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Incarico di Governo all’insegna dell’Italicum

Ricapitolando: durante il 63 esimo Governo della Repubblica italiana, il secondo della XVII legislatura, quello Renzi per intenderci, è stato fatto un gran lavoro per modificare la legge elettorale, portando l’Italicum ad essere la legge elettorale attualmente in vigore alla Camera.

Il Senato non è stato uniformato sotto la medesima legge in quanto in fieri di essere eliminato dal referendum che, in ultimo, ha visto vincente il No, esito che tra le altre cose prevedeva il mantenimento della seconda Camera.

L’Italicum è stato descritto come la legge che tutta Europa ci invidierà e che tutti cercheranno di copiare.

Se questo è vero, ed è stato detto dal PD che reggeva e tuttora regge il Governo, ma non solo, non capisco perchè tutta questa smania di cambiarlo per tornare, eventualmente, anche alla legge proporzionale precedente.

Se la legge è tanto valida e se è vero, come lo è, che per andare ad elezioni politiche occorre che le leggi elettorali delle due Camere siano uniformate, non vedo perchè non estendere l’Italicum anche al Senato. Sarebbe la logica evoluzione ed estensione di una legge ritenuta dalla maggior parte dei partiti “Ottima” ed approvata alla Camera con voto.

Esilarante il fatto che coloro che proposero l’Italicum e lo sbandierarono come una delle migliori delle leggi possibili, siano ora i primi a volerlo cambiare, e quelli che invece ne dissero le peggio cose, adesso sarebbero per mantenerlo ed andare immediatamente ad elezioni.

Insomma, panta rei, e questo lascia molto perplessi su con che spirito si facciano, in politica, certe manovre, in sostanza si cerca evidentemente un profitto partitico immediato senza pensare al reale bene diffuso per il Paese e per la sua gestibilità istituzionale.

Alla luce di ciò è legittimo domandarsi si anche la modifica della Costituzione potesse essere diretta dai medesimi interessi e quindi, forse forse, attendere di modificarla può non essere così male….

Speriamo comunque in sviluppi davvero positivi per i cittadini, che sono davvero estenuati, se non, ed è ancora peggio in un paese civile e civilmente avanzato, annichiliti nell’esercizio della materia politica di cui ognuno di noi deve sentirsi primo protagonista attivo.

MY 2Cents su questi primi minuti di Governo….

11/12/2016
Valentino Angeletti
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Referendum costituzionale: ben donde per essere indecisi!

Inesorabile si avvicina, ed il fermento politico di certo non si lascia desiderare. Ormai mancano pochi giorni al referendum costituzionale del 4 dicembre e gli esponenti, i comitati, le coalizioni, per il Sì o per il No, si stanno adoperando per far valere la loro posizione.
In questa battaglia senza esclusione di colpi, teoricamente sensata se si stesse agendo con rispetto e cercando di argomentare e divulgare i perché di una parte tosto che l’altra spiegando la natura e gli effetti di tale votazione, si è perso completamente il senso della campagna elettorale, scadendo in una lotta politica tra gruppi e figure singole. Nulla di più controproducente soprattutto quando in ballo c’è la costituzione.

Partendo da alcune considerazioni, alla domanda:
“La Costituzione va modificata?”
La risposta è sì, ebbene sì. La costituzione va modificata, migliorata in relazione al mutato contesto economico, sociale, giuridico in cui viviamo, ove sono richieste capacità di reazione, flessibilità e velocità legislative che una costituzione un poco datata, non garantisce, dando il fianco, non per colpa della Carta in se, al proliferare delle dispendiose burocrazie o al perenne ingessamento.

Su questo punto va detto che c’è accordo totale. Ogni partito politico, ogni frangia ed ogni coalizione ha almeno una volta asserito che la Costituzione debba essere in qualche punto cambiata (a cominciare dalla legge elettorale, per finire alla struttura totalmente speculare delle due Camere).

Ciò detto, la riforma proposta dal referendum, è quello che serve al paese?
Sinceramente non saprei dirlo con certezza. Il tema è decisamente scottante e l’informazione sui contenuti e sugli effetti lacunosa. Sui media se ne fa un gran parlare, ma, come detto, a prevalere è la personalizzazione. I contrari perché vorrebbero far cadere o mettere in difficoltà Renzi, i favorevoli perché vorrebbero far soccombere i cosiddetti Gufi o quelli che, a loro detta, rappresentano la casta. Del resto è dato di fatto che il primo a personalizzare il voto sia stato proprio il Premier, salvo poi fare dietro front. Rimane vero che ognuno, attraverso fonti di informazione come internet o alcune letture specifiche può, più o meno, chiarirsi le idee, ma va ricordato che è la TV lo strumento ancora più efficiente per la divulgazione di massa ed anche per indirizzare il voto degli elettori. Inoltre, come servizio pubblico, quello dell’informativa elettorale, è un “servizio” appunto che dovrebbe essere erogato.

Intuitivamente, anche solo il fatto che non via sia alcun tipo di accordo sul Sì o sul No, fa presagire che la riforma non sia finalizzata al bene del paese.
Da un lato ci sono i sostenitori del Sì, che oltre alle file di Renzi, si trovano nella maggioranza ed in qualche caso anche nell’opposizione, mentre a sostenere il No sono, oltre che la gran parte dell’opposizione, anche una parte del PD, partito il cui segretario è proprio il Premier. Quando il Premier lega la sua permanenza all’Esecutivo all’esito della tornata elettorale, è scontato che la battagli si focalizzi su questo aspetto, e non sul reale contenuto. A corollario, è giusto ricordare che per una modifica della costituzione, così profonda servirebbe un accordo quasi totale, come avvenne per la Costituzione in essere, visto che sul piatto vi è il bene dei cittadini. Non sembra che l’obiettivo finale sia questo.

