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Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio.

Passata la “sbornia” da risultato elettorale greco con la vittoria di Syriza e messa da parte per un attimo la corsa al Quirinale in attesa che vengano lustrati i catafalchi, è interessante soffermarsi un attimo sulle prime mosse del nuovo Primo Ministro greco e sulle conseguenti reazioni europee.

Come sappiamo (Approfondimenti Link 25/01 – Link 27/01) i capisaldi del programma di governo firmato Tsipras sono il taglio delle tasse, maggior spesa per investimenti e welfare, sanità in particolare, azioni sul debito, rifiuto dei programmi della Troika e quindi disdetta degli impegni presi dal governo precedente con UE, BCE, FMI. La determinazione nel perseguire i suoi obiettivi sono subito stati dimostrati dall’alleanza che nel giro di poche ore il neo-premier ha stretto con la formazione di destra Anel, fuoriuscita dal partito di Samaras Neo-Demokratia proprio per seguire la sua impronta più marcatamente anti-Europea, nonostante i moltissimi aspetti sui quali Syriza e Anel si collocano in posizioni diametralmente opposte, primo tra tutti l’immigrazione. Tsipras ha già formato il Governo, assegnando ad Anel il ministero della difesa ed accorpando vari dicasteri, per la maggior parte ora ricoperti da economisti di fama mondiale ascrivibili comunque alla sinistra del suo partito, così da scendere dai 16 del precedente esecutivo ai 10 attuali. Nonostante il giuramento ufficiale del Governo avverrà i primi di marzo, Tsipras ha già convocato il primo CdM con in OdG l’aumento degli stipendi lordi mensili dai 450€ a 751€ ed il blocco della privatizzazione del porto del Pireo avviata dal Governo Samaras.

Ora sarà fondamentale capire come il giovane Premier avrà intenzione di coprire economicamente le promesse fatte, non mantenerle gli costerebbe una perdita di credibilità irrecuperabile ma soprattutto una reazione sociale che è facile prevedere almeno belligerante. Le opzioni “canoniche” per il reperimento di risorse economiche sono principalmente due: il prelievo fiscale, impraticabile nel rispetto dei suoi programmi di riduzione fiscale ed il ricorso ad altro debito assai difficile da ottenere viste le sue intenzioni di azione su quello pregresso. Facile intuire che il suo compito sarà decisamente arduo così come i negoziati che, dopo aver presentato in modo preciso i suoi piani al momento ancora ignoti, dovrà intavolare con l’Europa.

Le possibili operazioni sul debito che la Grecia potrebbe mettere in campo sono l’insolvibilità di una parte di esso (alcune voci parlano del 60%) nel più classico stile Haircut come peraltro la Grecia già fece per una quota del 40% gli anni addietro oppure un allungamento dei tempi di restituzione, che tecnicamente sarebbe assimilabile ad una riduzione degli interessi corrisposti annualmente ai propri creditori.

Le reazioni alla potenziale revisione del debito ed alla sospensione del programma della Troika da parte delle entità istituzionali non sono state tenere. Da più parti, a cominciare dalla tedesca Bundesbank con il “puntuale e spesso fori tempo” Weidmann, hanno ribadito che qualsiasi nuovo Governo greco dovrà rispettare senza deroghe gli impegni presi dal suo predecessore inclusi quindi i piani della Troika. Non rispettarli significherebbe per la Grecia essere esclusa dalla possibilità di beneficiare dei QE della Banca Centrale. Venir meno a questi impegni lederebbe la credibilità del nuovo esecutivo di fronte al mondo governativo-istituzionale, ma rispettarli per Syriza significherebbe tradire il proprio elettorato. La Merkel ha voluto invece rimarcare come la Grecia già ora goda di condizioni di favore sul suo debito e che i primi rimborsi ai paesi membri ed alle varie banche centrali inizieranno solo nel 2020, non ci sarebbe dunque alcuna necessità di ulteriori dilazioni. Differente (come fa notare Federico Fubini, firma economica de La Repubblica) il discorso per il FMI che dovrebbe essere il primo a ricevere alcune trance di pagamento, tanto che la Governatrice Lagarde si è affrettata a chiarire che il fondo non ritiene assolutamente accettabile alcun alleggerimento del debito greco.

Dalla Grecia invece risuona, carica di un realismo difficilmente opinabile, la dichiarazione rilasciata alla Bbc dal viceministro con delega ai rapporti economici internazionali di Syriza Euclid Tsakalotos:

“E’ irrealistico aspettarsi che la Grecia possa ripagare interamente il suo enorme debito, nessuno crede che il debito greco sia sostenibile, nessun economista può’ pensare che potremo pagare tutto quel debito. E’ impossibile” (dubbi sulla sostenibilità del debito sono stati avanzati in passato anche in riferimento a quello italiano: link).

Considerando le condizioni sociali dell’attuale Grecia ed il loro continuo deterioramento nel corso degli ultimissimi anni e mesi, benché alcuni parametri macro-economici siano in miglioramento (come il PIL, ma l’utilizzo del PIL come indice di benessere diffuso, crescita e sviluppo di un paese e dei cittadini è da più fronti criticato, proprio sull’Avvenire vi è un’intervista all’Ex Ministro Giovannini in merito a questo tema: Link), è evidente che le concessioni favorevoli sul debito non siano sufficienti ad invertire il trend sociale greco, il più importante affinché la tenuta del paese sia stabile, che va invece come una rapidissima funzione monotona decrescente.

Le condizioni di favore riservate alla Grecia nella gestione del suo debito non sono ascrivibili alla flessibilità dei patti europei come per contro lo è il vincolo sul 3% del rapporto deficit/PIL o il fiscal compact relativo al percorso di rientro sul debito, ma identificano pur sempre misure di flessibilità degli approcci, modelli e piani di gestione delle crisi economiche adottati dall’UE. La flessibilità concessa, sicuramente in ritardo, entro i patti europei e sbandierata dalle istituzioni UE come fosse chissà quale vento innovativo e foriero di sviluppo e benessere, proprio come le concessioni fatte alla Grecia sul suo debito, non ha sortito effetto e nel suo complesso anche in Europa la situazione non ha subito una virata decisa.

Tanto per confermare l’impostazione europea, con preminente influenza tedesca, al rigore vi è la soglia del 3% del rapporto deficit/pil rimasta invalicabile. In vista della revisione della legge di stabilità italiana (ma anche francese e belga) l’UE ha aperto un dossier sull’Italia (non una procedura di infrazione o un provvedimento specifico) ove viene ricordato che i margini di flessibilità per il nostro paese sono risicatissimi essendo il rapporto deficit/PIL prossimo al 3%, insomma fare attenzione a non sforare.

Il Ministro dell’Economia Padoan ha tenuto a rassicurare che per il nostro paese non ci sono problemi, la situazione è in lento miglioramento, ed il PIL, come esposto dal Vice Direttore Generale di Bankitalia Panetta, andrà meglio rispetto a quanto stimato precedentemente (Pil +0,4% nel 2015 e +1,2% nel 2016) anche se l’istituto di via XX Settembre non azzarda previsioni ufficiali. Del resto lo scenario rimane fragile, il rischio sul credito in ribasso ma comunque elevato, le riforme ancora da portarsi ad un livello attuativo ed inoltre i nuovi vincoli patrimoniali sulle banche imposti da Basilea sempre più ferrei rischiano di strozzare la ripresa. Al miglioramento sul PIL supposto da Bankitalia contribuirebbe il QE della BCE. In realtà siamo ancora in una fase ipotetica in quanto all’obiettivo del target sull’inflazione non corrisponde automaticamente maggior liquidità disponibile all’economia reale. Liquidità in grado di andare a colmare le lacune presenti sul fronte investimenti. In tal senso il supporto pubblico pare un elemento importantissimo per attivare progetti ed alto tasso occupazionale o ad alto contenuto innovativo che mobilitino un “ecosistema” di attività correlate, un consistente indotto e quindo uno scenario più fertile ove la presenza di contratti ed ordini possa sbloccare richieste di credito da parte delle aziende in grado di garantire le banche con il valore delle loro commesse profittevoli.

In sostanza senza un fattore che scateni gli investimenti, ossia più liquidità diretta al sistema economico e subito disponibile che attivi l’occupazione, sembra mancare un anello alla catena. Esso a regime potrebbe essere rappresentato da investimenti privati, ma nell’immediato sono gli investimenti pubblici a permettere di convogliare verso le aziende la liquidità dei QE così da riuscire, come si dice in gergo, “ad imporre al cavallo di bere”.  Il vincolo del 3% è un anestetico enorme per questo fattore scatenante che se non verrà innescato andando al di là del concetto di flessibilità applicato tuttora ai patti europei e nel passato alla gestione del debito greco, sia per l’Italia che l’Europa sembra non esserci nessun altro destino se non la stagnazione o peggio la recessione.

Valentino Angeletti
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Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia

EU-GRDoveva provenire dal Semestre Italiano di Presidenza UE, poi con l’insediamento della nuova Commissione Juncker recependo il sentimento diffuso dei cittadini europei, la presa di coscienza trasversale dei vari partiti disposti ad un nuovo approccio politico, economico e monetario del quale vi è evidente necessità imminente, doveva essere un argine ai movimenti anti europeisti che sempre più stanno attecchendo nella popolazione e troppo spesso sfociano in episodi di intolleranza e grette manifestazioni di chiusura verso un pericoloso nazionalismo xenofobo, invece il cambiamento radicale di cui c’è bisogno pare non sarà guidato dalle istituzioni deputate ufficialmente a gestire la governance, aggiornandola e rendendola più consona ai tempi ed agli scenari che sono, bensì da fattori esterni.

Il Semestre Italiano, che si concluderà in modo ufficiale il 13 gennaio con il discorso del Premier Renzi, oggettivamente, nonostante gli ovvi e prevedibili tentativi di elencare con minuziosa puntualità ogni minimo elemento positivo di questi circa 175 gironi, ha lasciato ben pochi segni; in parte per causa della conformazione stessa della presidenza che ha limitate possibilità se non quella di impostare una agenda delle priorità da condividersi poi con le altre realtà istituzionali, in parte perché è stata il teatro in cui ha avuto luogo il passaggio di consegne tutt’altro che rapido e snello tra la vecchia Commissione Barroso e la nuova Commissione Juncker ed in parte perché non è riuscita ad imprimere il giusto vigore ad un nuovo concetto di flessibilità ed alla possibilità di discussione sui trattati europei. La flessibilità è rimasta quella già prevista negli accordi, nessun margine ulteriore, salvo un poco di tempo in più per eseguire i piani di rientro già definiti, tanto che le leggi di stabilità di Italia, Francia e Belgio, proprio perché rischiano di non essere conformi ai trattati subiranno una nuova verifica nel mese di marzo. Gli investimenti non sono stati incentivati adeguatamente ed ogni tipo di spesa che possa comportare crescita, eccezion fatta forse per la sola quota di contribuzione nazionale ai fondi europei, non sarà sottratta al patto di stabilità così come il piano di rientro del debito è stato confermato (giungere al 60% in 20 anni) con uno “shift” temporale di un solo anno. Il “Piano Juncker” suscita numerosi dubbi, ha come ipotesi una leva titanica di 15 volte rispetto ai 21 miliardi di € forniti da Commissione (16) e BEI (5) per arrivare così alla quota di 315 miliardi col supporto di investimenti privati esterni che difficilmente, viste le condizioni congiunturali e gli scenari di medio-breve periodo, si avventeranno a collocarsi nel vecchio continente quando altre zone del mondo a cominciare dagli USA stanno vivendo una ritrovato fermento. Il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL è rimasto, assumendo sembianze sempre più anacronistiche, termine che ad un certo punto pareva addirittura abusato ma che permane attuale, forse ora più che mai visti i risultati fin qui ottenuti. Anche il punto sull’immigrazione è rimasto costante se non addirittura deteriorato. L’atteggiamento della Commissione e soprattutto della Germania non sono mutati gran che con quest’ultima sempre meticolosamente attenta in primis a proteggere, giocando anche con una elevatissima perspicacia e strategia dialettica che si manifesta in “diabolici” quanto efficaci palleggi verbali tra Merkel, Schaeuble, Weidmann, i propri interessi mantenendo uno status quo che piano piano ed in ritardo rispetto ad altre realtà nazionali si potrebbe deteriorare anche nei pressi di Berlino e Francoforte (disoccupazione ai minimi al 6.5%, ma dati della produzione industriale tedesca di novembre a sorpresa in calo dello 0.1% su ottobre rispetto ad una stima di +0.3% ed in calo dello 0.5% rispetto a novembre 2013).

