Archivi Mensili: aprile 2016

Un CDM festante… dai servizi, alle banche

Con ancora i metaboliti dei terremoti politici in vista delle amministrative primaverili con il cambio in corsa, in favore di Marchini esautorando Bertolaso, del candidato di CDX, e le contemporanee indagini su esponenti democratici in Campania e Sicilia, si è concluso un importante CDM, nel quale sono state prese decisioni rilevanti.

Il Governo, nel CDM di venerdì 29, ha presentato i nomi dei vertici delle agenzie preposte alla sicurezza nazionale, nella fattispecie sono stati rinnovati gli apici di Polizia, Finanza, Servizi e Marina. Al momento è in stand by, dopo le polemiche su Carrai, che avrebbe dovuto esserne il responsabile, il fondamentale apice dell’agenzia preposta alla Cybersecurity, entro il perimetro della quale dovrebbe ricadere la sicurezza e la privacy di tutte le informazioni top secret detenute dallo Stato Italiano. In ogni caso Marco Carrai, fidato amico di Renzi, sarà nei prossimi giorni chiamato, come consulente, a Palazzo Chigi, perché il Premier, manifestando il diritto di avere come amici eccellenti professionisti, non vuole privarsi di una sua consulenza. Oltre alla delega sulla sicurezza informatica, rimane in sospeso un’altra pedina chiave del Governo, vale a dire il ministro dello Sviluppo Economico, che succederà alla dimissionaria Guidi. La prossima settimana dovrebbe essere la volta anche di questa nomina, con voci di palazzo che pronosticherebbero che si tratterà di una figura d’industria, con tutta probabilità donna.

Le nomine ai vertici della sicurezza di Franco Gabrielli alla Polizia, Alessandro Pansa al Dis, Mario Parente all’Aisi, Giorgio Toschi alla Guardia di Finanza, varranno due anni, in quanto Renzi ha ritenuto che il nuovo Governo, dopo le elezioni del 2018, dovrà avere la possibilità di riconfermarle o meno. Vero che, come dice il Governo, si tratta di figure competenti e serie, ma è anche vero che, senza timore di essere smentiti, si tratta di uno dei più classici giri di poltrone, rispetto a professionisti che già lavoravano proprio in quel campo. Nessun rinnovamento od inserimento, magari in affiancamento, di nuove leve che avrebbero dovuto avere l’onore e l’onere di rappresentare la nuova classe dirigente, raccogliendo e facendo tesoro dell’esperienza e della contaminazione che in un affiancamento del genere avrebbero potuto maturare, dal canto loro i navigati professionisti avrebbero potuto contare in una fresca mente innovativa, tecnologica e digitale per modificare il loro approccio e punto di vista, che rischia di essere involontariamente, ma naturalmente e comprensibilmente, polarizzato e eterodiretto da anni di permanenza in ruoli similari.

Altro punto, spinosissimo, affrontato dal CDM, è il provvedimento di rimborso ai truffati dalle banche fallite, tra cui l’Etruria, la più famosa per le relazioni con la politica e Banca Marche, la più grande. Le dichiarazioni immediatamente successive alla decisione su tale misura, sono state ripetute, diffuse da tutti i media e positive, lasciando intendere che il salvataggio degli investitori fosse pressoché totale. Molto diversa invece è la realtà.

Ad essere immediatamente rimborsati, ma limitatamente all’80% del patrimonio investito e dopo l’esclusione degli interessi maturati, saranno solo coloro a basso reddito (sotto i 35 mila € lordi annui), non detentori di patrimonio immobiliare superiore ai 100 mila euro e che hanno investito prima del giugno 2014. Tutti gli altri dovranno attendere, addentrarsi in un dedalo di ricorsi e probabilmente considerare perduti gran  parte dei loro risparmi. Certamente molti hanno investito attratti da tassi decisamente allettanti, sicuramente fuori mercato, ma, per come pare si sia svolta la vicenda, è facile supporre che la maggior parte di loro fosse davvero ignara dai rischi d’investimento. Del resto se un soggetto mediamente competente in materia finanziaria venisse consigliato dal bancario di fiducia, lo stesso che magari lo ha aiutato ad ottenere il prestito sulla prima casa (che in tale vicenda precluderebbe il rimborso), difficile pensare ad un rifiuto del prodotto presentato esente da rischi.

