Archivi Mensili: novembre 2015

Il preambolo alla vigilia di COP21: tremendi dati sull’inquinamento cinese

Degno di riflessione. Se il buon giorno si vede dal mattino, anzi, se si vedesse qualche cosa al mattino, perché a causa dello smog non si vede un bel nulla, non ci sarebbe da stare sereni. Proprio oggi le autorità cinesi, per via dell’inquinamento atmosferico, hanno, per l’ennesima volta, sconsigliato ai cittadini delle grandi città del dragone di uscire di casa.

L’impennata dello smog e dell’inquinamento, prima causa di morte in cina e noto problema economico-sociale, oltre che ambientale del paese, dovuta in buona parte dalle emissioni delle auto, ha subito un drastico incremento con l’arrivo dell’inverno, e con esso della necessità di proteggersi dalle temperature rigide. Il freddo ha costretto la massiva accensione dei sistemi di riscaldamento, principalmente alimentati da fonti fossili che a loro volta alimentano vecchie centrali elettriche senza alcun vincolo sui parametri ambientali, nè tecnologia per la salvaguardia dell’ambiente. Questo, non perché la Cina non abbia know how o mezzi per  ridurre, almeno di un po’, le proprie emissioni, ma perché al momento, senza regole e sanzioni e con una domanda energetica crescente, è economicamente conveniente così. La Cina, dotata di tutte le più moderne tecnologie e menti che si formano nelle più prestigiose università estere, non dimentichiamo essere tra i primi produttori di energie rinnovabili e numerosi investimenti sono stati dedicati allo sviluppo di parchi eolici e fotovoltaici, così come per lo sviluppo del nucleare ed anche per stipulare contratti di lungo termine con la Russia per la costruzione di gasdotti ed il conseguente approvvigionamento di gas, fonte ben più sostenibile di petrolio e carbone. Quest’ultimo largamente ancora usato soprattutto per la convenienza dovuta alla riduzione del costo della materia prima e dell’abbondante presenza sul territorio della Repubblica Popolare Cinese.

Proprio in queste ore, i livelli di PM2 o polveri sottili, hanno superato le 300 parti per metro cubo, contro un limite ritenuto il massimo sostenibile dal corpo umano, definito dall’OMS, di 25 parti per metro cubo: oltre un fattore moltiplicativo di 12.

Il curioso di questo fatto, è che stiamo analizzando il dato proprio alla vigilia dell’apertura della conferenza sul clima di Parigi, COP21, dove oltre 150 nazioni parteciperanno.

La Cina sarà presente, così come gli Usa, i due veri inquinatori del globo, sempre presenti, ma che mai hanno ratificato gli accordi delle precedenti conferenze, sia per protezione della propria economia, sia per una sorta di partita a scacchi strategica tra loro, vere superpotenze mondiali.

Obama nel suo mandato ha sempre sostenuto la conversione alla green economy, ma ultimamente, nella veste di “anatra zoppa”, con un parlamento repubblicano dominato da vari gruppi di pressione legati al carbone ed al petrolio, sta confrontandosi con difficoltà sempre maggiori nell’attuare alcune idee ambientaliste, pur ricordando che nel suo mandato le estrazioni di combustibili fossili hanno toccato i massimi storici, anche grazie all’innegabile contributo dello shale gas.

La differenza rispetto agli scorsi incontri è che stavolta si parte già con programmi ed obiettivi condivisi che devono essere “solo” raffinati e sottoscritti. Questione di firme si potrebbe dire, ma apporre una firma, che comunque mai era stata apposta da alcuni membri, è una cosa, rispettare i patti, invece, è tutt’altra storia.

Per la cronaca ricordiamo che il 2014 e 2015 sono stati gli anni più caldi in assoluto e che l’obiettivo globale è il contenimento del riscaldamento terreste causato da fattori antropici sotto i 2°C entro la fine del secolo in corso, rispetto al periodo pre industriale (1850). Senza contromisure, che in altre parole altro non sono che l’impegno di tutto il mondo e di tutte le persone, il riscaldamento supererebbe i 4 C°, devastante, ma alcuni studi ritengono che, nonostante i più grandi sforzi che potranno essere messi in campo, sia già impossibile limitare entro i 2.7 °C il riscaldamento.

Lunga è la via e pochi i margini di errore. Chissà se a dominare, come fino ad ora è stato, sarà il particolarismo, cieco al dato di fatto che risiediamo tutti nel medesimo pianeta e condividiamo risorse sufficienti, ma pesantemente sbilanciate verso pochi “fortunati”, o se stavolta un minimo di banale arrendevolezza a quelle che sono le evidenze la farà, come ci dobbiamo augurare, da padrona.

