Archivi Mensili: febbraio 2016

Accordo UE – UK: la disgregazione europea si avvicina?

Oltre 24 ore è durato l’ultimo consiglio europeo. Doveva concludersi durante il “Breakfast”, poi è stato necessario il “Brunch”, poi il “Lunch”, la “Dinner” e solo a digestione ormai avvenuta è stato raggiunto l’accordo. Le facce degli uscenti, a notte fonda, erano stralunate, inclusa quella del Premier Renzi, desideroso di tornare a casa, entro i confini e le mura domestiche, perché del resto è nella propria dimora e con i propri intimi che ci si sente più a proprio agio. Medesimo pensiero riteniamo che abbia mosso le richieste di Cameron ai membri del consiglio.

I temi in programma a Bruxelles erano sostanzialmente due e riguardavano il Regno Unito e l’Austria. L’impasse ha riguardato il paese guidato da David Cameron, ed il tema dei migranti, messo sul piatto dall’Austria, è stato affrontato solo marginalmente e rimandato ad un vertice speciale che avrà luogo di qui ad un mese circa.

L’obiettivo degli stati membri dell’UE era quello di convincere il Premier Britannico a schierarsi a favore della permanenza nell’UE del paese da lui guidato, in vista del referendum che dovrà tenersi e che poi, lo stesso Cameron, ha fissato il 23 giugno,  proprio per accelerare i tempi di questa importante decisione nelle mani del popolo di sua Maestà.

Ovviamente si è trattato di un negoziato estenuante, ove le richieste di Cameron sono state nette e chiare: più restrizioni al libero flusso dei migranti ed all’accesso al welfare; concessioni nel settore bancario e finanziario che esulino dal contesto della regolamentazione vigente per gli altri stati UE; non appartenenza al maxi stato europeo che si vorrebbe creare.

Tra quelli citati, il nodo affrontato più approfonditamente e sul quale vi sono state aspre divergenze, è risultato, prevedibilmente, il primo. A quanto e dato sapersi, David Cameron chiedeva una sospensione, per 7 anni prorogabili fino a 20 anni e con benefici introdotti in modo graduale, all’accesso al welfare inglese per i migranti, anche appartenenti a paesi membri, tra i quali, ricordiamo, vige il trattato di Schenghen, in discussione proprio in questi giorni, che consente libera circolazione di persone e merci tra gli aderenti (non aderiscono, seppur all’interno dell’UE, Irlanda e Gran Bretagna) ed una maggior libertà di espulsione. Dopo la maratona notturna che ha portato all’accordo UNANIME, sono state accordate al Regno Unito molte libertà non previste per altri paesi europei. Cameron ha ottenuto più autonomia nel settore bancario e finanziario, ma soprattutto la possibilità di espellere, dopo 6 mesi, i migranti, anche europei, che non avessero trovato un lavoro, ma soprattutto, e questa è stata la sua grande vittoria, la sospensione dei diritti al welfare inglese per tutti i migranti UE (ed extra UE ovviamente), per un periodo di 4 anni prorogabili ed una loro gradualità. Da notare che queste concessioni a partire dal 2020, potranno essere utilizzate anche da altri stati, ed immaginiamo già la coda di rappresentati governativi in attesa di poter sottoscriverli per il proprio paese.

Come di consueto in queste circostanze le dichiarazioni conclusive sono state positive, anche se il reale vincitore, leggendo criticamente i fatti, è esclusivamente il primo ministro britannico. Il Cancelliere tedesco Merkel ha dichiarato che è stata usata la flessibilità dovuta e richiesta, il tutto per il bene dell’Europa. Viene però da chiedersi se, per lo stesso bene dell’Unione, non fosse stato meglio usare questo tipo di flessibilità per risolvere le problematiche economiche che coinvolgono il vecchio continente, a cominciare da una maggior propensione agli investimenti, ed un minor legame a parametri come il rapporto deficit/pil, salvando, ad esempio, con costi molto minori, la Grecia, e che avrebbe potuto essere applicata anche, ma non solo, all’Italia stessa.

Le concessioni ottenute da Cameron, e di conseguenza il suo appoggio alla permanenza della GB in UE al referendum di giugno, vero obiettivo degli altri paesi membri, non trova consenso unanime in patria e neppure all’interno del suo stesso partito, in cui 6 esponenti di governo hanno continuato a schierasi per l’uscita britannica. I sondaggi del resto danno uno scarto minimo, probabilmente inferiore alla deviazione standard: incertezza assoluta quindi.

Mettendo da parte gli elogi all’accordo raggiunto degli stati membri, l’esito della trattativa rappresenta un precedente rischioso. Una falla probabilmente incolmabile all’interno dell’equilibrio e dei meccanismi di “do ut des” europei, un venir meno alle ispirazioni iniziali, agli obiettivi, alle speranze dei padri fondatori di una Europa transnazionale, coesa, solidale, in contrapposizione a quella dominata da logiche ed interessi particolari e nazionali (in questa circostanza vincenti), tanto più che la tematica fondamentale è di tipo strettamente sociale, come accesso al welfare ed occupazione.

Evidentemente il timore di perdere la seconda economia europea ed il primo mercato finanziari mondiale, ha spinto gli altri capi di governo alle corde e li ha costretti ad accettare condizioni molto pericolose. Evidente che anche l’uscita del Regno Unito dall’Europa non sarebbe stato un precedente positivo.

A questo punto verrebbe da chiedersi quale sia il male peggiore, che si inserisce peraltro in un contesto economico mondiale, ed europeo in particolare, pericolosamente in rallentamento: l’uscita della GB oppure la sua permanenza ma che darebbe il “la” ad una serie di richieste di maggiore libertà da parte di molti altri paesi?

