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Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese!

Mediaset-RaiLa mossa è stata una sorpresa, uno strano attacco portato dritto dritto, in linea retta, come nel gioco degli scacchi solo alle torri è consentito e proprio di torri stiamo parlando. La risposta dell’avversario è stata un solido arrocco, con poche possibilità di essere scardinato a meno che lo stesso difensore non lo voglia.

Le torri in questione sono quelle di Ray Way, società dell’orbita Rai detentrice delle torri di trasmissione delle emittente pubblica, privatizzata a novembre con una quotazione in borsa del 30%, che ha riscosso un buon successo ed il cui 51% per legge deve rimanere in possesso all’azionista pubblico, ossia lo Stato. Questa condizione è ben nota e lo era ovviamente anche alla più che informata Mediaset, attaccante di questa partita a scacchi economica. La società del Biscione, tramite la controllata Ei Towers, ha lanciato una OPA sul 100% di Ray Way per rilevare tutte le torri di trasmissione e tutti i contratti di affitto e di servizio, il vero tesoro di Rai Way, che gli operatori (tra cui anche telefonici) pagano per usufruire dell’infrastruttura. L’OPA è stata definita ostile, non amichevole e la posta messa in gioco è stata di 1.22 miliardi di €, equivalenti a circa 4.5 € per azione a fronte di un prezzo di mercato attuale di circa 4 €, un premio del 12.5% grossomodo. La valutazione di Ray Way al momento della quotazione è stata di circa 825 milioni, attualmente il valore si aggira attorno a 1’000 milioni e l’offerta di Ei Tower ammonta a 1’220 milioni di €, sarebbe ben pagata quindi.

Le polemiche in merito alla possibilità o meno di consentire questa operazione sono sterili. Il concetto è semplice: per legge il 51% deve rimanere in mani pubbliche, per motivazioni definite strategiche, siano esse opinabili o meno, il restante è preda del mercato e, ferme restando le regole della Consob, dell’Antitrust, della Vigilanza sulla concorrenza e sulle telecomunicazioni, ogni operazione è consentita e deve essere permessa senza veti. Stanti così le cose dunque L’OPA lanciata da Mediaset non può portarsi a compimento, c’è poco da discutere.

La domanda vera è perché Mediaset, avrebbe lanciato una OPA irrealizzabile?

Una possibile interpretazione è il lancio di un messaggio chiaro al Governo, che potrebbe suonare più o meno come segue:

“Tu, Stato Italia, necessiti di denaro ed hai promesso alla UE di privatizzare, ricavando almeno 0.7 punti di PIL per gli anni 2015-2018, su questo fronte sei piuttosto indietro, tanto che hai avviato una repentina privatizzazione-lampo di ENEL quasi come contropartita per un pronunciamento tutto sommato positivo di Bruxelles sulla legge di stabilità. Nonostante ciò rimani sempre un sorvegliato specialissimo. Io ti offro 1.22 miliardi ben pagati per Ray Way, questa somma assieme ai 2.2 miliardi previsti per Enel ti consentirebbero di incassare da privatizzazioni già entro il Q1 un buon 0.21% di PIL. Se sei interessato cambia la legge e facciamo l’accordo, prendendoti ovviamente vantaggi e tutti i rischi di polemiche del caso visto che sono una emanazione berlusconiana, , altrimenti arrivederci e grazie. Che fai, accetti?”.

Probabilmente per evitare accuse di complotto con Berlusconi o per qualche altra motivazione strategica o ancora legata alla governance Rai, visto che economicamente la proposta è assolutamente invitante, Renzi ha smorzato le polemiche sostenendo giustamente che le quote sul mercato di Ray Way sono soggette alle regole dello stesso e precisando che il 51% della società detentrice le torri di trasmissione rimarrà in mano pubblica.

La riflessione importante da fare riguarda la funzione della rete digitale e delle torri di trasmissione nello sviluppo futuro di un paese moderno. Essa rappresenta la spina dorsale per tutte le attività legate alla diffusione di contenuti e servizi multimediali via tv, cellulare, web ed internet, UMTS ecc. Rappresenta la base per lo sviluppo delle reti 4G ed oltre, in sostanza un pilastro dal quale non può prescindere lo sviluppo economico e la competitività di un paese, a maggior ragione se stiamo parlando di Italia dove il problema del digital divide, dell’accesso alla banda larga, dei servizi digitali avanzati, della copertura delle reti mobili rappresentano un oggettivo gap competitivo da risolvere. Sulle torri si basa tutto il concetto di Digital Entertainment futuro che sarà sempre meno semplice TV (che detiene ancora una buona quota di mercato nel nostro paese) e cellulare voce, e sempre più contenuti digitali on demand e personalizzati che il consumatore plasmerà sulle proprie esigenze, necessità, gusti potendo interagire con essi attivamente. La rete, intesa sia come etere che come cablaggio in fibra ottica, rappresenta quindi una autostrada fondamentale a doppio senso e sarà utilizzata non solo per intrattenimento, ma anche per la fornitura di servizi e “prodotti virtuali” specifici e importanti per la vita ed il benessere della società (servizi bancari, ospedalieri, di domotica, legati alla gestione dell’energia ed al risparmio energetico, all’automotive, alla diffusione real time di importanti informazioni, alla gestione proattiva della città ecc). In definitiva il livello strategico dell’infrastruttura digitale è altissimo e l’Italia sta già pagando una notevole arretratezza in tal senso che deve necessariamente colmare se vuole consentire alla propria economia di svilupparsi. A tal fine è evidente come la disponibilità di banda larga ed ultra-larga dovrà essere: garantita su tutto il territorio; sicura in termine di protezione dei dati; sempre disponibile con altissimi standard qualitativi; efficiente ed affidabile per integrità dei dati trasmessi.

Per raggiungere l’obiettivo di una spina dorsale digitale con i requisiti adatti a supportare lo sviluppo economico di un paese è evidente come siano necessari importanti investimenti e costanti aggiornamenti infrastrutturali per mantenere massimi i livelli degli standard tecnologici adottati.

Come vengano fatti questi investimenti è materia di discussione e le possibilità sono molteplici. Si può pensare al solo soggetto pubblico (che sia CDP, tesoro, MEF od una società ad hoc), o ad un soggetto privato, che pur rispettando le norme imposte dai vari regolatori del settore, agisca anche in regime di monopolio, ovviamente sotto adeguato controllo. La presenza di un unico operatore (statale o meno) potrebbe garantire economie ed ottimizzazioni in termini di installazioni infrastrutturali, “inquinamento” da radiazioni ed anche paesaggistico, ottimizzazione delle coperture. In alternativa si potrebbe lasciare spazio totale alla concorrenza, consentendo a più operatori, il cui numero dovrà necessariamente essere limitato alle sole aziende realmente in grado di supportare la gestione di una complessa infrastruttura come la rete digitale, di agire, permettendo, in teoria, una riduzione dei costi (cosa che in passato abbiamo scoperto non sempre essere vera) per i consumatori finali.

Potrebbe costituire un fattore limitante la concorrenza il fatto che una società (o una controllata) detentrice la rete digitale sia anche quella che distribuisce contenuti e servizi. Anche a questa situazione vi sono vari approcci applicabili, vale a dire la completa separazione seguendo il modello elettrico con Terna, oppure consentire, sotto il controllo dell’antitrust, che un diffusore di contenuti sia anche il detentore della rete, come era per il gas (Snam società Eni) o proprio per le TLC (Telecom). Questo secondo modello peraltro è diffusamente utilizzato all’estero.

Il punto chiave, senza cadere in ridondanza nel ripeterlo vista la sua importanza, è che gli investimenti sull’infrastruttura digitale vengano fatti rapidamente e siano sufficientemente ingenti, senza scadere, come purtroppo spesso accade per le grandi opere infrastrutturali italiane, in sprechi e inefficienze, appalti “dubbi” e costosi, al classico lievitare esponenziale delle spese e via dicendo. Se è lo Stato a volersi fare garante della fondamentale opera strategica di connessione della quale le torri di trasmissione sono cardini, ben venga, ma deve avere disponibilità a sborsare quanto necessario, analogo sillogismo vale se vorrà essere un soggetto privato, italiano o straniero, ad accollarsi gli onori e gli oneri di digitalizzare l’Italia.

Brutalizzando: non importa chi caccia i soldi, ma l’importante è che vengano cacciati subito, bene ed in quantità adeguata.

Valentino Angeletti
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La siderurgia italiana (ma non solo) rilanciata in due mosse

Di certo nessuno avrà ignorato come, relativamente all’industria italiana, sia tornato in auge il tema dell’acciaio. L’episodio più eclatante a far balzare la siderurgia all’onore delle cronache è stato senza dubbio alcuno lo scontro di Piazza Indipendenza a Roma tra i manifestanti della AST di Terni e le forze dell’ordine. Uno scontro che ha sancito la definitiva rottura tra Governo e Sindacato, definibile oggettivamente “lotta tra poveri”, tra salariati ed ex tali che in questi anno hanno visto il loro potere d’acquisto e la loro prosperità economica erodersi forse irreparabilmente sicuramente non ripristinabile ai livelli antecedenti la crisi nel giro di pochi anni.

La questione della siderurgia in Italia è però un argomento che si trascina da molti anni, forse già dalle privatizzazioni dell’IRI, con il quesito se si volesse preservare o meno in Italia un settore nel quale rimaniamo comunque il secondo produttore d’Europa nonostante gli alti costi energetici ed un sistema burocratico e fiscale disincentivante.

Oltre all’Acciai Speciali di Terni vi sono le vicende dell’ILVA e della Lucchini, tutte aziende ex colosso statale Italsider, che per una serie di motivi stanno vivendo grosse difficoltà. L’ILVA dopo la nazionalizzazione ha sofferto di una gestione non ottimale e probabilmente anche di scarsa attenzione per gli investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo unite a comprovate lacune nel settore dell’ambiente, della sicurezza e più in generale in tutto quel settore della Corporate Social Responsibility al quale le moderne aziende, private o pubbliche che siano, a maggior ragione se operanti in settori molto rischiosi e delicati, devono prestare la massima attenzione. Gli investimenti, volti ad incrementare il valore aggiunto del lavorato da altoforno prodotto, in tecnologie ed R&D di ILVA, come si vede dal grafico, sono stati in passato minimi rispetto ai principali concorrenti e ciò ha contribuito a minare la competitività dell’azienda. Storia pressoché analoga è quella della Lucchini, con in più la componente di vari passaggi di mano tra investitori ed aziende dai dubbi intenti industriali.

Comparto-Acciaio-Inv-RD

La questione dell’AST è differente, perché il manufatto è moderno ed avanzato, ma nonostante ciò la tedesca Thyssen Krupp ha deciso di riportare la produzione in patria (forse in Polonia) ove  può sfruttare prezzi dell’Energia inferiori, dare una spinta occupazionale al proprio territorio e confidare in un sistema complessivo più favorevole. Nella vicenda AST ha giocato un ruolo fondamentale, in negativo, anche l’antitrust europeo, che per difendere la concorrenza all’interno dell’UE ed evitare un presunto regime monopolistico ha posto il veto all’acquisto dello stabilimento ternano da parte della finlandese Outokumpu andando di fatto a penalizzare l’intera Europa nei confronti dei competitor mondiali dell’acciaio che hanno dimensioni ben superiori alle industrie del vecchio continente, a cominciare da India, Brasile e Cina. Per inciso siamo di fronte ad un’altra miopia dell’UE da rivedere nel nuovo assetto di governance, nei confronti di un mondo in cui la globalizzazione permette lo sviluppo di “entità” industriali di dimensioni un tempo impensabili.