Di certo, se aprissimo COP21 diramando gli ultimi dati Cinesi, le speranze prenderebbero il primo taxi per Charles De Gaulle, decollando alla volta di mondi lontani e non ancora irreparabilmente compromessi, più dalla testardaggine umana che dai cicli geologici terresti.

28/11/2015
Valentino Angeletti
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Primarie a Napoli: interrogativi e dubbi sulla classe dirigente renziana

I tragici eventi sul fronte degli esteri e la tensione sempre crescente, ormai una preoccupante costante, nelle zone del medio oriente, hanno distolto l’attenzione dalla politica interna, che in questa fase riporta in auge i rapporti di forza e le modalità di selezione della classe dirigente del PD.

Il nuovo episodio della soap opera interna ai Dem, riguarda questa volta la candidatura alla corsa verso Palazzo Giuliano, quindi il candidato ufficiale PD come sindaco di Napoli. Spontaneamente Antonio Bassolino ha presentato il suo nome per concorrere alle primarie di partito. Lui stesso si definisce un politico di vecchio stampo, non un novizio, ma un professionista navigato, che ha però saputo rinnovarsi ed aggiornarsi ai nuovi mezzi comunicativi e agli scenari politici, economici e sociali coi quali è necessario confrontarsi nell’epoca contemporanea.  Non a caso, nonostante una non più giovane età ed una consolidata militanza nel PCI e nel PD della vecchia guardia, non nasconde il suo sostegno a Renzi. Il punto da dirimere, è stabilire cosa o chi sia il nuovo e quali caratteristiche debba avere. Sicuramente se il requisito anagrafico fosse tra i vincolanti, Bassolino non rientrerebbe tra le novità, se invece, come sarebbe auspicabile, fossero le idee e la loro valutazione da parte della base elettorale a dominare, allora anche Bassolino potrebbe, chissà, giocarsi le proprie carte.

Pur non volendo giudicare la persona in se, non ha torto l’ex sindaco ed ex presidente di regione quando dice che ha deciso di presentarsi a seguito della valutazione e dei miglioramenti fatti negli ultimi anni dalla città di Napoli, miglioramenti inesistenti. Non è neppure biasimabile il ragionamento secondo cui se primarie aperte devono essere, come del resto furono quelle che portarono Renzi a subentrare a Bersani alla segreteria del PD, allora la partecipazione deve essere concessa a tutti, ed a poco valgono le lamentele di Renzi e delle sue prime linee che non vedrebbero in Bassolino un candidato sostenibile. Alle primarie l’unico sostegno di cui vi è bisogno, è  quello della base dell’elettorato del PD, una base storica e che, forse, valuterebbe di votare nuovamente Bassolino come rappresentante per un probabile ballottaggio. Al momento i sondaggi danno una corsa aperta a M5S, De Magistris, FI (solamente in un CDX unito) e PD. Del resto, molti dei voti su cui Renzi fonda il suo elettorato provengono da appartenenti al Centro o al CDX delusi, che non votano alle primarie PD, così come in Parlamento Renzi ha necessità, di volta in volta, di appoggiarsi a gruppi differenti, non infrequentemente di altra parte politica (NCD, Verdianiani ALA, talvolta anche FI, etc), una maggioranza mobile, l’abbiamo definita più volte.

Facile notare, come accadde di frequente in passato, che una simile circostanza porta discussioni e dissidi interni ad un partito sempre più frastagliato e dal quale, seppur lentamente e molto in ritardo, hanno iniziato ad uscire nomi storici. Dopo i casi della Puglia, del Veneto, della Liguria, della Campania (per la presidenza di regione), i noti fatti laziali, di Roma e della Sardegna, che oggettivamente, con modalità differenti, hanno visto sconfitte le personalità direttamente sostenute da Renzi, il Premier dovrebbe ragionare sul concetto che ha voluto dare al termine “rottamazione” e soprattutto chi ha presentato come “il nuovo che avanza”. Se i nuovi renziani possono comprensibilmente essere indigesti alla vecchia guardia, che si è vista esautorata dalla storica predominanza, così non dovrebbe essere per l’elettorato, che, al contrario, si è mostrato critico, con le parole e soprattutto coi fatti, nei confronti dei più o meno giovani renziani, rispetto agli “operai della PDitta” stessa.

Un passo fondamentale per il PD in vista delle prossime amministrative, dal sapore di test nazionale, dove i democratici sono avvantaggiati soprattutto dall’assenza di reali concorrenti, sarà quello di capire a quale elettorato vogliono rivolgersi:

  • alla base storica? Ed allora potrà essere utilizzato il metodo delle primarie aperte per la definizione del candidato ufficiale.
  • Ad un elettorato trasversale (come fatto fino ad ora e dando il sentore di puntare ad una “centrizzazione” del partito verso un grande gruppo centrista)? In tal caso il meccanismo delle primarie aperte, che portarono Renzi alla vittoria, non sono più adeguate rispetto ad una nomina diretta proveniente dall’alto: dal domino maximo.

