Archivi della categoria: Crisi

Soluzione greca lontana, parti distanti, tempi stretti ed euro pochi

Tsipras-Varoufakis“Il destino della Grecia è solo nelle sue mani”. Con questa frase il Governatore della BCE Mario Draghi ha descritto la situazione greca andando a significare ed a sottolineare come, lato istituzioni Europee (Ex Troika o Bruxelles Working Group che dir si voglia), il possibile è già stato fatto.

In tal senso, dal punto d’osservazione istituzionale, è chiaro come il destino della Grecia dipenda da Atene stessa: accetti il programma di riforme richiesto dall’Europa o ne presenti uno che ne ricalchi i dettami, e le tranche di aiuti saranno consegnate nelle mani di Varoufakis; in caso contrario non pare più esserci margine di trattativa. Viceversa è evidente che il destino, forse dell’intera Europa, ma sicuramente dello scenario economico finanziario dell’immediato futuro, è strettamente legato all’evolversi della vicenda greca. La dimostrazione è stata la violenta reazione dei mercati che ha seguito gli aggiornamenti provenienti da Washington dove si teneva il summit finanziario tra i Ministri delle Finanze europei, BCE ed FMI.

Probabilmente la notizia che le piazze finanziarie, ai massimi da svariati mesi/anni e pesantemente bisognose di giustificare una massiva presa di profitti ed uno scaricamento degli oscillatori, hanno colto al volo per stornare con decisione e per innalzare in modo generalizzato il livello degli Spread, è stata quella secondo la quale nella casse di Atene rimarrebbero appena 2 miliardi per il pagamento di stipendi e pensioni, con alle porte due importanti tranche di rimborso: 2.5 miliardi di € al FMI entro maggio-giugno e 7.5 miliardi alla BCE entro luglio-agosto. La notizia, subito smentita da Atene, effettivamente pare non essere troppo fondata poiché fu proprio il Ministro ellenico Varoufakis, pur mantenendo il consueto ottimismo poco oggettivo e poco avvalorato dai fatti, a dichiarare che difficilmente la soluzione all’impasse potrà avvenire all’Eurogruppo del 24 aprile, di sicuro si dovrà attendere almeno la fine di giugno.

È dunque ipotizzabile che almeno fino alla fine di giugno Atene sia in grado di onorare i propri impegni considerata l’assoluta intransigenza di BCE ed FMI sulle riscossioni che gli spettano. Secondo la testata tedesca Spiegel alla Grecia starebbero per arrivare in soccorso la Russia, che verserebbe 5-5.5 miliardi per i diritti di passaggio del nuovo gasdotto Turkish Stream, e Pechino, interessata a prendere parte ai processi di privatizzazione, tra cui il porto del Pireo, che l’UE chiede fortemente a Tsipras, per una quota di 10 miliardi di provenienza cinese. Se queste siano illazioni senza fondamento oppur realistiche, allo stato attuale delle cose, non lo si può sapere, certo è che nell’orbita degli interessi di Mosca a Pechino, che pure con diplomazia hanno smentito ufficialmente un simile supporto economico, vi è sicuramente lo Stato ellenico.

Lo scenario rimane bloccato e senza segni che lascino presagire sviluppi immediati. La posizione delle istituzioni è nota: intransigente ed in attesa della lista delle famose riforme che vadano a sostituire quelle presentate da Tsipras e Varoufakis non soddisfacenti per la loro genericità e difficoltà nell’essere quantificate oggettivamente in termini di introiti effettivi. La Grecia invece, per bocca dei sui leader Tsipras e Varoufakis, continua a non voler mollare. Del resto le promesse fatte in sede elettorale non possono essere disdette e nel paese cominciano a riaccendersi le tensioni, in particolare tra anarchici e polizia che sono venuti i contatto anche nei giorni scorsi. Varoufakis addirittura talvolta pare cadere in un ingiustificato eccesso di sicurezza ed emanare una lontananza dalla difficile realtà sia della trattativa sia del suo paese. Fuori luogo infatti è sembrata la risposta “radioso” alla domanda su come percepisse il futuro greco fatta da alcuni giornalisti a Washington. Ci sono poi i mercati in attesa di notizie ed illazioni per giustificare i propri movimenti ed a poco servono gli ammonimenti e le messe in guardia di Draghi indirizzate a coloro che vorrebbero speculare contro l’Euro.