Vi è poi la destabilizzazione finanziaria che a dicembre minaccia di abbattersi sull’Italia in parte anche a causa dell’esito del voto. La finanza è tesa, ed a dimostrarlo c’è anche lo spread che seppure con il paracadute della BCE che acquista titoli di stato italiani a suon di 80 mld al mese, è in risalita verso i 180 punti. Le grandi banche e realtà “manovratrici dei mercati”, sembra si siano schierati per il Sì, e tra essi vi sono anche JPMorgan, in fieri di operare nel salvataggio di MPS, e Societè General, in trattativa per entrare in Unicredit il cui AD è il francese Mustier (un caso?). Dico sembra, perché in realtà girano alcuni report che sosterrebbero che una eventuale vittoria del No comporterebbe la formazione di un Governo tecnico sotto il quale sarebbe più semplice effettuare le riforme, anche economiche, necessarie.

Riassumendo quindi, la Costituzione va modificata e rapidamente; la riforma opera nella direzione corretta? Non si può dire, a meno di non affermare che certamente si potrebbe fare meglio.

Qualora vincesse il No, è pensabile ad una nuova riforma, migliore, nel giro di poco tempo? Anche in tal caso la risposta è chissà, sarebbe auspicabile ma è difficile.

A completamento di questo caos, permangono i problemi di uno dei pochi paesi nell’ambito europeo che non è tornato ai livelli pre crisi e pieno di problemi economici e sociali, che i cittadini (testimonianze di vita vera vissute anche stamani in un taxi) sentono assai più vicini ed urgenti.

Ce ne è ben donde per essere indecisi.

21/02/2016
Valentino Angeletti
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Referendum: rinvio, sì o no? Un pensiero va speso…

Avevo scritto proprio pochi giorni fa che il clima di, almeno, apparente unione in merito al dramma del terremoto, aveva una aurea veramente positiva e ben augurante affinché, una volta tanto, si agisse di concerto e non si proferissero solo parole, poi disdette puntualmente dai fatti, come purtroppo abbiamo avuto modo di verificare per i recenti disastri che sempre meno raramente si abbattono sul nostro complesso, perché effettivamente è così, territorio, divenendo eventi eccezionali non più classificabili, etimologicamente parlando, come tali, mancando il concetto di eccezionalità che sottende un qualche cosa fuori dal comune.

terremoto
In queste ultime ore però il clima si sta guastando, aggrovigliandosi due tematiche solo all’apparenza distanti, ma che l’attento analista non troverà difficile accostare. Si tratta del referendum costituzionale del 4 dicembre e delle priorità nelle zone terremotate.
Attualmente si stanno conformando due linee di pensiero: una che vorrebbe rimandare la tornata referendaria ed una che invece vorrebbe mantenerla.

Nella prima schiera si inseriscono le opposizioni, il Ministro Alfano e tra gli esponenti del PD, Castagnetti; alla seconda schiera invece appartiene il Premier Renzi con tutta la prima linea del PD che gli fa capo.

Chi vorrebbe mantenere la data sostiene che il governo ha dovere di consentire regolari elezioni anche nelle aree disagiate, ed effettivamente è vero. Vere però sono anche le motivazioni di coloro che sostengono il rinvio, ad iniziare dai sindaci, che sostengono di avere differenti priorità che organizzare seggi ed urne. Non credo sia possibile dar torto a questi ultimi, i sindaci hanno altre priorità, i cittadini hanno altri pensieri e problemi, non hanno di certo voglia di pronunciarsi in un voto né tantomeno di informarsi a dovere per andare al seggio consapevoli, che è un loro diritto e dovere. In sostanza non c’è lo stato d’animo e la serenità mentale per recarsi a decidere di modificare la costituzione.

Anche l’organizzazione di seggi di emergenza richiederebbe risorse aggiuntive probabilmente destinabili alla ricostruzione o alla sistemazione degli sfollati, sicuramente un goccia nel mare, ma che sarebbe un buon esempio di condivisione di obiettivi.

Credo che un tema come la modifica della carta costituzionale richieda una cittadinanza consapevole e che si reca alle urne, o non vi si reca, per propria decisione e non perché, più o meno consapevolmente, costretta da circostanze contingenti. Per tali ragioni penso che almeno la valutazione di un possibile rinvio del voto, possa essere auspicabile.

Da rimarcare che, essendo il referendum confermativo, non richiede il raggiungimento del quorum, motivo in più per rendere possibile la facile fruizione da parte di tutti i cittadini, e da sottolineare che un eventuale ritardo potrebbe essere a favore del Governo Renzi, se saprà ben comportarsi nella gestione del post terremoto, oppure, in caso contrario, favorevole ai detrattori della linea del Governo, appurato che ormai, purtroppo, non è il vero contenuto della riforma che determinerà la vittoria del “sì” o del “no”, bensì la popolarità di Renzi tra l’elettorato.