Due scelte dai significati estremamente differenti ed ulteriore elemento di ragionamento e riflessione all’interno del Partito Democratico.

26/11/2015
Valentino Angeletti
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Digital Day a Venaria: bellissimi (e noti) progetti, aspettiamo solo che vedano i lumi

Non posso, nè voglio negare, di essere stato spesso critico nei confronti delle dichiarazioni, più di una volta permeate di una certa dose di superbia e di guascona faciloneria tipicamente fiorentina, ma in tutto ciò non mi definirei gufo, non godo affatto se l’Italia va male, anzi è proprio il contrario, se non altro perché appartengo a quella classe sociale che, se l’Italia non performa, è la prima a risentirne ed anche la prima su cui cade l’onere della riparazione. Credo però che la critica, se fatta in modo trasparente e senza doppi fini, debba essere lo sprono ed il pungolo a sentirsi sempre sotto pressione ed a migliorare, pur io sapendo che quanto scritto in queste pagine non influenzerà, nè  mai giungerà ai livelli presidenziali…. ma, in tutta sincerità, mi stimolo e mi diverto ugualmente, e questo mi basta.

Premesso umilmente ciò, e stante il fatto che non condivido le modalità comunicative e di approccio ai media, sia classici che 2.0 o 3.0 del Premier, che a mio avviso potevano essere interessanti in una prima fase, ma che ad oggi non sono state rinnovate senza saper seguire il rapido processo evolutivo degli strumenti di informazione “web-based” (ne è un esempio il recentissimo video d’esordio su Youtube, strumento già superato, ad esempio, dal “Periscope” di Twitter, del MEF con il Ministro Padoan come protagonista), devo assolutamente convenire con quanto detto dal Premier Renzi presso la Reggia di Venaria a Torino, in occasione dell’ “Italian Digital Day”.

L’ex sindaco di Firenze ha toccato un numero impressionante di punti, tutti estremamente importanti e con contenuti condivisibili. Avevo già messo in evidenza, solo qualche giorno fa, un articolo sul Sole24Ore dove si evidenziava come il gap digitale dei nostri concittadini costasse svariati punti di PIL e fosse un fattore di handicap nei confronti di paesi nostri concorrenti, che invece in tema di tecnologia e digitale hanno saputo rinnovarsi più velocemente. In Germania si parla già di Industri 4.0 ed è già prassi consolidata e collaudata in Bosch (si tratta di almeno un biennio di sperimentazioni in cui noi siamo stati fermi), ma anche in Francia, Germania, Polonia, UK, il livello di digitalizzazione è immensamente superiore al nostro, senza tirare in ballo i paesi scandinavi ove la necessità di comunicare e di avvicinare distanze incolmabili in inverno, ha reso la digitalizzazione un processo fin da subito molto più indispensabile che altrove. C’è quindi consapevolezza di un gap, che anche forze interne cercano di ostacolare, non sono rare forme di “luddismo 2.0” che tacciano il digitale, l’automazione, l’uso del PC come cause di una perdita di posti di lavoro. Fatti i debiti ragionamenti, non è così, tuttaltro. In futuro si perderanno figure dalle competenze e specializzazioni basse, come era la vecchia figura di operaio alla catena di montaggio, ma serviranno competenze ben più specifiche e che introducano valore aggiunto, pensiero ed intelletto. In tal senso la digitalizzazione è senza dubbio una opportunità, ovviamente, come in ogni cambiamento, va gestito intelligentemente il transitorio e fondamentale è intervenire a livello di scuole ed università, ad ogni livello e grado, così come è indispensabile, e non più procrastinabile, dare finalmente spazio alla meritocrazia, alla competenza, alla visione strategica ed alle menti flessibili ed eclettiche, a prescindere da conoscenze, baronie, economia di relazione, estrazione sociale, e via impietosamente dicendo, tutti driver che hanno indirizzato la classe apicale della politica italiana a discapito di coloro che sanno veramente fare le cose e sono in grado di pensare laicamente ed a tutto tondo in uno scenario globale.

Le competenze specifiche a cui mi riferisco mancano ancora nel nostro paese. Va invece meglio sul fronte della start up, che sono un fenomeno in miglioramento, se ne contano a migliaia, pur rimanendo fanalino di coda tra i paesi OCSE. Uno sforzo che dovremmo fare, ed in parte stiamo già facendo grazie ad incubatori ed acceleratori finanziati da aziende private (Enel, Eni, Telecom, Unicredit, Wind ecc) ed istituzioni pubbliche e governative, è quello di creare una forte filiera per far si che le start up abbiano supporti economici e logistici, abbiano assistenza per la redazione di business plan e possano pubblicizzarsi, grazie alle carrozzate che le dovrebbero assistere, anche all’estero, per evolversi da piccole start up ad aziende strutturate e consolidate.