Francoforte altro nodo chiave, perché qui ha sede la BCE “Governata” da Mario Draghi probabilmente sempre stretto tra l’incudine di voler attuare una politica monetaria più ispirata agli USA ed il martello della Germania, con il suo seguito di falchi nordici, che, in vece di maggiore azionista dell’Istituto Centrale, glielo ha impedito o comunque lo ha decisamente limitato. I risultati sono stati interventi lenti, in ritardo e spesso sottodimensionati al problema di una inflazione, il mantenimento del cui livello in un intorno sinistro del 2% è tra i mandati della BCE, in costante calo e di un Euro che solo ora sta tornando a livelli più realistici nei confronti del Dollaro. Draghi ha saputo giocare egregiamente con gli effetti annuncio delle sue periodiche dichiarazioni, ma col passare del tempo i mercati hanno iniziato ad attendere oltre le parole alle quali si sono armai anestetizzati, i fatti quindi le misure espansive concrete.  L’ultimo annuncio di Draghi è stato di giovedì 8 gennaio, nulla di nuovo rispetto alla consueta conferma che la BCE metterà in atto ogni misura possibile per contrastare una deflazione che molti si ostinano ancora a negare celandola dietro il calo dei prezzi del greggio, incluso l’acquisto di Bond sovrani, senza peraltro specificare l’ammontare (stando alle passate indiscrezioni dovrebbero essere 1000 mld dei quali 500 nella prima trance) e la data che potrebbe essere il 22 gennaio o, attendendo l’esito delle elezioni greche, il 5 marzo (perdendo ulteriore del giù nullo tempo che ci rimane). Anche sull’ammontare permane qualche dubbio perché 500 miliardi, se distribuiti come sembra e come eventualmente potrebbe accettare la Germania, in base alle quote della BCE detenute dai vari governi nazionali, porterebbero all’Italia una somma attorno ai 90 miliardi, inferiore a quanto, senza effetti risolutivi, fu acquistato nel 2011 (110 mld circa). I mercati sono schizzati in alto e subito (i più ingenui o maliziosi secondo noi) hanno gridato all’effetto bomba di Draghi, difficile da credere per un non nulla di nuovo o eclatante, molto più probabile che le parole di Draghi siano state usate come scusa per giustificare il rimbalzo conseguente al crollo post dichiarazione della Merkel sull’opzione di una Grecia fuori dall’Euro in un momento in cui l’attentato terroristico a Parigi avrebbe affossato anche le più solide piazze finanziarie. Come già detto i mercati non vengono influenzati dalle news, ma le usano (o le plasmano) per giustificare andamenti già, in linea di massima, definiti in riunioni notturne o della primissima mattina che si tengono in riservatissimi uffici ad altissimi piani di vitrei grattaceli, negli HQ di poche grandi banche, assicurazioni, fondi (a Parigi il CAC40 l’8 gennaio -oggi- è aumentato del 3.59%, come se immediatamente dopo l’11 settembre Wall Street fosse stata attorno alla parità….).

Le elezioni greche sopra menzionate sono un altro elemento fondamentale, forse in questo momento il vero ago della bilancia. A conferma che la necessità di cambiamento non è stata recepita in modo convito dalle istituzioni vi sono le varie dichiarazioni in merito ai piani di Tsipras, che vorrebbe rimanere nell’Euro, ma rinegoziando il debito insostenibile (ipotesi sostenuta anche dal Financial Time che vede nel debito greco qualche cosa di non più onorabile) ed aumentando la spesa pubblica per investimenti, servizi, welfare (anche la sanità è ormai quasi solo a pagamento ed il servizio sanitario non è più in grado di fornire medicinali) e per risollevare i salari dei dipendenti pubblici quasi dimezzati per rispettare i parametri imposti dalla Troika. A parte l’ipotesi di uscita della Grecia dall’Euro avanzata dalla Merkel e subito smentita da fonti governative tedesche (probabilmente un gioco congegnato per lanciare un segnale agli elettori ellenici) ed appurato che sia a detta dalla BCE che della Commissione UE l’Euro è un processo irreversibile, i moniti rivolti alla Grecia, agli elettori ed a Tsipras, leader di Syriza probabile futuro partito di governo, rimarcano con veemenza la volontà delle istituzioni europee che il venturo Governo rispetti gli impegni presi dal Governo precedente, ne porti avanti il programma già impostato e paghi ciò che deve pagare ai creditori senza venire meno ai piani di rientro concordati con la Troika, ovviamente nessuna ipotesi di revisione del debito o incremento della spesa pubblica. In questa fase di attesa degli scrutini, la Troika ha interrotto gli aiuti che riprenderanno solo una volta confermati tutti gli impegni da parte di Atene; anche l’acquisto di bond da parte della BCE potrebbe essere a rischio. Simili messaggi certamente indirizzati anche agli elettori potrebbero essere recepiti dalla classe media che ancora riesce in qualche modo a sostentarsi, difficilmente scalfiranno coloro, e sono i più, ormai senza nulla da perdere avendo stipendi dimezzati, nessuna possibilità di accedere alla sanità che non possono permettersi ed animati da profondo risentimento nei confronti di Troika, Bruxelles, BCE ed attuale Governo.

Il cambiamento forte che il Semestre Italiano, la Commissione Juncker e la BCE non hanno fino ad ora saputo indirizzare potrebbe essere impostato da Tsipras se riuscirà a trattare con Merkel, Germania, Commissione arrivando ad una soluzione di compromesso in grado di puntare davvero alla nuova Europa della crescita e della prosperità che deve essere l’obiettivo comune. Dalla sua il leader greco ha anche il fatto che questo è un anno di elezioni importati e diffuse e qualora il suo programma funzionasse, come lui stesso è convito, potrebbe rappresentare un precedente che indirizzerebbe il voto delle prossime tornate nei paesi membri, in molti casi già proiettati verso soluzioni simili a Tsipras che incarnano la diffusa e da troppo tempo necessaria, ma sin qui ignorata, richiesta proveniente dal basso  di una radicale discontinuità per il ritorno ai concetti fondanti il Progetto Europeo.

08/01/2015
Valentino Angeletti
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Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita

Nella giornata dei due eventi formalmente afferenti alla stessa parte politica, il PD ma che di fatto ne sanciscono la divisione tra l’area governativa, moderata ed inclusiva del Premier Renzi, e quella più marcatamente di sinistra rappresentata oggi dalla CGIL e dalla minoranza del PD di Cuperlo e Civati solo per citare due nomi conosciuti, è doveroso fare un passo indietro e tornare agli accadimenti caratterizzanti il Consiglio Europeo appena concluso.

La Leopolda e la manifestazione CGIL di Piazza San Giovanni sono due eventi emblematici la situazione politica italiana, in particolare quella attualmente di Governo, ma in questo frangente conviene non perdere mai di vista l’Europa soprattutto nel periodo di revisione dei budget, delle valutazioni delle leggi di stabilità e di stress test bancari.

Come ormai sappiamo l’UE vaglierà la manovra italiana analizzando e valutando ogni scostamento rispetto ai parametri previsti negli accordi europei e chiederà chiarimenti in merito. La questione subito emersa è stata quella di una correzione sul deficit strutturale di 0.1% rispetto allo 0.5% presente negli accordi con Bruxelles. La differenza di 0.4% varrebbe circa 8 miliardi, cifra non irrisoria considerando la cronica difficoltà italiana nel reperire coperture ed alla luce dei valori di debito/PIL e deficit/PIL da dover ridurre come da ridurre dovrebbe essere la pressione fiscale. La linea del Presidente di Commissione uscente, Barroso, era probabilmente quella di richiedere il completo raggiungimento dello 0.5% ma col trascorrere delle ore pare sempre più probabile un accordo sul valore intermedio dello 0.3% (come peraltro già pronosticato, vedi link a fondo pagina) che vale attorno a 3.2 miliardi somma pressoché totalmente accotonata nel tesoretto già previsto in Legge di Stabilità (che secondo quanto riportato da La Stampa per ottenere la bollinatura della Ragioneria Generale di Stato sarebbe stata stravolta rispetto a quella presentata in Parlamento – Link Articolo).

Nonostante l’ufficialità da Barroso non sia ancora arrivata, attenderà infatti la risposta italiana alla richiesta di chiarimenti europei che giungerà a Bruxelles lunedì 27 e forse perverrà nella successiva valutazione completa da parte della Commissione, la probabile mediazione allo 0.3% in cambio di un dettagliato piano di riforme che l’Italia dovrà presentare entro fine anno, viene sbandierata coma una vittoria di tutti, anzi come una sconfitta dell’austerità. In tutta umiltà e sincerità mi terrei ben lontano da un’affermazione simile che incontra tutto il mio scetticismo. Lungi dal voler essere un gufo, anzi tutt’altro, ma l’approccio che porta alla crescita non può basarsi su concessioni di qualche decimo di punto ed il fatto che l’Europa si sia intestardita a richiedere una correzione, seppur minimale, al valore proposto non lascia presagire nulla di buono proprio adesso che c’è bisogno di un rapido cambio di direzione e quando la flessibilità necessaria ad una poderosa virata non può essere insita in patti stipulati in circostanze e congiunture macroeconomiche neppur lontanamente paragonabili a quelle in corso.

Come detto negli articoli dei giorni addietro la nazionalità Portoghese di Barroso e la sua volontà di rientrare da candidato politico in Portogallo dove non sono stati fatti sconti e la Troika ha operato per il risanamento del bilancio, unitamente alle solite pressioni tedesche affinché ogni numero venga rispettato, hanno contribuito a spingere il Presidente uscente ad mantenere una linea ancora decisamente intransigente.