Oltre a questi casi vi sono poi quelli positivi più tipici del nord italia, con aziende all’avanguardia come la Tenaris-Danieli che hanno adottato, anziché lo storico altoforno, forni elettrici per la produzione di acciai particolari e destinati a mercati di nicchia come l’aerospace.

Eppure in Europa e nel mondo intero la domanda d’acciaio è in crescita ed alla luce delle competenze possedute in Italia perdere questo patrimonio manifatturiero sembra davvero controproducente per l’intero sistema paese. All’ILVA, commissariata ed affidata a Gnudi il quale è riuscito a sbloccare oltre un miliardo della famiglia Riva da destinare ad investimenti e  riqualificazione, si fa sempre più insistente l’ipotesi di un ingresso della CdP che in una fase in iniziale affiancherebbe un partner straniero si suppone per preservare l’interesse nazionale in fase di redazione dei piani e delle strategie industriali. Gli oppositori vedono in una azione simile troppa ingerenza statale, ma alla fine dei conti l’importante non è tanto la nazionalità, ma la possibilità di risollevare l’azienda riportandola verso modelli competitivi ottenibili solo mendiate investimenti. Se l’ILVA di Taranto vede alcune ipotesi in ballo, al momento le sorti della Lucchini e dell’AST rimangono ancora fosche.

Le capacità manifatturiere italiane nella siderurgia e la crescente richiesta globale di acciaio porterebbero a pensare che non sia proficuo un abbandono del settore. Detto ciò però va fatta una ulteriore analisi. Questo comparto è un settore energivoro, presenta un impatto sull’ambiente e sulla popolazione considerevole, è soggetto a numerosi iter legislativi e soffre della concorrenza a basso costo dei paesi emergenti (che anno meno vincoli ambientali, di CSR e sicurezza sul lavoro, nonché quasi totale assenza di burocrazia). Per essere quindi rilanciato in un paese come il nostro deve assolutamente beneficiare di due elementi che dovrebbero entrare nei piani di sviluppo del sistema Italia ed europa, come del resto richiesto e provato da tutti gli enti, gli istituti e le istituzioni.

Si tratta di ingenti investimenti, che siano essi pubblici e privati, ed un sostanziale alleggerimento della burocrazia, dell’effetto NIMBY e del costo dell’energia. Gli investimenti infatti, se fossero superati simili ostacoli, sarebbero quasi automatici trainati dalle capacità dimostrate nel passato.

La soluzione, che poi è quella comune per il rilancio economico italiano, è quindi proseguire sul cammino della sburocratizzazione, ridurre e definire chiaramente interlocutori ed uffici competenti in materia riducendo i diritti di veto, instaurare un dialogo multidirezionale e continuo con le popolazione adiacenti gli impianti facendo ricadere su di loro benefici ed indotto, incrementandone la qualità della vita e supportando le attività in favore del territorio ed ovviamente mettendo in primo piano la protezione dell’ambiente e dei lavoratori. Infine una volta avviato un processo decisionale non protrarlo per anni ed anni in balia dei ricorsi, dei cavilli, lacci e lacciuoli, ma giungere in un tempo finito e ragionevolmente predeterminato alla decisione definitiva.

Portato a termine ciò gli investimenti arriveranno e sarà indispensabile, sapendo di non poter competere sul prezzo dei prodotti poiché manodopera ed energia non si abbasseranno mai (ed è giusto che non lo facciano) ai livelli degli emergenti, destinarli in parte più che sufficiente all’innovazione, ricerca e sviluppo di prodotto e di processo in modo da avere un manufatto ad alto valore aggiunto, destinato settori specifici e critci (difesa, militare, automotive, aerospace, avio e trasporti, settore estrattivo e minerario in condizioni ambientali proibitive, processi super critici ecc) disposti a pagare somme adeguate all’alta qualità di cui necessitano. Del resto è proprio questa la richiesta di siderurgia che nel mondo sta crescendo ed essa rappresenta una possibilità per il nostro paese, in grado di generare un considerevole numero di posti di lavoro (solo l’ILVA ne conta 16’000) diretti ed indiretti altamente specializzati, dando un contributo all’uscita dalla stagnazione economica.

Link Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 05/05/13

Link Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

03/11/2014
Valentino Angeletti
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Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

Proprio in questa sede avevamo già preannunciato che il tema dell’Articolo 18, e più in generale del lavoro, avrebbe caratterizzato le settimane a venire e sarebbe stato un argomento molto divisivo all’interno della maggioranza di governo, tra governo ed opposizione e soprattutto tra i ranghi del PD stesso. Le settimane a cui ci riferivamo sono adesso giunte e l’argomento va preso di petto per l’importanza che riveste sia in Italia che in Europa. La discussione in merito si è aperta a dire il vero con alcuni dati migliori di quelli che eravamo soliti dover digerire, ed in particolare l’aumento del numero degli occupati di 82’000 unità in aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente (+82 mila) e dello 0,6% su base annua (+130 mila) e l’incremento del tasso di disoccupazione al 12,6% dal precedente 12,3%. In particolare, pur sembrando contraddittorio, il secondo dato è particolarmente interessante perché mostra la tendenza di coloro che prima erano NEET a tornare nuovamente alla ricerca attiva di un lavoro animati da una rinnovata energia ed auspicabilmente speranza.

Personalmente capisco lo scoramento, ma il cessare la ricerca di occupazione quando si è disoccupati, magari di lungo periodo, faccio davvero fatica a comprenderlo, sia chiaro che questo è solo un del tutto privato ed opinabile pensiero. Il risultato dell’incremento della platea dei cercati è per forza di cose una maggior probabilità che alcuni di essi (magari con competenze tecniche, manuali, artigiane specifiche) possano inserirsi nel mondo del lavoro ed in parte così è stato. L’equazione: “più gente cerca più è probabile che un numero maggiore di persone trovi” rimane valida. Detto ciò va anche ricordato che i mesi scorsi erano quelli estivi ed una maggiore inattività, in particolare tra i giovani ed i neo laureati, è fisiologica. Inoltre non ci si deve mai dimenticare del livello altissimo di disoccupazione che colloca il nostro paese in vetta (negativamente) alle classifiche europee superato tra le big solo dalla Spagna.  Il 12.6% di disoccupazione che sale al 42.9% nella fascia 15-24 anni, sale ulteriormente per le donne e diventa record per le donne del sud italia, non è tollerabile in nessun luogo, tanto meno in un paese dove il lavoro è Costituzionalmente sancito come fondamenta della Repubblica Italiana. Volendo comunque aprire all’ottimismo senza il quale nessuna situazione può volgere in meglio si potrebbe asserire che da qualche parte si deve pur cominciare e questi dati potrebbero rappresentare un punto di partenza.

Purtroppo nelle giornate immediatamente seguenti siamo tornati coi piedi per terra ed i disordini romani di piazza Indipendenza durante la manifestazione degli operai delle acciaierie di AST di Terni, con il Segretario FIOM-CGIL Landini in prima fila (orgogliosamente gli va riconosciuto), hanno messo in luce uno spaccato del paese ben differente. Dall’insediamento del Governo Renzi nello sorso febbraio, ovviamente derivanti da problemi pregressi, sono state oltre 5’000 le vertenze aziendali di cui oltre la metà relative a problemi occupazionali. Uno studio della CGIL basato sui dati ISTAT riporta che da gennaio a settembre 2014 le persone in cassa integrazione sono oltre 1 milione di cui la metà (525 mila) a zero ore. Il reddito complessivo perso è di circa 3,1 miliardi di € pari a 5’900 € annui a cassaintegrato, a settembre le ore di cassa integrazione richieste ammontano a 104 milioni (+43.86%). Infine anche la produzione industriale è in calo per l’ultimo periodo.

La vertenza della AST di Terni che tanto è balzata alle cronache per la sua gravità non è altro che la punta di un iceberg il quale vede numerose grandi aziende versare in condizioni simili. Le vertenze infatti riguardano tra gli altri Meridiana, Lucchini, Alitalia (di poche ora fa il caso di Fiumicino con i badge dei licenziandi disattivati un giorno in anticipo), Edison Sun, Tirreno Power, Fincantieri Palermo, TWR di Livorno, SGL Carbon in Umbria, il servizio di call center erogato da Accenture, IBM, tutto il distretto del Sulcis ed i casi a parte di Ilva, che con il nuovo Commissario Straordinario Gnudi e lo sblocco di oltre un miliardo dei patrimoni dei Riva ha una sfida titanica da affrontare che deve puntare alla riqualificazione ed all’innovazione, e della raffineria ENI di Gela che in questi giorni dovrebbe volgere a risoluzione. In generale si potrebbe dire che la crisi pervade tutti i settori un tempo forti in Italia, come l’energia, la manifattura, la cantieristica e l’edilizia, mentre tengono i settori di nicchia, dalle start up biomediche e tecnologiche, al lusso fino all’alimentare biologico ed alla manifattura di pregio. Evidente, tanto da non richiedere approfondite e complesse analisi, è poi la tendenza di ogni azienda straniera a riportare in patria o altrove le produzioni allontanandosi appena possibile dal nostro paese, anche in quei in settori globalmente non in crisi come quello degli acciai speciali prodotti proprio dalla AST di Terni. Il fenomeno evidenzia un paese sia ostile all’attrazione di investimenti ed al mantenimento di quelli in essere a causa del suo livello di competitività più basso rispetto alle altre zone europee principalmente a causa delle croniche “malattie” nostrane quali burocrazia, corruzione, fisco, costo del lavoro, incertezza normativa e via dicendo nel ben noto impietoso elenco. Gli investimenti sono annoverati come imprescindibili per la ripresa del ciclo economico, ma difficilmente con l’Europa e la BCE avuta fino ad ora e con i vincoli interni al nostro paese imposti agli investitori sarà possibile una reale ripartenza. In USA la ripresa economica confermata anche dagli ultimi dati del PIL è stata trainata da investimenti, re-industrializzazione, rivoluzione energetica e non ultima azione espansiva e precisa della FED che ormai ha cessato il suo operato di quantitative easing, ma che ha fornito all’economia reale, pubblica e privata, capitale fresco da investire con l’obiettivo di riportare attorno al 6% il tasso di disoccupazione.