Renzi poi si è soffermato sui grandi progetti governativi: Spid, pagamenti elettronici, anagrafe unica, linee guida per i siti e servizi PA e notifica e documenti (alias interoperabilità dei servizi). L’unificazione ed ottimizzazione delle banche dati sarebbe di sicuro supporto alla semplificazione del rapporto tra PA e cittadini, attraverso il PIN unico per accedere a tutti i servizi amministrativi, ma anche, come sottolineato, contro l’evasione fiscale. Questi punti sono stati confermati anche da Antonio Samaritani, presidente dell’ Agid. Peccato che, anche in tal caso, l’arretratezza rispetto al resto del mondo industrializzato sia lapalissiana e che negli ultimi anni si sia perso tempo. Tutti i progetti suddetti, già facevano parte dell’agenda digitale inserita in Destinazione Italia, ed ultimamente capitanata da Caio, passato poi a capo di Poste. In questi anni non si è fatto praticamente nulla.

Da condividere anche la visione di Renzi rispetto alla lotta al terrorismo a mezzo di strumenti tecnologici, volti ad incrementare il controllo e l’intelligence (il riferimento ai tag nei confronti dei sospetti su Facebook, Twitter o nelle immagini da video sorveglianza, sono più una finzione scenica che una concreta possibilità, ma va premiata la fantasia). Effettivamente in questo periodo l’uso più forte di tecnologia non limiterebbe la libertà, sarebbe però un incremento potenziale del livello di sicurezza. Va tenuto poi in debita considerazione, quando si fanno obiezioni sul limite tra privacy e sicurezza, che collezioni di dati e possibili controlli ed intercettazioni da parte di varie entità, siano esse governative, private, italiane o estere, per come sono conformate le architetture ICT italiane sono possibili in ogni momento, sia in modo “trasparente” per i garanti, che “segrete” anche alle autorità competenti.

Medesimo ragionamento sui Big Data: grande opportunità e tema centrale, assieme al Biotech, per la nascita di un polo di ricerca d’eccellenza mondiale “post Expo2015” presso l’aera fieristica di Rho, ma anche in tal senso la strada da fare è molta ed abbiamo la possibilità di percorrerla assieme agli altri stati UE con i quali il gap non è ancora così accentuato.

In ultimo, ma primo per importanza, va ricordato che l’elemento fondamentale, il vero strumento abilitante, per iniziare a ragionare su tutti questi punti, è l’eliminazione del Digital Divide che ancora ci strangola. Per abbatterlo in tempi brevi, c’è la concreta possibilità di sfruttare il progetto in cui è stato inserito Enel per la posa della fibra fino alle case degli italiani, sfruttando 30 milioni di contatori, un piano di sostituzione con nuovi modelli già in programma, una copertura capillare di cabine secondarie e gli incentivi governativi pari a poco più di 6 mld per l’intero progetto dei quali 3 e spiccioli proprio per l’infrastruttura. La presenza di fibra, o comunque di tecnologia che consenta connessione stabile, costante e performante in ogni condizione, diciamo che possa supportare i 100 Mbps, è indispensabile per poter basare definitivamente la propria azienda, sia essa multinazionale manifatturiera o strat up di servizi, su internet ed abbattere le distanze geografiche e temporali, con grande vantaggio in termini di produttività, bilanciamento vita privata-lavoro, tempi, costi, efficienza, efficacia.

Le cose da fare sono ben note da tempo, e non è certo con il meeting di Venaria che si sono scoperte, ma averle ricordate, rappresenta almeno l’auspicio che in questa circostanza alle parole, che anche una flebile aeere che soffia silenziosa può portar con se, seguano fatti e progetti concreti.

Link approfondimento:

La stampa
Rai News
Il Sole 24
Corriere comunicazione
Arretratezza digitale (da Blog)
Datagate: Da Internet ai Big Data (da Blog)

Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese! (da Blog)

Visione italiana e cambiamenti mondiali (da Blog)

22/11/2015
Valentino Angeletti
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Sindaci in corsa: tre capitali ed una Bologna da non perdere di vista

BOLOGNA. LA  FONTANA DEL NETTUNO (GIAMBOLOGNA 1563-66) SU PIAZZA NETTUNO (ADIACENTE A PIAZZA MAGGIORE). SULLO SFONDO PALAZZO D'ACCURSIO (PALAZZO COMUNALE - COMUNE) SEDE DEL MUNICIPIO DELLA CITTA'.