In tutta sincerità vedo pochi squali dietro questa vicenda, se non proprio alcune banche, e vedo estrema necessità di una nuova forma di educazione finanziaria che nel nostro paese latita e ce lo ricorda l’europa stessa, così come manca una chiara e semplice informativa da parte degli istituti finanziari, che fino ad ora hanno redatto i profili di investimenti indirizzando le risposte degli intervistati a seconda del prodotto che volevano loro vendere (ovviamente senza voler generalizzare). Sicuramente su questi due aspetti ci deve essere priorità di intervento e di impegno da parte dello stesso esecutivo nel perseguire questi obiettivi.

Seppur nell’attesa del capo della cybersecurity e del nuovo ministro dello sviluppo economico e nel giubilo festante, chissà poi quanto giustificabile, per aver salvato masnade di correntisti (che sono, a conti fatti, circa 5 mila e non correntisti bensì obbligazionisti subordinati) ignari, credo che questa vicenda delle banche non sia ancora completamente conclusa.

30/04/2016
Valentino Angeletti
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Fondi per l’Immigrazione: Bond o Accisa?

Sui fondi Europei per l’immigrazione si sta giocando l’ennesimo, stucchevole, scontro tra la visione tedesca e quella italiana.

L’Italia vorrebbe una sorta di Euro bond, mentre la Germania propende per una più immediata tassa sui carburanti.

La differenza non è banale, anzi è sostanziale, proprio per il meccanismo di erogazione di simili fondi.

Una accisa sui carburanti da allocarsi nella gestione dei flussi migratori è molto più flessibile, probabilmente meno onerosa, facilmente ritirabile; di contro un bond ha durata stabilita non trascurabile, un tasso remunerativo ed anche a livello di gestione dello stesso strumento che richiede più sforzi, risorse e costi, inoltre implica una condivisione dei rischi, che è quell’elemento di fondo contro il quale si è sempre schierata la Germania dei falchi.

 Precisato ciò è facile capire perché la Merkel preferisca una accisa pro immigrati anziché un’emissione comune. Innanzi tutto va ricordato, ma questo fattore è secondario rispetto a quello esposto di seguito, che il costo dei carburati in Germania è più basso che in Italia e quindi un leggero incremento temporaneo è sostenibile. In secondo luogo, ma fattore principale, la Germania è consapevolmente capace, una volta che l’emergenza sarà rientrata oppure i fondi erogati in modo differente dalla UE, di togliere immediatamente l’accisa.

L’Italia invece non ha una simile capacità, e neppure volontà visti i conti in perenne abbisogno di nuove risorse. Sulla benzina, che ha già prezzi esorbitanti, pesano ancora, inspiegabilmente, le accise per il terremoto del Belice, per gli interventi in Abissinia e Libia ed altre piacevoli amenità che rendono il costo tra i più alti di Europa. Dal canto nostro preferiremmo un bond, che è chiaramente mal visto dai tedeschi a causa della lunga durata e del rischio messo in comune, si tratta di un impegno vincolante, probabilmente più dispendioso e sicuramente con un grado di rischio più elevato. Non ultimo, a giustificare la preferenza del governo italiano per il Bond, è il riflesso elettorale che avrebbe l’accettazione di una accisa sui carburanti, proprio quando si cercano di disinnescare, con la stesura del nuovo DEF, le clausole di salvaguardia che tra l’altro, comprendono anche l’introduzione di nuove accise.