Un secondo elemento che si contrappone alla volontà di cambiamento nella governance Europea è la richiesta di un conguaglio dovuto al ricalcolo Eurostat del PIL dei vari paesi a partire dal 1995. L’adozione della nuova metodologia costerebbe 2.1 miliardi alla Gran Bretagna, 340 milioni all’Italia mentre 1 miliardo andrebbe in favore della Francia e 779 milioni della Germania. Tecnicamente (ed è l’eccessiva tecnocrazia ancora imperante a preoccupare) il meccanismo non fa una piega, il PIL è stato rivisti, ha incluso anche alcune attività illegali, ha supportato (o penalizzato) i parametri di rapporto deficit/PIL e debito/PIL, ma porta la contropartita di una maggiore (minore) contribuzione, che avviene proprio in rapporto al valore assoluto del prodotto interno lordo, al bilancio europeo. In sostanza se il PIL è stato rivisto al rialzo, come nel caso italiano, dal primo ottobre abbiamo avuto un vantaggio nei rapporti deficit/PIL (quantificabile in 0.2% circa) e debito/PIL, ma al contempo avendo un prodotto interno lordo maggiore l’-Europa ci chiederà anche un contributo maggiore rispetto a quanto già versato, andando tale contribuzione proprio in relazione al valore assoluto del PIL.

Quello bisogna chiedersi è se in questo momento problematico, con gli stress test bancari alle porte, le leggi di stabilità al vaglio, una crisi più lunga e dura del previsto che morde l’UE e la rende fanalino di conda tra tutte le economie avanzate mondiali, fosse davvero il caso di aggrapparsi a questa “tecnicalità” invece di rimandarla (non cancellarla) a periodi meno foschi?

Cameron è ovviamente stato il più indignato ed ha assicurato che non pagherà assolutamente questo debito ripianato dai soldi dei contribuenti britannici. “Una Europa così non è accettabile” avrebbe asserito il premier inglese, e c’è poco da scherzare perché nel 2017 la gran Bretagna andrà alle urne per votare se rimanere o meno in Europa.

Questi elementi non sono di buon auspicio, anzi fanno intendere che il modello economico votato al rigore è ancora lungi dall’essere prevaricato, anzi continua a sussistere nelle vene tedesche ed in alcune vene europee, nonostante le necessità impellenti di intraprendere un cammino di crescita. Cammino che non può essere lanciato dalle correzioni decimali, che attingono peraltro a clausole di salvaguardia già accantonate in via precauzionale ma che sarebbe stato meglio lasciare nel cassetto, e badare che l’Italia non è il solo paese ad essere in questa condizione, ma deve basarsi sul percorso di riforme richiesto da ogni istituzione, BCE, Commissione ed agenzie di rating, e su un piano di investimenti ove il privato è indispensabile ed in ottica di medio lungo periodo dovrà rappresentare la parte preponderante beneficiando dei risultati delle riforme, ma dove anche il pubblico ha un ruolo non sostituibile od omissibile. Ed il pubblico in questo periodo, nel caso italiano ma non solo, necessita di poderosi tagli di spesa, invero già ipotecati per riduzione del debito e defiscalizzazione, e di risorse da impiegare che nel caso di importanti interventi infrastrutturali potranno essere raccolte solamente sforando quegli stringenti vincoli europei fatti in tempi e condizioni differenti. Continuarenel rigore mascherato dalla locuzione “flessibilità entro i limiti dei patti” non può portare altro che allo sgretolamento europeo in conseguenza alle difficoltà dei singoli paesi che potrebbero tranquillamente sfociare in default e del sentimento anti-europeo che il comportamento vessatorio aizza e che nei casi peggiori si trasforma in xenofobia, nazionalismi, razzismi ed in generale paura del diverso.

La speranza che questi siano solo gli ultimi colpi di coda della Commissione Barroso è obbligatoria così come che la nuova Commissione Juncker esaudisca davvero le promesse pre-elettorali di focalizzarsi al di là del rigore, sulla crescita e sul lavoro impostando subito un piano di investimenti transnazionali da 300 miliardi di €, da solo non sufficiente, ma capace di dare un piccolo contributo iniziale. Coloro che spronano non sono pochi né mancano di autorevolezza, infatti a spingere, inascoltato, da tempo verso una nuova direzione vi è l’FMI con la stessa Lagarde, le agenzie di Rating, Fitch è solo l’ultima, ed ora, un po’ a sorpresa, anche la BCE il cui Governatore Draghi secondo alcune fonti avrebbe rotto i rapporti con il Governatore della BuBa Weidmann fino ad oggi vero dominatore assieme al suo Cancelliere della politica economica e monetaria di Bruxelles e Francoforte. La nuova Commissione dovrebbe insediarsi in via ufficiale il primo novembre, da lì avrà poco tempo per portare i primi risultati concreti, ma di qui a quella data ancora molti colpi di scena potrebbero succedere.

Link:
La piccola gaffe dell’epistola “segreto di Pulcinella” UE ed un umilissimo consiglio: low profile!
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso
Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità
Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino
Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

 

 

25/09/2014
Valentino Angeletti
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Gestione del cambiamento e delle crisi …. capacità su cui lavorare in Europa e non solo

Nessuno può mettere più in dubbio che l’epoca che stiamo attraversando sia un epoca di cambiamento, del resto tutto scorre, “panta rei” dicevano i greci, e l’evoluzione del mondo nel suo succedersi di ere e specie viventi ne è una dimostrazione. Quello in atto però, come molti altri, è una discontinuità netta, non graduale né dolce, ma sembra essere piuttosto irruenta. Mai come adesso il termine cambiamento si può associare alla sua radice etimologica di crisi, termine che sta caratterizzando il presente.

Le crisi per come le intendiamo nella nostra modernità, vale a dire periodi di estrema difficoltà, ci pongono di fronte alla necessità di saper gestire simili eventi così da portare avanti la nostra sopravvivenza. Il paragone è volutamente estremizzato, ma a pensarci bene neppure troppo.

Fino ad oggi la nostra società, forse differenziandosi da quelle del passato che erano avvezze ad adattarsi in modo più rapido a mutate condizioni, pare dimostrare di giorno in giorno di non aver la ben che minima capacità di affrontare crisi di un certo rilievo.

La capacità di fronteggiare e gestire le crisi, crisis management, dovrebbe essere caratterizzata almeno da quattro elementi:

  1. Capacità di prevederle, almeno in parte.
  2. Gestirne l’evoluzione.
  3. Reazione ed adattamento prendendo le opportune contromisure.
  4. Mitigazione ad apprendimento.

Recentemente la nostra modernissima ed altamente tecnologica cultura ha dimostrato di avere pesanti, incolmabili, lacune in ognuno dei quattro punti presentati. Le cause di questa deficienza risiedono sicuramente nella complessità delle recenti crisi che si inseriscono in un contesto sempre più globalizzato ed interconnesso in cui segregare gli effetti di eventi avversi diventa sostanzialmente impossibile e l’innesco dell’effetto domino risulta essere se non immediato sicuramente molto rapido, ma risiedono anche nell’assenza di una strategia comune di intervento mirata a perseguire obiettivi condivisi e che sia definita in modo olistico in ogni suo aspetto, nell’anteposizione di interessi particolari e nazionali  ed alla tendenza al mantenimento dello status quo, di privilegi acquisiti, del potere accumulato da parte di certi gruppi di influenza che pure a livello globale ancora esistono potenti. Non si parla di cospiratori o poteri oscuri dominatori dell’intero pianeta, ma semplicemente di gruppi di persone che principalmente per la posizione che ricoprono e per la loro capacità di fare sinergia proteggendo vicendevolmente i propri interessi comuni (cosa che i singoli stati non sono capaci di fare efficacemente in modo da indirizzare un benessere più diffuso) riescono ad avere notevoli influenze su aspetti che poi si ripercuotono su un numero molto elevato di persone ed hanno impatti importanti su interi sistemi.

Una dimostrazione di incapacità nella gestione di crisi e cambiamenti, limitandoci per un attimo al perimetro italiano, è rappresentata dagli ultimi episodi alluvionali di Genova che si sono verificati. Nonostante i recenti precedenti (a 3 anni da un evento identico ed avvenimenti simili accadono con cadenza annuale) non è stato possibile prevedere e quindi diffondere tempestivamente ed in modo ottimale l’allarme né avere danni limitati testimoniando che anche la gestione durante l’evento è stata approssimativa, in certi casi tardiva e troppo dipendente dall’iniziativa di singoli gruppi di persone più o meno organizzate. Il fatto che poi vi fosse un precedente dimostra l’incapacità nelle azioni di mitigazione nonostante i fondi stanziati per interventi di abbattimento del rischio e nell’apprendimento della lezioni impartita da madre natura. Inoltre a distanza di pochi giorni dalla vicenda di Genova eventi analoghi e problemi di gestione simili si sono verificati anche in Toscana (ricalcando un evento già accaduto nelle medesime zone solo due anni fa), a Trieste ed in Emilia Romagna. Salendo di livello, il verificarsi con sempre maggior frequenza di eventi atmosferici estremi, che per il numero di volte che si ripetono non possono più essere definiti straordinari, è strettamente collegabile al cambiamento climatico in atto. Il “Climate Change” è da tutti i consessi scientifici, a cominciare dall’IPCC, indicato come un rischio globale da fronteggiare e tale tesi è accettata da tutti i governi che periodicamente indicono riunioni e conferenze senza però che vi sia una roadmap tangibile e pratica per far fonte al problema riconosciuto come grave. Nel mentre le condizioni del pianeta tendono a peggiorare, i ghiacciai a sciogliersi, le acqua ad innalzarsi, la desertificazione avanza verso il continente europeo e l’incontro tra correnti d’aria calda africana con quella fredda nordica conferisce alle precipitazioni un’energia molto superiore rispetto al passato, tale da scatenare gli episodi a cui periodicamente assistiamo, inclusi tornado ed uragani. Pur avendo previsto tutto ciò ed avendone le basi scientifiche non siamo ancora capaci di gestire gli eventi né siamo in grado di adattarci e mitigarne il rischio.

Analogo ragionamento può essere fatto per il virus Ebola. Un problema grave che rischia di mettere in ginocchio l’economia mondiale come ha confermato l’ONU. La vicenda dell’infermiera statunitense contagiata è emblematica. Questa persona, entrata in contatto con malato proveniente dall’Africa pur seguendo ufficialmente le procedure è caduta vittima del contagio. Recatasi poi all’ospedale di Dallas è stata dimessa e si è imbarcata su un volo di linea assieme ad altre 300 persone. Qui è evidente la presenza di errori umani. La gestione delle procedure e degli eventi in un caso molto grave e noto non sono state sufficienti e c’è da scommettere che non lo sarebbero neppure altrove. Fin tanto che non verrà scoperto un vaccino minimamente efficace, e c’è da augurarsi che le case farmaceutiche al di là dell’interesse economico ci stiano lavorando, solo le procedure e la capacità di gestione possono contenere la minaccia, quindi devono essere seguite pedissequamente.

Anche sulla gestione dei flussi migratori l’Europa, e per la sua posizione l’Italia è la prima a risentirne, è stata, principalmente perché, dietro la spinta di specifici interessi, non interessata a contribuire economicamente ad un problema che pare di dominio altrui, incapace di lavorare in modo efficace e coordinato per fronteggiare l’emergenza, né ha imparato dal passato essendo le migrazioni un annoso problema.