03/11/2016
Valentino Angeletti
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Economia e politica italiane nelle mani dell’UE, mai come ora

Distogliendo per un attimo, anche se con estrema difficoltà, l’attenzione dalle tremende stragi e dagli attentati che si stanno susseguendo in modo preoccupante, facendoci sorgere sempre più eterogenee domande sulla sicurezza europea, sulle politiche di integrazione, ma anche sul malessere mentale che sembra avvolgere come un manto l’intera umanità dall’estremo Sol Levante fino al più frenetico occidente, riemergono le problematiche economiche del nostro paese.

Le perplessità provengono direttamente dal G20 di Ghengdu, in Cina , al quale ha partecipato il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Lo scenario economico globale è in rallentamento, questa è la conclusione più cruda, e l’Italia non fa eccezione, anzi, amplifica quello che è il trend globale.

Nel nostro paese il PIL 2016 crescerà meno dell’ atteso 1.2%, non raggiungerà l’1%: l’Fmi ha stimato lo 0.9%, Bankitalia lo 0.8%, mentre il Ref addirittura lo 0.6%.

Alla luce di questi dati serviranno risorse aggiuntive così da poter centrare gli obiettivi di bilancio, ed in particolare il rapporto deficit/PIL, richiesti dall’UE (4-5 mld per bilanciare il calo del PIL), per disinnescare le clausole di salvaguardia come aumento IVA (8 mld) ed accise, nonché per mantenere le promessi di Bonus e detassazione avanzate prepotentemente dal Premier. In totale sono circa 20 i miliardi da reperire nella ventura legge di stabilità. L’obiettivo “20 mld” è evidentemente irraggiungibile ed a questo si aggiunge anche il problema del settore bancario italiano, che secondo il Ministro Padoan è sotto controllo, ma che sicuramente andrà gestito, e non sarà completamente gratis per le casse dello Stato, ad iniziare da MPS che attualmente si trova a ridosso dei minimi storici.

Parte della franta del PIL italiano, che già non correva come una monoposto da F1, potrebbe essere giustificata dalle problematiche condizioni al contorno, come le elezioni americane, dove Trump, secondo i sondaggi, avrebbe sopravanzato la Clinton, il tentato colpo di stato in Turchia, e, soprattutto, la Brexit.

Seppur sicuramente influenti, le sopraccitate, sono solo giustificazioni parziali e che non spiegano perché il nostro paese sia sempre il meno performante. Il referendum britannico ha fatto perdere all’Italia circa un decimo di Pil, decisamente peggio rispetto all’Eurozona che, nonostante il “leave”, ha incrementato il tasso di crescita di un fattore pari a 0,1 e registrerà quest’anno un Pil in aumento dell’1,6%.

Contro le stime di Bankitalia, che pongono il PIL del nostro paese in crescita per il Q2 2016 dello 0.15% invece che dello stimato 0.25%, si potrebbe argomentare che il PIL è in risalita per il quinto trimestre consecutivo; il che è vero, ma è anche vero che nel 2014 la recessione era ancora realtà, ed allo stato attuale, rispetto ai valori pre crisi del 2008, l’Italia si colloca ancora ben 8.5 punti percentuali al di sotto, a fronte degli altri partner che segano performance sicuramente migliori:  la Germania quest’anno crescerà dell’1,6%, la Francia dell’1,5% e la Spagna ben del 2,6%.

Questa disparità di andature all’interno di paesi europei simili fa da conferma di come siano sì le politiche europee a dover essere riviste, ma all’interno del nostro paese è necessario un pesante intervento sul piano economico che fino ad oggi è mancato ed è stato relegato sempre ad una priorità inferiore, sacrificato rispetto a riforme indubbiamente utili ma che avranno effetti, se ne avranno, nel lungo periodo. Allo stato attuale serve intervenire subito raccogliendo immediatamente risultati che dovranno  poi avere natura strutturale nel più lungo periodo.

Il Governo Renzi è probabile che userà l’impatto della Brexit, le scie di terrorismo ed il rallentamento globale generale, per avanzare richieste di ulteriore flessibilità in Europa la quale sapendo bene quali sono realmente gli impatti di questi eventi, deciderà o meno se acconsentire. La linea seguita fino ad ora da Bruxelles farebbe propendere ad un rifiuto, ma vi è l’incognita del referendum costituzionale che Renzi ha posto come punto chiave per proseguire la sua avventura di Governo. L’aggiornamento al DEF sarà discusso in autunno, probabilmente qualche settimana prima del referendum costituzionale che si potrebbe tenere a novembre, per poi passare alla revisione definitiva da parte della Commissione nel periodo primaverile. Ora, se il DEF fosse molto peggiorativo per i cittadini, nel senso che la necessità di reperire risorse si rispecchiasse in un incremento di tassazione in modo più o meno occulto, e le clausole di salvaguardia ne rappresenterebbero l’evento più lapalissiano,  ciò potrebbe riflettersi sull’esito del referendum, che già vede in vantaggio il fronte del “NO” opposto al Governo, il quale con la previsione di un aumento di tassazione sarebbe ancora più impopolare. La vittoria del “NO” potrebbe avere come conseguenza l’abbandono del Premier e quindi una fase di instabilità istituzionale che rappresenterebbe una enorme incognita in un panorama Europeo già indebolito.

Bruxelles pertanto potrebbe trovarsi di fronte a due scelte:

  • supportare il Governo concedendo altra flessibilità ed appoggiando più o meno velatamente il “Sì” al Referendum confermativo;
  • non acconsentire allentamenti dei vincoli di bilancio, mettendo in conto una eventuale crisi  di Governo.

