Archivi Mensili: dicembre 2015

Banca Etruria, caso Boschi e l’abilità comunicativa di Renzi

crack-bancheSiamo in un periodo politicamente convulso sia a livello europeo che nazionale. Le elezioni francesi hanno riaperto una ferita, solo in parte curata dalla vittoria ai ballottaggi dell’asse repubblicani e socialisti opposti alla destra estrema lepenista di Front Nationalle; la Spagna si appresta ad andare alle urne per rinnovare la legislatura, tra l’incertezza generale, è già appurato che sono ben 4 le forze in gioco e pertanto si tratterà comunque dell’ennesima sconfitta del tentativo di ricondurre l’EU, e con essa ogni stato membro, ad un bipartitismo PSE-PPE, già evidentemente non rispecchiante i rapporti di forza del nostro paese.

A notte inoltrata, 3:15 del mattino (di domenica 20/12), a larga maggioranza, è stata approvata dalla Camera la legge di stabilità che è intenzione varare entro il 23 dicembre. Essa, molto dispendiosa e per la maggior parte in deficit, tanto da richiedere l’innalzamento del rapporto deficit-PIL di un valore compreso tra 0.2 e 0.4% a seconda dell’andamento del prodotto interno lordo, contenine anche il decreto salva banche per risolvere il recente caso che sta meritando gli onori dei media.

Una frase che riecheggia, e non è cosa nuova, molto spesso in questi giorni è “i colpevoli pagheranno”. Simile frase sarebbe scontata in ogni altro paese, superflua, se non fossimo in Italia, dove molte volte si sono sentite uguali parole e molto poche invece quelle in cui le si è viste realizzate. Generalmente, tirando le somme, a pagare sono sempre stati i soliti cittadini o contribuenti, insomma hanno pagato coloro che, in molti casi, già prima avevano subito il maltolto.

Entro i confini nazionali la questione che più ha tenuto banco è senza dubbio il crack delle quattro banche territoriali: Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti. Se la più grande delle quattro è Banca Marche, le cui vicissitudini sono evidenti e note almeno da 4 anni, quella più nell’occhio del ciclone è Banca Etruria, essendo direttamente collegata alla famiglia del renziano Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. Oltre ad incarichi secondari di altri componenti della famiglia Boschi, cosa peraltro diffusa che esponenti della politica locale abbiano posizioni in fondazioni legate per governance e comando a banche territoriali (molto abbiamo scritto di MPS), è la Vicepresidenza del padre Pier Luigi Boschi. Tale vicepresidenza ha inizio quando Maria Elena era già Ministro ed immediatamente prima della riforma per la trasformazione da istituti bancari con voto capitario, come le banche territoriali o di credito cooperativo, in SPA, quindi con voto proporzionale alle azioni detenute ed una più complessa ed approfondita governance di controllo sui bilanci. La riforma in questione, che ovviamente il ministro per le riforme doveva conoscere a puntino, ha consentito una repentina salita dei titoli interessati, e nella fattispecie ha fatto segnare una crescita di oltre il 60% a Banca Etruria. Ovviamente ciò non vuol dire che la famiglia Boschi abbia fatto guadagni, ma sicuramente disponeva di informazioni privilegiate, che avrebbe potuto sfruttare. Pur rimanendo ancorati al principio d’innocenza fino a prova contraria, ancora una volta siamo di fronte al solito concetto, che non dovrebbe verificarsi in politica, di “opportunità”, quello, ad esempio, secondo cui la Cancellieri avrebbe dovuto, a detta della stessa Boschi, dimettersi, e per il quale sono caduti Iosefa Idem e Maurizio Lupi. Altro elemento che fa pensare, è che recentemente sia stato inserito un emendamento secondo cui, in seguito ad un crack bancario, i vertici degli istituti godono di immunità che li rende non legalmente punibili.