Quello che è sfociato nei disordini violenti di piazza Indipendenza a Roma è un sentimento preoccupante, perché emblematico di uno stato d’animo diffuso tra i lavoratori, tra i giovani, tra gli artigiani e le partite IVA, tra gli studenti, tra i pensionati e tra la classe media che piano piano si vede declassare essendo ormai relegata negli strati più bassi di una società il cui 28% è a rischio povertà. Neppure la laurea e gli studi sono funzionali al benessere, poiché varie ricerche dimostrano come ormai avere una laurea (con poche differenze tra le varie facoltà) non rappresenti nel nostro paese un segno distintivo capace di consentire un più facile accesso nel mondo del lavoro né tanto meno una scalata sociale un tempo quasi assicurata. Ne consegue che chi può è spinto a migrare spesso a malincuore e con biglietto di sola andata (e pensare che anche lo studio è sancito dalla Costituzione, Art. 34), mentre chi rimane è scoraggiato, soffre di un grave disagio sociale potenzialmente pericoloso e teme per l’assenza di prospettive. Tante delle persone in mobilitazione e che animeranno questo autunno-inverno, a cominciare dagli infermieri finendo con gli scioperi generali a Milano e Napoli indetti a dicembre dalla CGIL, probabilmente hanno percepito gli 80€ del bonus IRPEF, ma non è quella sovvenzione a cambiare loro la vita se non rappresenta il punto d’inizio di un percorso strutturale e pianificato. Proprio l’assenza di pianificazione spaventa. L’incedere del cambiamento, che pur è necessario, sembra sempre traballante, ostaggio quando di tentativi di conservatorismo, quando della propaganda con repentini e ficcanti slogan a scapito della qualità del risultato che, assieme alla rapidità imposta dai ritardi del passato, non va mai sottovalutata onde evitare di creare danni irreparabili una volta entrati a regime. Le tensioni nel Governo, gli scontri parlamentari, il continuo ricorso a decreti e fiducia spesso con fare quasi ricattatorio non contribuiscono a creare un clima di fiducia, come la contrapposizione in certi frangenti quasi personalistica con il sindacato, a volte eretto ad emblema di ogni male italiano. Il sindacato è un istituto che sicuramente si deve rinnovare, ma non va dimenticato che in molte vertenze come Ducati ed Electrolux è riuscito a negoziare portando soluzioni vincenti e preservando il lavoro. Più che lo scontro, tra Governo, Sindacato e ogni altro attore di questa partita di cambiamento, vi dovrebbe essere dialogo e negoziato senza arroccamenti totalitaristici, perché non va dimenticato che il futuro del paese deve essere l’obiettivo comune di tutti e per raggiungere questo ambizioso traguardo serve davvero uno sforzo di mediazione collettivo. Quello che la gente percepisce, pur consapevole delle resistenze conservative e della complessità di dover affrontare un grosso cambiamento ed una poderosa discontinuità col passato che richiederà sacrifici e sforzi per le nuove e meno tutelate generazioni, è una sostanziale stagnazione che poco rispecchia le aspettative iniziali che i Governi Monti e Letta prima e Renzi poi avevano fatto sperare.

Il periodo prossimo venturo sarà fondamentale per capire che direzione vorrà essere presa e con che modalità, in questa fase sia a livello nazionale che europeo puntare allo scontro ed ai diktat non può che peggiorare e bloccare ulteriormente una situazione così grave che va affrontata per forza di cose col più coeso ed ampio dispiegamento di forze possibile.

Link:
Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni 06/04/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13
Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia 28/06/13

02/11/2014
Valentino Angeletti
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UE: le parole pre-elettorali che ormai sembrano andate al vento

Ricordiamo benissimo la campagna elettorale pre-elezioni europee dello scorso 25 maggio. Anche all’epoca la condizione macroeconomica non era affatto positiva e confortante, le critiche e talvolta le autocritiche nei confronti dell’approccio economico adottato da Bruxelles ed improntato esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti sembravano condivise da tutte le principali parti politiche dal PPE al PSE passando per i Liberali.

Ad aprire ad una maggiore flessibilità parevano essere anche gli stati membri compresa la Germania, che, sempre molto timidamente, sembrava essere propensa a concedere in sede europea qualche margine di manovra in più nei bilanci dei singoli paesi per appoggiare una fase che avrebbe dovuto essere improntata alla crescita. Il nuovo (probabile) Commissario uscito dagli scrutini delle urne, il lussemburghese Juncker aveva decisamente indicato la sua volontà di orientare nuovamente l’Europa verso le tre P dei padri fondatori, ossia i valori di Protezione, Pace, Prosperità e questa era l’idea di cui tutti si facevano sostenitori.
Il bisogno di ritornare alle origini, oltre che dai dati macro economici in continuo peggioramento che la disciplina di bilancio in un momento recessivo non era riuscita ad invertire, era evidente anche a causa della sempre maggior distanza tra i popoli e l’istituzione europea che appariva più matrigna che madre, tanto da fomentare numerosi movimenti anti Europa dagli importanti e diffusi consensi, in molti gravi casi improntati verso derive xenofobe e naziste.
Sembrava essere davvero la Commissione della svolta perché sulle priorità di crescita, lavoro, investimenti e politica estera la condivisione era unanime e l’intento di Juncker di stanziare 300 miliardi di € per investimenti lasciava ben sperare. Poi vi era il semestre di presidenza italiano sul quale, stando ai discorsi, avremmo dovuto far leva pesantemente.
Ora, forse anche per le lungaggini delle prassi europee che porteranno all’insediamento stabile della nuova Commissione dall’1 novembre, la situazione non pare volgere in meglio. I dati continuano ed essere non buoni ed il clima di fiducia non è migliorato.

In Italia l’FMI ha rivisto al ribasso la crescita del PIL 2014 a -0.2% (sarà +0.8% nel 2015), con rapporto debito/PIL in crescita a 136.7% e deficit/PIL al limite del 3%. Al prestigioso ed italiano Ateneo Luiss, il direttore esecutivo dell’istituto di Washington, l’italiano Andrea Montanino, ha dichiarato che l’Italia non può avere un futuro radioso fin tanto che le previsioni di crescita si attesteranno attorno allo 0.5%. Effettivamente, calcoli alla mano, la ripresa della domanda di lavoro, così come il rispetto dei parametri di bilancio (Debito/PIL e Deficit/PIL in particolare) potranno migliorare solamente in presenza di almeno 1.5% di crescita e simultaneo taglio del deficit e debito, supponendo invece un debito non crescente servirebbe almeno un 2.8% costante.
In Europa vi sono esempi di stati con i parametri in miglioramento, come la Spagna (PIL +1.5% 2014, +2% 2015) che hanno saputo seguire un virtuoso processo di riforme, ancora non pienamente presente in Italia, ma non va dimenticato a che prezzo per la popolazione che continua a vivere nella disoccupazione e con salari e pensioni decisamente impoveriti (LINK).
In questa fase anche la virtuosa Germania, come avevamo già previsto in più occasioni, sta iniziando ad avere ripercussioni economiche, con un calo della produzione del 4% e gli ordinativi a -5.7% (dati relativi ad agosto) era evidente che, essendo la Germania forte esportatrice (prima manifattura) in Europa, alla lunga, con il ritardo fisiologico dovuto appunto alla sua forza, gli effetti si sarebbero ripercossi anche su di loro.
Nonostante ciò, e nonostante una Francia in difficoltà che ha dichiarato che non rispetterà il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL portandolo al 4.4% per il 2014, sembra che i propositi pre-elettorali siano stati dimenticati (LINK).

La Germania, a dispetto dei brutti dati di agosto, già da tempo si è mostrata totalmente avversa alla politica monetaria di BCE  (LINK1 – LINK2LINK3) la quale sta provando ad assumere una connotazione ulteriormente espansiva, anche se non tanto quanto la FED, attraverso l’acquisto di ABS, Covered Bond ed il piano T-LTRO. I QE a mezzo di acquisto di titoli di stato benché solo ipotizzati sono già stati bocciati in toto dalla Germania, attraverso le parole del Governatore della BuBa Weidmann, che ritiene tutte le ultime misure di Draghi eccessivamente rischiose per via della difficile quantificazione del sottostante (che comunque dovrebbe essere garantito ed a basso rischio LINK).
Le proposte di Weidmann sono le solite di sempre, ossia rigore e disciplina di bilancio e, giustamente, riforme. Addirittura il Governatore si è spinto a suggerire (esulando dalle sue funzioni) alla Commissione di bocciare la legge di stabilità francese qualora presentasse un rapporto deficit/PIL al 4.4%. In realtà quanto dice Weidmann ben poco sembra rispondere alla necessità di stabilità dei prezzi ed in particolare al bisogno di riportare l’inflazione europea attorno al 2% (attualmente a 0.3% con svariati stati, tra cui l’Italia già in deflazione).
A fare eco a Weidmann, confermando il ruolo della Germania di maggior azionista sia nella BCE che nella Commissione, vi è l’attuale Commissario per gli Affari Economici e Monetari e soprattutto futuro VP per la Crescita ed Occupazione Katainen, che nella sua audizione all’Europarlamento non si sbilancia riguardo ai 300 miliardi di investimento e si limita a recitare la solita nozione secondo la quale i paesi virtuosi dovrebbero sostenere i consumi e gli investimenti, mentre i paesi più in difficoltà dovrebbero proseguire con le riforme rispettando i vincoli europei (difficile pensarlo con un PIL in calo e senza margini per investire e per creare le condizione per attrarre capitali dall’estero nel brevissimo periodo in attesa degli effetti delle riforme che arriveranno nel medio-lungo termine), non è pensabile secondo il Finlandese impostare un crescita contraendo altro debito.
Non si dilunga in ulteriori dettagli e la sua arringa è sembrata gradita al consesso europeo, differentemente dalla posizione di Moscovici che per via del suo venturo ruolo da Commissario agli Affari Economici e Monetari e per via della sua nazionalità francese potrebbe avere difficoltà (anche se personalmente non lo credo molto probabile) a farsi confermare nel ruolo.

In sostanza, pur in mezzo ad un costante deterioramento delle condizioni economiche europee, incluse quelle tedesche, e con i grandi analisti a partire da FMI (non che siano la Bibbia o che non sbaglino previsioni, ma non vi è giustificazione per perseverare con l’approccio finora adottato ed il fondo monetario lo dice da tempo LINK) che vorrebbero spronare la BCE ad adottare misure più espansive e soprattutto QE diretti, così come spingono per una politica economica europea meno germanocentrica e più flessibile, ma non flessibile all’interno dei patti che avrebbe relativamente poco senso ed efficacia, ma, limitatamente a questa fase recessiva, concretamente più permissiva e rivolta realmente a crescita ed occupazione di qualità, rivedendo se necessario i trattati europei.
Eppure, oltre agli USA esiste, ed è più prossimo geograficamente, anche l’esempio UK al quale l’Italia dovrebbe ispirarsi molto più che a quello spagnolo.
Il Regno Unito assieme ad una politica monetaria autonoma ed equilibrata è riuscito ad investire e creare un mercato del lavoro dinamico, fare le riforme necessarie e soprattutto tagliare drasticamente la spesa senza guardare in faccia a nessuno (Regina Madre inclusa) e senza impatti negativi sul lavoro pur avendo ridotto il numero dei dipendenti pubblici. Soprattutto riguardo al taglio della spesa l’Italia dovrebbe prendere spunto perché la fondamentale spending review, un tempo generatrice di tutte le coperture, è stata recentemente ridimensionata scontrandosi costantemente con una volontà politica assente quando si tratta di agire concretamente sui veri centri di spesa  a cominciare da regioni, sanità, centrali d’acquisto, previdenza, difesa ecc. La spending review si dovrebbe attestare a 5 miliardi rispetto ai 17 previsti che da soli avrebbero quasi coperto l’intera legge di stabilità; considerando quanto per l’UE la revisione sia fondamentale è prevedibile che la Commissione non tacerà su questa rettifica in sede di discussione della legge di stabilità che essendo fatta in deficit probabilmente subirà critiche nonostante il rispetto del parametro del 3%.
In Italia come in Europa le procedure e le decisioni sono sempre estremamente lente e pastose, la burocrazia impera.
I tempi necessari per l’elezione dei giudici della consulta, le aspre discussioni sulla riforma del lavoro che lasceranno un segno forse indelebile (le oscene lotte fisiche in Parlamento lo dimostrano), il numero esagerato di emendamenti presentati ad ogni proposta di riforma, così come la superficialità con la quale talvolta si affrontano temi estremamente complessi e delicati solo per poter dichiarare di avanzare senza alcun ostacolo, in alcune occasioni a scapito del risultato che, per evitare conseguenze impreviste ed effetti nulli, pur nella fretta deve essere adeguatamente ponderato. Purtroppo l’immobilismo dei decenni precedenti ci ha costretti in una condizione in cui si deve fare presto e bene e ciò non è affatto semplice.
A livello Europeo gli scontri e le continue divergenze sulla politica economica così come le tempistiche per l’insediamento della nuova commissione stanno distogliendo da ciò che realmente serve per fronteggiare i problemi di politica estera/geopolitica in cui l’UE è pesantemente coinvolta e soprattutto per impostare il percorso di crescita che tutti reclamano ma che nessuno sembra davvero capace di indirizzare. In tal scenario si inserisce il semestre italiano europeo che quasi sotto silenzio si sta concludendo.