Facile dunque capire, pur nell’incomprensibile, o meglio materiale, egoismo nazionalistico tuttora vigente entro in confini UE, le due differenti vedute. Pur rimanendo dell’idea, prettamente personale, che per molte delle questioni europee, come ad esempio il rischio sistemico per le banche e per il settore del credito, giusto per citare un elemento al centro delle cronache in quest’ultimo periodo, il bond e l’Euro-Bond, come asseriva il professor Prodi, ma anche l’Ex Ministro Tremonti, sia lo strumento dal quale possiamo solo temporaneamente fuggire, ma prima o poi dovrà essere, paesi membri volenti o nolenti, adottato, a patto di voler continuare a mantenere attivo il progetto di una Europa unita e solidale.

20/04/2016
Valentino Angeletti
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Senza mezze misure, il referendum “trivelle” incorona il premier

E’ stato messo alle spalle il referendum cosiddetto sulle “trivelle” ed ormai è in procinto di tenersi l’ennesima votazione di fiducia all’Esecutivo, questa volta relativa al petrolio, ma in merito all’inchiesta su Tempa Rossa e la Val D’Agri. Mentre la seconda questione sarà una passeggiata per il Governo Renzi, come del resto lo sono state le numerosissime fiducie votate da quando il Premier si è insediato a Palazzo Chigi, l’esito della votazione referendaria si presta a svariate chiavi di lettura, o meglio, l’interpretazione dei risultati è differente a seconda che ad interpretarli siano maggioranza od opposizione, ovviamente ognuno si dichiara vincitore o quasi, ma fuori di dubbio è che l’unico ed indiscusso vincitore sia proprio il Premier Renzi, come era scontato che fosse per varie semplici ragioni, che coloro, navigati politici, che hanno trasposto il referendum come battaglia “personale” contro Renzi, avrebbero dovuto considerare a priori. Avrebbero evidentemente perso, prestando così il fianco, fortificandolo nelle sue argomentazione, al nemico che invece avrebbero voluto combattere ed indebolire.

Il merito del quesito è sceso in secondo piano, sia perché effettivamente non vi sono sostanziali differenze tra il Sì ed il No: non è vero che con il Sì si sarebbero bloccate le trivelle dando una spinta propulsiva alle rinnovabili ed all’ambientalismo, come non è vero che votando No si sarebbe aperta la porta alla sfrenata trivellazione del nostro mare o si sarebbe messo al sicuro il nostro approvvigionamento energetico; sia perché, come detto sopra, la battaglia è stata posta tutta sul piano politico, tanto che il vero obiettivo degli oppositori dell’Esecutivo non era vedere abrogata o meno la legge, quanto veder raggiunto il quorum e quindi disattesa la linea proposta dal premier ed appoggiata anche da coloro che, per la loro rilevanza istituzionale, contro un voto non dovrebbero mai esprimersi pubblicamente, pur rimanendo un loro diritto non recarsi alle urne.

Gli effetti della vittoria di un Sì o di un No, non sarebbero stati percepibili dai cittadini, né dall’ambiente, ma forse solo parzialmente dalla aziende operanti nell’Oil&Gas che avrebbero visto modificate le procedure per la concessione e mantenimento delle licenze d’estrazione.

Il riassunto della votazione è stato piuttosto emblematico, i votanti sono stati poco meno del 33%, che su pressappoco 51 milioni di aventi diritto vale circa 17 milioni di elettori che si sono recati alle urne. Non ci sono mezze misure, ha vinto il Premier in tutto e per tutto. Qualche oppositore, invero un poco sprovveduto dato che l’esito era ben chiaro fin dalla proposizione del referendum, aveva tentato di vedere nel numero di 17 milioni di votanti una loro parziale vittoria, ma non è così. In un referendum abrogativo che a votare sia un singolo individuo, oppure il 50% senza il “più uno” necessario al raggiungimento del quorum, poco cambia, il referendum non è passato e colui che propagandava l’astensione può in ogni caso erigersi a pieno vincitore.