Sullo sfondo vi è il futuro economico, istituzionale e politico dell’Europa. Le opzioni sono limitate: o la Grecia accetta le riforme, ma al momento non pare intenzionata a scendere a compromessi visto che è stato confermato l’innalzamento dei livelli dei salari minimi ed in programma rimangono l’aumento delle pensioni ed il reinserimento della tredicesima ai salari più bassi, tutte misure draconiane di riduzione salariale e di taglio lineare inserite dal precedente governo; oppure si prospetta l’insolvibilità di Atene. Questa seconda ipotesi lascia il campo a due strade, il default con mantenimento della moneta unica ovvero l’uscita dall’Eurozona.

Le istituzioni ed il Ministro italiano dell’economia Padoan cercano di tranquillizzare, assicurando che le misure prese dall’Europa sono in grado di sopportare un eventuale default ellenico e secondo il Ministro Italiano l’Italia è al sicuro da un eventuale contagio. L’approccio votato, forse oltremisura, all’ottimismo che i leader politici sono soliti trovare in questi grandi eventi istituzionali (forse coadiuvati dalle tartine al salmone) è dimostrato dalle parole di Pier Carlo Padoan, secondo le quali il debito italiano sarebbe sotto controllo e non in crescita…. In realtà gli ultimi dati Istat indicano un nuovo massimo storico a 2169.2 mld: altro che in fase di stabilizzazione! Così come la situazione ellenica e ben lungi dall’essere sotto controllo.

Un “semplice” default probabilmente è davvero sopportabile e, pur nel segreto che cela operazioni simili, a questa via pare si stia preparando la Germania della Merkel. Differente invece il discorso di un’uscita dall’Euro che sarebbe un “precedente” tale da dare il liberi tutti a mercati e speculatori con primi target verso Italia e Spagna. Rispetto a questa seconda via stanno prendendo contromisure nella City londinese importanti istituti finanziari, ben consci che sarebbe una situazione non indolore neppure per loro che eppure all’Europa non sono legati dalla valuta comune. Ovviamente BCE ed istituzioni, con Draghi sugli scudi, cercano di rassicurare gli animi, asserendo che l’Euro è irreversibile e che anche nel malaugurato caso di “incidente GrExit” l’UE ha raggiunto un livello di solidità tale da poterlo metabolizzare. Difficile credervi, le potenze finanziarie pronte a scagliarvisi contro sono molto più forti, la reputazione europea verrebbe asfaltata più di quanto già non lo sia e le parole successive dello stesso Governatore BCE , confermando i timori e gli scenari preoccupanti riportati sopra, paiono più realistiche:

“L’incidente ci farebbe entrare in un territorio inesplorato ed ignoto”.

Mancano poche settimane e non conviene più a nessuno protrarre oltremodo questo stillicidio. Va necessariamente trovata una soluzione definitiva, alcuni non fanno altro che attendere lo sfacelo, ma molti altri, in Grecia soprattutto, stanno lottando per la sopravvivenza e contro la povertà. A questo punto un po’ di egoismo lo si può conferire anche al comportamento dei leader greci e l’Europa da par suo non può continuare una intransigenza che è stata complice di un avvitamento perverso del malessere sociale. Le soluzioni possibili non sono molte e l’uscita della Grecia dall’Euro, a mio insignificante modo di vedere, sarebbe l’inizio della fine dell’esperimento europeo. Nonostante tutto le poche vie percorribili ed in grado di offrire qualche possibilità di esito positivo paiono bloccate da ostacoli insormontabili ed i viandanti poco determinati ad operarsi per renderle nuovamente agibili.

19/04/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Annunci

La lotta dei dati tra Governo ed istituti di statistica

Con l’ultima serie di dati del 2014 diramati dall’Istat riguardanti lo stato economico dell’Italia, l’istituto di statistica ha aperto la manopola dell’acqua gelida sulle nude spalle del Governo proprio in un momento in cui l’Esecutivo cercava di infondere la sensazione che l’inversione del trend economico negativo fosse ormai alle porte cercando tra l’altro di supportare la tesi con elementi numerici, vale a dire dati.