BOLOGNA.
LA FONTANA DEL NETTUNO (GIAMBOLOGNA 1563-66) SU PIAZZA NETTUNO (ADIACENTE A PIAZZA MAGGIORE). SULLO SFONDO PALAZZO D’ACCURSIO (PALAZZO COMUNALE – COMUNE) SEDE DEL MUNICIPIO DELLA CITTA’.

Dopo aver letto d’un fiato l’analisi dell’amico Luca (La sfida per le “tre capitali”), mi sono perso ad analizzare il significato elettorale di una quarta capitale, sicuramente minore per numero di abitanti, ma non seconda a nessuno per fervore ed importanza politica.

Alle tre capitali, dunque, mi permetterei di aggiungere Bologna.
La Dotta è un test importantissimo su scala nazionale. Innanzi tutto il capoluogo emiliano è sempre stato una roccaforte rossa, che però di recente ha vissuto fasi meno nettamente marcate e iniziate con l’ascesa di Guazzaloca, del CDX e Forza Italia. Dopo Guazzaloca il PD ha ripreso il dominio, con Cofferati, lanciatosi in politica dopo la sua attività da sindacalista, poi Delbono, a seguire un commissariamento con l’Ex Ministro Cancellieri, ed infine l’attuale sindaco Merola.

L’Emilia-Romagna, come la Toscana, rappresenta, o meglio ha rappresentato, una fondamenta della Ditta di Bersani, non a caso piacentino di Bettola. Negli ultimi anni però questa natura evidentemente sinistrorsa si è andata lacerandosi in favore di un risentimento nei confronti di una politica che non ha saputo affrontare e gestire quei problemi tipici di tutte le aree urbane medio-grandi, ed in particolare di quelle ove, come nella grassa Bologna, regnavano benessere diffuso, servizi di alto livello, pulizia, cordialità simile a quella dei piccoli borghi, ospitalità nei confronti di immigrati regolarmente registrati ed occupati, studenti non particolarmente casinisti (nei limiti di quanto possa esserlo uno studente tra migliaia di studenti che hanno nel DNA voglia di divertirsi, ma anche di studiare ed essere stimolati intellettualmente da un ambiente favorevole ed aperto) ed erano sconosciuti disoccupazione, povertà, difficoltà nell’onorare i debiti.
In questo periodo invece, la città, a detta di molti bolognesi, risulta sporca, invasa da immigrati incontrollati e studenti bighellonanti, uno scempio ed una bestemmia nei confronti della Bologna che era.
Il risultato di tale involuzione è stato presto manifesto nelle ultime elezioni regionali, in cui l’astensione, proprio in quella Emilia Romagna abituata a picchi di oltre 80% di affluenza, ha raggiunto livelli record, addirittura sotto il 50%, si sono rafforzati i movimenti di disaffezione ed antipolitica, è cresciuta esponenzialmente la Lega Nord ed il M5S rimane sempre una incognita che in questa tornata elettorale per palazzo d’Accursio, può riservare sorprese (come del resto per ogni altro municipio italiano).

Non è un caso che Salvini per la manifestazione “Blocchiamo l’Italia” di domani, abbia scelto proprio l’ombra del Nettuno in Piazza Maggiore a Bologna, e non è un caso che Berlusconi abbia aderito e la Meloni abbia manifestato la sua approvazione. Probabilmente, se non andrà in porto l’operazione “Partito della Nazione”, con Marchini Alfio candidato a Roma trasversale tra Berlusconi (CDX) e Renzi (CSX), opzione patrocinata dal Ministro Lorenzin e che, sotto sotto, non pare dispiacere neppure al Premier, proprio da Piazza Maggiore si vedranno i natali di una nuova “entità” dalle fattezze “centro-destrorse allargate”.
Anche l’eventuale sorpresa, ma non troppo, dei 5 stelle, può dare segnali significativi su scala nazionale.

Al contempo per il PD il test bolognese è una forca caudina, perché perdere una città simbolo come Bologna, sarebbe uno smacco difficilmente rimediabile ed un’arma facilmente utilizzabile dagli oppositori, soprattutto se abili comunicatori mediatici, come Salvini è.

Uno dei capoluoghi storicamente rossi, ma mai come ora in bilico tra una eterogenia di forze molto differenti tra loro, non può non rappresentare un termometro estremamente significativo per comprendere l’andamento politico nazionale.

07/11/2015
Valentino Angeletti
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Elezioni a Roma: occasione per il partito della Nazione?

