Archivi Mensili: marzo 2016

Bertolaso VS Giachetti: surreale (per ora) confronto alla “Messi VS Maradona”

Messe alle spalle le primarie romane del PD, non senza polemiche e strascichi che avranno bisogno di tempo per estinguersi completamente, con le quali Roberto Giachetti è stato eletto a candidato democratico, sostenuto da Renzi, per la corsa al Campidoglio, è stata, sabato e domenica scorsi, la volta delle “gazzebarie”, nome con il quale il centrodestra ha identificato le proprie primarie, conformate più come un referendum su Bertolaso, candidato sostenuto da FI e Berlusconi, che si è personalmente speso a sostegno del “City Manager”.

Facendo un  rapido calcolo ed ingaggiando un duello virtuale molto interessante, benché, parlando a livello scientifico, poco significativo (una sorta di Maradona VS Messi), possiamo dire che le primarie del PD hanno portato al voto circa 42’000 persone, su un target sperato di 70-100 mila elettori (non un trionfo dunque), mentre, a fronte di una prospettiva di 10 mila votanti, le gazzebarie, secondo dati ufficiali, un range tra le 45 e le 48 mila persone (facendo, stavolta a ragione, gridare al successo gli organizzatori). Supponiamo che in ambedue i casi, ragionando per difetto, i votanti siano stati circa 40 mila: nel CDX il 90% ha sostenuto Bertolaso, mentre, per il CSX, è stato il 60% a sostenere Giachetti il restante 40% principalmente ha messo la crocetta sul nome di Morassut. Parlando quindi in termini assoluti la situazione vede circa 36 mila voti in favore di Bertolaso e 24 – 25 mila in sostegno di Giachetti.

Da notare che i partecipanti alle primarie del CDX sosterranno tutti Bertolaso, mentre dei 40 mila votanti alle primarie del PD non tutti coloro che non hanno votato Giachetti ripiegheranno sul candidato renziano, poiché, viste le forze disgregatrici interne al PD e l’avversione che molti elettori hanno nei confronti delle larghe intese renziane, del patto del nazareno e del supporto verdiniano, potrebbero decidere di astenersi o di schierarsi per il M5S.

Ciò detto, parrebbe che Bertolaso parta già in pole position, ma lo strappo di Salvini e la possibile discesa in campo della Meloni spariglierebbero senza dubbio le carte, compromettendo definitivamente l’eventuale vittoria di Bertolaso.

Considerando lo scenario a valle di questa breve analisi ed alla luce del seguito che il M5S si prevede che abbia nel capoluogo, non abbiamo difficoltà nell’affermare che le elezioni amministrative capitoline saranno oltremodo succulente, non avare di sorprese e significati decisamente estendibili su scala nazionale.

14/03/2016
Valentino Angeletti
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D’Alema e l’ormai incolmabile divergenza del PD

Sono giunte come un colpo di sciabola e come tale hanno un peso notevole, non tanto per il messaggio che trasmettono, il quale non è nuovo dall’essere proferito, quanto per lo spessore di colui che le ha emesse. Il riferimento è, ancora una volta, alle forze disgregatrici che ormai risiedono, come inquilini stabili, all’interno del PD e che in questa circostanza sono state esplicitate niente poco di meno che da Massimo D’Alema, di ritorno da un viaggio in medio oriente.

In estrema sintesi D’Alema ha affermato perentoriamente che Renzi, la sua entourage ed il modello che ha adottato per la gestione del PD, lo sta “distruggendo”  e rendendo estraneo rispetto a quelli che erano gli ideali dei fondatori; ormai il partito della nazione, almeno dal Nazareno in poi, è cosa fatta ed assodata, grazie, indubbiamente, al supporto di Verdini. Secondo D’Alema, questo agire non può essere accettato dalla vecchia guardia del PD, dicendo ciò cita esplicitamente il professor Romano Prodi. Nell’idea di D’Alema esiste un notevole spazio a sinistra del PD, rappresentato dal vecchio elettorato storico, che è il momento di colmare, ed al “Leader Massimo” fa eco, a distanza di poche ore, l’ex segretario generale CGICL, Cofferati, dichiarando che è il momento di creare un partito vero e proprio che ritrovi le origini e persegua i primordiali ideali del Partito Democratico. Prende invece le distanze dalla copia di “dissidenti” Pierluigi Bersani, che smentisce ogni ipotesi di divicreato benché sostenga che Renzi ha perso la misura e che deve nutrire rispetto per quelli che il PD lo hanno creato.