Il Governo aveva enumerato in 79’000 i nuovi contratti a tempo indeterminato derivanti dai primi due mesi di decontribuzione fiscale triennale per le aziende in caso di instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato (link). Dopo poco si è poi intuito e verificato che molti di essi erano trasformazioni di partite IVA, contratti precari o determinati già in essere, in seguito si è poi fatto notare come quel numero andrebbe confrontato con le cessazioni di contratto del medesimo periodo. Da ciò il risultato è stato che in gennaio e febbraio i nuovi contratti indeterminati sono stati 79’000 le cessazioni circa 40’000, dei 39’000 rimasti le trasformazioni sono state oltre il 50% andando quindi a ridurre il numero di nuovi posti di lavoro, elemento di maggiore interesse.

Effettivamente questo è avallato dai rapporti Istat che indicano una diminuzione degli occupati ed un aumento dei disoccupati e degli inattivi cioè coloro che non sono impegnati in cerca di occupazione, nonostante siano inoccupati.

La spesa pubblica secondo Ministero delle Finanze ed Istat è aumentata, portando il rapporto deficit/PIL di nuovo al limite europeo del 3% con i rischi di vedere ridurre i margini di flessibilità applicabili all’Italia e soprattutto lo scatto delle clausole di salvaguardia su IVA ed accise che sarebbero un colpo da KO ai consumi e probabilmente anche alle entrate fiscali del governo centrale ed enti territoriali, conformemente a quanto asserito dalla teoria di Laffer e dalla sua famosa curva, mai dimostrata ma sempre verificata nei fatti come una congettura matematica. Ciò va in netta contrapposizione all’obiettivo apertamente espresso dal Governo di tagliare la spesa ed i costi centrali e locali, operazione che avrebbe consentito di evitare le temibili clausole inserite nel DEF.

Le retribuzioni medie si attestano su 20’600 € per i dipendenti e 17’650 per gli imprenditori, 16’280 per i pensionati e 35’660 per i lavoratori autonomi. I livelli sono i più bassi tra i paesi “industrializzati” con un costo della vita confrontabile. Interessante è il divario tra i dipendenti e gli imprenditori in favore dei primi rispetto ai datori, il che è probabile che indichi una forte tendenza all’evasione. Le dichiarazioni dei redditi oltre 50’000 € sono il 5% del totale mentre coloro che dichiarano oltre 300’000 € sono solo 30’000. Nonostante quindi le intenzioni di redistribuzione del reddito avanzate dall’Esecutivo, tale redistribuzione (necessaria da tempo, Link) non è ancora avvenuta, anzi pare che il divario sociale stia pericolosamente aumentando andando a tendere verso una situazione in cui i super ricchi lo diventano sempre di più mentre i poveri aumentano, diventano sempre più poveri ed includono anche ex membri della classe un tempo media ed agiata ora in via di estinzione.

La pressione fiscale è salita al 48.3% con il picco oltre il 50% a fine anno. Il numero di contribuenti è diminuito di 425’000 unità di cui 334’000 lavoratori dipendenti, al contempo anche i pensionati sono diminuiti di 168’000 unità. Ciò conferma l’aumento della disoccupazione e la diminuzione dei contribuenti fa si che coloro che pagano realmente il fisco debbano accollarsi percentuali ancora superiori al 50%. Se poi si considera che l’80% della pressione fiscale ricade su dipendenti e pensionati che hanno aliquote fisse in proporzione al reddito, mediamente basso e non eludibile, ne segue che la pressione sui piccoli artigiani, partite IVA, commercianti, autonomi, imprenditori che hanno l’onesta di onorare all’erario tutto il dovuto arriva a percentuali molto superiori al 50% fino al 68-70%. Anche in tal caso il dato è in conflitto con le dichiarazioni del Governo, secondo cui, principalmente a causa degli 80€, la pressione fiscale è sensibilmente diminuita. Per l’Istat invece gli 80€ sono ascrivibili alla spesa pubblica e non una riduzione della tassazione. Inoltre anche se il bonus Irpef fosse considerato sgravio fiscale, sarebbe limitato ad una stretta platea di contribuenti, andando ad escludere nuovamente autonomi, professionisti, artigiani che rimangono coloro i quali, se onesti, pagano di più, e pure pensionati.