Che dire poi delle crisi geo-Politiche ancora insolute, e lontane dall’esserlo, con le loro ripercussioni economiche ed umanitarie che sono tutt’ora in atto in Russia-Ucraina ed in medio Oriente?  Al di là di riunioni e vertici l’Unione Europea ha sostanzialmente raggiunto risultati nulli e, quasi in contemporanea con gli incontri tra vertici di stato, gli scontri continuano violenti senza che si capisca quale strategia di intervento sia stata elaborata.

Infine veniamo all’aspetto più veniale delle crisi economiche. Siano esse finanziarie o sistemiche si ripetono quasi periodicamente segno di un sistema che non riesce a reggersi in modo equilibrato e che prima o poi deve scaricare i propri oscillatori. Nell’ultima crisi del 2011, seguente a quella del 2007 dei Mutui Subrime dalla quale pare non si sia appreso nulla, è mancata la capacità di previsione nonostante alcuni segnali già vi fossero e qualche allarme fosse stato lanciato, è mancata la capacità di gestione perché le misure messe in campo come ad esempio il salvataggio di svariate banche, la politica adottata con la Grecia e l’approccio monetario non sono servite ad evitare la spirale recessiva e l’avvitarsi degli eventi; è mancata la capacità di adattamento perché nonostante i risultati evidentemente negativi non è mai mutato l’approccio con cui si è continuato ad affrontarla contribuendo al suo aggravamento (vedi i casi di Cipro, la prosecuzione dell’austerità inflessibile, e l’attuale ricaduta greca). Adattando quanto detto ad un evento recente, l’intenzione di Katainen, Commissario UE ad interim agli affari economici e monetari, di utilizzare un metodo strettamente aritmetico per l’analisi delle leggi di bilancio proposte dagli stati membri è esattamente il migliore emblema dell’incapacità e della non volontà di adattarsi agli scenari mutevoli.

La parola d’ordine del presente e del futuro è resilienza, dobbiamo constatare che non siamo in grado di indirizzare l’ordine degli eventi, ma dobbiamo essere bravi ad evolvere in modo da adattarci nel migliore e più proficuo dei modi, se necessario anche cambiando radicalmente le nostre convinzioni ed i nostri modelli fino ad oggi ritenuti, a torto o a ragione, vincenti.

Di sicuro la capacità di gestire il rapido cambiamento e le crisi in senso lato non è una delle qualità più acute dell’Europa e della nostra società, ma di per certo conviene a tutti che si inizi subito a far fronte a questa mancanza.

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15/10/2014
Valentino Angeletti
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Governo Renzi ed i venti che, reclamando risultati, cambiano. Adesso fare presto e bene!

Sembra passato un secolo dai tempi della Leopolda, quando la maggior parte dei media (a cominciare dalla carta stampata), degli imprenditori quelli nuovi ed illuminati (Farinetti, Guerra, Della Valle, Colao ecc), ed anche tanta politica non lesinavano manifestazioni di stima e di appoggio esplicito nei confronti di Matteo Renzi. Tutti ricordano (o forse no?) la sua raccolta fondi tramite la fondazione Big Bang con tanto di regolare pubblicazione su internet, la cena milanese col Gotha della finanza impersonata per Renzi dal rampante Davide Serra di Algebris, quella ad Arcore con Berlusconi ed altri non precisamente noti e si rammenta anche l’intesa con Landini della FIOM.
Ora a distanza di circa un anno molto è cambiato.
Le critiche al Premier piovono da più parti e forse l’unico a non aver mutato radicalmente il proprio atteggiamento è quel ramo del PD, gli scissionisti, che fin da subito non lo avrebbero voluto nelle posizioni che sta ricoprendo.
Le stoccate a Renzi sono arrivate pungenti dal Corriere, un tempo sostenitore esplicito, portate direttamente da Ferruccio De Bortoli, dall’ex amico Della Valle sempre tagliente e senza mezze misure, dalla CEI e dai Cardinali (Galantino, Bagnasco ed dal quotidiano Avvenire) che chiedono meno slogan e più fatti, dal Sole 24 Ore col direttore Napoletano e le “punture” di Stefano Folli e Barisoni, per non parlare del Sindacato, tra i quali con la CGIL esiste una evidente rottura.
Nel PD si parla addirittura di esplicita volontà di rompere (Civati), salvo poi smentite a mezzo di un poco edificante visti i precedenti “Stai Sereno” di Bersani.
La Camusso (CGIL) ha paventato la possibilità concreta di sciopero per via dell’apertissima partita sull’articolo 18 (che in realtà dovrebbe essere ampliata a tutta la riforma del lavoro e non limitata ad un solo articolo).
Di tutto ciò si avvantaggia il NCD che spinge sull’uso del decreto per riformare il lavoro (ipotesi inaccettabile per la CGIL) e FI che approfitta per provare a rinnovare la classe dirigente e ricordare la loro disponibilità a 360° sulle riforme pur sottolineando il ruolo di opposizione.
Che cosa è cambiato in questo lasso di tempo?
Allora come ora la situazione era di emergenza, riecheggiavano i “non c’è più tempo”, i “fate presto”, e l’Esecutivo non sembrava in grado di poter fornire lo shock necessario.
Renzi si era presentato, oltre che con grande capacità comunicativa, con un concetto di velocità e radicale cambiamento effettivamente indispensabili e condivisi, almeno negli intenti, trasversalmente. In seguito presentò un ambiziosissimo crono programma con tanto di precise date (che lo avrebbero differenziato da un sogno), 100 giorni, una riforma al mese da portare a termine, cambio radicale della classe dirigente industriale e dell’establishment politico, giovani e donne, grande importanza e leva sul semestre di presidenza italiano in UE, ipotizzò, appoggiato da Padoan, un pil a +0.8% nel 2014 definito per giunta pessimistico e con possibili sorprese positive.
Venendo al presente alcune cose sono state fatte, il taglio del 10% dell’Irap ed il bonus Irpef sono state due buone misure anche se gli effetti sono stati smorzati in gran parte dagli elementi congiunturali e macro economici peggiori.
Molte cose sono ancora in cantiere ed avranno a venire, ma i 100 giorni sono diventati 1000, molti provvedimenti (si parla di 700) dei Governi passati attendono ancora l’attuazione, la legge elettorale è ferma, le province sono diventare aree metropolitane ma comunque oggetto di elezione di secondo livello che di fatto mantengono in piedi buona parte degli “apparati”, la riforma del Senato è passata in prima lettura, ma ne serviranno altre tre e quindi almeno un altro anno di attesa, i debiti delle PA sono stati pagati al 50% (pur avendo stanziato fondi per una percentuale superiore) e l’Italia rimane cattivo pagatore contravvenendo alle norme UE e con la possibile scure di una procedura di infrazione, la riforma del lavoro non sarà né così rapida né così indolore, il decreto sblocca Italia deve ancora essere riempito di contenuti, grandi investimenti infrastrutturali non se ne vedono così come un sensibile aumento degli investimenti privati nostrani ed esteri, la burocrazia continua a fare il suo lavoro, il semestre UE è già a metà ed il PIL sarà negativo tra 0.2 e 0.4% con 1 pto percentuale di peggioramento rispetto alle previsioni.
Coloro che ora criticano Renzi a questo punto del percorso si aspettavano risultati più concreti.

In realtà non si può dare la colpa a Renzi, ha ereditato una situazione più che difficile ed il Governo non è suo, ma di compromesso. Gli si può rimproverare però di essere stato troppo ambizioso, un po’ superbo e facilone ed aver posto l’asticella decisamente troppo in alto (LINK). Ad esempio se dici alle imprese che alla data X le PA salderanno i propri debiti, esse si attendono che al giorno X+1 i soldi siano accreditati sul loro conto corrente e non semplicemente stanziati e ostaggio dei soliti lacci e lacciuoli burocratici. Allo stesso modo è rimproverabile a persone di indubbia esperienza di essersi fatte prendere dalla voglia di speranza pensando che davvero in così poco tempo (100 giorni???) si potessero raggiungere risultati così ambiziosi.
Il Governo di compromesso, le lotte intestine al PD, i diverbi col Sindacato non fanno bene alla velocità e neppure alla bontà del risultato finale che dovrebbe essere il più possibile condiviso e mirato al bene collettivo.

Parla bene la CEI quando dice che l’articolo 18 non è un dogma, si può fare tutto, l’importante è che alla fine sia più facile assumere e dare lavoro; dicono bene i Sindacati, CISL in particolare, quando ricordano che la riforma del lavoro deve puntare a migliorare le condizioni e le dinamiche lavorative per le aziende e per tutti i lavoratori, sicuramente non peggiorarle; dice bene anche Renzi quando parla di necessità di una profonda riforma del lavoro e degli ammortizzatori sociali in caso di perdita del posto verso una efficace riqualificazione del lavoratore a spese dello stato in settori più funzionali (modello tedesco).

Meritano poi una brevissima menzione i cosiddetti poteri forti, chi sono costoro? Possono essere De Benedetti, Bazoli, Bisignani, Passera, Ligresti, Geronzi, Romiti, ma possono essere anche Carrai, lo stesso Serra, De Benedetti, Marchionne, Verdini, Letta e Berlusconi…. In sostanza a quei livelli porta che apri potere forte che trovi.

Insomma, il compito è arduo, il consiglio umilissimo, dote che in generale dovrebbe essere riscoperta, è che non devono esistere ideologie e preconcetti, si può fare e discutere su tutto, la vera sfida titanica è farlo in fretta e bene (ma forse le forze conservatrici sono ancora troppo presenti, pervasive e potenti), perché le alternative reali che pure non è vero non esistere (leggi Troika) possono essere devastanti per lo stato sociale e per i cittadini, in particolare coloro che a ben vedere hanno sempre pagato.

Link:
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre
L’ora ics un inizio, effettivamente perfettibile, ma mai intrapreso prima
Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare?
Riforme come quella del Senato sono importantissime; proviamo però ad inserirle in un ragionamento di respiro globale

 

28/09/2014
Valentino Angeletti
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Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida

Il Presidente entrante della Commissione Europea Jucker, ha formato in giornata la squadra dei suoi Commissari.

La volontà del Lussemburghese alla guida della Commissione era quella di creare un team politico sul quale centralizzare le funzioni istituzionali e che portasse l’Unione ad essere, citando quanto detto in conferenza stampa, “grande sulle grandi cose e piccola sulle piccole cose”.

Le novità principali relative alla govenrance riguardano la presenza di un Primo Vicepresidente vicario, l’olandese Frans Timmerman, che sarà l’alter ego dello stesso Jucker è potrà decidere sostanzialmente su tutte le questioni e porvi il veto. Il potere di veto inoltre è nelle corde anche dei Vicepresidenti, in totale sette, per quanto concerne i loro ambiti di influenza, non limitati ad una singola Commissione, ma estesi  a più Commissioni qualora gli argomenti trattati presentassero sovrapposizioni ed in tal caso sarebbe loro possibile porre vincoli mandatori.

Lo schema che ha portato a partorire il nuovo Esecutivo Europeo il quale dovrà ottenere la fiducia del Parlamento a valle di singole audizioni previste per il 21-22 ottobre consentendo un insediamento al primo novembre, è stato una sorta di Cencelli a ben vedere leggermente sbilanciato verso l’ala Popolar (che comunque ha avuto la maggioranza relativa alle ultime elezioni) – Rigorista – Tedesca pur mantenendo ad una superficiale lettura un certosino equilibrio.