Non sono poche le vicende che attualmente stanno attanagliando il mondo politico, se si volessero descrivere e dettagliare tutte, non basterebbe un vecchio dizionario enciclopedico, quello composto almeno da una quarantina di tomi da non meno di 500 pagine cadauno. L’Italia non è nuova a questo genere di accavallamenti, ma ricordare periodi come questo non è oggettivamente semplice. Si intrecciano infatti i problemi interni al PD e FI, le vicende di mafia capitale, il cui maxi-processo (oltre 140 udienze già fissata da qui a luglio) inizierà proprio in queste ore, il varo della legge di stabilità (DEF) con gli attriti tra Governo da un lato e dall’altro, per diverse ragioni, parti sociali, imprenditori e confindustria (anche se attenute dal rinnovo degli sgravi sulle assunzioni), regioni ed enti locali, pensionati assieme ad INPS ed il suo presidente Tito Boeri, v’è poi lo scioglimento della giunta romana, che ha costretto alla nomina del Commissario Tronca, palermitano trapiantato a Milano da 15 anni e che ora si dovrà occupare del punto medio tra città natale e quella d’adozione, il più complesso per la coesistenza tra politica, poteri più o meno occulti e palazzi, infine le conseguenti elezioni capitoline, che si uniscono a quelle, comunque complesse, di Milano, Bologna, Torino, Napoli in un “election day” primaverile che sa tanto di esame per il Governo.

Proprio le elezioni romane e la ricerca del candidato adatto a presentarsi per una simile prestazione, sono l’elemento che più sta rimescolando le carte tra i partiti. Al momento i sondaggi di tutti gli istituti di statistica, (da IPR ad IXE, passando per l’Istituto Piepoli) danno in vantaggio il M5S, ed effettivamente è difficile pensare il contrario visto che la connivenza tra malaffare ed i partiti storici, che hanno regnato nella capitale, è trasversale ad esclusione proprio dei pentastellati, non ancora formati all’epoca delle giunte alle quali risalgono i fatti oggetto di indagine. Sono gli unici non macchiati di questo vizio capitale e ne stanno riscuotendo i benefici, anche se devono prestare massima attenzione al candidato che vorranno mettere in pista, perché basandosi su consultazioni popolari “virtuali” dalla incerta partecipazione, anche alla luce dell’età dell’elettorato romano, potrebbero rischiare di non presentare un candidato dalla forza e carisma sufficienti, doti che sono indispensabili per navigare tra Campidoglio, Palazzo Madama, Palazzo Chigi e Quirinale, come invece quelle che potrebbero essere rappresentate da un Di Maio o un Di Battista, i più popolari e graditi tra i “grillini”.

Il CDX inutile dire che sia, come ormai consuetudine in questi ultimi anni privi di Berlusconi, allo sbando, senza possibili candidati e con una popolarità molto bassa. Le opzioni per riguadagnare qualche poltrona romana potrebbero essere due: la prima seguire la strada proposta da Salvini per ricreare una coalizione strettamente di CDX con candidato ufficiale Giorgia Meloni; la seconda, invece, seguire l’incipit del Ministro Lorenzin, inaccettabile per la Lega, che alla TV del Corriere ha proposto la candidatura di Alfio Marchini come esponente trasversale e condiviso tra CDX e CSX, per un lavoro sinergico, volto a risollevare la condizione di una Capitale che definir traballante è addirittura benevolo. Alla seconda ipotesi, attualmente, si contrappongono: la volontà dello stesso Marchini di scendere con un proprio simbolo per non perdere una sorta di verginità dalla politica storicamente radicata, su cui può far affidamento, pur avendo detto di accettare e di puntare ad ottenere voti da ogni elettore, sia esso di DX o di SX; e le scelte che fanno capo al PD.

Il PD è il partito che si gioca la posta più alta. Esce devastato dalla vicenda romana e dalle carte di Mafia Capitale, ha già tenuto comportamenti dubbi per alleanze e per la legge Severino rispettivamente in Sicilia ed in Campania, ha dato l’impressione di aver voluto far fuori Marino con il pretesto di un agire (sicuramente in leggerezza) perdonato ad altri ed in altre circostanze, e, non ultimo, non ha ancora un candidato, dovendosi però scontrare, con tutta probabilità, con la ricandidatura di Marino stesso. Se non bastasse ciò, vanno aggiunte le ultime tre defezioni dal partito, seguenti quella di Mineo: D’Attorre, Galli, Folino. Nel PD quindi siamo di fronte ad un centro/CDX (leggasi Verdini) sempre più pesante e che difficilmente non rende l’ipotesi di un partito della nazione, dai connotati centristi, sempre più verosimile. A riprova di ciò c’è proprio la proposta del Ministro della Sanità, che se venisse sottoscritta dai dirigenti del PD e si concretizzasse, sancirebbe, con nascita direttamente nella capitale d’Italia, un nuovo partito effettivamente trasversale e dalle potenzialità elettorali molto alte, anche alla luce della disorganizzazione delle alternative (forse l’unico in grado di arginare a Roma una netta vittoria del M5S). Addirittura si potrebbe pensare ad un bipolarismo con il M5S, e con il nuovo Italicum si giocherebbero tutto in un ballottaggio, il cui primo test sarebbe proprio l’elezione capitolina. La scelta invece di un candidato prettamente di sinistra, sembrerebbe convincer poco il PD (il nome di Barca è stato solo sussurrato), a meno di non voler consegnare “volontariamente” per 5 anni Roma al M5S, sperando che i pentastellati si scontrino con le difficoltà della Urbe. In tal caso il candidato sarebbe un agnello sacrificale.