L’impressione di uno stolto osservatore, quale io sono, potrebbe essere quella di un contesto molto fragile, politicamente frammentato e socialmente debole, che deve stare in guardia da bassissima inflazione, scarsa capacità di innovare ed attrarre investimenti se confrontato con in competitori mondiali, sistema industriale spesso arcaico, eccessivamente esposto alle banche e non in grado di auto-finanziarsi con strumenti tipo borse e venture capital come accade in USA.

Agli occhi dello stolto di cui sopra non sembra sussistere alcun mutamento nella direzione positiva che i proclami pre-elettorali facevano sperare, anzi, come un gambero, addirittura potrebbe sembrare che le condizione di alcuni importanti stati dell’UE siano arretrate con tanto di divergenze che si fanno, se possibile, più evidenti e pericolose proprio quando il tempo per agire è sempre meno.

07/10/2014
Valentino Angeletti
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Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS

La politica monetaria è solo parte degli strumenti da adottarsi in un contesto di crisi come quello in essere. Essa dovrebbe fornire uno shock immediato che vada in parallelo ad un profondo processo riformatore a livello nazionale ed europeo volto a rilanciare investimenti e crescita strutturale ma che necessita di tempo (orizzonte dal medio a lungo periodo per sentirne effetti tangibili) e di risorse economiche attualmente imbrigliate dal perseverare delle politiche di austerità, da un contesto di credit crunch, da bassi consumi e potere d’acquisto, da bassa inflazione e sfiducia. Proprio dare una reazione immediata e risorse economiche nel breve e brevissimo termine al servizio delle misure con effetti strutturali dovrebbe essere il compito delle politiche monetarie in momenti di emergenza. Premesso (ripetendolo per l’ennesima, volta) ciò, che le linee di pensiero di Draghi e Schaeuble non fossero convergenti è da tempo evidente, ma nelle ultime settime l’asperità quasi ancestrale tra i due capi economici sta assumendo toni preoccupanti. Preoccupanti perché la salvezza dell’Europa e la sua capacità di agire rapida, cosa che fin qui non è stata  in grado di fare né negli ambiti di competenza delle Commissione né in quelli della BCE tanto da arrivare a dati di occupazione ed inflazione, solo per citarne due, frutto di un processo di deterioramento di lunga durata, è strettamente vincolata alla volontà ed alla determinazione nel perseguire una strategia e degli obiettivi di interesse comune.

Draghi da Vilnus dove stava augurando un buon ingresso nell’Euro alla Lituania ha ribadito per l’ennesima volta l’intenzione della BCE di utilizzare se necessario misure non convenzionali di stimolo monetario a supporto dell’economia. Simili intenti sono stati proferiti più e più volte negli ultimi anni e pur non essendo mai accolti con piacere dal Ministro delle Finanze tedesco e dal Governatore della BuBa, mai si era arrivati ad un simile livello di tensione. Tale escalation probabilmente è dovuta al fatto che Draghi dopo le parole ha dato prova di reale azione con più determinazione del solito avviando la prima tranche di T-LTRO dei giorni scorsi e con la prosecuzione dei bassi tassi che hanno portato il cambio Euro -Dollaro ai minimi da due anni a circa 1.27 (benché sarebbe ragionevole puntare ad un rapporto circa 1). Questo passaggio dall’effetto annuncio a fatti concreti sta intimorendo la Germania che è l’unico stato che ha giovato di alcuni elementi caratterizzanti la crisi, come una moneta molto forte, benché adesso, ma pare che a Berlino non vogliano ancora digerirlo, anche per loro il vento stia cambiando. La paura aumenta davanti alle ipotesi di mettere in atto gli ABS, discussi nella prossima riunione del Board BCE a Napoli, di utilizzare 80 miliardi del fondo salva stati per favorire crescita ed occupazione (proposta Juncker) e di QE con acquisto da parte della Banca Centrale di titoli di stato.

Gli ABS sono prestiti impacchettati e cartolarizzati dalle banche che la BCE potrà acquistare consentendo così un alleggerimento del bilancio dell’istituto e quindi una sua maggior propensione (teorica) all’erogazione di credito ad imprese e famiglie. I derivati acquistati dalla BCE dovranno avere rating senior o al limite mezzanino, i più sicuri e garantiti in caso di problemi di rimborso.

L’affermazione del Governatore BCE che l’Europa non è né in recessione né in deflazione ha voluto forse stemperare un po’ le parole seguenti, dove narra di uno stato di deterioramento preoccupante, di ripresa meno tonica del previsto, di inaccettabile livello di disoccupazione, di inflazione bassa ancora a lungo, e del credit crunch. In aggiunta a ciò, soprattutto per quel che concerne il credit crunch, va detto che la prima tornata di T-LTRO ha avuto meno successo del previsto per due ragioni fondamentali, la minor richiesta di credito (a mio avviso dovuta proprio al credit crunch stesso che spinge hp non richiedere prestiti poiché non erogati) ed il timore degli stress test operati dall’Europa sulle banche.

I dati economici peggiori, il vincolo dell’intermediario bancario che sia nella prima fase di aiuti che in questa seconda non riesce a convogliare efficacemente ed in misura sufficiente liquidità alle imprese ed alle famiglie e la necessità comprovata di investimenti pubblici e privati sono elementi che possono far propende la BCE ad agire con ulteriori strumenti, quindi ABS, che pur non eliminerebbe le banche come vincolo, e l’acquisto diretto di titoli di stato.

L’acquisto di bond nazionali dal mio punto di vista risulta importante, come poi lo sarà un percorso di convergenza verso bond-europei a meno che non si vogliano riscrive la missione e gli obiettivi dell’UE, non per mantenere lo spread basso come poteva essere per il 2011, ma per fornire in modo diretto ai singoli stati liquidità che potrebbe così essere utilizzata per gli investimenti pubblici di cui ad oggi molti stati necessitano senza essere in grado di affrontare per i vincoli di bilancio che anche in questo inizio di Commissione Juncker rimangono un tabù che non si vuole mettere minimamente in discussione.

Il Ministro Schaeuble ed il Governatore della BuBa, ma anche il Cancelliere Merkel, avanzano una ipotesi di conflitto di interessi della BCE poiché in caso di ABS  l’istituto andrebbe ad acquistare titoli derivati da banche che sarebbero soggette al controllo implementato all’interno dell’unione bancaria fatto dalla BCE stessa, non è condivisa inoltre l’idea di utilizzare 80 miliardi del fondo salva stati ESM per occupazione e crescita sostenendo che il fondo serve per garantire stabilità in momenti di crisi ed un suo indebolimenti indebolirebbe anche la capacità dell’UE di rispondere ad eventi avversi. Questa tendenza è evidentemente finalizzata da un lato a proteggere le proprie banche dagli stess test e dal processo di unificazione e controllo tanto osteggiato da Berlino e dall’altro a mantenere uno status quo di vantaggio competitivo dovuto a tassi sui titoli di stato tedeschi più volte in territorio negativo e moneta forte associata ad esportazioni comunque sostenute, il tutto in un contesto di sistema paese funzionale, rapido, competitivo, creatore di valore aggiunto e terreno fertile per gli investimenti. La Merkel ha ribadito di prediligere il rispetto dei conti, la disciplina di bilancio (leggi rigore ed austerità edulcorati da termini più diplomatici) e le riforme rispetto a piani di investimento, soprattutto pubblico, che gli 80 miliardi prelevato dell’ESM dovrebbero supportare, come dovrebbero essere utilizzati parzialmente in questa direzione anche i 300 miliardi menzionati da Juncker per dare una accelerata a crescita ed occupazione.

Non si comprende però, a parte la scusa dell’inflazione e della Repubblica di Weimar, come la Germania non si sia ancora accorta che il suo atteggiamento ed il suo peso in Europa che la rendono ago della bilancia in ogni decisione hanno danneggiato gravemente il tessuto europeo, direttamente dal punto di vista economico e del protrarsi della crisi, ed indirettamente contribuendo alla fortificazione di un sentimento anti Europa che ha dato natali ad importanti movimenti di estrema destra e xenofobi che facendo leva sul disagio sociale e la povertà (perché in molti casi di povertà si tratta) hanno gioco facile nella creazione populistica di consenso spesso scagliandosi contro il diverso o il debole. In Germania l’estrema destra risulta essere uno dei primi partiti con un consenso mai raggiunto dalla fine della seconda guerra mondiale. La stessa Berlino però è bene che analizzi la situazione ed arrivi alla lapalissiana conclusione che un tessuto europeo così povero ed un contesto mondiale in cambiamento con rapporti di forza drammaticamente mutati, un’asse Russia-Cina, le sanzioni a Mosca, le tensioni in medio oriente ed in Ucraina, un mercato energetico europeo ancora poco integrato e molto dipendente dalle importazioni dai colossi di Putin, stanno peggiorando la situazione anche della stessa Germania, e lo si può notare da un calo delle esportazioni ad esempio; inoltre anche in terra tedesca vi sarebbe necessità di qualche investimento pubblico infrastrutturale, principalmente lato TLC, viabilità, trasporti che se affrontato ridurrebbe il surplus sotto il limite europeo del 6% e potrebbe apportare benefici anche all’intera Europa.

La terra bruciata europea che si sta creando attorno alla Germania ed i nuovi assetti geopolitici metteranno senza alcun dubbio anche Berlino alle corde, solo che quando vi arriverà per il resto d’Europa, meno virtuosa e già alle strette, sarà troppo tardi. La Germania fino ad ora si è comportata da Boss al limite della tirannia invece che da Leader locomotiva capace di sacrificarsi e rinunciare a parte dei suoi vantaggi immediati per un ritorno collettivo nel medio-lungo periodo. Si tratta della solita lotta, che possiamo vedere anche in Italia nella partita delle riforme o delle ristrutturazioni organizzative, tra coloro che vogliono mantenere una situazione privilegiata a dispetto di un cambiamento benefico per la società e chi invece lotta affinché si possa raggiungere un benessere collettivo distribuito. Inutile dire chi siano i buoni e chi i cattivi come inutile ribadite la necessità della Commissione di tagliare quel cordone ombelicale che la limita nella penombra dell’egemonia tedesca.

Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente

La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille

FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso

OCSE taglia stime di crescita, scenario fragile. Serve più flessibilità parallelamente al processo di riforme.