Nel caso della seconda opzione, con tutta probabilità, Bruxelles ha già in mente un Esecutivo successivo a Renzi, che non potrà essere che tecnico, quindi nomi del calibro dell’attuale Ministro Padoan o il Presidente del Senato Grasso.

Mai come ora, benché molto nascostamente, i destini economici e politici del nostro paese sono in mano a Bruxelles, del resto, considerando i risultati non ottenuti in questi anni, difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti.

 

25/07/2016
Valentino Angeletti
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Binario unico… la superficialità dell’analisi sul disastro ferroviario pugliese

Treni pugliaTanto, sicuramente troppo, si sta dicendo in merito al tremendo disastro ferroviario pugliese. Si legge praticamente su ogni testata giornalistica e si apprende da ogni TG, eccezion fatta per pochi intelligenti interventi di qualche esperto del settore, di quanto sia indecente l’esistenza, nel 2016, di tratte a binario unico in cui le comunicazioni in buona parte avvengono ancora via telefono.
Da mettere in primo piano, per coloro che non lo sapessero o che non hanno mai avuto modo di affrontare un viaggio ferroviario nelle “periferie” della nostra penisola, che di tratte simili in Italia siamo pieni. Non si tratta ovviamente delle veloci direttrici in cui viaggiano gli ETR, i Freccia Rossa o gli Italo, ma di tratte usate per la maggior parte da pendolari e studenti. Va poi detto che la tratta pugliese non era neppure così mal messa se ci riferiamo ai convogli, è presente infatti un treno “Minuetto” e la linea è elettrificata. Molte altre situazioni sono di gran lunga peggiori, alcune non sono elettrificate e vi viaggiano locomotori diesel ed addirittura solo ora stanno installando ripetitori cellulari ad hoc in quanto in certe parti, come gallerie o tratti montani, manca la copertura cellulare con conseguente impossibilità di comunicazione in situazioni emergenziali (pensiamo ad un treno che si fermi improvvisamente in galleria, circostanza che ha causato il peggior disastro ferroviario italiano con centinaia di morti per intossicazione da monossido di carbonio).
I tratti a binario unico in Italia sono circa il 55%, benché coperta da sistema di segnalazione di sicurezza SCMT.
Purtroppo i nostrani media hanno l’abitudine di gridare allo scandalo solo dopo lapalissiane manifestazioni.
Si scagliano contro l’infrastruttura telematica solo dopo che è certificato un digital divide abnorme che ci pone agli ultimi posti d’Europa, impedendo in talune situazioni lo sviluppo di un tessuto industriale davvero digitalizzato ed indispensabile ai nostri giorni; notano le linee a binario unico solo dopo le tragedie; si accorgono di strade e reti stradali inadeguate solo quando vi sono ingorghi indicibili, magari dopo qualche fiocco di neve; gridano allo scandalo per i fondi europei non spesi, quando sappiamo bene che siamo perennemente gli ultimi in classifica per quantità di fondi utilizzati, quindi i primi per ammontare di denari che l’EU si riprende; evincono la fragilità del sistema economico, finanziario, bancario solo dopo che molti istituti si trovano sull’orlo del fallimento e necessitano di interventi statali.
La domanda è sconfortante: perché non fare indagini ed inchieste prima dei fatti e pungolare positivamente per dare abbrivio positivo allo sviluppo del paese? Non che questo sia il loro compito, per carità, ma se potesse servire sarebbe in ogni caso ben accetto.
Il vero scandalo di questo episodio e la chiave di lettura della vicenda, semmai, è apprendere che l’Europa aveva stanziato fondi per il raddoppio di alcune linee ferroviarie italiane, tra cui quella pugliese, già disponibili da anni (almeno 2). A mancare, per l’avvio del raddoppio, era solo un DL che indicasse quali fossero le tratte da raddoppiare. DL ritardato tanto che solo ora erano stati programmati i lavori che avrebbero dovuto iniziare a giorni.
Quindi, altro che colpa al binario unico, il fatto richiede di indagare sul motivo per il quale non abbia funzionato la segnalazione di sicurezza e soprattutto chi e perché, con omissioni di atti d’ufficio, abbia impedito una tempestiva partenza dei lavori di aggiornamento delle linee ferroviarie come quella pugliese con fondi EU già pronti, stanziati e disponibili.
Notare, dulcis in fundo, che i soldi per l’ammodernamento della linea, trattandosi di fondi UE, provenivano, come tante altre volte, dalla tremenda e tirannica Europa.

12/07/2016
Valentino Angeletti
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Elezioni amministrative: opportunintà per le opposizioni, campanello d’allarme per Renzi

Si è conclusa la prima tornata delle elezioni amministrative 2016, un sunto quasi ovvio, ma che è bene ribadire è che tutte le maggiori città andranno al ballottaggio.

Se il PD a Roma può “gioire” per l’accesso affatto scontato al ballottaggio, regalato dalla divisione del CDX tra i sostenitori di Fratelli d’Italia e Lega con candidata Giorgia meloni e Forza italia che ha invece spalleggiato Alfio Marchini, in tutti gli altri comuni deve analizzare attentamente il risultato.
Il passaggio al primi turno non è riuscito neppure nelle città più amiche come Torino, dove Fassino dovrà vedersela con la candidata del M5S Appendino, e Bologna, dove Merola ha incassato ed ammesso una sonora sconfitta e dovrà vedersela al ballottaggio con il candidato del CDX Bergonzoni. A Napoli il PD è addirittura fuori dai giochi del ballottaggio e De Magistris, ripudiato da Renzi, sembra avere la vittoria in tasca.