Date queste evidenze, più fatti oggettivi che opinioni come alcuni vorrebbero far pensare, va detto che gli italiani, investitori sottoscrittori e vittime delle obbligazioni subordinate di emissione Banca Etruria, sono stati tratti in inganno da un sistema, quello finanziario, tutt’altro che trasparente, che suole compilare i questionari per la redazione dei profili di rischio dei clienti, indirizzando le risposte, quando non compilandoli totalmente loro, operatori con MBO sulle vendite di prodotti quali obbligazioni ed ostaggi delle difficoltà della banca, datrice di lavoro che solo vendendo simili prodotti può, ad esempio, non incorrere in contratti di solidarietà o licenziamenti. Il cliente, va detto, non essere del tutto incolpevole. L’italia è, tra i paese OCSE, l’ultimo come preparazione finanziaria e se, come di fatto è stato, entreranno a pieno regime le regole del Bail-In europee per la risoluzione bancaria, sarebbe bene che l’investitore avesse contezza di ciò in cui sta collocando i propri risparmi e del rischio che corre. Sapendo che il rischio di perdita sottoscrivendo obbligazioni subordinate dell’emittente Banca Etruria, si collocava nell’intorno del 60%, quanti avrebbero aderito? Eppure, sebbene tra cavillose righe scritte in burocratese, ciò poteva essere evinto ed era dovere dell’operatore spiegarlo chiaramente. O ancora, in quanti avevano letto i report europei pubblici che intimavano a Bankitalia di controllare le banche in questione poiché gli interessi conferiti non erano sostenibili in relazione al costo del denaro, in quel periodo ridotto ai minimi? Una duplice colpa dal mio punti di vista.

Lato opposizione di governo è parsa subito lapalissiana una disorganizzazione totale nel mettere in difficoltà l’esecutivo, sfruttando tutto ciò che questa vicende offriva su un piatto d’argento, e visto il calo dei consensi dell’esecutivo in favore del M5S, non sarebbe stato troppo complesso se, almeno in questa occasione, le opposizioni si fossero fortemente coalizzate. Invece l’incedere è stato differito, prima la sfiducia al Ministro Boschi avanzata dal M5S , Lega e pochi altri elementi (bocciata), poi sarà la volta della sfiducia a tutto il governo, incalzata da FI ed il centro destra. Una divisione che ha reso gioco facile a Renzi, che da ottimo comunicatore ha cercato di spostare l’attenzione sul fatto che il decreto salva banche appena inserito in stabilità avrebbe salvato dipendenti (probabilmente vero) e correntisti. Il termine correntisti è generico ed impreciso, infatti è probabile che i correntisti e gli obbligazionisti, per le norme di protezione e di solvenza nei confronti dei creditori, non siano coloro che avrebbero dovuto concorrere al salvataggio della banca, contrariamente a detentori di obbligazioni subordinate ed azionisti. Ricordiamo che i conti correnti sino a 100’000 euro sono protetti dal fondo interbancario. Indubbio però è che il termine correntisti fa molto più effetto che obbligazionista.

Altra mossa da maestro di Renzi, è stato l’attacco, giustissimo, ma sospetto per ritardo e tempistiche, alla Merkel ed alla Germania, alla quale veniva ricordato di “non stare versanod sangue per l’Europa”. Il Premier ha voluto porre attenzione su temi come immigrazione, economia, energia-petrolio, Russia, ed anche Banche. Le tempistiche sono sospette percè questi problemi sono noti da anni ormai e mai il Presidente Renzi aveva alzato la voce come in questa occasione. Il monito che Renzi ha sottolineato con più vigore è stato quello economico, ed in particolare legato al salvataggio delle banche, ed alla necessità che, se esistono regole comuni, anche i rischi devono essere condivisi tra tutti i paesi membri, cosa che la Germania ha sempre rifiutato (la condivisione dei rischi ed anche di bond europei sono soluzioni che da molto proponiamo in questa sede, ed anche Prodi prima e Tremonti poi se ne fecero promotori). Renzi ancora ha ricordato, e dice il vero, che la Germania utilizzò alcune centinaia di miliardi per salvare le sue banche (Deutsche Bank e Commerzbank le più note), mentre l’Italia solo uno (per MPS), omette però di ricordare che ciò è dovuto al fatto che a causa del rapporto deficit-PIL italiano, dal valore del debito e dal PIL stagnante, non ci fu consentito da Bruxelles.