25/09/2014
Valentino Angeletti
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Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente

Alla frase: “La situazione economica europea è debole e fragile…” et similia ci eravamo abituati, potremmo quasi dire di esserne ormai immuni. Di tono ben più allarmante, sempre considerando l’aplomb e lo stile del personaggio, sono state le dichiarazioni del Governatore BCE, Mario Draghi, che da Bruxelles ha rincarato, e di molto, la dose. Secondo il Governatore dell’istituto di Francoforte all’interno di uno scenario macroeconomico che permane debole e fragile i segnali di ripresa, a dire la verità mai stati eccessivamente violenti, hanno ulteriormente perso slancio e la lentezza delle riforme contribuisce pericolosamente a solidificare lo stato di crisi.

Per Draghi la BCE ha fatto ciò che doveva fare, quindi parafrasando avrebbe rispettato in toto il proprio mandato, con la sola eccezione, e si tratta di un mea culpa ufficiale non da poco, di aver sottovalutato l’imperversare della disoccupazione che ha avuto un ruolo determinante nell’innescare la spirale deflattiva (o della bassa inflazione).

Alcuni altri appunti si potrebbero però muovere alla BCE.

Innanzi tutto non aver pensato di controllare che gli aiuti erogati inizialmente non venissero fagocitati dall’intermediario bancario ed impiegati esclusivamente a loro pro. Se un monitoraggio della BCE sugli investimenti finanziari speculativi da parte delle banche poteva risultare complesso ed invasivo, lo sarebbe stato decisamente meno il controllo che i denari non venissero depositati overnight proprio presso l’istituto di Francoforte, prassi che era diventata comune per incassare un minimo guadagno senza rischiare.

La deriva verso l’inflazione, oltre ad essere ampliata dalla disoccupazione, non è stata di sicuro un evento improvviso né senza segnali (Link Vari deflazione), ma una deriva per quanto rapida comunque protrattasi nel tempo. Poco è stato fatto, e la colpa in tal caso è anche di alcuni governi che hanno preferito la competizione sui salari rispetto alla qualità di prodotto, per sostenere i consumi ed infondere la fiducia necessaria alla popolazione per affrontare le spese o richiedere credito alle banche, che da tempo avevano iniziato a negarlo quasi sistematicamente.  Il mantenimento di bassi tassi forse è stato troppo lento e comunque non così rilevante per deprezzare l’Euro quel tanto che sarebbe bastato per favorire un minimo le esportazioni europee (la situazione in essere ha favorito neppure a dirlo la Germania).

Sempre la deflazione e la tendenza attendista dei consumatori che la caratterizza hanno abbassato, come già detto, la propensione a contrarre prestiti e chiedere credito, proprio per l’attesa di ulteriori ribassi dei prezzi, così, ed arriviamo all’ultimo punto, le misure di T-LTRO di qualche giorno fa sono state accolte con più freddezza del previsto. Le banche, e la BCE non può forzare a farlo, hanno richiesto minore liquidità un po’ per la domanda di credito bassa, un po’ perché a breve vi saranno gli stress test europei volti a verificare la solidità patrimoniale in cui il prestito e l’uso degli strumenti finanziari hanno un ruolo importante nella determinazione dei vari cor tier. Inoltre gli eventuali benefici del T-LTRO si vedranno in un arco di tempo lungo e quindi non possono essere considerati come la misura shock in grado di deviare il corso economico di questo perdio.

Non v’è dubbio alcuno che la BCE abbia provato ad agire per supportare l’economia, ma non si può neppure negare che lo abbia quasi sempre fatto in ritardo (link).

Quando Draghi afferma, e l’Italia si senta tirata in causa, che i proventi dei bassi spread, decisamente merito degli interventi della BCE, sono stati utilizzati per aumentare la spesa corrente non dice il falso, così come ha pienamente ragione quando denuncia una cronica lentezza nel processo riformatore (La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille). Se in Portogallo ed in Spagna (Link Spagna), pur con tutte le difficoltà sociali che rimangono, le riforme hanno inciso di più ed hanno consentito un progressivo ritorno degli investimenti “green field” così non è per Grecia ed Italia.

La situazione italiana del resto rimane troppo viscosa, incerta, ingessata su situazioni che logorano, distolgono attenzione ed energie alle reali priorità ben note a tutti (link violenta reazione) . Come se non bastasse, con i meccanismi in essere, anche un processo di riforme virtuoso, eccellente ed approvato unanimemente richiederebbe tempo per entrare in fase attuativa e quand’anche fosse attuato i benefici arriverebbero dopo un fisiologico intervallo temporale, più lungo ancora nel caso si voglia considerare l’inversione del dato disoccupazione. La ricetta di Draghi basata su riforme e tagli di spesa è corretta, ma in Italia non è facile agire tempestivamente su questi due fronti.

La spending reviw ha subito le note vicissitudini con commissari succedutesi, programmi e piani precisi reclamati da Bruxelles e non arrivati in tempo, a volte anche eccessive aspettative, perché ci è stato anche rimproverato di relegare il reperimento di ogni risorsa alla revisione della spesa senza però aver presentato un piano che la dettagliasse e la quantificasse, come fosse una sorta di panacea di tutti i mali (Lin1k – Link2). Quando poi sono stati ipotizzati tagli alla sanità, revisione delle pensioni (che la stessa OCSE ha identificato come enormi centri di spesa e sprechi), decurtazioni al settore difesa oppure alle regioni, le proteste e le dichiarazioni belligeranti si sono prontamente sollevate, segnalando che trovare un punto di accordo non sarebbe stata cosa banale, ed infatti al momento il nodo è stato accantonato.

La riforma sul lavoro che dovrebbe contribuire a facilitare gli investimenti (pur ricordando che il lavoro non si crea per decreto) è motivo di scontri intestini nei partiti, tra partiti ed associazioni sindacali e datoriali, tra gli stessi sindacati e pure tra sindacati e lavoratori che in molti casi hanno la sensazione di esser stati lasciati soli per troppo tempo, tanto da giungere ad una situazione dell’occupazione e delle forme di impiego delirante. In particolare è l’Articolo 18 il fulcro della discussione, come se rappresentasse il solo ed unico elemento ostante gli investimenti e causa di disoccupazione. Evidentemente, come lo fu l’IMU all’epoca (ora diventata TASI e che per me affittuario impossibilitato all’acquisto di un mediocre monolocale è passata da circa 90€ ad poco più di 130€) si tratta di un vessillo, di una bandiera che si vuol difendere (nel senso di mantenere o eliminare a prescindere) senza sentir ragioni o aprire le orecchie a mediazioni o soluzioni alternative, chissà forse anche più adatte a questo periodo.

Emblematiche sono state anche le polemiche sull’ipotesi di riduzione dei giorni di ferie alla magistratura ed ancora di più le ormai 14 votazioni per l’elezioni dei membri di CSM e Corte Costituzionale, nonostante il patto del Nazareno e nonostante gli espliciti moniti di Napolitano. Il Presidente si è ripetuto in occasione dell’apertura dell’anno scolastico auspicando il superamento dei corporativismi e dei conservatorismi (e detto da un ottantanovenne fa almeno sorridere).

Situazioni simili sono certamente valutate da eventuali investitori che volessero venire ad investire da zero nel nostro paese. Se qualche ingresso finanziario ed industriale è avvenuto (Ansaldo, Eni, Enel, Generali, Telecom, Fiat, Elextrolux), ormai sono nulli gli investimenti industriali esteri “da zero”. Non tanto l’articolo 18 è il problema che li ostacola, quanto la burocrazia, l’eccesso di norme incomprensibili e di interlocutori con voce in capitolo, la giustizia incerta, la legislazione che spesso agisce a posteriori e retroattivamente della quale ogni azienda è letteralmente in balia (e se si tratta di piccoli artigiani, imprenditori o commercianti con strumenti di difesa nulli), il fisco, per non parlare della corruzione ed infine le condizioni di accesso al credito. Inoltre è evidente che un privato investitore porrà il proprio business dove v’è possibilità di fare profitto e dove l’impostazione non è negativa. Al momento l’Italia è l’unico membro del G20 ancora in recessione, è colei che ha i dati peggiori, e pur rimanendo osservata dagli investitori finanziari, sono pochi rispetto ad altrove coloro che hanno il coraggio di insediarvi il proprio business industriale.

Tutti questi fattori evidentemente impediscono gli investimenti privati (esteri e non), e, pur volendo ipotizzare di agire nel modo più rapido possibile, è illusorio pensare che si possano risolvere in tempo utile per arginare la deriva della crisi. Servirebbe un vero piano di defiscalizzazione dei salari/redditi privati e delle imprese ed una serie di investimenti pubblici in modo da rilanciare potere d’acquisto, consumi ed esportazioni, sostenere l’occupazione  e creare maggiori presupposti per investimenti privati che ora difficilmente potranno scostarsi dalla più o meno pura finanza.

Gli investimenti pubblici però sono in contrasto con il rigore di bilancio (i proventi della spending review sono già allocati per defiscalizzazione e riduzione del debito) imposto dall’UE a trazione tedesca che durante la campagna per le europee di maggio sembrava ad un passo dall’essere superato, ma che in realtà rimane ben saldo.

Lo stesso Draghi nel suo discorso ha voluto intendere che il processo riformatore dovrebbe investire anche l’Europa, anch’essa ingessata. Lo si nota dalle lungaggini del processo di insediamento della nuova Commissione così come dall’incapacità di pianificare ed intervenire in modo sincronizzato su vari fronti economici, politici e sociali, segno che non l’unità di intenti ed obiettivi, mai particolarismi animano ancore l’agire di tale entità al momento più geografica che politica. In questo frangente è rimasto in sospeso il piano di investimento da 300 miliardi annunciato da Juncker ed il semestre italiano è silenziosamente giunto a metà senza che abbia lasciato particolari segni, quando sembrava (ma avevamo detto che non poteva essere così) dovesse essere rivoluzionario. Allo stesso tempo però il Governatore non ha voluto sbilanciarsi ed ha confermato la linea di Merkel – Katainen – Rehn di utilizzare la flessibilità già presente nei patti senza richieste ulteriori. Proprio in questo modo il Cancelliere tedesco ha congelato il Primo Ministro Francese Valss  che gli illustrava il suo piano di riforme sui cui la Merkel non ha lesinato il solito aggettivo “impressionante” (o mente bene o è facilmente impressionabile perché lo ha riservato a tutti).

Si ritorna dunque, anche alla luce del nuovo (opinabile) calcolo del PIL Eurostat che migliora in valore assoluto il dato consentendo per il nostro paese un abbassamento per il 2013 del rapporto deficit/PIL di 0.2% (a 2.8%) e debito/PIL a 128%,  a parlare di concessioni europee, di golden rule, di investimenti produttivi fuori dai vincoli dei patti e di più tempo per il rientro sul debito, elementi che però non vogliono essere neppur considerati seriamente e sono smorzate sul nascere. Sugli investimenti privati potrebbe avere un ruolo importante anche la BCE elaborando meccanismi che supportino direttamente gli stati nei loro investimenti, appoggiandosi alla BEI, alle singole banche centrali (in Italia entità finanziarie come Bankitalia, CDP, FSI ecc) ed in ultimo acquistare titoli di stato, spingendo affinché possa essere valutata la convergenza verso un euro-bond comunitario al momento neppure ipotizzato dalla Germania.