Il M5S è, senza alleanza alcuna, quasi ovunque il primo partito. L’alta astensione (superiore al 40%) qualora diminuisse al ballottaggio, non favorirà il PD, per il quale chi voleva votare ha già esercitato il suo diritto anche al primo turno. Il 19 giugno un gran peso lo avranno i “transfughi” dal CDX, Lega, FI e, nel caso di Milano, M5S. Questi partiti già ora per le amministrative hanno interpretato il voto come una battaglia contro il Governo, metterlo evidentemente sotto vorrebbe dire avere delle argomentazioni tangibili da addurre alla richiesta, per dirla alla Salvini, di mandare a casa Renzi. Si evince quindi che costoro difficilmente voteranno PD, alla luce anche del fatto che i destrorsi filo-renziani di Ala di Verdini fanno già parte delle truppe (qualcuno direbbe cammellate … e tipiche delle sinistre cooperative dei capoluoghi emiliano romagnoli, quando la sinistra arrivava all’80%) Democratiche.

In sostanza il PD e Renzi, che nonostante tutto ci ha scommesso la faccia e, seppur ritraendosi in un secondo momento, la permanenza a Palazzo Chigi, dovranno preoccuparsi e temere per i ballottaggi, ma ancora di più per il referendum confermativo di ottobre, possibile forca caudina per il Matteo fiorentino, che molti, anche del suo partito, vorrebbero tornasse in toscana.

Quello del ballottaggio di domenica 19 potrebbe quindi essere per le forze anti governative un test fondamentale per affilare le armi ed intavolare un minimo di organizzazione ed alleanze, ovviamente nella penombra dei palazzi e senza dare scalpore, in vista del referendum di ottobre sulla costituzione, mentre per il Governo un campanello d’allarme per Renzi ed il suo PD tale da indurli a studiare una qualche contromisura.

06/06/2016
Valentino Angeletti
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Fine del bipolarismo in UE: servono politiche totalmente differenti

L’esito delle presidenziali Austriache, con un testa a testa tra verdi, guidati da Van Der Bellen di cui tanto abbiamo potuto leggere, ed ultra-nazionalisti capeggiati da Norbert Hofer, è semplicemente l’atto ufficiale, la riprova, della morte del bipolarismo a livello dei singoli paesi membri dell’unione e dell’UE stessa.

Assai probabile che non esista più, anche se andrebbe verificato in occasione di voto europeo ma al momento pare proprio che sia così, lo scontro “bipolare” tra PPE e PES, ma avanzano con prepotenza fazioni e partiti di stampo più estremo, siano essi di destra che di sinistra, accomunati dal fatto di schierarsi apertamente contro l’establishment ed in molti casi contro tutta l’impalcatura dell’Unione Europea con le sue politiche economiche e migratorie. L’epiteto con cui spesso vengono apostrofati siffatti partiti è “populisti”, anche se ci sarebbe da domandarsi quanto populismo ci sia nello schierarsi contro una politica europea che ha messo in ginocchio la Grecia senza risolverne i problemi, o che è stata impotente nei confronti delle migrazioni che stanno colpendo l’Italia ed i suoi paesi più deboli in primis, essendo essi collocati come primo approdo e condannati al rispetto dei trattati di Dublino, o, più banalmente, non ha saputo contrastare la decadenza delle condizioni di vita e del benessere di gran parte dei suoi “cittadini”.

Medesimo processo è saldamente in corso in Italia, non sì è manifestato ufficialmente solo perché non c’è stata occasione di voto, ma già alle amministrative venture ne vedremo chiari segnali. La differenza rispetto alla maggioranza degli altri stati, è che in Italia molti dei voti tacciabili come populisti, vanno a colmare il bacino del M5S, che di certo non è un partito estremo come quelli che si presentano in Europa dell’Est, in Germania, ma anche in Francia e Spagna, ma che in questa fase politica del nostro paese ha serie possibilità di incamerare importanti successi alle amministrative delle prossime settimane, così come far valere la sua propaganda, se saprà ben impostarla unendosi ad altri cori portatori del medesimo pensiero, rispetto al referendum costituzionale, per la modifica della costituzione e della legge elettorale, che si terrà in autunno.

Mai come ora in UE, e l’Italia non fa eccezione, gli elettori sono disorientati e fluidi nelle loro scelte, a causa dei problemi che il sistema Europa non è stato in grado di gestire, da economia a finanza ed immigrazione. La tendenza è quella di scegliere, di volta in volta, quello che è ritenuto il male minore, dinamicamente, spesso impulsivamente e, nella quasi totalità dei casi, non schierandosi contro il Governo in carica che dovrebbe aver avuto il mandato di governare e lavorare per risolvere situazioni e migliorare le condizioni di benessere. Lavoro da svolgersi e entro i propri confini e, talvolta soprattutto, presso le istituzioni di Bruxelles.

Da notare che nel caso Austria, evidentemente, l’antieuropeismo è parso una soluzione peggiore del problema, e fortunatamente mi sento di dire. Si è infatti verificata una contingenza analoga a quanto accadde in Francia, dove ci fu una grande mobilitazione trasversale che consentì ad Hollande, in svantaggio, di sconfiggere al ballottaggio Le Pen.

