieri votati, ha fatto capitolare la minoranza PD, che dopo tante parole sì è nuovamente, e prevedibilmente, allineata a Renzi per non creare scompiglio e forse perché consapevole che nonostante la loro dissidenza probabilmente, col supporto di Verdini, la riforma sarebbe comunque andata avanti, così hanno preferito mantenere salda la posizione. Alla luce del nuovo meccanismo è assai improbabile che un elettore, al momento di eleggere i membri del consiglio regionale, possa avere quella contezza del fatto che, magari a due o tre anni di distanza, quel suo voto si potrebbe propagare anche al Senato, nè è detto che se le elezioni fossero state direttamente per il Senato, quindi con influenza su questioni nazionali, l’elettore avrebbe fatto la medesima scelta. A modo di vedere di molti il meccanismo è solo un espediente, in realtà la nuova natura del Senato sarà una camera di nominati.

Verdini, nel frattempo, ha pubblicamente dichiarato, ed è una evidenza, che, senza il loro supporto, Renzi non ha la maggioranza al Senato, rivendicando la sua fondamentale presenza e dando la sensazione di essere sul punto di voler chiedere pegno, il tutto in una singolare esibizione canora a Sky Tg 24, intonando: “la maggioranza sai è come il vento….”. L’alleanza “Renzi – Verdini”, sminuita dall’entourage di Renzi, dietro l’affermazione che la maggioranza per le riforme deve essere la più ampia e trasversale possibile (notare che 160 non è una maggioranza ampia e mostra come certi punti non siano condivisi), fa trasalire la minoranza Dem che ha, in ultimo, sostenuto il Premier, ma che non sopporta la vicinanza a Verdini che pare sempre più parte della maggioranza, in un partito altamente trasversale e dallo stampo ben più vicino ad una (pseudo) vecchia DC che ad un partito di centro sinistra, per giunta nell’orbia dell’Europeo PSE.

Le riforme costituzionali che tanto stanno impegnando la politica, distogliendola spesso dai problemi economici che nel nostro paese continuano a persistere tra la gente comune, e ciò nonostante i dati, sono tutt’altro che un processo costituente minimamente prossimo a quello dei Padri del documento alla base della Repubblica Italiana. I vari Spinelli, Calamandrei, Nenni, Togliatti, De Nicola, proprio perché provenienti da partiti differenti, possono davvero dirsi una entità trasversale con l’obiettivo comune di una carta che mirasse davvero al bene del paese, bene che prescinde dal colore di partito. Sicuramente il processo che sta portando alla modifica della Carta Costituzionale è ben diverso da quella dei Padri Costituenti, e se essi potessero vedere gli scabrosi gesti tra la stupidaggine ed il sessismo, le parole e le mosse che si vedono nelle prestigiose aule dei palazzi romani, non nasconderebbero sdegno e stupore per la leggerezza, disimpegno e poca concentrazione con cui si affronta un passaggio delicatissimo per la nostra epoca politica e civile.

Che le riforme siano ben fatte o meno, non è il punto centrale, il vero fulcro del ragionamento e l’approssimazione con cui si stanno affrontando le importanti riforme costituzionali, procedendo tra insulti, colpi di maggioranza, ed alleanze improbabili. Non sembra stonare la richiesta di Romani, FI, di poter effettuare un voto segreto almeno per un singolo emendamento.

La riforma pare ormai andare in porto, sarà votata nel suo complesso tra il 13 ed il 15 ottobre, e dopo sarà la volta del referendum confermativo.

Dall’Europa ci ricordano però di non spostare l’attenzione dall’economia. In merito al DEF ci viene ricordato che ogni riduzione di introito deve essere coperta in modo STRUTTURALE, da un ben definito e calcolabile oggettivamente (non una semplice stima) taglio di spesa, operazione che ancora, nonostante i commissari, non è iniziata.

04/10/2015
Valentino Angeletti
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Dati sul lavoro Istat: bene!!! Male??? Non si sa…..

Mentre il World Economic Forum prevede, temendo, un rallentamento dell’economia globale per il 2015 ed una lieve ripresa, ma sempre sotto le stime, per il 2016, in Italia qualche dato economico, sospinto anche dalle congiunture macroeconomiche, sembra vedersi. Certamente non tale da giustificare trionfalismi o da consentire di abbassare la guardia, ma non resta che sperate che si tratti davvero di un lento virar in un mare ancora burrascoso.

L’ultimo dato diramato dall’Istat è relativo all’occupazione. I numeri, se letti in modo sommario e non approfondito, paiono incoraggianti: la disoccupazione scende, per la prima volta dal febbraio 2013, sotto il 12% arrivando al 11.9% (sempre enorme), nell’ultimo mese di rilevazioni il numero di occupati sale di 69’000 unità, +0.3%, anche i NEET si sono ridotti dello 0,6% nel mese di agosto (meno 86’000 unità) tornando così al livello di giugno.