Tutto ciò può avere senso solo se il paese in questione ha un piano di sviluppo, ha idea chiara di dove investire e spendere (e non sprecare), ha una gestione del budget efficiente, punta a nuove tecnologie, innovazione e ricerca, ed a nuovi modelli industriali basati su internet, energia-efficienza, tlc, trasporti di nuova generazione (e qui il nodo digital divide e l’agenda digitale potrebbero davvero rappresentar l’investimento più produttivo di questa fase storica Link), oltre che alle solite strade, ponti ed infrastrutture che comunque nel nostro paese devono essere profondamente rinnovate e riqualificate come del resto tutto il patrimonio edilizio.

Chiaramente a fianco di ciò dovrà proseguire spedito e rapido il necessario processo di riforme nazionali ed europee che tutti richiedono e pretendono, che per taluni è ormai in fase avanzate, per altri ancora non si vede, per altri ancora, i più pericolosi perché beneficiano del precipitare della situazione, pare non esser necessario.

 

22/09/2014
Valentino Angeletti
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Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida

Il Presidente entrante della Commissione Europea Jucker, ha formato in giornata la squadra dei suoi Commissari.

La volontà del Lussemburghese alla guida della Commissione era quella di creare un team politico sul quale centralizzare le funzioni istituzionali e che portasse l’Unione ad essere, citando quanto detto in conferenza stampa, “grande sulle grandi cose e piccola sulle piccole cose”.

Le novità principali relative alla govenrance riguardano la presenza di un Primo Vicepresidente vicario, l’olandese Frans Timmerman, che sarà l’alter ego dello stesso Jucker è potrà decidere sostanzialmente su tutte le questioni e porvi il veto. Il potere di veto inoltre è nelle corde anche dei Vicepresidenti, in totale sette, per quanto concerne i loro ambiti di influenza, non limitati ad una singola Commissione, ma estesi  a più Commissioni qualora gli argomenti trattati presentassero sovrapposizioni ed in tal caso sarebbe loro possibile porre vincoli mandatori.

Lo schema che ha portato a partorire il nuovo Esecutivo Europeo il quale dovrà ottenere la fiducia del Parlamento a valle di singole audizioni previste per il 21-22 ottobre consentendo un insediamento al primo novembre, è stato una sorta di Cencelli a ben vedere leggermente sbilanciato verso l’ala Popolar (che comunque ha avuto la maggioranza relativa alle ultime elezioni) – Rigorista – Tedesca pur mantenendo ad una superficiale lettura un certosino equilibrio.

Per quanto riguarda i singoli nomi vi sono alcune considerazioni interessanti.

Una riguarda il ruolo della Mogherini come Alto Rappresentante della politica estera e sicurezza con delega da VP agli affari esteri, commercio, allargamento e gestione crisi. L’incarico di “Lady PESC” additato da molti come di poco spessore ed di poca utilità per l’Italia è stato reso più pesante proprio dal nuovo modello con i VP che nel caso di Federica Mogherini le danno la possibilità di avere voce in capitolo anche sulla gestione delle crisi, elemento importante quando si parla di problema dei flussi migratori o del Mar Mediterraneo per cui non v’è un commissario specifico, e sul commercio ancor più importante considerando la natura di paese manifatturiero ed esportatore che ha l’Italia. La Mogherini lascia una poltrona vacante nel governo italiano che dovrà quindi affrontare un’ulteriore questione che si inserisce nelle molte già in essere, quali il processo riformatore che va a coinvolgere economia ed istituzioni su cui pressano la BCE che dopo aver abbassato i tassi si attende riforme e risultati ed Europa  che per bocca di Barroso rammenta all’Italia di essere ancora indietro pur offrendo il proprio sostegno al Premier; la situazione del debito; i dubbi sul deficit; la ricchezza degli italiani tornata a 30 anni fa; le problematiche interne ai vari partiti (caso Emilia Romagna) e trasversali; le tensioni con Magistratura, Sindacati e Burocrazie varie che rendono la situazione molto fluida, complessa e pesante.  Se però l’opportunità di agire sul settore commercio da parte del Ministro Mogherini sarà sfruttata nel migliore dei modi questo punto può senza dubbio portare vantaggio all’Italia e costituire un elemento di crescita economica.

Un secondo elemento è il passaggio dagli Interni al Commercio della Malmstrom, con cui la Mogherini quindi dovrà avere uno stretto dialogo e quello di Oettinger all’Economia Digitale e Società dall’Energia-Clima, commissione ora ricoperta dallo spagnolo Canete, non senza polemiche per via di presunte dichiarazioni sessiste, ma soprattutto perché in precedenza pare sia stato un grande azionista di una compagnia petrolifera (quindi gli rimprovererebbero la vicinanza con alcuni portatori di interessi ed un potenziale conflitto di interessi).

Una delle principali problematiche e motivi di tensione di questa commissione sarà quella del crescente sentimento Anti-UE che in molti stati ha movimenti politici organizzati e di grande consenso. Il caso dell’Ungheria è emblematico, ed all’Ungherese Novracsici è stata assegnata l’istruzione, cultura, gioventù e cittadinanza. Novracsics è molto vicino al presidente ungherese Orban, uno dei più nazionalisti ed Anti-UE e probabilmente nelle intenzioni di Juncker c’è anche quella di utilizzare il Commissario come testa di ponte per allentare le tensioni con il leader del governo ungherese cercando di alleggerire le sue posizioni sull’Europa. Stesso ragionamento vale per l’inglese Jonathan Hill ai servizi finanziari e mercato dei capitali che potrebbe dover avere il compito di riportare il Regno Unito verso il ripensamento sull’unione bancaria, da Londra rifiutato, ma fondamentale per il processo di integrazione europeo, anche facendo leva sul risultato incerto del referendum sull’indipendenza scozzese che molto preoccupa la City (e le società, ad esempio RBS ha dichiarato di trasferire la propria sede in Inghilterra in caso di vittoria del SI è come lei molte altre).

Infine, ma non per importanza, c’è lo spinoso, il più spinoso, nodo economico. Il nuovo Commissario agli affari economici sarà il francese socialista Pierre Moscovici, candidato sostenuto da Hollande, ma anche molto gradito all’Italia, in ottica anti-rigorista. Sembrerebbe di buon auspicio per un rinnovato approccio economico, in realtà la struttura con i nuovi VP sottopone Moscovici ad uno stretto controllo da parte del finlandese, erede di Olli Rehn, Jyrki Katainen VP per lavoro, crescita, investimenti e competitività e del lettone Valdis Dombrovski VP per euro e dialogo sociale, oltre che del Primo-VP Timmermans che si può pronunciate a tutto tondo. Essi sono annoverabili tra i falchi e perciò nelle grazie della Germania. Senza titolo di VP, ma sempre scrupolosa sui bilanci e propenso al rigore è anche la belga Marianne Thyssen, assegnataria della pesante poltrona di commissario per lavoro ed affari sociali.

La linea intransigente quindi ha saldi protettori e Francia ed Italia avranno difficoltà nel portare avanti l’idea di flessibilità in discontinuità col recente passato.
Il Cancelliere tedesco si è apertamente detto soddisfatto perché il rigore e la disciplina di bilancio, da non abbandonare, sono assicurati nella loro prosecuzione.

Ora v’è da capire quanto Juncker voglia mantenere la promessa di cambiamento fatta, ricordando gli obiettivi di crescita, lavoro, prosperità dei popoli, benessere, integrazione che sono pilastri del suo mandato. Con l’austerità tali obiettivi sono stati falliti, il risentimento contro l’Europa aumentato, il benessere come la fiducia nelle istituzioni mediamente diminuiti, gli investimenti sono scesi in molte aree e con la continuità cieca del rigore le cose non miglioreranno.
I conti vanno controllati, ma in questa fase altamente recessiva l’approccio deve essere resiliente ed adattarsi ai contesti dei quali si è solo una variabile dipendente. Gli scenari dirigono, le società si adattano, questo è il dogma da seguire.
Come detto dal neo-presidente, questa è l’ultima opportunità. O si imposta quindi un percorso di crescita o vi sarà la disgregazione dell’Unione, probabilmente non senza tensioni anche violente.

Importante sarà sicuramente il ruolo Franco-Italiano ed il semestre di presidenza italiano che purtroppo quando entrerà veramente nel vivo sarà ormai in dirittura d’arrivo (meno di due mesi effettivi di lavoro), ma soprattutto sarà decisiva la reale volontà di aprirsi a nuovi modelli di sviluppo ed economici. Questa volontà va perseguita in accordo ed in condivisione tra i 28. Il rilancio degli investimenti è fondamentale e se ne parlerà all’Ecofin di venerdì con proposte inerenti il ruolo della BEI provenienti da Italia, Francia ed anche Germania. Probabilmente non in quella occasione, ma rapidamente dovrà essere discusso anche il concetto di euro-bond.
La rigidità dei conti si è visto non consentire gli investimenti pubblici e privati necessari e reclamati da BCE e Bankitalia anche per via di un sistema bancario avaro di concessione di credito e qui si rimanda alla necessità repentina dell’unione bancaria e dia una armonizzazione normativo-fiscale.

Questo sistema eterogeneo oltre al vantaggio di una pluralità di visioni sempre positiva, mette di fronte al grosso rischio di rallentare immensamente ogni processo decisionale (un po’ come in Italia) soprattutto nelle sfere economica, di revisione dei trattati e di analisi/approvazione dei documenti di economia dei singoli stati (Italia sempre nel mirino), in un momento in cui la rapidità di reazione non è negoziabile.
Le sfide per questa Commissione non ancora insediata sono tante ed ogni sfida è vista in modo differente dai protagonisti, ognuno rappresentante di un qualche interesse che dovranno mediare e mettere in comune per la prosecuzione della strutturazione, ancora decisamente in fieri, e del futuro stesso dell’Unione Europea, che rischia di rimanere un embrione mai sviluppato completamente.

 10/09/2014
Valentino Angeletti
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Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata

Mancano le risorse, a questo leit motive siamo ormai abituati, stavolta si tratta di circa un miliardo all’anno da destinarsi a stabilizzare la situazione degli esodati e tutte quelle anomalia occorse a valle della riforma Fornero.
L’ipotesi avanzata dal Ministro Poletti, e non nuova al Premier Renzi ed ai suoi consiglieri che la proponevano già in campagna elettorale assieme alla revisione delle pensioni di reversibilità, sarebbe un intervento di prelievo sulle pensioni “più alte”.
Non quelle d’oro alle quali (oltre 90’000 € lordi) il prelievo è già applicato in eredità dai precedenti Governi come ricordato dall’ex Ministro Giovannini, ma a quelle del ceto medio, oggettivamente piuttosto vessato dalla crisi tanto da perdere il proprio status quo di benestante, benché non si debba dimenticare che chi non arriva a fine mese fa parte di un ben più basso ceto sociale.
Le cifre non ufficiali (il Governo ha fatto intendere che la definizione ORO dipende da dove si pone l’asticella, e questa è una scelta prettamente politica) che circolano spaziano da i generici (netti o lordi?) 3’000 € dei giornali più orientati a destra, ai 3’500 € netti e solo nel caso in cui la differenza tra contributi versati con il sistema retributivo e pensione percepita sia “elevata” delle fonti più vicine al PD.
Partendo dal presupposto che nel nostro paese, ove si sta riscontrando un pericoloso incremento del divario tra ricchi e poveri che spacca la società letteralmente in due, un’azione di pesante ridistribuzione della ricchezza è necessaria (Link disuguaglianza sociale: Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13, Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14, Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve 12/07/14) così come la presa di coscienza da parte di coloro che effettivamente risultano extra-tutelati ed ultra-avvantaggiati avviando una sorta di volontaria cessione di privilegi (in molti casi mai stati sostenibili) per assicurare un futuro alle nuove generazioni, riguardo all’ancora ipotetico provvedimento in questione vi sono molti dubbi.