Sicuramente non verrà palesato, ma l’ipotesi Marchini credo che piaccia assai, sia all’esecutivo Centro-PD, NCD che a FI. I “granvisir ed i giostrai” dei vari partiti ci stanno pensando, i consiglieri si stanno muovendo e studiano gli scenari ed i sondaggi. Qualche colloquio, nel segreto delle preziose sale del potere o in qualche trattoria appartata, se non già avvenuto, avverrà. Sono a giurarci.

04/11/2015
Valentino Angeletti
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Una capziosa ed infondata lettura della vicenda Marino e Roma

Si può dir conclusa, stavolta in modo definitivo, la fase di Marino a Roma, che nel moderno gergo mutuato dalla tecnologia, può definirsi 1.0. Essa ha consistito nel periodo in cui Marino ha coperto l’incarico di Sindaco della capitale. Gli anni del suo mandato non sono stati semplici e, soprattutto negli ultimi mesi, hanno dato adito a strascichi, non immotivati, di polemiche, critiche ed accuse. Non ricordiamo nulla di ignoro o remoto se facciamo menzione degli scontrini, delle molteplici visite in USA, una delle quali per una visita papalina a Philadelphia, come se Marino e Bergoglio non fossero dirimpettai, del funerale dei Casamonica, delle udienze e delle indagini per infiltrazione mafiosa, con rischio di scioglimento della giunta, di Roma Capitale. Addirittura negli ultimi due episodi Marino ha ritenuto non necessario presentarsi, preferendo non interrompere le sue vacanze in terre caraibiche.

Rammentato ciò e premettendo che probabilmente una figura come Marino, non politico navigato, non vicino a Roma, forse inconscio delle tremende complessità presenti nella gestione di una simile realtà, estremamente semplice, ingenuo, assolutamente non malizioso, ed inesperto, era l’ultima persona a cui affidare la gestione della Capitale, non va mai dimenticato che la sua ascesa è passata attraverso la vittoria delle primarie del PD, quindi il meccanismo ufficiale del partito, sconfiggendo nomi illustri. Sarebbe poi ingeneroso non riconoscere a Marino i suoi tentativi di scoperchiare alcuni calderoni bollenti nella capitale, pozzi di voti e consensi, ma altrettanto pericolosi da maneggiare, quali lo sono le partecipate, ad iniziare da Atac ed Ama, ma anche tutti i lavori alle dirette dipendenze del comune capitolino, uno dei più grandi datori di lavoro italiani. L’impegno nel fare emergere corruzione e tangenti non è oggettivamente negabile. Come tutto il suo operato, forse le modalità non sono state le migliori, ed i risultati non proprio quelli auspicati, ma il tentativo del Sindaco eletto, col senno di poi ultima persona a cui conferire l’incarico, non può sicuramente essere nascosto.

Prescindendo dalla dovuta considerazione di cui sopra, le dimissioni, anche a causa della “sfortunata” la concomitanza di molti eventi particolari, ad un certo punto non potevano più essere procrastinate. Marino invece ha resistito fino alla fine, addirittura ritirando, nei 20 giorni previsti per legge, le dimissioni precedentemente presentate.

La goccia che ha reso impossibile il proseguo del mandato mariniano, è stata l’abbandono di 26 membri della giunta, che hanno costretto il commissariamento della città. Il commissario designato, da oggi plenipotenziario a Roma in attesa del provvedimento ad hoc del Presidente Mattarella, è il Palermitano, ma ormai Milanese d’adozione, Prefetto Tronca, da 15 anni nel capoluogo lombardo, che ha gestito oltre ad EXPO2015, anche il disastro della Costa Concordia, il terremoto dell’Aquila e quello dell’Emilia.

In questi ultimi mesi è indubbio che Marino abbia lottato contro tutti e tutto, tralasciando le ovvie critiche della destra e di tutte le opposizioni, è molto sospetto l’atteggiamento del PD nei confronti dell’ex sindaco, mai piaciuto a Renzi e dal quale non è mai stato realmente e convintamente protetto. Del resto, a detta del chirurgo genovese, tra il lui ed il Premier non vi sono stati rapporti sgradevoli, ma non ve ne sono proprio stati, il che è strano se si considera l’istituzionalità e l’importanza dei loro incarichi, tanto più alla vigilia di appuntamenti come il Giubileo straordinario e la candidatura di Roma alle Olipiadi. La stessa tentata difesa di Matteo Orfini al sindaco PD (ma solo sulla carta), sono fin da subito apparse flebili e non convinte, e prontamente ritirate alla prima “difficoltà”. Quello del Matteo romano è parso più un gesto dovuto, volto a non ledere ulteriormente un partito che vive sulla discordia, che una posizione sincera.