Che il quorum non sarebbe stato raggiunto era evidenza fin dalla presentazione del quesito, decisamente tecnico, non chiaro nelle risultanze, di poco interesse per i cittadini già da tempo molto poco attratti dalla partecipazione politica e dal voto, tanto che quello degli astensionisti è il più grande partito italiano, e che anche in periodi di “disaffezione nella media” non sono particolarmente propensi a votare ai referendum; a ciò aggiungiamo anche una calda domenica primaverile ed un singolo giorno di votazioni completamente staccate da ogni altra concomitanza politica a modi election day (benché ci sarebbe stata la possibilità di inglobarla nelle amministrative di giugno o assieme al referendum costituzionale confermativo di ottobre, risparmiando in toto o in parte 300 milioni di euro), ed il gioco è fatto: Renzi aveva la vittoria in tasca, fin dal primo giorno …. Ingenui coloro che lo hanno sfidato.

Gli occhi sono adesso rivolti alle amministrative con particolare attenzione a Roma, Milano, Torino e Bologna, ma soprattutto al referendum costituzionale confermativo di ottobre, il quale proprio il Premier Renzi ha identificato come tappa fondamentale per la sua permanenza a palazzo Chigi, in caso di sconfitta abbandonerebbe la Presidenza del Consiglio. Sia chiaro che il Premier, a cui tutto si può rimproverare meno che la mancanza di furbizia ed acume politico, non ha di certo sottovalutato la sua affermazione, come era certo di vincere al referendum sulle “trivelle” schierandosi per l’astensione (per la quale hanno contribuito coloro che hanno dato lui ascolto, ma soprattutto i disinteressati ed astensionisti), è certo di avere ottime possibilità di vittoria al referendum costituzionale schierandosi per il Sì.

A differenza del referendum abrogativo, il referendum per la modifica della carta costituzionale (del quale ho parlato al seguente link “referendum-abrogativo-costituzionale”) non necessita di quorum, pertanto ad essere avvantaggiata è la modifica dello status quo, in quanto la maggior parte dei votanti, interessati quindi, propenderanno per cambiare lo stato attuale decidendo di fatto anche per gli altri. L’unico imprevisto potrebbe essere una forte propaganda delle opposizioni per accettare la sfida renziana del “Se perdo vado a casa”.

In tutta sincerità è assai improbabile che le opposizioni riescano in una simile impresa, molto più facile una loro qualche vittoria (in particolare del M5S) alle venture amministrative, ma quella è tutta un’altra storia.

19/04/2016
Valentino Angeletti
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Referendum abrogativo e confermativo: le vittorie in tasca di Renzi

Nella giornata di ieri, la notizia che più ha allietato il pomeriggio del Premier, è senza dubbio stato l’ok parlamentare alla riforma costituzionale. L’approvazione è stata a larga maggioranza, non tanto per una condivisione comune e traversale all’interno dell’Emiciclo, quanto perché ad esprimere il loro voto sono state soltanto la maggioranza ed il partito di Verdini, dichiaratamente “filo-renziano”, Ala. Tutte le opposizioni, dopo aver espresso la loro dichiarazione di voto, hanno abbandonato l’aula. C’è chi ha letto in questo comportamento, quasi aventiniano, tenuto anche dal M5S, un segno di rispetto ed ultimo saluto ad una delle anime del movimento, Gianroberto Casaleggio, prematuramente scomparso.

Giunti a questo punto, dopo aver metabolizzando i proclami di giubilo per aver “abolito il Senato” e snellito le pastosità per l’approvazione di leggi e decreti, l’attesa è per il referendum confermativo dei ottobre, ove il popolo sovrano (più per storicità che per dato di fatto) è tenuto ad esprimere un proprio parere sulla nuova costituzione, decidendo, con il mezzo democratico del voto, se confermare o meno quanto proposto dal Governo per la nuova carta costituzionale.