Per quanto riguarda i singoli nomi vi sono alcune considerazioni interessanti.

Una riguarda il ruolo della Mogherini come Alto Rappresentante della politica estera e sicurezza con delega da VP agli affari esteri, commercio, allargamento e gestione crisi. L’incarico di “Lady PESC” additato da molti come di poco spessore ed di poca utilità per l’Italia è stato reso più pesante proprio dal nuovo modello con i VP che nel caso di Federica Mogherini le danno la possibilità di avere voce in capitolo anche sulla gestione delle crisi, elemento importante quando si parla di problema dei flussi migratori o del Mar Mediterraneo per cui non v’è un commissario specifico, e sul commercio ancor più importante considerando la natura di paese manifatturiero ed esportatore che ha l’Italia. La Mogherini lascia una poltrona vacante nel governo italiano che dovrà quindi affrontare un’ulteriore questione che si inserisce nelle molte già in essere, quali il processo riformatore che va a coinvolgere economia ed istituzioni su cui pressano la BCE che dopo aver abbassato i tassi si attende riforme e risultati ed Europa  che per bocca di Barroso rammenta all’Italia di essere ancora indietro pur offrendo il proprio sostegno al Premier; la situazione del debito; i dubbi sul deficit; la ricchezza degli italiani tornata a 30 anni fa; le problematiche interne ai vari partiti (caso Emilia Romagna) e trasversali; le tensioni con Magistratura, Sindacati e Burocrazie varie che rendono la situazione molto fluida, complessa e pesante.  Se però l’opportunità di agire sul settore commercio da parte del Ministro Mogherini sarà sfruttata nel migliore dei modi questo punto può senza dubbio portare vantaggio all’Italia e costituire un elemento di crescita economica.

Un secondo elemento è il passaggio dagli Interni al Commercio della Malmstrom, con cui la Mogherini quindi dovrà avere uno stretto dialogo e quello di Oettinger all’Economia Digitale e Società dall’Energia-Clima, commissione ora ricoperta dallo spagnolo Canete, non senza polemiche per via di presunte dichiarazioni sessiste, ma soprattutto perché in precedenza pare sia stato un grande azionista di una compagnia petrolifera (quindi gli rimprovererebbero la vicinanza con alcuni portatori di interessi ed un potenziale conflitto di interessi).

Una delle principali problematiche e motivi di tensione di questa commissione sarà quella del crescente sentimento Anti-UE che in molti stati ha movimenti politici organizzati e di grande consenso. Il caso dell’Ungheria è emblematico, ed all’Ungherese Novracsici è stata assegnata l’istruzione, cultura, gioventù e cittadinanza. Novracsics è molto vicino al presidente ungherese Orban, uno dei più nazionalisti ed Anti-UE e probabilmente nelle intenzioni di Juncker c’è anche quella di utilizzare il Commissario come testa di ponte per allentare le tensioni con il leader del governo ungherese cercando di alleggerire le sue posizioni sull’Europa. Stesso ragionamento vale per l’inglese Jonathan Hill ai servizi finanziari e mercato dei capitali che potrebbe dover avere il compito di riportare il Regno Unito verso il ripensamento sull’unione bancaria, da Londra rifiutato, ma fondamentale per il processo di integrazione europeo, anche facendo leva sul risultato incerto del referendum sull’indipendenza scozzese che molto preoccupa la City (e le società, ad esempio RBS ha dichiarato di trasferire la propria sede in Inghilterra in caso di vittoria del SI è come lei molte altre).

Infine, ma non per importanza, c’è lo spinoso, il più spinoso, nodo economico. Il nuovo Commissario agli affari economici sarà il francese socialista Pierre Moscovici, candidato sostenuto da Hollande, ma anche molto gradito all’Italia, in ottica anti-rigorista. Sembrerebbe di buon auspicio per un rinnovato approccio economico, in realtà la struttura con i nuovi VP sottopone Moscovici ad uno stretto controllo da parte del finlandese, erede di Olli Rehn, Jyrki Katainen VP per lavoro, crescita, investimenti e competitività e del lettone Valdis Dombrovski VP per euro e dialogo sociale, oltre che del Primo-VP Timmermans che si può pronunciate a tutto tondo. Essi sono annoverabili tra i falchi e perciò nelle grazie della Germania. Senza titolo di VP, ma sempre scrupolosa sui bilanci e propenso al rigore è anche la belga Marianne Thyssen, assegnataria della pesante poltrona di commissario per lavoro ed affari sociali.

La linea intransigente quindi ha saldi protettori e Francia ed Italia avranno difficoltà nel portare avanti l’idea di flessibilità in discontinuità col recente passato.
Il Cancelliere tedesco si è apertamente detto soddisfatto perché il rigore e la disciplina di bilancio, da non abbandonare, sono assicurati nella loro prosecuzione.

Ora v’è da capire quanto Juncker voglia mantenere la promessa di cambiamento fatta, ricordando gli obiettivi di crescita, lavoro, prosperità dei popoli, benessere, integrazione che sono pilastri del suo mandato. Con l’austerità tali obiettivi sono stati falliti, il risentimento contro l’Europa aumentato, il benessere come la fiducia nelle istituzioni mediamente diminuiti, gli investimenti sono scesi in molte aree e con la continuità cieca del rigore le cose non miglioreranno.
I conti vanno controllati, ma in questa fase altamente recessiva l’approccio deve essere resiliente ed adattarsi ai contesti dei quali si è solo una variabile dipendente. Gli scenari dirigono, le società si adattano, questo è il dogma da seguire.
Come detto dal neo-presidente, questa è l’ultima opportunità. O si imposta quindi un percorso di crescita o vi sarà la disgregazione dell’Unione, probabilmente non senza tensioni anche violente.

Importante sarà sicuramente il ruolo Franco-Italiano ed il semestre di presidenza italiano che purtroppo quando entrerà veramente nel vivo sarà ormai in dirittura d’arrivo (meno di due mesi effettivi di lavoro), ma soprattutto sarà decisiva la reale volontà di aprirsi a nuovi modelli di sviluppo ed economici. Questa volontà va perseguita in accordo ed in condivisione tra i 28. Il rilancio degli investimenti è fondamentale e se ne parlerà all’Ecofin di venerdì con proposte inerenti il ruolo della BEI provenienti da Italia, Francia ed anche Germania. Probabilmente non in quella occasione, ma rapidamente dovrà essere discusso anche il concetto di euro-bond.
La rigidità dei conti si è visto non consentire gli investimenti pubblici e privati necessari e reclamati da BCE e Bankitalia anche per via di un sistema bancario avaro di concessione di credito e qui si rimanda alla necessità repentina dell’unione bancaria e dia una armonizzazione normativo-fiscale.

Questo sistema eterogeneo oltre al vantaggio di una pluralità di visioni sempre positiva, mette di fronte al grosso rischio di rallentare immensamente ogni processo decisionale (un po’ come in Italia) soprattutto nelle sfere economica, di revisione dei trattati e di analisi/approvazione dei documenti di economia dei singoli stati (Italia sempre nel mirino), in un momento in cui la rapidità di reazione non è negoziabile.
Le sfide per questa Commissione non ancora insediata sono tante ed ogni sfida è vista in modo differente dai protagonisti, ognuno rappresentante di un qualche interesse che dovranno mediare e mettere in comune per la prosecuzione della strutturazione, ancora decisamente in fieri, e del futuro stesso dell’Unione Europea, che rischia di rimanere un embrione mai sviluppato completamente.

 10/09/2014
Valentino Angeletti
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Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE

La Spending-Review è stata la protagonista del vertice d’urgenza convocato a palazzo Chigi nelle ore scorse. Erano presenti oltre a Renzi e Padoan, ovviamente il commissario Cottarelli, ma anche il Ministro Boschi ed il consigliere economico di Renzi Yoram Gutgeld che sarebbe in lizza per sostituire Cottarelli, di ritorno alla base del FMI a Washington, nella revisione della spesa.

I tagli in analisi ammonterebbero a 20 miliardi in 3 anni (sperando che non si collochino tutti alla fine del terzo anno) da reperirsi tra Ministeri e PA. I 20 mld sono un obiettivo fattibile alla luce dei 720 mld di base di spesa dice Cottarelli, ma in realtà i piani originari avevano previsto tagli per 37 miliardi e per tali ragioni, oltre che a causa delle difficoltà nelle privatizzazioni ex novo di Poste, Enav, Fincantieri, è stato deciso di accelerare la discesa statale di un ulteriore 5% nel capitale di Eni ed Enel.

In particolare 7 mld arriveranno dai Ministeri (convocati in riunione a partire dai prossimi giorni) ai quali è chiesto un piano dettagliato per arrivare ad un risparmio tra il 3 ed il 5%, altrimenti sarà il Governo a decidere per loro. Si tratta di una concessione intelligente che i Ministeri con la massima serietà devono sfruttare, conoscendo sicuramente meglio dove si annidano gli sprechi rispetto ad un intervento centralizzato di certo più orizzontale.  Gli altri 13 mld dovrebbero arrivare dalle PA, inclusa la riduzione, ottimizzazione, privatizzazione delle partecipate pubbliche che dovrebbero passare da 8000 a 2000 consentendo nel breve 0.5 mld di risparmi e 2 mld nel lungo periodo.

In verità il riservatissimo piano Cottarelli e del suo team era pronto da tempo, come lo erano quelli dei suoi predecessori Giarda e Bondi, poi rimasti, alla stregua dei consiglio dei Saggi, incompiuti per l’alternarsi dei Governi e soprattutto per l’incapacità di trovare quella volontà politica necessaria ad adottare misure restrittive su centri di potere, fatto ben più complesso che agire sulla maggioranza dei cittadini impotenti di fronte ad esempio ad un incremento più o meno lineare di tasse o ad un pasticcio immane come quello IMU – TASI (TASI che per 7 famiglie su 10 sarà complessivamente più pensante dell’IMU, ma ovviamente non è opera dei 6-7 mesi di Governo Renzi, ma come altre circostanze, eredità precedente).

Ora la volontà politica va trovata, è, come si usa dire, improrogabile per più di una ragione. Ad una prima lettura potrebbero sembrare i dati economici ad essere i più pressanti per la revisione della spesa, infatti gli ultimi dati non buoni sono relativi alla disoccupazione (che, pur con posti di lavoro in aumento, torna a salire a luglio dello 0.3% raggiungendo il 12.6%, contro l’11.5 della zona UE), il cui incremento ha cessato di rallentare, al debito ed al PIL che il Premier Renzi colloca a zero per il 2014, decimale più decimale meno confermando la previsione di Morgan Stanley che mette in guardia il nostro paese sul perseverare della recessione fin tutto il 2014 (vi sono puoi tutti gli altri dati ripetuti più e più volte che spaziano dai consumi fino alla sofferenza delle imprese); al momento considerando il nuovo modello di calcolo del PIL che inserisce anche le attività illegali, il rispetto del 3% deficit/PIL, seppur risicato, pare in sicurezza.  In realtà è bene ricordare che i proventi della spending review dovranno essere utilizzati per la riduzione del debito e per il taglio delle tasse, non per finanziare vecchie o nuove spese, bonus ed incentivi.