Il risultato di un simile attacco è stato nullo in Europa, liquidato dalla Merkel con un: “non è la prima volta che abbiamo qualche divergenza con Renzi” (ricordiamo che quest’anno non riusciremo a rispettare il percorso di rientro deficit-PIL e che l’Europa per tale ragione potrebbe richiederci ulteriori sacrifici a primavera del 2016). In Italia invece gli attacchi di Renzi hanno avuto un successo incredibile nello spostare l’attenzione dal caso Boschi al suo coraggio nel battere i pugni in Europa…. Ma con quale ritardo ha iniziato a battere i pugni, e con che convinzione? Pressoché nulla.

Le regole da rivedere per convergere verso una unione reale, d’interessi e valori comuni, senza gli slanci particolaristici delle singole nazioni, attente alle proprie zone di confort, sono innumerevoli e l’italia, oggettivamente in molte circostanze penalizzata dalle normative comunitarie, dovrebbe con più convinzione, determinazione e competenza, lottare per una loro revisione, non lanciare qualche accusa solo quando la comunicazione ed il consenso lo richiedono.

20/12/2015
Valentino Angeletti
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Risultato delle politiche UE: trionfo di Le Pen alle regionali in Francia. Anche se il secondo turno è molto più complesso

Le ultime settimane sono state ricche di vicende politiche di rilevanza non trascurabile. Sì è partiti, come in un climax ascendente, dai rapporti interni al PD, che sono andati via via risanandosi, seppur con alle porte la scelta dei candidati per le primarie in vista delle amministrative del 2016. Questa aura di pace, da molto tempo assente tra i democratici, non ha fatto in tempo a sedimentarsi, almeno all’apparenza, che dati economici diramati dall’ISTAT, peggiorativi rispetto a quanto ipotizzato dal Governo (0.7% contro 0.9% di PIL), hanno risvegliato la divergenza di vedute tra ampie parti del PD ed il suo Segretario-Premier, in particolare riguardo alle misure votate all’economia ed al lavoro, rispetto alle quali anche i sindacati e le organizzazioni datoriali hanno espresso, con modalità e vigore differenti, numerose perplessità. Ma il vero catalizzatore politico dell’ultimo periodo sono state le elezioni amministrative regionali francesi.

L’esito, senza precedenti, è stato eclatante ed assolutamente inconfutabile: vittoria schiacciante, al primo turno del partito di estrema destra “Front Nationalle” guidato dalle eredi di Jean Marie: Marine Le Pen e la cugina Marion Maréchal Le Pen. La vittoria è stata netta in 6 delle 13 regioni d’oltralpe (vedere immagine) ed ha raggiunto a livello nazionale un dato attorno al 30%. Le 6 regioni sono state spartite tra le due cugine Le Pen: quelle del Nord hanno visto candidata direttamente Marine, mentre quelle più a Sud la nipote Marion, ben più estrema nelle sue ideologie rispetto alla zia. Mentre Marine ha posizioni, sì radicali, ma più aperte nei confronti di immigrazione ed islamismo, che rimangono un pilastro dell’economia francese, e sui diritti omosessuali, la più giovane Le Pen risulta quasi “nazista” in taluni aspetti dei suoi programmi, ove spicca il totale ripudio degli immigrati, degli islamici e la pressoché totale preclusione nei confronti dei diritti omosessuali. Ambedue sono accomunate dallo spiccato spirito anti europeo. Ricordiamo che Marine, quando il leghista Salvini si proclamava Lepenista e professava certe politiche di estrema restrizione nei confronti degli immigrati e degli islamici, la Marine, navigata conoscitrice delle dinamiche economiche e politiche francesi, se ne è prontamente discostata.

Esito 13 regioni elezioni regionali francesi 2015

Esito 13 regioni elezioni regionali francesi 2015

Queste votazioni sono state le prime dopo gli attentati di stampo islamico presso la redazione Charlie Hebdo e quella identificata come “strage del Bataclan”, ma collegare idealmente la vittoria della estrema destra a questi tragici episodi è o totalmente strumentale oppure denota cecità tipica di sinistri (inteso da aggettivo qualificativo) personaggi, come ad esempio lo statunitense Donald Trump. Possono aver infervorato gli animi degli indecisi o di coloro già elettori dell’estrema destra, ma che abbiano ampliato l’assenso nei confronti di FN tanto da spostare l’ago della bilancia, è impensabile.