Fino a qui tutto bene, anzi, molto bene considerando il dato sugli inattivi (Neet appunto). Approfondendo però l’analisi, emerge subito il fatto che l’incremento avviene nel periodo estivo, dove ovviamente il numero di lavoratori stagionali cresce. Effettivamente il settore dove si è registrato il maggior incremento è quello dei servizi, del terziario, del turismo e ristorazione e ciò non sorprende.  Andando ancor più nel dettaglio si scopre che tra i giovani (15 – 24) il tasso di disoccupazione, mese su mese, tocca il 40,7%, in aumento dello 0,3%rispetto al mese precedente; rispetto invece ad agosto 2014, il tasso di occupazione dei giovani scende di 0,1 punti percentuali, cala il tasso di disoccupazione (-2,3%), ma aumentano i NEET dell’1,2%.

In questo ultimo mese sono cresciuti i lavoratori a termine, +4.1%, ( 94’000 unità nei tre mesi estivi), mente i lavoratori permanenti crescono dello 0.1% (che col Jobs Act il termine “permanente” non è più sinonimo di non licenziabile).

Renzi, il Premier, giostrandosi sapientemente tra Twitter, Facebook, TV e giornali, non nasconde gioia ed orgoglio, definendo questi dati un grande risultato di un Jobs Act che funziona, per il Premier l’Italia sta ripartendo con le riforme. In realtà, considerando la stagionalità dei lavori e la loro natura prettamente a tempo determinato (o termine), pare più che probabile che non siano derivati dagli effetti del Jobs Act (che prevede principalmente un lavoro a tempo indeterminato, a tutele crescenti, senza articolo 18) bensì ad una dinamica turistica in crescita anche per  via della rafforzamento del dollaro e della maggior tendenza degli italiani a fare le ferie entro i confini nazionali.

Anche i Ministri del Governo esternano soddisfazione. Per Poletti, al Dicastero del Lavoro, la ripresa è realtà. Ma anche questa affermazione va inserita in un contesto di rallentamento globale e di congiunture macro positive.

Per il Ministro dell’Economia Padoan si tratta del frutto di un lavoro strutturale. Pier Carlo Padoan si espone al Meeting dei Fondi Sovrani a Milano cercando di convincere della stabilità del nostro paese per attrarre investimenti.

Le opposizioni ovviamente hanno pareri opposti. Per Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, l’occupazione cresce solo con PIL oltre il 2% e non con partite di giro come il Jobs Act. Che il Jobs Act si riveli una partita di giro, ancora non possiamo affermarlo con la dovuto certezza, un dato quasi scientifico, invece, è che l’occupazione cresce con un PIL in rialzo a partire dall’1.5% (lontano dalla crescita italiana), e che i posti di lavoro non si creino con decreti o legge, ma a seguito di incrementi di potere d’acquisto, domanda e quindi offerta. L’export rimane importante, fondamentale per un paese come l’Italia, ma senza una buona dinamica di consumi e mercato interni non può esserci ripartenza strutturale e duratura.

Anche i sindacati non abbassano la guardia, e per il segretario confederale Cisl, Gianni Petteni, occorre ridurre il carico fiscale sul lavoro, incentivare la staffetta generazionale per dare spazio ai giovani e implementare misure che diano davvero un sostegno strutturale alla ripresa.

Proprio sulla defiscalizzazione del lavoro, si è pronunciata anche l’UE, ritenendo questa misura ben più prioritaria e redditizia rispetto al taglio dell’IMU sulla prima casa (cosa che si è sempre detta anche in questa sede). Da Bruxelles, che si è sempre schierato per una maggior tassazione su consumi e patrimoni (quindi non agirebbe sull’IMU) ed una minor tassazione per imprese, persone e lavoro, fanno notare che l’Italia è in linea con l’Europa per quanto riguarda le tasse sugli immobili, invece non lo è, in senso peggiorativo, riguardo alle imposte sul lavoro, ancora troppo alte. Renzi si è difeso, più per motivi elettorali e propagandistici, contro questa affermazione, sostenendo a spada tratta l’abolizione dell’IMU, misura gradita agli italiani, che tanto caos ha creato nei tre esecutivi precedenti e tra i cittadini paganti totalmente disorientati, ed asserendo perentoriamente che non sarà un euro burocrate a dire se la casa va tassato o meno.

Certo l’Europa, come ha sempre fatto, da direttive e linee guida facoltative, ma poi, in fase di analisi del DEF, tra poche settimane, l’UE si pronuncerà valutando tagli, coperture, stime, e non si accontenterà di stime aleatorie, ma vorrà entrate strutturali e prevedibili. Ad esempio non si accontenterà di coprire il taglio dell’IMU con un generico “budget da rientro capitali esteri per voluntary disclousure”.

Proprio le discussioni parlamentari sull’IMU hanno portato un po’ di dibattito all’interno del PD, il quale potrebbe avere qualche conseguenza durante la votazione sulla riforma del Senato in corso in queste ore, che pare il Governo riuscirà con qualche asperità e scontro verbale a fare sua.

 

01/10/2015
Valentino Angeletti
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