Con la spendig review, oltre ovviamente a razionalizzare spese non sostenibili ed ingiustificate reperendo risorse, è soprattutto l’Europa che si vuole guardare e convincere, infatti Bruxelles usualmente e giustamente è meticolosa nel voler leggere e capire approfonditamente i piani economici, i tagli, le entrate, gli impieghi e le spese (lo farà anche col documento di metà ottobre). Con la revisione della spesa ha fatto (link a fondo pagina), bacchettando che i piani non erano ben chiari, e farà lo stesso. Le aspettative dell’UE rispetto al nostro Governo e rispetto al Premier sono alte, come lo sono quelle dei cittadini e di molti leaders europei ed economici che, pur non negando critiche, hanno tutti appoggiato il piano di riforme di Renzi giungendo però negli ultimi giorni a concludere che oltre alla comunicazione servono a questo punto fatti concreti, tangibili e soprattutto quantificabili, cosa richiesta anche dalla maggioranza dei cittadini che dal “cambiamento” e dal “nuovo verso della politica” del paese si attendono vantaggi rapidi in termini di benessere e qualità della vita ad oggi purtroppo ancora non pervenuti in egual misura rispetto alle aspettative nutrite.

Una buona spending può sicuramente, ancora prima delle riforme che nei prossimi mesi non possono essere altro che impostate poiché il vero blocco sono le plurime letture parlamentari ed i decreti attuativi e ciò è ben noto alla Commissione ed i cui effetti presentano un fisiologico ritardo, giocare a favore della credibilità dell’Italia, da usarsi come leva per ampliare quel termine “flessibilità” che si vorrebbe da Bruxelles e da Berlino limitare ai patti in essere, ma che in tal caso sarebbe insufficiente rispetto a quella realmente necessaria per sboccare una situazione ben più difficile del previsto (sempre a braccetto con una politica monetaria impostata al supporto delle attività produttive, alla stabilità dei prezzi e dunque inflazione al 2% e giusto apprezzamento dell’Euro). L’obiettivo quindi è cercare la credibilità e la fiducia da parte di Europa ed investitori che vogliono certezze ed impegno; in tal senso, pur non essendo l’unico elemento di valutazione, la revisione della spesa in un paese notoriamente sprecone come l’Italia, può avere un ruolo importante. L’obiettivo ultimo (per il quale è necessario il sostanzioso e noto pacchetto di riforme economico-istituzionali) è supportare un una prima fase di aumento dei consumi e di export (che hanno un ruolo complementare alla politica monetaria nel contrastare la deflazione) tramite sgravi fiscali ed immediatamente dopo, grazie al rilancio degli investimenti, bloccare quell’incedere diabolico della disoccupazione. Gli investimenti infatti rimangono un punto dolente visto che il nostro paese non ha ad oggi le condizioni (burocrazie, norme, lentezze, fisco ecc) per attrarre aziende private ben più allettate da altri luoghi benché interessate al nostro, non è in grado di provvedere pubblicamente (come fecero gli USA dopo la grande depressione del 29, quando immense opere come la Hoover Dam finalizzata in 5 anni, furono finanziate e riportarono alla crescita), e le aziende nostrane non sono così forti e patrimonializzate da poter investire su lunghi orizzonti, anzi sono più che altro concentrate a tagliare spese e sprechi (a volte anche personale) per risorse nel breve. Inoltre il sistema di investimenti nostrano è totalmente basato sulle banche che quando chiudono, come in questo momento, i rubinetti del credito creano un blocco decisamente di grande impatto; questo sistema di investimenti eccessivamente basato su istituti di credito è un elemento da superare a livello europeo con vari strumenti che possono essere quotazioni in borsa incentivate, venutre capital privati, mini bond, BEI ecc.

Per tutto ciò però è necessaria una volontà politica che fino ad ora non si è mai manifestata ed anche durante questo esecutivo non pare facile da trovare, ne sono esempio le riforme della magistratura la cui proposta è avversata dall’ANM che la definisce punitiva e del lavoro, a cominciar dall’articolo 18 emblema delle bandiere ideologiche sia a destra che a sinistra, seme della discordia anche tra stessi ministri (Poletti – Guidi), all’interno dello stesso PD, ovviamente tra le differenti forze dell’Esecutivo di coalizione (PD  ed NCD) e tra i contraenti del Nazareno (PD – FI). Per una maggior velocità dell’azione di Governo si rimanda alle riflessioni già fatte ( Link: 06/09/14 Renzi – Cernobbio – Link: 07/05/14 Governo Renzi e compromessi ). Una volontà politica che andrà senza dubbio a penalizzare classi, ceti e tecno-burocrazie molto potenti ed influenti che si opporranno con tutti gli strumenti, e ne hanno molti, soprattutto se, come sovente accade, presentano delle teste di ponte, avamposti tra le file del Governo.

Aprendo una breve parentesi, si fa riferimento ad una volontà politica nostrana che manca invero anche in Europa, come dimostrano le vicende Russe ed in Medio Oriente che stanno ulteriormente screditando la forza, l’autonomia e la capacità decisionale dell’Europa, sempre in bilico tra la necessaria alleanza e supporto agli USA (a prescindere dal tema) e la necessità economica del legame con la Russia (ma anche con la Libia) che forte del suo potere energetico ha svariati strumenti di ricatto per contraccambiare sanzioni sempre molto incerte nell’entrare in vigore (anche le ultime sanzioni economiche contro Mosca, non leggere, sono state sospese per una verifica sul proseguire di una tregua che a ben vedere formalmente non dovrebbe interessare il Cremlino, sussistendo tra Ucraina e separatisti filo-russi). Non è un mistero tra l’altro che l’Uione Europea abbia sempre meno appeal, nel referendum che si terrà a breve sull indipendenza della Scozia dall’UK, gli indipendentisti (i SI) sono in vantaggio (51 a 49), lanciando Londra nella preoccupazione poiché sono scozzesi circa l’ 8% delle entrate fiscali, i l 10% del PIL, tutto il settore Oil&Gas, energetico, estrattivo e cantieristico navale, così da spingere l’UK a proporre più concessioni di autonomia finanziaria e fiscale.

La domanda è quella già fatta: avranno, con tempi già scaduti e risultati finali probabilmente già parzialmente compromessi, l’Italia e L’UE la capacità di raggiungere la volontà e la collaborazione politica necessaria per ottenere gli obiettivi prefissati e probabilmente non graditi a molti, ormai chiari a tutto il mondo senza che sia necessario sentirli ripetuti durante gli ennesimi tavoli e simposi accademici?

Link Spending Review:

08/09/2014
Valentino Angeletti
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Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

Jackson Hole In Wyoming, a Jackson Hole, si è tenuto il prestigioso meeting tra i banchieri  centrali culminato con gli attesi interventi della Governatrice della FED Janet Yellen  e del Governatore della BCE Mario Draghi.

Il consesso rigorosamente ad inviti, è uno di quelli di altissimo livello dove si  delineano le politiche e le strategie, si fanno propositi e talvolta proclami, salvo poi  rilevare che spesso o risultano già ampiamente anticipati dagli eventi oppure di  difficile implementazione a causa di una catena di trasmissione, che dovrebbe  renderli operativi, nella realtà dei fatti spesso più complicata e meno funzionale del  previsto.

I due interventi principe oltre a trattare i temi tipici di competenza delle banche  centrali quindi le politiche monetarie, come ampiamente anticipato hanno avuto il loro fulcro nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, problematiche che vedono impegnati sia gli USA che la UE, la cui presidenza italiana ha posto al centro del proprio semestre proprio l’occupazione, essendo un fattore indispensabile, ma ancora fragile in gran parte dell’Europa, per l’innesco di uno spiraglio di ripresa. A testimonianza dell’interesse al lavoro rispetto a quanto accaduto in passato, a questa edizione sono stati invitati meno banchieri d’affari e più esponenti, accademici e studiosi proprio delle dinamiche dell’occupazione e del lavoro. 

Il discorso del Governatore Draghi è stato abbastanza blando, senza grossi colpi di scena, del resto la BCE non giocava nello stadio di casa, Draghi quindi probabilmente si è limitato a sottolineare quanto l’Istituto da lui diretto ritiene necessario fare in questa fase, lasciando eventuali annunci “shock” per interventi presso la sede tedesca di Francoforte.

I punti centrali in tema di politica monetaria della sua esposizione si possono riassumere nell’impegno costante a riportare i livelli di inflazione a ridosso del 2% e nell’utilizzo di ogni tipo di strumento, anche non convenzionale, per dare all’economia reale quello spunto di cui da tempo ha bisogno (e che ha visto la BCE ritardataria) utilizzando ogni misura, a cominciare da quanto già in programma a partire dal 18 settembre, cioè ABS, TLTRO ed eventualmente acquisto di cartolarizzazioni e titoli di stato, cercando di ridurre al minimo il potenziale effetto di smorzamento avuto in passato a causa dell’intermediario bancario.

A ciò però si aggiungono alcune critiche, che esulano dai compiti specifici della BCE. Draghi infatti ha ribadito come la BCE non può sostituirsi in alcun modo agli Stati i quali devono realizzare e rendere effettivi i pacchetti di riforme che già conoscono bene, in particolare quella sul mercato del lavoro non risulta più prorogabile. La politica monetaria è inutile se non vi sono misure strutturali che supportano l’economia. Gli Stati devono lavorare in tal senso in modo da essere più attrattivi ed attirare capitali industriali e finanziari. Ribadisce infatti, come fece Visco qualche settimana fa in occasione del convegno dell’ABI, la necessità di più investimenti sia privati che pubblici, ed in tal senso l’Italia deve sentirsi direttamente chiamata in causa avendo perso rispetto al passato molta attrattività nei confronti degli investimenti industriali proprio a  causa, oltre che della crisi, di meccanismi legislativi, della giustizia, del fisco, della burocrazia e del lavoro, spesso borbonici e che scoraggiano ogni tipo di investimento in attività produttive.

Quello che dice Draghi risulta verissimo (in particolare sulle riforme) e porta implicitamente a fare alcuni ragionamenti.

Il primo riguarda il pacchetto di investimenti pubblici che reclama. Essi in questa fase sono fuori portata per ogni Stato in difficoltà con i conti (Debito, rapporto deficit/PIL ecc). Tali Stati sono proprio quelli a necessitare di più profondi e repentini investimenti. In parte il pacchetto da 400 miliardi annunciato da Jucker potrà assolvere questa funzione, ma di certo non sarà sufficiente. Serve che anche i singoli Stati si impegnino (in Italia risulterà fondamentale il piano Sbocca Italia al varo nel CdM del 29 agosto) e per impegnarsi in investimenti, in ricerca, in sviluppo e innovazione, in aggiornamenti tecnologici e nella creazione di valore aggiunto nel medio-lungo periodo, devono avere disponibilità di budget da far fruttare. Ecco allora che la revisione dei patti europei risulta nuovamente una possibile chiave di volta da considerare seriamente perché utilizzando la flessibilità ad oggi concessa, alla luce dei pessimi dati di PIL di gran parte dell’area Euro, non sembra possibile avere sufficienti margini di intervento. Ovviamente i conti non dovranno essere sballati, ma dovranno consentire qualche scostamento temporaneo per iniziare efficacemente la sortita dalla crisi.