Sia i partiti più orientati al centro destra, anche di Governo, sia i sindacati, sia innumerevoli esponenti del PD, hanno subito esternato perplessità e dissenso.

La tecnica del taglio dei salari e della tassazione in un momento recessivo non ha evidentemente funzionato né in Europa né in Italia, anzi ha acuito la povertà, il divario sociale e sostenuto la deflazione.

Il fine di questo provvedimento, per quanto sia un problema da risolvere, non è una misura per la crescita, per l’occupazione o per investimenti produttivi ad alto ROE, ma è il “mettere la pezza” ad un pasticcio all’italiana, un reagire e spendere senza ritorno, modalità che non avrebbe mai dovuto essere permessa, e che dovrebbe essere risolta in altro modo a cominciare dalla lotta all’evasione e corruzione per citare due esempi.

Altro elemento da considerare attentamente è che servono nell’immediato risorse non presenti. Tutti i provvedimenti, dalle riforme costituzionali – istituzionali, a quelli teoricamente più rapidi come la spending-review, un rinnovo delle politiche del lavoro e dell’occupazione, il pagamento dei debiti PA, il sostegno al credito, gli investimenti infrastrutturali e tecnologici, i progetti di ricerca, richiedono un fisiologico periodo per portare risultati concreti ed inoltre, come ricordato in più occasioni da Cottarelli, i proventi della revisione alla spesa non dovrebbero essere usati se non per investimenti produttivi (ma tipicamente di medio-lungo periodo) o per il taglio del debito, tuttora in crescita e tendente al 137%.
Come reperire quindi risorse per far ripartire subito l’economia senza attendere il delay temporale delle riforme e tappezzare alcuni buchi incresciosi?

Per prima cosa è necessario che Europa e BCE si mostrino più reattivi e capaci, perché senza un loro pesante intervento l’Unione rischia lo sgretolamento (in ogni caso, anche con un differente approccio economico non verranno giustamente mai consentite spese improduttive). A tal fine quindi il tavolo smentito dal Governo per dialogare con Bruxelles sull’applicazione della flessibilità non sarebbe una vergogna, sarebbe anzi auspicato ed estremamente utile soprattutto quand’anche coinvolgesse profondamente tutta l’Europa e la BCE, e neanche avrebbe motivo di essere così nascosto.

La seconda questione, lato Italia, deve affrontare il bisogno di risorse immediate (si parla di poche settimane). La spending-review rimane il fulcro, perché non possono essere più concessi certi sprechi sulle spalle della collettività, ma da sola potrebbe non bastare, richiedere tempo ed essere già blindata come impiego (debito, investimenti e lavoro). Vale la pena allora considerare un intervento condiviso, discusso ed elaborato assieme al popolo, che a valle del bonus Irpef aveva riacquistato un po’ di fiducia, sentimento iniziale da confermare (Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato 29/04/14), e che ora, con questo sgambetto sulle pensioni, con le clausole di salvaguardia minacciose all’orizzonte, con le accise, i bolli, le tasse SIAE sui dispositivi di memoria e via dicendo, rischia di sparire nuovamente preda dell’incertezza con conseguente, ulteriore, riduzione dei consumi (per quanto possibile).

Si potrebbe allora iniziare a ragionare senza ideologie preconcette sulla patrimoniale, ma con un aspetto di volontarietà. Servirebbero industriali, facoltosi ricchi, super manager e dirigenti, veri capitani coraggiosi (altro che Alitalia), in sostanza il 10% detentore del 50% del patrimonio nazionale (quindi 4’000 degli 8’000 mld € complessivi, ipotizzando 1% di contributo progressivo medio sarebbero 40 mld in poche settimane-mesi), che si proponesse di mettere a disposizione, una tantum, una certa percentuale dei propri averi per ridistribuire ricchezza, e provare a risollevare l’Italia.

Ovviamente e giustamente non possono farlo gratis, ma devono vedere una contropartita vantaggiosa; essa dovrebbe consistere in un piano industriale nazionale, una politica di investimenti, azioni sul mercato del lavoro, sul capitale umano e sulla meritocrazia, meccanismi di sostegno alle imprese ed all’economia, eliminazione della burocrazia, certezza delle norme e della giustizia, assieme ovviamente ad interventi radicali sul fisco. In sostanza dovrebbero avere evidenza di un piano che non sprechi il loro sacrificio in mille rivoli e che smetta di chiedere incessantemente risorse introducendo balzelli che tutto sommato spesso poco si discostano da delle minipatrimoniali con scarso o nullo effetto finale. Al tavolo dovrebbero parteciparvi attivamente gli elargitori e stavolta, essendo stata fino ad oggi incapace, dovrebbe essere la politica a farsi dirigere.
Così facendo se l’economia ripartisse gli stessi “benefattori” ne trarrebbero beneficio per loro e per le loro attività.
Si tratterebbe chiaramente di un fallimento dello stato, che forse è già avvenuto in più di una occasione, a cui porrebbe rimedio il privato; cosa non giusta ma che a questo punto pare inevitabile per innescare quello shock che né istituzioni nazionali, né istituzioni europee ne tanto meno BCE sono stati in grado di dare in tempo utile.
Si tratterebbe di un vero patto da rispettare ed onorare ed occasione per riguadagnare credibilità istituzionale.
Ad ipotesi simili del resto non si sono mostrati avversi alcuni importanti industriali che invece di delocalizzare puntano ancora sul paese, investono e non hanno la minima intenzione di andarsene, pur facendo dell’export la loro principale voce di profitto.
Sarebbe un gesto di redistribuzione volontario non fine a se stesso e per tanto inefficiente, ma studiato in modo da innescare quella ripartenza benefica che ha visto le istituzioni incapaci, lente ed egoiste nella difesa di vecchi baluardi e posizioni ideologiche, partitiche o di rendita.
Una rivoluzione proposta e portata avanti dal basso senza alcuna scusa per non essere implementata visto che sarebbe avanzata seriamente dai diretti interessati.

19/08/2014
Valentino Angeletti
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Riforme come quella del Senato sono importantissime; proviamo però ad inserirle in un ragionamento di respiro globale

Ormai ad ore verranno diramati dall’Istat i dati sul PIL italiano relativi al Q2. Le aspettative non sono alte, le stime sono state ritoccate da tutti gli istituti e gli analisti e difficilmente si potrà osservare un valore superiore allo 0.2-0.3%, in realtà Confindustria e molti giornali (Repubblica) già parlano di crescita zero, ossia di un PIL a 0 o addirittura a -0.1% che, dopo il +0.1% del Q1 ci getterebbe tecnicamente in recessione. In ogni caso se confermata la non crescita la proiezione per il Q4 2014 sarebbe di -0.1%, ovviamente con tutta la variabilità che può avere un dato simile. Per il 2015 invece si confermano le stime di crescita, ma, da impotenti testimoni, abbiamo potuto verificare che le rettifiche al ribasso sono ormai consuetudine, tanto da farci sorgere con un po’ di indignazione il quesito sull’utilità di tali previsioni e se possano essere utilizzate dagli addetti ai lavori per valutazioni e pianificazioni di strategie.

Questi dati si accodano a molti altri per nulla positivi come l’accesso al mercato del lavoro in particolare per i giovani, la desertificazione industriale e di risorse umane che sta colpendo in modo particolarmente drammatico il sud (a confermarlo ci sono i rapporti Svimez e CS-Confindustria), la continua difficoltà di accesso al credito per le imprese, il calo dei consumi, la tendenza alla deflazione che, come già in tempi meno sospetti riportato in queste pagine, ormai è ben più concreta di un semplice spettro con l’impoverimento economico che ne deriva, la stagnazione del mercato interno e dei consumi conseguenze di un potere d’acquisto delle famiglie in sostanza annullato, un export che tira in certi settori di nicchia ma che complessivamente non è ai livelli che dovrebbe avere un paese come l’Italia, una incapacità da parte di molte imprese e del paese stesso di creare valore aggiunto in conseguenza ad un certificato bassissimo livello di investimenti sia pubblici che privati in innovazione, infrastrutture, tecnologie. A ciò si aggiunge la macchina statale e burocratica pachidermica e spesso borbonica che assieme all’incertezza normativa, al peso fiscale, alle riforme economiche che agli occhi degli investitori “buoni” con mire industriali di medio-lungo periodo che tanto credito hanno riposto nel Premier fiorentino il quale ha posto altissima l’asticella delle aspettative, tardano ad arrivare; ben sapendo lor investitori che non sarà una partita semplice per il governo e che gli effetti non potranno essere immediati dovendo subire il fisiologico delay tra causa-effetto.

Il Governo attualmente sta lavorando con priorità sulle riforme costituzionali e delle istituzione, di certo anch’esse fondamentali per la Govenrance di un paese che non ha quella rapidità d’azione richiesta alle moderne democrazie e nelle moderne e competitive economie, ma estremamente difficili e divisive, tanto che si rischia di perdere, o dare agli investitori l’impressione di farlo, di vista l’obiettivo economico della crescita che come prima fase necessita di un intervento shock (anche qui più volte ribadito e per il quale il supporto della ECB è fondamentale).
Buoni risultati Renzi ed il suo Esecutivo li hanno ottenuti: la riforma del Senato potrebbe essere approvata in prima lettura già il 7 o l’8 agosto (ricordiamo però che sono necessarie 4 letture per una legge costituzionale); il bonus degli 80€ ha creato un clima di fiducia e dato fiato ad una certa fascia di persone, vi è però l’impossibilità di estenderlo ed una grande difficoltà nel rinnovarlo visto che sono in ballo 10 miliardi di €; i primi risultati derivanti dal processo civile telematico sono molto incoraggianti e pare abbiano snellito veramente tempi e costi. Ciò ovviamente non basta, e lo si disse fin dal varo del bonus Irpef, vista la situazione drammatica del paese.

Un esempio della ristrettezza dei margini del Governo è nella questione dei pensionamenti a quota 96, poi abolita, per circa 4000 insegnanti i quali, per un errore nel calcolo delle loro finestre di pensionamento ai tempi della Fornero, si sono trovati in un limbo lavorativo pur avendo maturato tutti i requisiti pensionistici e che ora dovranno continuare a prestare servizio. Il costo dell’intervento non è elevatissimo, circa un quarto di quanto esborserà il Portogallo per salvare Banco Spirito Santo (4.9 miliardi di €), ma come accade quando occorre reperire risorse aggiuntive, esempio classico è il periodico rifinanziamento della GIC, c’è da affrontare una complessa partita a Tetris.
Questa questione è costata anche lo scontro tra Cottarelli (in uscita alla volta del FMI?), commissario alla spending review, ed il Governo. L’abitudine di coprire spese con le stime della spending allontana la revisione della spesa dai suoi obiettivi ultimi di riduzione delle tasse e del debito. Il Premier assicura un intervento esteso, peraltro auspicabile, sulle pensione ed anche in tal caso le coperture sono identificate in tagli di spesa, un più basso livello dello spread, gettito IVA dovuto ai pagamenti delle PA; a ben vedere stime non facilmente quantificabili con precisione, pertanto difficilmente digeribili anche in Europa.