Dobbiamo augurarci che anche i britannici abbiano lo stesso senno in occasione del referendum sull’uscita dall’unione e, più che dare ascolto a FMI, BCE, USA o al Premier Cameron che hanno messo in guardia i votanti dai rischi di una uscita dall’Unione, votino coscienziosamente, ragionando con l’oggettività di una mente non offuscata da “ire ed accidia” non dovute al fatto di fare parte o meno dell’Unione, ma causate da politiche errate e da condizioni economiche ed ambientali mai verificatesi prima (l’immigrazione verso l’UK, aumentata negli ultimi anni è strettamente conseguente ad una economia che altrove non da possibilità).

Ciò detto, pur sottolineando e rimarcando più e più volte il concetto che l’Europa può salvarsi e rimarne a galla in una dinamica mondiale dominata da scenari che cambiano repentinamente e spesso senza preavviso sovvertendo circostanze prima date per assodate (chi avrebbe mai detto che il Brasile sarebbe finito in una così tremenda recessione o che il Venezuela si trovasse di fronte a dover dilazionare l’energia elettrica a causa del prezzo del greggio di cui sono la più grande riserva mondiale? Oppure che le Big Company Oil&Gas inserissero nei loro piani industriali pesanti virate verso le energie rinnovabili?), se e solo se completa l’Unione a tutto tondo condividendo in modo quasi equo rischi e benefici e cambiando di conseguenza politiche economiche, finanziarie e migratorie, confermandosi il più grande mercato e la più grande economia mondiale, è da ribadire con la stessa veemenza che è necessario, ed è loro compito,  che le istituzioni riadattino rapidamente ed abbandonino totalmente buona parte degli approcci avuti in passato. Se ciò non avverrà, e mi duole dover fare una previsione tanto infausta quanto semplice,  prima o poi la grande scossa arriverà e temo che saranno dolori per tutti e tra i tutti noi italiani siamo a ridosso della pole position.

23/05/2016
Valentino Angeletti
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Un CDM festante… dai servizi, alle banche

Con ancora i metaboliti dei terremoti politici in vista delle amministrative primaverili con il cambio in corsa, in favore di Marchini esautorando Bertolaso, del candidato di CDX, e le contemporanee indagini su esponenti democratici in Campania e Sicilia, si è concluso un importante CDM, nel quale sono state prese decisioni rilevanti.

Il Governo, nel CDM di venerdì 29, ha presentato i nomi dei vertici delle agenzie preposte alla sicurezza nazionale, nella fattispecie sono stati rinnovati gli apici di Polizia, Finanza, Servizi e Marina. Al momento è in stand by, dopo le polemiche su Carrai, che avrebbe dovuto esserne il responsabile, il fondamentale apice dell’agenzia preposta alla Cybersecurity, entro il perimetro della quale dovrebbe ricadere la sicurezza e la privacy di tutte le informazioni top secret detenute dallo Stato Italiano. In ogni caso Marco Carrai, fidato amico di Renzi, sarà nei prossimi giorni chiamato, come consulente, a Palazzo Chigi, perché il Premier, manifestando il diritto di avere come amici eccellenti professionisti, non vuole privarsi di una sua consulenza. Oltre alla delega sulla sicurezza informatica, rimane in sospeso un’altra pedina chiave del Governo, vale a dire il ministro dello Sviluppo Economico, che succederà alla dimissionaria Guidi. La prossima settimana dovrebbe essere la volta anche di questa nomina, con voci di palazzo che pronosticherebbero che si tratterà di una figura d’industria, con tutta probabilità donna.

Le nomine ai vertici della sicurezza di Franco Gabrielli alla Polizia, Alessandro Pansa al Dis, Mario Parente all’Aisi, Giorgio Toschi alla Guardia di Finanza, varranno due anni, in quanto Renzi ha ritenuto che il nuovo Governo, dopo le elezioni del 2018, dovrà avere la possibilità di riconfermarle o meno. Vero che, come dice il Governo, si tratta di figure competenti e serie, ma è anche vero che, senza timore di essere smentiti, si tratta di uno dei più classici giri di poltrone, rispetto a professionisti che già lavoravano proprio in quel campo. Nessun rinnovamento od inserimento, magari in affiancamento, di nuove leve che avrebbero dovuto avere l’onore e l’onere di rappresentare la nuova classe dirigente, raccogliendo e facendo tesoro dell’esperienza e della contaminazione che in un affiancamento del genere avrebbero potuto maturare, dal canto loro i navigati professionisti avrebbero potuto contare in una fresca mente innovativa, tecnologica e digitale per modificare il loro approccio e punto di vista, che rischia di essere involontariamente, ma naturalmente e comprensibilmente, polarizzato e eterodiretto da anni di permanenza in ruoli similari.

Altro punto, spinosissimo, affrontato dal CDM, è il provvedimento di rimborso ai truffati dalle banche fallite, tra cui l’Etruria, la più famosa per le relazioni con la politica e Banca Marche, la più grande. Le dichiarazioni immediatamente successive alla decisione su tale misura, sono state ripetute, diffuse da tutti i media e positive, lasciando intendere che il salvataggio degli investitori fosse pressoché totale. Molto diversa invece è la realtà.