Draghi parla molto bene anche in merito al fatto che la politica monetaria non può risolvere tutto e che risulta inefficace se non vi sono piani di medio-lungo periodo che devono essere in capo ai singoli Stati, ed in questo perimetro rientra il pacchetto di riforme economiche da farsi più che rapidamente (i soldi si possono elargire, ma i beneficiari devono saperli investire e far fruttare…). È altrettanto vero però che la politica monetaria deve rappresentare la fase “uno” che sbocchi violentemente i meccanismi di crescita economica bloccati dalla crisi e che Stati in difficoltà, soprattutto se stretti nel rigore dell’austerità, non riescono a sbrogliare. L’impulso monetario che è mancato venendo in gran parte neutralizzato dagli istituti di credito, avrebbe dovuto fornire la liquidità necessaria ad una fase “due” di sostegno all’economia reale, alle imprese, al credito ed in parte agli investimenti strutturali di medio-lungo periodo i cui risultati avrebbero dovuto portare lavoro, reddito, domanda (incluso export), produzione industriale ad un livello più stabile; il tutto andando in parallelo con il processo di riforme comunque necessario a rendere duraturi e solidi, con i fisiologici tempi di ritardo,  i risultati.

Anche un’azione volta a svalutare leggermente la moneta per favorire l’export avrebbe potuto essere utile, ma in tal senso la Germania dagli alti livelli di export, benché gli ultimi dati abbiano visto rallentare anche le esportazioni tedesche, sarebbe stato lo Stato a trarne maggiori vantaggi ed inoltre avrebbe dovuto essere calcolato il rischio di “guerra monetaria” (terreno sempre scivoloso ed imprevedibile anche per i più esperti) con gli UK, USA, Cina e Sud America.

Il discorso della Yellen ha principalmente riguardato il perimetro statunitense.

Il tapering continuerà, gli acquisti di titoli di stato si sono già ridotti da 85 a 25 miliardi di $ al mese e verranno stoppati ad ottobre in quanto ormai prossimo il target sulla disoccupazione del 6.5%. La Governatrice ha anche assicurato che i tassi rimarranno per il momento bassi, ma che verranno rialzati qualora non vi siano segnali economici avversi (in tal senso potrebbe giovarne l’Euro perdendo un po’ di forza nei confronti del Dollaro e favorendo quindi le esportazioni dal vecchio continente, processo che pare già essere lentamente in atto).

La Governatrice della FED ha però aggiunto alcune note molto interessanti.

La prima, e sembra un sottile riferimento all’azione in certe circostanze conservativa e lenta della BCE, è relativa al notevole ruolo che ha avuto la politica monetaria accomodante dell’istituto di Washington nel traghettare gli USA fuori da una recessione lunga un lustro, riportando l’economia a stelle e strisce ad essere ben impostata.

In tal percorso, ed il la seconda nota da analizzare, è stato partorito un nuovo concetto di lavoro ed occupazione. Si è a tutti gli effetti in presenza di  escalation di questo tema. Se prima infatti gli unici dati tenuti in considerazione erano la disoccupazione ed il numero di nuovi occupati, adesso si è preso atto che questi non sono più sufficienti. Si devono invece analizzare i meccanismi del lavoro in modo più profondo, come il numero di disoccupati di lungo termine; le tipologie di occupazione, se stabili o eccessivamente precarie, il che non vuol dire che il posto deve essere fisso a vita, ma che il mercato del lavoro deve essere flessibile ed offrire sempre nuove opportunità; il livello del salario, ancora troppo basso e che non consente una ripresa stabile dei consumi interni e della fiducia. Lo scenario USA è quindi in miglioramento, ben impostato, ma ancora lungi dall’essere strutturalmente stabile e solido.

In Europa, e come a volte capita l’Italia ne rappresenta l’estremo peggiore, si è ancora radicati al vecchio concetto ed ai vecchi dati e pare che si sia realizzata una politica diametralmente opposta. L’azione sembra rivolta a dare flessibilità al lavoro, ma nel senso “precarizzante” che non offre alcuna certezza né salari decenti al lavoratore che troppo spesso può contare solo su attività di breve termine ed assenza di prospettive nel medio-lungo periodo. Gli stessi salari sono stati sovente rivisti al ribasso ed il potere d’acquisto quasi azzerato. Questi due elementi da soli sono sufficienti ad innescare la spirale deflattiva che ha contribuito a portare livelli di inflazione continentali circa allo 0.4% con molti Paesi già in deflazione (sul tema del lavoro grande importanza avranno i piani e gli impegni di questo Governo, posto di fronte a partite tutt’altro che semplici anche per la frammentazione parlamentare che si potrebbe avere su un simile argomento).

Negli USA siamo dinnanzi ad un a presa di coscienza importante, ossia il bisogno di fare un “upgrade”  nelle politiche e nei dati utilizzati per analizzare e risolvere le crisi. Adesso pare che si vogliano considerare anche le condizioni al contorno piuttosto che, come accade per i parametri cardine della politica dell’austerità, il semplice e singolo dato (alla lunga si potrebbe convergere dal PIL ad un indice di benessere complessivo come molte teorie già indicano e come il Bhutan ha già adottato). L’obiettivo dovrebbe essere quello (come detto anche qui, vedi link a fondo pagina) di puntare ad un riassetto che sia strutturale, porti benessere reale e tangibile e sia resiliente alle rapide mutazioni economico sociali, in modo da presentarsi più capace nell’affrontare e scongiurare la ciclicità delle crisi che un’economia eccessivamente basata sulla finanza sembra causare.

L’Europa dovrà anch’essa perdere atto di questi mutamenti muovendosi verso un adeguato livello di proattività e resilienza, perché al momento pare ancora troppo radicata ad un approccio obsoleto, vulnerabile, fragile e totalmente in balia delle variabili macro sempre più rapide e meno prevedibili. 

Questo percorso dovrà convergere verso situazioni di stabilità strutturale capaci di evitare le crisi o ridurne la frequenza, nel caso prevederle quanto prima ed in ultimo mutare la propria azione e la propria struttura così da rispondervi nel modo più pronto, efficace e meno traumatico possibile.

Inutile ribadire che questo processo necessita di lungimiranza nello studio e nell’implementazione dei piani di crescita, sviluppo ed investimento di medio-lungo periodo nonché nell’applicazione di quelle riforme strutturali reclamate da più parti a gran voce.

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22/08/2014
Valentino Angeletti
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Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata

Mancano le risorse, a questo leit motive siamo ormai abituati, stavolta si tratta di circa un miliardo all’anno da destinarsi a stabilizzare la situazione degli esodati e tutte quelle anomalia occorse a valle della riforma Fornero.
L’ipotesi avanzata dal Ministro Poletti, e non nuova al Premier Renzi ed ai suoi consiglieri che la proponevano già in campagna elettorale assieme alla revisione delle pensioni di reversibilità, sarebbe un intervento di prelievo sulle pensioni “più alte”.
Non quelle d’oro alle quali (oltre 90’000 € lordi) il prelievo è già applicato in eredità dai precedenti Governi come ricordato dall’ex Ministro Giovannini, ma a quelle del ceto medio, oggettivamente piuttosto vessato dalla crisi tanto da perdere il proprio status quo di benestante, benché non si debba dimenticare che chi non arriva a fine mese fa parte di un ben più basso ceto sociale.
Le cifre non ufficiali (il Governo ha fatto intendere che la definizione ORO dipende da dove si pone l’asticella, e questa è una scelta prettamente politica) che circolano spaziano da i generici (netti o lordi?) 3’000 € dei giornali più orientati a destra, ai 3’500 € netti e solo nel caso in cui la differenza tra contributi versati con il sistema retributivo e pensione percepita sia “elevata” delle fonti più vicine al PD.
Partendo dal presupposto che nel nostro paese, ove si sta riscontrando un pericoloso incremento del divario tra ricchi e poveri che spacca la società letteralmente in due, un’azione di pesante ridistribuzione della ricchezza è necessaria (Link disuguaglianza sociale: Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13, Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14, Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve 12/07/14) così come la presa di coscienza da parte di coloro che effettivamente risultano extra-tutelati ed ultra-avvantaggiati avviando una sorta di volontaria cessione di privilegi (in molti casi mai stati sostenibili) per assicurare un futuro alle nuove generazioni, riguardo all’ancora ipotetico provvedimento in questione vi sono molti dubbi.

Sia i partiti più orientati al centro destra, anche di Governo, sia i sindacati, sia innumerevoli esponenti del PD, hanno subito esternato perplessità e dissenso.

La tecnica del taglio dei salari e della tassazione in un momento recessivo non ha evidentemente funzionato né in Europa né in Italia, anzi ha acuito la povertà, il divario sociale e sostenuto la deflazione.

Il fine di questo provvedimento, per quanto sia un problema da risolvere, non è una misura per la crescita, per l’occupazione o per investimenti produttivi ad alto ROE, ma è il “mettere la pezza” ad un pasticcio all’italiana, un reagire e spendere senza ritorno, modalità che non avrebbe mai dovuto essere permessa, e che dovrebbe essere risolta in altro modo a cominciare dalla lotta all’evasione e corruzione per citare due esempi.

Altro elemento da considerare attentamente è che servono nell’immediato risorse non presenti. Tutti i provvedimenti, dalle riforme costituzionali – istituzionali, a quelli teoricamente più rapidi come la spending-review, un rinnovo delle politiche del lavoro e dell’occupazione, il pagamento dei debiti PA, il sostegno al credito, gli investimenti infrastrutturali e tecnologici, i progetti di ricerca, richiedono un fisiologico periodo per portare risultati concreti ed inoltre, come ricordato in più occasioni da Cottarelli, i proventi della revisione alla spesa non dovrebbero essere usati se non per investimenti produttivi (ma tipicamente di medio-lungo periodo) o per il taglio del debito, tuttora in crescita e tendente al 137%.
Come reperire quindi risorse per far ripartire subito l’economia senza attendere il delay temporale delle riforme e tappezzare alcuni buchi incresciosi?

Per prima cosa è necessario che Europa e BCE si mostrino più reattivi e capaci, perché senza un loro pesante intervento l’Unione rischia lo sgretolamento (in ogni caso, anche con un differente approccio economico non verranno giustamente mai consentite spese improduttive). A tal fine quindi il tavolo smentito dal Governo per dialogare con Bruxelles sull’applicazione della flessibilità non sarebbe una vergogna, sarebbe anzi auspicato ed estremamente utile soprattutto quand’anche coinvolgesse profondamente tutta l’Europa e la BCE, e neanche avrebbe motivo di essere così nascosto.

La seconda questione, lato Italia, deve affrontare il bisogno di risorse immediate (si parla di poche settimane). La spending-review rimane il fulcro, perché non possono essere più concessi certi sprechi sulle spalle della collettività, ma da sola potrebbe non bastare, richiedere tempo ed essere già blindata come impiego (debito, investimenti e lavoro). Vale la pena allora considerare un intervento condiviso, discusso ed elaborato assieme al popolo, che a valle del bonus Irpef aveva riacquistato un po’ di fiducia, sentimento iniziale da confermare (Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato 29/04/14), e che ora, con questo sgambetto sulle pensioni, con le clausole di salvaguardia minacciose all’orizzonte, con le accise, i bolli, le tasse SIAE sui dispositivi di memoria e via dicendo, rischia di sparire nuovamente preda dell’incertezza con conseguente, ulteriore, riduzione dei consumi (per quanto possibile).