È evidente che la situazione è complessa, che in tale contesto non sarà possibile rispettare qui patti europee sottoscritti, non tanto per quanto concerne il rapporto deficit/pil, relativamente al sicuro anche grazie al nuovo calcolo europeo del PIL che entrerà in vigore da ottobre e che conteggerà le attività illegali certificate che innalzeranno il valore assoluto del prodotto interno di circa 1.7 mld € facendo “guadagnare” al rapporto deficit/pil un -0.1%, mai utile come adesso (ma quanto etico? Già grandi nomi mettevano in guardia sulla metodologia di calcolo del pil come indicatore di benessere collettivo ed economico), quanto per quel che riguarda il fiscal compact che per essere rispettato, supponendo un improbabile deficit non in aumento, richiederebbe una crescita costante tra il 2.6 ed il 3%, superfluo definirla fuori portata.
Il debito inoltre non pare affatto sotto controllo e tende al 137%, gli interessi costano annualmente tra gli 80 ed i 95 mld €, nel 2015 inizierà il rimborso dei titoli a più breve scadenza collocati nel 2011 con spread a 500 (partita che, secondo alcuni analisti potrebbe valere circa 200 mld) e le privatizzazioni risultano più difficili del previsto con Fincantieri quotata solo parzialmente (da oltre 600 mln a circa 400 mln) Poste, Enav rimandate e la vendita di asset come Grandi Stazioni e RaiWay in sospeso, tanto da ipotizzare la cessione entro l’anno di un 5% di Enel ed ENI, pezzi pregiati e più facilmente collocabili essendo già negoziabili su vari mercati azionari.

Come già citato tutto intorno all’Italia la situazione è variegata Usa, Uk, Spagna ad esempio sono relativamente ben impostati, la Germania sta rallentando, ma continua ad essere una locomotiva, il sud America vive una situazione molto complessa, con una situazione monetaria non facile ed il default dell’argentina, che sebbene non spaventi è da monitorare perché si sa che i capitali ormai viaggiano sulle fibre ottiche di internet e non è più necessario un Atlantico di mezzo a metterci al riparo da ripercussioni. La Cina viaggia sulla sua canonica percentuale di crescita attorno a 6.5% che più o meno soddisfa, mentre l’Africa, epurata del Sud Africa che già a vissuto un suo boom economico, crescerà attorno al 6-6.5% ma ovviamente partendo da una situazione decisamente arretrata.

Portando il focus sull’Europa, come citato in precedenza e come scritto i giorni scorsi, Spagna ed UK sono ben impostati, il Portogallo, del quale non va invidiata la situazione sociale al pari della Grecia, ha avuto la forza di sborsare, grazie anche ai nuovi meccanismi di salvataggio bancario elaborati dalla ECB, 4.9 mld € per il salvataggio di Banco Spirito Santo (noi ce l’avremmo fatta?), ma complessivamente l’Europa dovrebbe crescere attorno all’1%, meno del previsto.
Parlando di Europa non si può esulare dal discutere la questione esteri, una questione che risulta caldissima, con troppi fronti aperti e poca autorevolezza dell’unione nel gestirli.
Sono presenti la questione Libica, Israeliana, Irakena, se vogliamo Nigeriana, la Siria ed infine l’Ucraina. Tralasciando i drammi umanitari è innegabile che queste situazioni calde abbiano un notevole impatto economico sull’Europa per la questione energetica, per la gestione dei flussi migratori, per la maggiore difficoltà delle aziende (e di italiane ve ne sono molte) che operano in quelle zone.
Il caso dell’Ucraina è emblematico, analisti stimano che il costo delle sanzioni imposte alla Russia possano valere un ulteriore calo del PIL attorno allo 0.2-0.3% per l’area euro e dello 0.3-0.4% per la Russia (tour operators russi sono già falliti e sono stati sospesi i voli di una compagnia partner di Aeroflot) ovviamente in Europa le ripercussioni saranno eterogenee e l’Italia potrebbe essere una degli stati più penalizzati considerando gli alti rapporti commerciali con Mosca, la presenza di industrie italiane in territorio russo, la dipendenza energetica e, in riferimento alla questione libica e medio orientale, la posizione di snodo per i flussi migratori.
Di un simile indebolimento si avvantaggeranno gli USA, che potranno aumentare ulteriormente, e sfruttando anche il tema energetico, la loro influenza entro i confini europei e con quali sarebbe auspicabile riuscire a concludere almeno parzialmente i trattati TTIP, e la Cina che può fare il “doppio gioco” diventando un partner sempre più importante sia per la Russia che per l’Europa.

Fatto questo non esaustivo excursus per dare una idea della situazione globale che dobbiamo avere sempre in mente, risulta non meno che lampante che ben poca cosa sono i dissensi e le tensioni sul nostro Senato (per carità, importantissimo). Il non saper fare o il ritardare anche solo di un mese decisioni economiche critiche, potrebbero costare occasioni non più ripetibili.
Altrettanto chiaro è che il contesto richiede una forza italiana ed europea che ora manca e che va ritrovata con le vere riforme economiche e di Governace rivolte alla crescita, tanto a Roma quanto a Bruxelles. L’elenco delle azione da fare è lungo, sicuramente complesso, richiede volontà politica e reale desiderio di cambiamento e di abbandono di dogmi, privilegi, arroccamenti storici, ma fortunatamente è un elenco ben noto. A livello europeo vale la pena sottolineare come sia indispensabile un minor ricorso all’austerità ed una maggiore capacità di leggere i contesti economici adattando di conseguenza la politica economica con maggiore unione, cooperazione, integrazione e condivisione di rischi e benefici; ad esempio la revisione del fiscal compact in un momento come questo è un passo fondamentale per consentire, ad esempio all’Italia, di sviluppare un piano di investimenti che possano ripagarsi in termini di PIL, ma soprattutto di lavoro, indotto, aumento potere d’acquisto, aspettative ed opportunità per le persone, adeguamento della competitività del paese tramite il sostegno alle imprese private e tramite importanti adeguamenti infrastrutturali, energetici, tecnologici.

Il ruolo della ECB in un contesto similare entra prepotentemente sia per contrastare, cosa che ha come mandato, la deflazione con tutti quegli strumenti che dichiara di aver pronti, ma che ancora non ha deciso di utilizzare, sia per sostenere in modo immediato con misure di QE il mercato interno, l’export le attività delle imprese nei paesi in condizioni simili a quella italiana. Sarebbe la prima fase, quella shock, con impatto immediato sull’economia a valle della quale però è necessario un piano di investimenti concreto preciso e redditizio che rappresenti la fase di medio-lungo termine su cui creare la ripresa strutturale.

Un approccio europeo di cooperazione e condivisione è il solo che può rimettere l’UE in condizione di avere la possibilità di dialogare più o meno alla pari con gli altri competitori globali, i quali potrebbero anche essere in certi casi ostili, come potrebbe esserlo la Cina (ma non solo), ben venuta quando convoglia capitali finanziari e non speculativi, investe e permette la crescita ad aziende in difficoltà o in fallimento, ma che può avere mire di influenza verso una direzione a loro troppo favorevole nelle strategie, quando addirittura nelle politiche governative, andando a configgere con gli interessi dei paesi ospitanti.
Questa considerazione in Italia dobbiamo averla ben in mente anche se i vincoli di bilancio e la necessità di capitali ed investimenti esteri unita all’attrattività di molte nostre imprese, oggi ancora a buon mercato, ci rendono una preda interessante. Attualmente la soglia di pericolo è ancora lontana, nessun asset strategico è stato completamente ceduto, ma dopo l’ingresso dei cinesi al 30% in CdP-Reti, detentrice a sua volta del 30% di Snam ed a breve del 30% di Terna, al 2% in ENI, Enel, è stata la volta di Telecom, FCA, Prysmian sempre col significativo 2.001% che impone la comunicazione alla Consob, come dire che il segnale “mandarino” è stato lanciato: “l’interesse c’è, vi stiamo addosso, qui troverete capitale”, ma poi c’è da scommettere che il patto richiederà senza dubbio una contro partita. Notare i settori di investimento: Energia, Tecnologie ed Interne, Automotive, tutti settori sui quali, andando alla ricerca del primato assoluto, il paese dell’estremo oriente ha basato la sua esplosione economica.

Se le nostre vicende interne ci sembrano estremamente complesse, e non v’è dubbio che lo siano, avendo una visione più olistica di quanto si sta muovendo nel mondo è facile capire dove allocare le priorità immediate, e ciò vale tanto a Roma quanto a Bruxelles, perché pare proprio che in tutto questo fermento gli unici alla finestra, per volontà o per necessità, siamo noi europei.
È questo il ruolo che immaginiamo per l’Unione Europeo?
Se la risposta è no risulta quanto mai indispensabile darsi da fare con la massima urgenza.

Rapidità necessaria e cambiamento Europa
Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre
Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia
Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola
Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso
Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo
Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti
Dati economici che cominciano a preoccupare
Deflazione
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?
ECB
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva?
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Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti
La ECB verso lo stop all’acquisto di Bond?
Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già
Le misure di Draghi ci sono, con un ma….
Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole?

04/08/2014

Valentino Angeletti
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Attrazione capitali esteri e Lobbying (Spunto da “Il Messaggero”)

Porto l’attenzione su un al solito eccellente Gianluca Comin, Il Messaggero 29/07/2014, pg. 28:

Una moratoria legislativa per attrarre capitali esteri

Nell’articolo il giornalista mette in luce i “blocchi” del “Sistema Italia” sovente ancora barocco, che ostacolano l’attrazione di investimenti e capitali esteri nella misura che sarebbe consona ad un paese come il nostro (almeno allo stesso livello di Spagna dove pure la legislazione non è così stabile, ne è un esempio la tassazione sulle aziende energetiche; Germania e Francia).
Un punto sollevato è la distanza tra istituzioni pubbliche e policy makers rispetto alle aziende che spesso hanno una visione molto più chiara, strategica e concreta delle difficoltà burocratiche/normative nell’intraprendere nel senso lato del termine. Difficoltà che ovviamente anche i top manager stranieri incontrano ed a causa delle quali evitano in molti casi di investire nel nostro paese.
Mi chiedo se una regolamentazione ufficiale e più trasparente dell’attività di lobbying, come avviene in EU ed in molti Stati europei e non europei (recentemente una primordiale regolamentazione è stata introdotta in Romania ad esempio) possa aiutare ad avvicinare il pubblico al privato per convergere, con la contaminazione e condivisione di esperienze e visioni, verso una macchina normativa e burocratica che invece di ostacolare incentivi, come del resto dovrebbe essere, l’approdo di attività straniere nel nostro paese.
A ciò si rivolgeva il piano Destinazione Italia, encomiabile tentativo, ricco di spunti interessanti, ma, in modo similare a quanto accaduto per l’Agenda Digitale (AD), finito un po’ nel dimenticatoio nonostante l’importanza fondamentale del pacchetto di misure, così come dell’AD d’altronde, per la competitività italiana.

Da augurarsi sicuramente la soluzione degli annosi problemi del nostro paese (anche qui più volte portati in luce e menzionati) ai quali il Governo Renzi sta cercando faticosamente di porre rimedio, ma anche una seria e trasparente regolamentazione della relazione tra industrie e governo-entità legiferanti, altresì detta lobbying, tema che l’attuale esecutivo si era proposto di affrontare, dalla quale possono di certo scaturire vantaggi per le aziende stesse, per la competitività del paese in grado così di attirare aziende estere ed essere più snello ed efficace e per i consumatori beneficiari di una maggiore concorrenza.

29/07/2014
Valentino Angeletti
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