Ovviamente la risposta di Renzi non ha tardato ad arrivare, ed è stata, come da par suo, tosta, respingendo al mittente le accuse di aver distrutto il PD. Il declino del partito, per il Premier, sarebbe iniziato quando la vecchia dirigenza avrebbe consegnato l’Italia nelle mani di Berlusconi.

Quanto detto da D’Alema non è nuovo, ci avevano provato Speranza, D’Attorre, Cofferati, Fassina, Civati, ma, complice anche la loro totale divisione e divergenza di vedute sul se e come creare una nuova entità politica di sinistra una volta fuori dal partito, l’esperienza, che pure continua, pare non esser altro che l’ennesimo fallimento. Adesso però a parlare è una delle voci più autorevoli del centro sinistra, una figura che, con le sue passate politiche all’insegna del liberismo, le sue azioni in politica estera, la sua apertura al dialogo con altre fazioni, non può certo dirsi estremista, anzi tutt’altro: ciò senza dubbio è un elemento da valutarsi con attenzione e non privo di significati, tra i quali, il più lampante, è che la “misura” tra vecchia e nuova dirigenza, è ormai colma e la faglia non più saldabile, con buona pace dei Bersani e Cuperlo di turno.

Probabilmente lo spazio a sinistra del PD teoricamente esiste, lo dimostrano le interviste nelle periferie romane durante le primarie, tutti, dei pochi votanti, a sostegno di Morassut, ma allo stato attuale questo spazio è difficilmente colmabile da una nuova formazione sinistrorsa, che tra l’altro si affiancherebbe a SEL. Questa frangia di delusi dai democratici si è ormai schierata tra le file degli astensionisti oppure dei sostenitori del M5S, talvolta per condivisione dei programmi, propositi di etica e morale (spesso con le vicende dei candidati con pendenze legali  disdetti dal recente PD), talvolta identificando il movimento come minore dei mali e colui che mai è stato messo realmente alla prova e per tanto vergine dal peccato originale. D’Alema, con le mosse che ora dovranno necessariamente seguire le sue forti dichiarazioni, deve stare attento, perché potrebbe rischiare di indebolire il PD di Renzi quel tanto che basta per consegnare, ad esempio Roma, nelle mani di un centro destra estremamente disorganizzato e con Berlusconi che ha voltato le spalle a Salvini e Meloni, o, cosa più probabile, al M5S, nonostante le ragioni di Massimo D’Alema siano più che comprensibili.

Vedremo a breve cosa accadrà e dovremo stare attenti a come verrà affrontato il referendum sulle riforme costituzionali, che potrebbe essere realmente, ancora più che le elezioni romane, un viatico cruciale per l’esecutivo, nel quale viene testata la fiducia che a livello nazionale è riposta nel Governo e soprattutto nel suo operato.

Quello che al momento è certo, è che il centro sinistra, per come storicamente lo conosciamo, non esiste più, da tempo, e finalmente lo hanno realizzato anche i vecchi dirigenti.  Sarà interessante seguire come verrà gestito e che conseguenze avrà questo sempre più evidente bivio. Il pronostico più facile è che se una scissione si verificherà, allora Renzi, per poter avere numeri adeguati, non potrà far altro che avvicinarsi sempre più a Verdini ed al suo elettorato democristiano e di centro destra andando, grazie alla sinistra fuoriuscita, a realizzare sempre più compiutamente quel partito della nazione così poco sopportato da D’Alema.

12/03/2016
Valentino Angeletti
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Primarie PD: una sconfitta mascherata da vittoria?

Il primo importante passo del PD verso le elezioni amministrative di primavera si è concluso ed ovviamente è rappresentato dalle primarie che si sono tenute nel weekend scorso in alcuni importanti comuni. Contemporaneamente si apre il lungo cammino della compagna elettorale che ci accompagnerà fino all’election day.

Sfogliando i risultati si direbbe che la vittoria della frangia governativa del PD, in altri termini dell’ “apparato” renziano, sia lampante: a Roma Giachetti ha vinto su Morassut con circa il 60% di preferenze, a Napoli si è imposta la giovane Valente battendo la vecchia guardia rappresentata da Bassolino, a Trieste l’uscente PD, il filogovernativo Cosolini, ha confermato la sua candidatura anche per la prossima tornata del capoluogo friulano. Ed infatti sono questi i dati che fanno cantare vittoria ad Orfini benché tale affermazione sia in palese contraddizione con quelli che erano gli obiettivi dichiarati prima delle primarie, ossia puntare ad una grande partecipazione e poi, qualunque fosse il vincitore, fare gruppo per sostenerlo unitamente.