Considerando le divergenze tra coloro che, nelle file del Parlamento, si schierano a favore o meno della riforma, esistono due scuole di pensiero: la prima, degli entusiasti, che affermano che in tal modo sarà molto più semplice e meno dispendioso tutto il processo legislativo, con l’ulteriore risparmio economico dato dall’aver diminuito il numero di Senatori che ora svolgono gratuitamente la loro mansione (essendo esponenti regionali); la seconda, quella dei detrattori, la quale sostiene che aver ridotto il Senato ad un centro di competenza per un limitato numero di argomenti, farà esplodere i ricorsi e di conseguenza i ritardi, avendo creato 12 differenti modi di possibilità di blocco, a ciò si aggiunge la diatriba sulla “fittizia” elettività dei della seconda camera.

I tecnicismi però, incomprensibili alla maggior parte degli elettori medi come avviene per la stragrande maggioranza dei referendum, non saranno gli elementi decisivi per l’esito della tornata. Ad essere l’ago della bilancia saranno principalmente due fattori: l’astensionismo imperante nel nostro paese; e l’accezione di voto pro o contro il Premier Renzi, il quale, ha affermato, che sarebbe disposto ad abbandonare qualora vincessero i “NO” alla modifica costituzionale.

In realtà, contrariamente a quanto accade per i referendum abrogativi, dove è necessario il quorum per validare la tornata, nel caso di un referendum costituzionale il quorum non è necessario, quindi si andrà incontro alla situazione in cui saranno solo gli elettori effettivi a dare il via libera o meno alla modifica della Carta che regolerà ed influenzerà la vita di ogni cittadino. Motivo in più per esercitare il proprio diritto-dovere di voto. L’italia però, come si sa, è un paese di astensionisti, soprattutto in questa fase di disaffezione politica.

Tale connotazione, unita alla natura differenziata delle due tipologie di referendum, fa si che nel caso di referendum abrogativo (con necessità di quorum dunque) ad essere avvantaggiato è il “NO” che equivale al mantenimento dello status quo, come accadrà per il referendum del 17 aprile, dove, ne sono certo, non verrà raggiunto il 50%+1 degli aventi diritto, consegnando facili argomentazioni vittoriose al Premier, quand’anche l’astensione è legata e alla difficoltà della materia e soprattutto alla disaffezione che il popolo ha nei confronti della politica, quindi proprio il contrario che il perseguimento delle indicazioni di voto (o meglio di non voto) governative.

Nel caso invece di referendum costituzionale, senza necessità di quorum, ad essere avvantaggiati, soprattutto in questa fase politica con l’elettorato sempre più lontano dalla partecipazione attiva della gestione della “res publica”, sono i “SI'” , vale a dire i voti di coloro che sono motivati e conoscitori delle modifiche in essere. Il fatto grave è che con pochi voti si agisce su questioni che regolano la vita di tutti i cittadini e di un sistema paese intero. Nella fattispecie del referendum confermativo di ottobre, con tutta probabilità, Renzi vedrà confermate le modifiche, ed avrà altri elementi per dichiararsi nuovamente vincitore. L’unico elemento imprevisto che può occorrere è il voto proprio contro il Premier, con l’obiettivo di far cadere il Governo ed andare a nuove elezioni, piano, quest’ultimo, sul quale è stato posto il referendum autunnale dalle forze di opposizione.

La strada è lunga, ed al momento non sembra che le opposizioni, M5S, Lega ed FI in primis, abbiano la forza per indirizzare l’esito del referendum, ma il tempo è tanto e se riuscissero ad organizzarsi convogliando tutto il malessere del paese, potrebbe anche verificarsi quell’esito profetizzato dal “fu Casaleggio”, di elezioni un anno in anticipo, nel 2017.

13/04/2016
Valentino Angeletti
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