Economia e politica italiane nelle mani dell’UE, mai come ora

Distogliendo per un attimo, anche se con estrema difficoltà, l’attenzione dalle tremende stragi e dagli attentati che si stanno susseguendo in modo preoccupante, facendoci sorgere sempre più eterogenee domande sulla sicurezza europea, sulle politiche di integrazione, ma anche sul malessere mentale che sembra avvolgere come un manto l’intera umanità dall’estremo Sol Levante fino al più frenetico occidente, riemergono le problematiche economiche del nostro paese.

Le perplessità provengono direttamente dal G20 di Ghengdu, in Cina , al quale ha partecipato il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Lo scenario economico globale è in rallentamento, questa è la conclusione più cruda, e l’Italia non fa eccezione, anzi, amplifica quello che è il trend globale.

Nel nostro paese il PIL 2016 crescerà meno dell’ atteso 1.2%, non raggiungerà l’1%: l’Fmi ha stimato lo 0.9%, Bankitalia lo 0.8%, mentre il Ref addirittura lo 0.6%.

Alla luce di questi dati serviranno risorse aggiuntive così da poter centrare gli obiettivi di bilancio, ed in particolare il rapporto deficit/PIL, richiesti dall’UE (4-5 mld per bilanciare il calo del PIL), per disinnescare le clausole di salvaguardia come aumento IVA (8 mld) ed accise, nonché per mantenere le promessi di Bonus e detassazione avanzate prepotentemente dal Premier. In totale sono circa 20 i miliardi da reperire nella ventura legge di stabilità. L’obiettivo “20 mld” è evidentemente irraggiungibile ed a questo si aggiunge anche il problema del settore bancario italiano, che secondo il Ministro Padoan è sotto controllo, ma che sicuramente andrà gestito, e non sarà completamente gratis per le casse dello Stato, ad iniziare da MPS che attualmente si trova a ridosso dei minimi storici.

Parte della franta del PIL italiano, che già non correva come una monoposto da F1, potrebbe essere giustificata dalle problematiche condizioni al contorno, come le elezioni americane, dove Trump, secondo i sondaggi, avrebbe sopravanzato la Clinton, il tentato colpo di stato in Turchia, e, soprattutto, la Brexit.

Seppur sicuramente influenti, le sopraccitate, sono solo giustificazioni parziali e che non spiegano perché il nostro paese sia sempre il meno performante. Il referendum britannico ha fatto perdere all’Italia circa un decimo di Pil, decisamente peggio rispetto all’Eurozona che, nonostante il “leave”, ha incrementato il tasso di crescita di un fattore pari a 0,1 e registrerà quest’anno un Pil in aumento dell’1,6%.

Contro le stime di Bankitalia, che pongono il PIL del nostro paese in crescita per il Q2 2016 dello 0.15% invece che dello stimato 0.25%, si potrebbe argomentare che il PIL è in risalita per il quinto trimestre consecutivo; il che è vero, ma è anche vero che nel 2014 la recessione era ancora realtà, ed allo stato attuale, rispetto ai valori pre crisi del 2008, l’Italia si colloca ancora ben 8.5 punti percentuali al di sotto, a fronte degli altri partner che segano performance sicuramente migliori:  la Germania quest’anno crescerà dell’1,6%, la Francia dell’1,5% e la Spagna ben del 2,6%.

Questa disparità di andature all’interno di paesi europei simili fa da conferma di come siano sì le politiche europee a dover essere riviste, ma all’interno del nostro paese è necessario un pesante intervento sul piano economico che fino ad oggi è mancato ed è stato relegato sempre ad una priorità inferiore, sacrificato rispetto a riforme indubbiamente utili ma che avranno effetti, se ne avranno, nel lungo periodo. Allo stato attuale serve intervenire subito raccogliendo immediatamente risultati che dovranno  poi avere natura strutturale nel più lungo periodo.

Il Governo Renzi è probabile che userà l’impatto della Brexit, le scie di terrorismo ed il rallentamento globale generale, per avanzare richieste di ulteriore flessibilità in Europa la quale sapendo bene quali sono realmente gli impatti di questi eventi, deciderà o meno se acconsentire. La linea seguita fino ad ora da Bruxelles farebbe propendere ad un rifiuto, ma vi è l’incognita del referendum costituzionale che Renzi ha posto come punto chiave per proseguire la sua avventura di Governo. L’aggiornamento al DEF sarà discusso in autunno, probabilmente qualche settimana prima del referendum costituzionale che si potrebbe tenere a novembre, per poi passare alla revisione definitiva da parte della Commissione nel periodo primaverile. Ora, se il DEF fosse molto peggiorativo per i cittadini, nel senso che la necessità di reperire risorse si rispecchiasse in un incremento di tassazione in modo più o meno occulto, e le clausole di salvaguardia ne rappresenterebbero l’evento più lapalissiano,  ciò potrebbe riflettersi sull’esito del referendum, che già vede in vantaggio il fronte del “NO” opposto al Governo, il quale con la previsione di un aumento di tassazione sarebbe ancora più impopolare. La vittoria del “NO” potrebbe avere come conseguenza l’abbandono del Premier e quindi una fase di instabilità istituzionale che rappresenterebbe una enorme incognita in un panorama Europeo già indebolito.

Bruxelles pertanto potrebbe trovarsi di fronte a due scelte:

  • supportare il Governo concedendo altra flessibilità ed appoggiando più o meno velatamente il “Sì” al Referendum confermativo;
  • non acconsentire allentamenti dei vincoli di bilancio, mettendo in conto una eventuale crisi  di Governo.

Nel caso della seconda opzione, con tutta probabilità, Bruxelles ha già in mente un Esecutivo successivo a Renzi, che non potrà essere che tecnico, quindi nomi del calibro dell’attuale Ministro Padoan o il Presidente del Senato Grasso.

Mai come ora, benché molto nascostamente, i destini economici e politici del nostro paese sono in mano a Bruxelles, del resto, considerando i risultati non ottenuti in questi anni, difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti.

 

25/07/2016
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

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