Già da tempo la vittoria della Le Pen era nell’aria, sia in francia che a Bruxelles. Questa ha le radici nella crisi economica e soprattutto in come è stata affrontata dall’Unione Europea. La stessa Marine ha dichiarato che la sua vittoria, preludio, nei suoi piani, alla scalata all’Eliseo nel 2017, è il risultato nella popolazione francese delle politiche e delle imposizioni dei burocrati di Bruxelles. Medesime parole, senza troppa originalità d’analisi, sono state usate dal Premier Renzi per descrivere la vittoria Lepenista e la debacle di Hollande e del partito socialista, alleato del PD presso il Partito Socialista Europeo. Non sfugge a questa analisi anche il presidente della Commissione UE Junker, il quale ha aggiunto che, continuando nella direzione dei nazionalismi, entro 10 anni l’Unione rischia di essere cancellata.

A ben vedere la preoccupazione di J. C. Junker non è affatto remota. I nazionalismi imperversano in molti paesi europei, principalmente dell’est, ma non solo. In Italia siamo relativamente immuni a questa deriva, non esiste una destra, nè di centro nè estrema, in grado di mirare allo scranno nazionale. La Lega, movimento indubbiamente che più ha tratto vantaggio dalle derive destrorse anti europee, non ha ancora saputo elaborare una politica nazionale che richiederebbe o un totale assoggettamento di partiti quali FI al leader Salvini oppure un alleggerimento delle proprie posizioni, in contrasto con quelle che sono le caratteristiche di “originalità” leghista 2.0. Coloro che più possono assurgere al ruolo di partito di protesta sono i militanti ed i politici a 5 Stelle, che, stando ai sondaggi, potrebbero togliersi soddisfazioni nella prossima tornata amministrativa di primavera, ma che di certo poco hanno a che spartire coi programmi lepenisti.

Ciò che però Juncker dimentica di aggiungere, è che la situazione attuale altro non è che l’esito di una prolungata insistenza europea verso certe direttrici politico-economiche sicuramente errate almeno per taluni contesti, tra i quali annoveriamo Francia ed Italia, senza peraltro cogliere l’esempio di quanto attuato in USA per far ripartire con vigore (ovviamente non senza problemi) l’economia, il PIL e soprattutto il lavoro. L’agire austero di Bruxelles altro non ha fatto che allontanare sempre di più la popolazione del vecchio continente dai valori fondanti l’unione, rendendola apatica e diffidente nei confronti della politica, alla quale è stata posta come controreazione un ritorno ai nazionalismi, alle chiusure nazionalistiche ed alla paura del diverso, in opposizione alla necessaria contaminazione ed arricchimento culturale del mondo globalizzato.

Ora in Francia vi sarà il secondo turno, dove l’incognita principale è l’astensionismo. La vittoria della Le Pen, percentualmente eclatante, si sminuisce se letta con l’aritmetica dei numeri assoluti. Solo il 50% degli aventi diritto si è recata alla urne, ne risulta che FN ha vinto con il 30% del 50% degli elettori, quindi il 15% degli aventi diritto (chiaro è che il ragionamento si estende, amplificandosi, anche alle altre forze politiche i cui risultati sono quasi risibili, principalmente per Hollande).

Per Le Pen il secondo turno di domenica prossima sarà durissimo perché si prospetta una coalizione Socialisti – Repubblicani (pur non richiesta dal furbo Sarkozy, che ben sa che, anche senza suo esplicito messaggio, Hollande chiederà ai suoi di sostenere l’UMP dell’ex presidente Sarkò) in chiave anti FN e perché gli astensionisti, “partito” vincente come in Italia, non sono votanti di FN, che come ogni movimento di protesta ha mobilitato alle urne, con la speranza di un cambiamento radicale, la quasi totalità dei suoi elettori, ma principalmente delusi ed ex votanti tipicamente di Hollande, che di certo tutto vorrebbero meno che vedere un partito di estrema destra al governo.

Il messaggio all’Europa è stato lanciato, sicuramente sarà colto da partiti simili a FN in altri paesi europei (in Italia dalla Lega), ma soprattutto, per non incappare in una cocente sconfitta istituzionale, dovrà essere recepito nei palazzi di Bruxelles, per reindirizzare una politica che da tempo diciamo essere inappropriata al contesto economico, sociale e politico che stiamo vivendo.

08/12/2015
Valentino Angeletti
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