Considerando Roma, che sarà la vera prova del nove per Renzi, sia per Morassut che per Giachetti, sia per Orfini che per il Premier stesso, la soglia minima da raggiungere per non considerare queste primarie un fallimento (testuali parole) era 70’000 votanti, con l’auspicio di superare i 100’000 che parteciparono all’elezione di Marino; la scorsa domenica invece, il conteggio si è fermato a poco meno di 50’000. I 25 – 30 mila voti incassati da Giachetti sono praticamente un quarto di quelli (80’000) ottenuti da (il fu) Marino.

A rincarare la dose c’è stato anche testa a testa a Napoli, dove l’affluenza non ha rappresentato un problema, ma che non sottolinea una dominanza renziana in terra partenopea, alla luce anche del seguito grillino, e soprattutto, come ogni primaria degna di tale nome, all’ombra di brogli che qualche ora fa si è abbattuta sulle primarie sotto il Vesuvio: alcuni filmati (resi pubblici da fanpage.it) proverebbero che persone sono state indirizzate al voto alla Valente, fornendo loro anche l’Euro di contributo al partito.

Tornando alla capitale, la bassissima affluenza denota in primis una disaffezione per la politica, e già ne avevamo contezza, ma anche per il PD. Le periferie, quelle che una volta rappresentavano la base dei democratici e la sede dei principali circoli, non hanno votato, o se lo hanno fatto si sono apertamente (non mancano interviste in merito) schierate per Morassut, l’unico, a detta loro, rappresentante della vera sinistra, non quella “invisa” con patto del Nazareno, con Verdini, col partito della Nazione. La borghesia bene, già di stampo democratico, ma anche quella più centrista e democristiana non disprezzante le posizioni filo centriste e destrorse più volte assunte ufficialmente dal Premier, ha probabilmente sostenuto il candidato indicato da Renzi, il radicale Giachetti.

Dai sondaggi è possibile estrapolare la conclusione che molti degli storici elettori del PD andranno a rimpinguare le file degli astensionisti o dei delusi che si rivolgeranno, come ultima ratio, al M5S. Di questo fatto, al momento verificabile per la città capitolina, ma facilmente ampliabile su scala nazionale, il PD, e Renzi primo tra tutti, dovrà tenere conto in vista di un sempre più probabile ballottaggio col movimento ispirato da ispirato da Grillo, ma anche con lo sfasciato CDX, che se si unisse in una coalizione, ipotesi decisamente rara, sarebbe il primo partito di Roma e, con tutta probabilità, d’Italia.

Ad alzare ulteriormente il livello di complessità della vittoria all’eventuale ballottaggio tra PD e M5S, contribuisce anche la situazione economica che vede una Europa nuovamente, anche se con piglio più amichevole e meno nordico, alle nostre calcagna, ricordandoci come la flessibilità che richiediamo sia già stata usata e che i parametri di deficit e debito non sono migliorati come invece avrebbero dovuto, benché vengano riconosciuti alcuni passi avanti sul fronte di riforme e lavoro. Questo fatto, unito alle irrisolta crisi migratoria, si rispecchia nel nostro paese con un pericoloso incrementare del degrado di alcune periferie cittadine e con la situazione economica di molte famiglie che non riescono a fronteggiare le spese giornaliere, incluse quelle sanitarie, spingendo così molte persona a trascurare la propria salute.
Oltre che a lavorare su riforme economiche che possano portare benefici immediati all’ex ceto medio che ha perso la vocazione democratica, il Governo Renzi deve necessariamente lavorare ad una chiara idea di partito e puntare o al ritorno alle origini cercando di recuperare consensi a sinistra, oppure, con l’obiettivo di ampliare il bacino elettorale di centro e di centro destra (i cui elettori sono sempre più spaesati) guardando al partito della nazione, come conseguenza del patto della nazione e degli accordi con ALA di Verdini. Analogamente anche la frangia del PD più orientata a sinistra dovrà decidere “cosa fare da grande”.

L’attuale situazione del Partito Democratico di “né carne né pesce” è molto probabilmente di grande vantaggio per il M5S e, cosa assai peggiore, d’incentivo all’astensione.

08/03/2016
Valentino Angeletti
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