Ad essere immediatamente rimborsati, ma limitatamente all’80% del patrimonio investito e dopo l’esclusione degli interessi maturati, saranno solo coloro a basso reddito (sotto i 35 mila € lordi annui), non detentori di patrimonio immobiliare superiore ai 100 mila euro e che hanno investito prima del giugno 2014. Tutti gli altri dovranno attendere, addentrarsi in un dedalo di ricorsi e probabilmente considerare perduti gran  parte dei loro risparmi. Certamente molti hanno investito attratti da tassi decisamente allettanti, sicuramente fuori mercato, ma, per come pare si sia svolta la vicenda, è facile supporre che la maggior parte di loro fosse davvero ignara dai rischi d’investimento. Del resto se un soggetto mediamente competente in materia finanziaria venisse consigliato dal bancario di fiducia, lo stesso che magari lo ha aiutato ad ottenere il prestito sulla prima casa (che in tale vicenda precluderebbe il rimborso), difficile pensare ad un rifiuto del prodotto presentato esente da rischi.

In tutta sincerità vedo pochi squali dietro questa vicenda, se non proprio alcune banche, e vedo estrema necessità di una nuova forma di educazione finanziaria che nel nostro paese latita e ce lo ricorda l’europa stessa, così come manca una chiara e semplice informativa da parte degli istituti finanziari, che fino ad ora hanno redatto i profili di investimenti indirizzando le risposte degli intervistati a seconda del prodotto che volevano loro vendere (ovviamente senza voler generalizzare). Sicuramente su questi due aspetti ci deve essere priorità di intervento e di impegno da parte dello stesso esecutivo nel perseguire questi obiettivi.

Seppur nell’attesa del capo della cybersecurity e del nuovo ministro dello sviluppo economico e nel giubilo festante, chissà poi quanto giustificabile, per aver salvato masnade di correntisti (che sono, a conti fatti, circa 5 mila e non correntisti bensì obbligazionisti subordinati) ignari, credo che questa vicenda delle banche non sia ancora completamente conclusa.

30/04/2016
Valentino Angeletti
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Fondi per l’Immigrazione: Bond o Accisa?

Sui fondi Europei per l’immigrazione si sta giocando l’ennesimo, stucchevole, scontro tra la visione tedesca e quella italiana.

L’Italia vorrebbe una sorta di Euro bond, mentre la Germania propende per una più immediata tassa sui carburanti.

La differenza non è banale, anzi è sostanziale, proprio per il meccanismo di erogazione di simili fondi.

Una accisa sui carburanti da allocarsi nella gestione dei flussi migratori è molto più flessibile, probabilmente meno onerosa, facilmente ritirabile; di contro un bond ha durata stabilita non trascurabile, un tasso remunerativo ed anche a livello di gestione dello stesso strumento che richiede più sforzi, risorse e costi, inoltre implica una condivisione dei rischi, che è quell’elemento di fondo contro il quale si è sempre schierata la Germania dei falchi.

 Precisato ciò è facile capire perché la Merkel preferisca una accisa pro immigrati anziché un’emissione comune. Innanzi tutto va ricordato, ma questo fattore è secondario rispetto a quello esposto di seguito, che il costo dei carburati in Germania è più basso che in Italia e quindi un leggero incremento temporaneo è sostenibile. In secondo luogo, ma fattore principale, la Germania è consapevolmente capace, una volta che l’emergenza sarà rientrata oppure i fondi erogati in modo differente dalla UE, di togliere immediatamente l’accisa.

L’Italia invece non ha una simile capacità, e neppure volontà visti i conti in perenne abbisogno di nuove risorse. Sulla benzina, che ha già prezzi esorbitanti, pesano ancora, inspiegabilmente, le accise per il terremoto del Belice, per gli interventi in Abissinia e Libia ed altre piacevoli amenità che rendono il costo tra i più alti di Europa. Dal canto nostro preferiremmo un bond, che è chiaramente mal visto dai tedeschi a causa della lunga durata e del rischio messo in comune, si tratta di un impegno vincolante, probabilmente più dispendioso e sicuramente con un grado di rischio più elevato. Non ultimo, a giustificare la preferenza del governo italiano per il Bond, è il riflesso elettorale che avrebbe l’accettazione di una accisa sui carburanti, proprio quando si cercano di disinnescare, con la stesura del nuovo DEF, le clausole di salvaguardia che tra l’altro, comprendono anche l’introduzione di nuove accise.

Facile dunque capire, pur nell’incomprensibile, o meglio materiale, egoismo nazionalistico tuttora vigente entro in confini UE, le due differenti vedute. Pur rimanendo dell’idea, prettamente personale, che per molte delle questioni europee, come ad esempio il rischio sistemico per le banche e per il settore del credito, giusto per citare un elemento al centro delle cronache in quest’ultimo periodo, il bond e l’Euro-Bond, come asseriva il professor Prodi, ma anche l’Ex Ministro Tremonti, sia lo strumento dal quale possiamo solo temporaneamente fuggire, ma prima o poi dovrà essere, paesi membri volenti o nolenti, adottato, a patto di voler continuare a mantenere attivo il progetto di una Europa unita e solidale.