Il sospetto che sorge, ma è solo tale, capzioso ed infondato, è che Marino sia risultato molto scomodo, tanto a destra quanto a sinistra, ma soprattutto ai potentati romani, per i suoi tentativi di disturbare la quiete in quelle enclavi e strutture, fondamentali per i voti di scambio, quali le partecipate ed i posti di lavoro alle dirette dipendenze del comune. Personaggio scomodo quindi Marino, che è stato facile far fuori col pretesto della sua evidente inadeguatezza al ruolo ed estrema e colpevole ingenuità di comportamento (l’uso, seppur minimale, di soldi pubblici per viaggi o cene, pur se rimborsati in un secondo tempo, non sono giustificabili, nemmeno con la vera constatazione che molti si comportano così, anche peggio, senza averne conseguenze). Il PD non può fingere di non proteggere De Luca in Campania, condannato per la Severino, di non aver sostenuto la Barraccio in Sardegna, di non essersi alleato in Sicilia con indagati per mafia ed ex esponenti della destra, quindi far di Marino una pura questione morale pare fuori luogo.

Probabilmente Roma è un terreno molto delicato e con Marino rischiava di compromettere al tenuta del PD. E’ stato quindi preferito provare a giocarsela, in un certo qual modo, con nuove elezioni, che si dovrebbero tenere in occasione delle prossime amministrative nella primavera del 2016 assieme ad altri importanti comuni, che rendono questa tornata ben più delicata rispetto a normali elezioni municipali. La sola presenza di Roma, per di più a seguito degli scandali occorsi, rende il contesto del voto ben più profondo e significativo rispetto alle consuete amministrative.

Le forze politiche sono tutte alla ricerca dei conadidati, anche il M5S, in vantaggio secondo i sondaggi e sicuramente presente in un eventuale ballottaggio, non ha ancora un volto, e Di Battista, il più popolare e quotato, non pare disposto a chiedere una deroga al regolamento del partito che non prevederebbe la candidatura di un parlamentare; ciò non impedisce però una deroga o modifica, magari a seguito dell’espressione della rete. Per il CDX potrebbe concorrere la Meloni, ma il prediletto in Fi (leggi Berlusconi) sarebbe Alfio Marchini, avversato dalla stessa Meloni per i suoi trascorsi nel PD, che in realtà avrebbe già dichiarato di voler correre col suo simbolo. La posizione più delicata è quella del PD, un partito che ormai ha perso l’immagine e la reputazione, un tempo forti, nella capitale. I Democratici renziani devono riscattarsi, ed al momento il nome che circola è quello di Barca. Sembra strano, perché Barca non è un renziano, anzi è stato spesso critico nei confronti del Premier, ma il gioco perverso potrebbe essere quello di mandare all’avanscoperta un personaggio non particolarmente caro a Renzi proprio per bruciarlo, consapevoli della forza del M5S. Al contempo, dopo un’eventuale vittoria del Movimento pentastellato, la speranza del PD sarebbe quella che la complessa realtà romana fagociti anche il movimento fondato da Grillo, per riconquistare così, nel giro di un paio d’anni, l’immagine persa (si sa che la memoria politica degli elettori è corta). In questo contesto si inserisce l’incognita Marino 2.0, pronto a ripresentarsi e forse sostenuto dalle minoranze interne Dem (che con una simile mossa potrebbero definitivamente scindersi) e da Sel. In un eventuale ballottaggio i voti di Marino, ultimamente riscattato per gli accanimenti che ha dovuto subire, come se i decennali problemi romani, in un men che non si dica, fossero stati causati solo dalla sua gestione, potrebbero risultare pesanti per il PD, perché mai un elettore di un Marino 2.0 voterebbe PD alla seconda e decisiva tornata, molto più probabile l’astensione (ipotesi migliore per il PD) o il sostegno al M5S.

Dobbiamo quindi tener d’occhio Roma per seguire l’attuale fase politica, complessa ed intrigata, non sempre al servizio del cittadino e della cosa pubblica come dovrebbe essere, ma contestualizzata in giochi e balletti ben più tenebrosi. Roma, come afferma Cantone, forse non avrà gli anticorpi, non sarà la capitale morale d’Italia, ma senza dubbio ne è la sua cartina tornasole, colei che meglio di ogni altra città rappresenta la complessità e la dinamica nazionale.

01/11/2015
Valentino Angeletti
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