Dati sul lavoro Istat: bene!!! Male??? Non si sa…..

Mentre il World Economic Forum prevede, temendo, un rallentamento dell’economia globale per il 2015 ed una lieve ripresa, ma sempre sotto le stime, per il 2016, in Italia qualche dato economico, sospinto anche dalle congiunture macroeconomiche, sembra vedersi. Certamente non tale da giustificare trionfalismi o da consentire di abbassare la guardia, ma non resta che sperate che si tratti davvero di un lento virar in un mare ancora burrascoso.

L’ultimo dato diramato dall’Istat è relativo all’occupazione. I numeri, se letti in modo sommario e non approfondito, paiono incoraggianti: la disoccupazione scende, per la prima volta dal febbraio 2013, sotto il 12% arrivando al 11.9% (sempre enorme), nell’ultimo mese di rilevazioni il numero di occupati sale di 69’000 unità, +0.3%, anche i NEET si sono ridotti dello 0,6% nel mese di agosto (meno 86’000 unità) tornando così al livello di giugno.

Fino a qui tutto bene, anzi, molto bene considerando il dato sugli inattivi (Neet appunto). Approfondendo però l’analisi, emerge subito il fatto che l’incremento avviene nel periodo estivo, dove ovviamente il numero di lavoratori stagionali cresce. Effettivamente il settore dove si è registrato il maggior incremento è quello dei servizi, del terziario, del turismo e ristorazione e ciò non sorprende.  Andando ancor più nel dettaglio si scopre che tra i giovani (15 – 24) il tasso di disoccupazione, mese su mese, tocca il 40,7%, in aumento dello 0,3%rispetto al mese precedente; rispetto invece ad agosto 2014, il tasso di occupazione dei giovani scende di 0,1 punti percentuali, cala il tasso di disoccupazione (-2,3%), ma aumentano i NEET dell’1,2%.

In questo ultimo mese sono cresciuti i lavoratori a termine, +4.1%, ( 94’000 unità nei tre mesi estivi), mente i lavoratori permanenti crescono dello 0.1% (che col Jobs Act il termine “permanente” non è più sinonimo di non licenziabile).

Renzi, il Premier, giostrandosi sapientemente tra Twitter, Facebook, TV e giornali, non nasconde gioia ed orgoglio, definendo questi dati un grande risultato di un Jobs Act che funziona, per il Premier l’Italia sta ripartendo con le riforme. In realtà, considerando la stagionalità dei lavori e la loro natura prettamente a tempo determinato (o termine), pare più che probabile che non siano derivati dagli effetti del Jobs Act (che prevede principalmente un lavoro a tempo indeterminato, a tutele crescenti, senza articolo 18) bensì ad una dinamica turistica in crescita anche per  via della rafforzamento del dollaro e della maggior tendenza degli italiani a fare le ferie entro i confini nazionali.

Anche i Ministri del Governo esternano soddisfazione. Per Poletti, al Dicastero del Lavoro, la ripresa è realtà. Ma anche questa affermazione va inserita in un contesto di rallentamento globale e di congiunture macro positive.

Per il Ministro dell’Economia Padoan si tratta del frutto di un lavoro strutturale. Pier Carlo Padoan si espone al Meeting dei Fondi Sovrani a Milano cercando di convincere della stabilità del nostro paese per attrarre investimenti.

Le opposizioni ovviamente hanno pareri opposti. Per Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, l’occupazione cresce solo con PIL oltre il 2% e non con partite di giro come il Jobs Act. Che il Jobs Act si riveli una partita di giro, ancora non possiamo affermarlo con la dovuto certezza, un dato quasi scientifico, invece, è che l’occupazione cresce con un PIL in rialzo a partire dall’1.5% (lontano dalla crescita italiana), e che i posti di lavoro non si creino con decreti o legge, ma a seguito di incrementi di potere d’acquisto, domanda e quindi offerta. L’export rimane importante, fondamentale per un paese come l’Italia, ma senza una buona dinamica di consumi e mercato interni non può esserci ripartenza strutturale e duratura.

Anche i sindacati non abbassano la guardia, e per il segretario confederale Cisl, Gianni Petteni, occorre ridurre il carico fiscale sul lavoro, incentivare la staffetta generazionale per dare spazio ai giovani e implementare misure che diano davvero un sostegno strutturale alla ripresa.

Proprio sulla defiscalizzazione del lavoro, si è pronunciata anche l’UE, ritenendo questa misura ben più prioritaria e redditizia rispetto al taglio dell’IMU sulla prima casa (cosa che si è sempre detta anche in questa sede). Da Bruxelles, che si è sempre schierato per una maggior tassazione su consumi e patrimoni (quindi non agirebbe sull’IMU) ed una minor tassazione per imprese, persone e lavoro, fanno notare che l’Italia è in linea con l’Europa per quanto riguarda le tasse sugli immobili, invece non lo è, in senso peggiorativo, riguardo alle imposte sul lavoro, ancora troppo alte. Renzi si è difeso, più per motivi elettorali e propagandistici, contro questa affermazione, sostenendo a spada tratta l’abolizione dell’IMU, misura gradita agli italiani, che tanto caos ha creato nei tre esecutivi precedenti e tra i cittadini paganti totalmente disorientati, ed asserendo perentoriamente che non sarà un euro burocrate a dire se la casa va tassato o meno.

Certo l’Europa, come ha sempre fatto, da direttive e linee guida facoltative, ma poi, in fase di analisi del DEF, tra poche settimane, l’UE si pronuncerà valutando tagli, coperture, stime, e non si accontenterà di stime aleatorie, ma vorrà entrate strutturali e prevedibili. Ad esempio non si accontenterà di coprire il taglio dell’IMU con un generico “budget da rientro capitali esteri per voluntary disclousure”.

Proprio le discussioni parlamentari sull’IMU hanno portato un po’ di dibattito all’interno del PD, il quale potrebbe avere qualche conseguenza durante la votazione sulla riforma del Senato in corso in queste ore, che pare il Governo riuscirà con qualche asperità e scontro verbale a fare sua.

 

01/10/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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