20/04/2016
Valentino Angeletti
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Senza mezze misure, il referendum “trivelle” incorona il premier

E’ stato messo alle spalle il referendum cosiddetto sulle “trivelle” ed ormai è in procinto di tenersi l’ennesima votazione di fiducia all’Esecutivo, questa volta relativa al petrolio, ma in merito all’inchiesta su Tempa Rossa e la Val D’Agri. Mentre la seconda questione sarà una passeggiata per il Governo Renzi, come del resto lo sono state le numerosissime fiducie votate da quando il Premier si è insediato a Palazzo Chigi, l’esito della votazione referendaria si presta a svariate chiavi di lettura, o meglio, l’interpretazione dei risultati è differente a seconda che ad interpretarli siano maggioranza od opposizione, ovviamente ognuno si dichiara vincitore o quasi, ma fuori di dubbio è che l’unico ed indiscusso vincitore sia proprio il Premier Renzi, come era scontato che fosse per varie semplici ragioni, che coloro, navigati politici, che hanno trasposto il referendum come battaglia “personale” contro Renzi, avrebbero dovuto considerare a priori. Avrebbero evidentemente perso, prestando così il fianco, fortificandolo nelle sue argomentazione, al nemico che invece avrebbero voluto combattere ed indebolire.

Il merito del quesito è sceso in secondo piano, sia perché effettivamente non vi sono sostanziali differenze tra il Sì ed il No: non è vero che con il Sì si sarebbero bloccate le trivelle dando una spinta propulsiva alle rinnovabili ed all’ambientalismo, come non è vero che votando No si sarebbe aperta la porta alla sfrenata trivellazione del nostro mare o si sarebbe messo al sicuro il nostro approvvigionamento energetico; sia perché, come detto sopra, la battaglia è stata posta tutta sul piano politico, tanto che il vero obiettivo degli oppositori dell’Esecutivo non era vedere abrogata o meno la legge, quanto veder raggiunto il quorum e quindi disattesa la linea proposta dal premier ed appoggiata anche da coloro che, per la loro rilevanza istituzionale, contro un voto non dovrebbero mai esprimersi pubblicamente, pur rimanendo un loro diritto non recarsi alle urne.

Gli effetti della vittoria di un Sì o di un No, non sarebbero stati percepibili dai cittadini, né dall’ambiente, ma forse solo parzialmente dalla aziende operanti nell’Oil&Gas che avrebbero visto modificate le procedure per la concessione e mantenimento delle licenze d’estrazione.

Il riassunto della votazione è stato piuttosto emblematico, i votanti sono stati poco meno del 33%, che su pressappoco 51 milioni di aventi diritto vale circa 17 milioni di elettori che si sono recati alle urne. Non ci sono mezze misure, ha vinto il Premier in tutto e per tutto. Qualche oppositore, invero un poco sprovveduto dato che l’esito era ben chiaro fin dalla proposizione del referendum, aveva tentato di vedere nel numero di 17 milioni di votanti una loro parziale vittoria, ma non è così. In un referendum abrogativo che a votare sia un singolo individuo, oppure il 50% senza il “più uno” necessario al raggiungimento del quorum, poco cambia, il referendum non è passato e colui che propagandava l’astensione può in ogni caso erigersi a pieno vincitore.

Che il quorum non sarebbe stato raggiunto era evidenza fin dalla presentazione del quesito, decisamente tecnico, non chiaro nelle risultanze, di poco interesse per i cittadini già da tempo molto poco attratti dalla partecipazione politica e dal voto, tanto che quello degli astensionisti è il più grande partito italiano, e che anche in periodi di “disaffezione nella media” non sono particolarmente propensi a votare ai referendum; a ciò aggiungiamo anche una calda domenica primaverile ed un singolo giorno di votazioni completamente staccate da ogni altra concomitanza politica a modi election day (benché ci sarebbe stata la possibilità di inglobarla nelle amministrative di giugno o assieme al referendum costituzionale confermativo di ottobre, risparmiando in toto o in parte 300 milioni di euro), ed il gioco è fatto: Renzi aveva la vittoria in tasca, fin dal primo giorno …. Ingenui coloro che lo hanno sfidato.

Gli occhi sono adesso rivolti alle amministrative con particolare attenzione a Roma, Milano, Torino e Bologna, ma soprattutto al referendum costituzionale confermativo di ottobre, il quale proprio il Premier Renzi ha identificato come tappa fondamentale per la sua permanenza a palazzo Chigi, in caso di sconfitta abbandonerebbe la Presidenza del Consiglio. Sia chiaro che il Premier, a cui tutto si può rimproverare meno che la mancanza di furbizia ed acume politico, non ha di certo sottovalutato la sua affermazione, come era certo di vincere al referendum sulle “trivelle” schierandosi per l’astensione (per la quale hanno contribuito coloro che hanno dato lui ascolto, ma soprattutto i disinteressati ed astensionisti), è certo di avere ottime possibilità di vittoria al referendum costituzionale schierandosi per il Sì.

A differenza del referendum abrogativo, il referendum per la modifica della carta costituzionale (del quale ho parlato al seguente link “referendum-abrogativo-costituzionale”) non necessita di quorum, pertanto ad essere avvantaggiata è la modifica dello status quo, in quanto la maggior parte dei votanti, interessati quindi, propenderanno per cambiare lo stato attuale decidendo di fatto anche per gli altri. L’unico imprevisto potrebbe essere una forte propaganda delle opposizioni per accettare la sfida renziana del “Se perdo vado a casa”.

In tutta sincerità è assai improbabile che le opposizioni riescano in una simile impresa, molto più facile una loro qualche vittoria (in particolare del M5S) alle venture amministrative, ma quella è tutta un’altra storia.

19/04/2016
Valentino Angeletti
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