Ricordiamo che solo pochi mesi fa, sia per la BCE che per i palazzi di Bruxelles, la linea era quella di una cessione di sovranità statale a vantaggio di una governance che per certi aspetti avrebbe dovuto essere centralizzata (con indubbi vantaggi se si pensa alla tassazione, al fisco, agli stipendi ecc), ora questa tappa viene drasticamente meno.

Sinceramente non saprei se convenga schierarsi con il sì o con il no al referendum del 23 di Giugno, certo è che la nottata tra il 19 ed il 20 febbraio 2016 rappresenta una pagina nera per l’Europa dei popoli e probabilmente il vero inizio della disgregazione del progetto di unione del vecchio continente.

21/02/2016
Valentino Angeletti
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L’irrisolto problema greco si ripropone: prosegue la recessione ad Atene e per l’FMI è allarme

Variegati ed importanti sono gli argomenti che tengono banco tra i media cartacei, televisivi ed in generale tra tutti i canali multimediali. Spaziano dalla politica allo spettacolo fino alla finanza. In particolare, l’informazione è focalizzata sulle unioni civili e le controversie politiche dovute al meccanismo della “Stepchild Adoption” del DDL Cirinnà, la ricerca dei candidati delle varie coalizioni in vista delle elezioni amministrative che si terranno a primavera in numerosi importanti comuni, il festival di Sanremo, la riforma delle banche sia a livello europeo, con l’introduzione del Bail In per la gestione delle insolvenze, che, internamente, delle banche di Credito Cooperativo ed infine, ma di grande importanza, la visita a Cuba e la seguente visita in Messico, del Papa e del Patriarca Krill che si sono incontrati proprio all’aeroporto di L’Avana, dando indubbiamente vita ad un evento di portata storica.

Oltre a quanto scritto sopra però, un allarme che coinvolge tutta l’Europa, è stato lanciato proprio poche ore fa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Invero, che questa piaga, lasciata irrisolta ad imputridirsi per troppo tempo, si sarebbe riaperta senza ombra di dubbio, lo avevamo scritto a più riprese in questa sede, ed ora la facile profezia si sta avverando non inaspettatamente, seppur non dotati noi di poteri chiromantici. L’istituto guidato da Christine Lagarde, ha riportato l’attenzione sulla Grecia, intimando il concreto pericolo di una sua uscita dall’Europa Unita.

La Grecia di Tsipras è prepotentemente ricaduta in recessione, del resto il governo Tsipras risulta essere una anatra molto più zoppa di quanto avvenga negli Usa quando il presidente ed il congresso risultano appartenenti a fazioni contrapposte. Quando è salito a palazzo, presso Syntagma, Alexis Tsipras ha dovuto accettare un piano di riforme ed  un programma di austerità dettato dall’Europa, la quale, solo sottostando al detto programma, ben lontano dalle idee della coppia Tsipras-Varoufakis caduta a Bruxelles, avrebbe sbloccato le tranche di aiuti concordati e necessari per i pagamenti e gli impieghi dello Stato verso i creditori ed anche per stipendi e pensioni. Il piano prevedeva tagli a stipendi e pensioni, nonché alle agevolazioni statali; gli stipendi e le pensioni, così come i tagli ai ministeri, sono già stati praticati e non possono colpire ulteriormente la popolazione che ancora non ha visto i lumi della tanto agoniata e promessa ripresa, anzi si è rivista la recessione, quindi è ora la volta dei tagli alle agevolazioni, in particolare a quelle agli agricoltori, pescatori ed allevatori, particolarmente importanti visto il peso che agricoltura, allevamento e pesca hanno nell’economia ellenica ed il numero di lavoratori che impiega, soprattutto appena ci allontaniamo dalle città e dalle zone turistiche per recarci nei luoghi più periferici o dell’entroterra. Gli impiegati del settore primario si sono mobilitati e stanno bloccando le strade ed intavolando proteste in piazza, inclusa piazza Syntagma, sede del Governo ellenico.

Era scontato che, appena la situazione economica Europea avesse subito un rallentamento, che include anche numerosi problemi, ora emergenti ma noti da tempo, al settore bancario, la vicenda greca si sarebbe ripresentata, e così, con una ricaduta in recessione, puntualmente è stato. Chiaro che la ricetta europea a base di austerità e tagli non è ciò che serve alla Grecia ed all’Europa per risolvere il grosso problema economico che ci sta travolgendo in modo differenziato da regione a regione, ma che ora sta colpendo anche la Germania, mostrando i primi problemi ad alcuni settori industriali ed ai consumi.

Alla recessione economica ed alle mobilitazioni degli agricoltori, Tsipras deve aggiungere la gestione del tema dei migranti, e gli adempimenti, 50 in tutto da eseguire in pochi mesi, che l’UE ha imposto per consentirle di permanere all’interno di Shenghen. Evidentemente in queste condizioni la Grecia non può riuscirci e sarebbe l’ulteriore, forse decisivo, passo verso la sua uscita dall’Europa ed alla conseguente disgregazione europea, che allora sarebbe solo questione di tempo.

Avevamo già detto, facendo eco a molte altre voci autorevoli e ben più illuminate, che la strategia europea era inconsistente ed inadatta a risolvere la situazione di permanente stagnazione economica quando non addirittura recessione, così come quella dei migranti, che si ripresenta immancabilmente ad ogni nuova primavera. Ribadiamo il concetto e ribadiamo come sarebbe ora di un definitivo cambio di rotta, sebbene crediamo che neppure questa sarà la volta buona, come il recente passato insegna.

 

14/02/2016
Valentino Angeletti
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