Si potrebbe allora iniziare a ragionare senza ideologie preconcette sulla patrimoniale, ma con un aspetto di volontarietà. Servirebbero industriali, facoltosi ricchi, super manager e dirigenti, veri capitani coraggiosi (altro che Alitalia), in sostanza il 10% detentore del 50% del patrimonio nazionale (quindi 4’000 degli 8’000 mld € complessivi, ipotizzando 1% di contributo progressivo medio sarebbero 40 mld in poche settimane-mesi), che si proponesse di mettere a disposizione, una tantum, una certa percentuale dei propri averi per ridistribuire ricchezza, e provare a risollevare l’Italia.

Ovviamente e giustamente non possono farlo gratis, ma devono vedere una contropartita vantaggiosa; essa dovrebbe consistere in un piano industriale nazionale, una politica di investimenti, azioni sul mercato del lavoro, sul capitale umano e sulla meritocrazia, meccanismi di sostegno alle imprese ed all’economia, eliminazione della burocrazia, certezza delle norme e della giustizia, assieme ovviamente ad interventi radicali sul fisco. In sostanza dovrebbero avere evidenza di un piano che non sprechi il loro sacrificio in mille rivoli e che smetta di chiedere incessantemente risorse introducendo balzelli che tutto sommato spesso poco si discostano da delle minipatrimoniali con scarso o nullo effetto finale. Al tavolo dovrebbero parteciparvi attivamente gli elargitori e stavolta, essendo stata fino ad oggi incapace, dovrebbe essere la politica a farsi dirigere.
Così facendo se l’economia ripartisse gli stessi “benefattori” ne trarrebbero beneficio per loro e per le loro attività.
Si tratterebbe chiaramente di un fallimento dello stato, che forse è già avvenuto in più di una occasione, a cui porrebbe rimedio il privato; cosa non giusta ma che a questo punto pare inevitabile per innescare quello shock che né istituzioni nazionali, né istituzioni europee ne tanto meno BCE sono stati in grado di dare in tempo utile.
Si tratterebbe di un vero patto da rispettare ed onorare ed occasione per riguadagnare credibilità istituzionale.
Ad ipotesi simili del resto non si sono mostrati avversi alcuni importanti industriali che invece di delocalizzare puntano ancora sul paese, investono e non hanno la minima intenzione di andarsene, pur facendo dell’export la loro principale voce di profitto.
Sarebbe un gesto di redistribuzione volontario non fine a se stesso e per tanto inefficiente, ma studiato in modo da innescare quella ripartenza benefica che ha visto le istituzioni incapaci, lente ed egoiste nella difesa di vecchi baluardi e posizioni ideologiche, partitiche o di rendita.
Una rivoluzione proposta e portata avanti dal basso senza alcuna scusa per non essere implementata visto che sarebbe avanzata seriamente dai diretti interessati.

19/08/2014
Valentino Angeletti
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Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre

L’Italia è ormai avvezza ad avere occhi attenti puntati addosso, ed in questa situazione di dati macro economici poco confortanti c’è da scommettere che gli sguardi rivolti al nostro paese sono aumentati.

Quelli dell’Europa ci controllano costantemente, monitorano preoccupati con continuità l’andamento del nostro debito, il rapporto deficit PIL, il processo di riforme. Le loro verifiche sono rigorose, nel più consono stile teutonico, non a caso i nostri osservatori più puntigliosi, pignoli, per alcuni odiosamente meticolosi mentre per altri estremamente precisi e concreti, che non ci hanno risparmiato numerose bacchettate, rimproveri, avvertimenti, sono stati Olli Rehn, finnico (a fine pagina alcuni Link),  Jeroen Dijsselbloem, olandese, Van Rompuy, belga e poi i membri dei dicasteri o delle istituzioni economiche tedesche come Schauble, Ministro delle Finanze o Wiedmann, Govenatore della BundesBank; dulcis in fundo, per non farsi mancare proprio nulla, anche il Commissario agli Affari Economici e Monetari UE ad-interim Katainen (dichiarazioni a link a fondo pagina) , forse ereditando il modus operandi dal predecessore col quale condivide la nazionalità, non ha lesinato dichiarazioni, che avrebbe dovuto tacere nel momento in cui le proferì, sulla situazione economica del nostro paese e sulla sua lotta quasi personale all’utilizzo di “escamotage” (non uso casualmente un termine francese) per aggirare i tratti europei alla ricerca di più fantasia finanziaria e libertà nei bilanci. Queste figure istituzionali con le loro squadre di tecnici, ed in tal caso un simile atteggiamento non è da mettere sotto processo, non si accontentano promesse, idee, stime immaginifiche, ma vogliono dati certi, calcoli e modelli matematici, programmi chiari che presentino azioni e conseguenze in modo dettagliato, non sono soddisfatti da una bozza generica di spending review, ma vogliono i dettagli, esigono chiarimenti sul gettito per singola voce e soprattutto chiedono con insistenza di definire precisamente l’allocazione delle risorse reperite; analogamente per ogni capitolo di spesa richiedono la provenienza delle relative coperture, così come per ogni nuovo introito statale la destinazione dell’extra gettito. Come dire, tutte queste attenzioni sono il prezzo da pagare per alcuni parametri (debito) ed alcune situazioni (occupazione-fisco) decisamente negative quasi fuori controllo derivate da decenni di incapacità nel gestirle e nel porvi rimedio e per la poca stima nei nostri confronti dovuta all’immobilismo, alla gestione di grandi opere e progetti e ad anni di estrema semplicità nel promettere seguita da parimenti facilità nel disattendere.

A ciò ci eravamo ormai abituati, anche se in tanti non senza risentimento, ma ora altri occhi, che per la verità non hanno mai smesso di osservaci, forse anche in modo più direttamente interessato, approfondito ed inclusivo dei precedenti, si stanno palesando.

Mi riferisco a quelli degli investitori internazionali. Investitori industriali ed investitori finanziari, ma non speculativi, bensì quelli buoni, intenzionati a fare investimenti di lungo termine nel paese. L’attenzione di costoro, i quali nei mesi estivi sogliono rivedere le strategie per l’autunno e l’inverno a venire e che ora si trovano un panorama particolare con tante buone opportunità fuori dall’Europa, riguarda sostanzialmente due sfere, adesso molto più intrecciate dal punto di vista di un investitore che un tempo quando spesso utilizzate a pacere per giustificare determinati movimenti:

  • L’economia.
  • La Politica.

Sul lato economico quello che osservano sono ovviamente tutti i dati, nostro malgrado non confortanti, che abbiamo imparato bene a conoscere, il PIL, l’occupazione, il debito, il deficit, il rapporto deficit/PIL, fin qui nulla di nuovo. Ora però, un altro elemento subentra, ed è quello della difficoltà con cui il nostro paese sarà in grado di ripagare il debito contratto nell’anno d’oro, 2011, dello spread ad oltre 500 (venne toccato quasi il 7% di interesse). Il prossimo anno inizieranno le prime scadenze dei titoli di stato 2011 che difficilmente avranno possibilità di essere nuovamente sottoscritti, come invece accade sovente con titoli di stato dai rendimenti inferiori, questa circostanza secondo alcune stime potrebbe costare fino a 200 miliardi di €.

In questa fase storica stiamo poi assistendo ad un intreccio tra politica ed economia senza precedenti. Le attenzioni sono indirizzate ai patti ed ai trattati europei, poiché risulta evidente che stando così le cose per l’Italia è impossibile rispettare i trattati in vigore nei tempi e nelle modalità sottoscritte a meno di non raggiungere un valore di crescita del PIL costantemente nell’intorno 2.6-3% chiaramente impossibile nel breve-medio periodo. La questione europea e dei trattati da rivedere potrebbe indirizzare le scelte degli investitori. Più ancora però, alla luce della grande fiducia e stima riposta nel Premier Renzi e nei suoi ambiziosi piani che in campo finanziario è per tutti transeunta e rapidamente variabile, è la capacità di eseguire riforme che influenzino la sfera economica in modo rapido ed incisivo. Si attenzionano dunque le riforme sia istituzionali, ma quelle che consentono di giungere ad avere una normativa ed una legislazione stabili e durature, un sistema fiscale più snello e non così penalizzante rispetto ad altri stati europei, un abbattimento drastico della burocrazia, una certezza della pena, una chiarezza nella definizione degli interlocutori e degli uffici competenti per una azienda che volesse investire in Italia, che ovviamente quelle economiche, ossia la riduzione del cuneo fiscale, dell’IRAP, le politiche per facilitare l’occupazione, il sostegno ad investimenti ed innovazione con conseguente incremento di competitività e maggior creazione di valore aggiunto, lo sblocco del credito, la revisione di alcuni meccanismi come la cassa integrazione, una maggiore vicinanza tra scuola ed impresa, più rapidità nell’abbattimento del digital divide così da consentire l’accesso immediato a tutte le imprese alla banda ultra larga ed a prezzi competitivi, un sistema di tassazione sulle rendite chiaro e stabile, lotta a corruzione ed evasione e per finire un costo dell’energia inferiore.

Purtroppo agli investitori buoni non troppo importa, contrariamente all’Europa ed alla cittadini interessati alla governabilità del paese, della riforma del Senato, della legge elettorale, delle unioni civili ecc, o meglio sono collocate ad un livello di priorità inferiore. A ben pensarci andrebbero oggettivamente lavorate in parallelo alle misure economiche e non in serie, ma purtroppo esse  risultano così impegnative, delicate e motivo di conflitto serrato da richiedere molti sforzi ed energie da parte del Governo, inevitabilmente sottratte ai temi europei, dove il semestre italiano è letto dagli investitori come un’ulteriore opportunità per il nostro paese di dettare le priorità alla Commissione, ed a quelli economici.

Va sottolineato che le riforme sono la motivazione per la quale lo Spread Spagnolo si è costantemente mantenuto inferiore a quello italiano, nonostante conti, dati di bilancio ed occupazione peggiori, attestandosi attualmente circa 20 pti più in basso rispetto al differenziale italiano.

In tal contesto di alta euforia tra gli investitori, i quali continuano a considerare interessante l’Italia che offre un favorevole rapporto rischio-profitto, ogni settimana di qui a settembre è preziosa per conquistare un piazzamento nei loro portafogli o piani industriali, perché cicli di fiducia così positivi non durano in eterno ed in genere sono seguiti da pesanti storni. Come si può vedere in figura siamo proprio in uno di quei momenti critici  in cui approfittare dell’euforia e della voglia d’acquisto che potrebbe ridursi a stretto giro, magari seguendo la riduzione di QE imposta dal tepring della FED.

 

Di opportunità in passato ne abbiamo avute molte e mai capitalizzate a dovere, è assolutamente necessario impegnarsi affinché questa non vada a rimpinguare il novero delle precedenti.

Link Olli Rehn:
Bacchettate Europee: una dura sfida 06/03/14
IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review 22/11/13
Comprensibili e giustificate ingerenze europee 18/09/13
L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone 13/09/13
Asmussen (ECB) e Rehn (Commissario EU affari economici) un po’ ovvi??? 08/05/13
Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia 02/06/14
I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama 15/02/14

Link Katainen: Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini 20/07/14

02/08/2014
Valentino Angeletti
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