Ora va detto che i dati, per tutti coloro che sono abituati in qualche modo a trattarli, e siamo la maggior parte delle visto che ci confrontiamo quotidianamente con loro, da una semplice bolletta alla costatazione dell’aumento dei prezzi nel supermercato sotto casa, sono elementi incontrovertibili, oggettivi, quasi assiomatici, indiscutibili. Vi è poi la loro interpretazione che può variare. Per fare un banalissimo esempio l’aumento del costo del caffè al bar può essere imputato alla bramosia del barista oppure si può ipotizzare che il fornitore di caffè abbia aumentato il costo della materia prima e così il barista abbia optato di preservare il proprio margine accollando l’aumento sul consumatore finale. L’oggettività del dato, ossia l’aumento di prezzo della bevanda, non è in discussione, è una costate.

Quello che invece spesso accade, come in questo caso, tra il Governo e vari istituti come Istat, camere di commercio, patronati del lavoro e via dicendo, che per mestiere forniscono dati, è che si discuta la veridicità del dato stesso o delle metodologie. Cosa incomprensibile visto che si sta parlando di istituti professionali.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca diceva un saggio e vista la frequenza di letture discordanti e rilevazioni presentate in modo sospettosamente parziale sembrerebbe quasi che si voglia presentare, peraltro con eccessiva faciloneria, una situazione molto migliore di quella che è nella realtà dei fatti. Mai come ora è necessario che il Governo sia chiaro con i cittadini i quali hanno già perso la fiducia nelle istituzioni e sono ormai predisposti, non proprio a torto visti i precedenti, a pensare male. L’esecutivo non può permettersi di poter essere sospettato di voler ingannare una popolazione che finora è stata la sola a dover accollarsi il peso della crisi: questi cittadini vanno rispettati e messi di fronte alla verità, bella e brutta che sia. In caso contrario la fiducia calerà ancora e non sarà più recuperabile. Detto ciò poi l’Esecutivo non può pensare che in condizioni di pressione fiscale, occupazione, evasione simili sia possibile parlare di inizio della ripresa, siamo ancora ben lontani dalla vera ripresa nonostante congiunture macroeconomiche momentanee potenzialmente molto favorevoli. Indispensabile è dunque evitare innanzi tutto le clausole di salvaguardia, lottare l’evasione e dare il via a vere politiche per il lavoro e di redistribuzione delle ricchezze. Le vie per conseguire simili obiettivi ci sono, sono note e ripetute da tempo, sono molteplici, ma tutte necessitano di quella volontà politica fino ad ora latitante e la cui assenza ha contribuito ad aggravare lo stato di crisi già di per se drammatico per quanto il corollario globale ha imposto con violenza.

 

03/04/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Lavoro ed investimenti, il filo che lega Coalizione Sociale di Landini e l’inchiesta “Sistema”

Il movimento di Landini, Coalizione Sociale, non è ancora nato e nemmeno si sa che obiettivi abbia.

Nonostante la fitta nebbia che ancora l’avvolge, tale iniziativa è già stata misconosciuta da tutte le forze che possono ricondursi alla sinistra eccezion fatta per SEL.
La CGIL non si è sentita di dare appoggio anche solo verbalmente a Landini e la stessa Camusso ha preso posizione contraria rincarando la dichiarazione ufficiale del portavoce nazionale del sindacato.
Il PD ha preso le distanze, e non solo quello renziano che era ovvio si sarebbe contrariato visto l’accantonamento dell’amore tra Premier e Segretario Fiom dei primi minuti al quale ora è preferita di gran lunga la partnership con Marchionne, anche nella sua componente DEM dei vari Civati, Cuperlo, Bersani, Mineo, D’Attorre, Chiti che ormai devono prendere atto di non essere più né influenti né considerati all’interno del partito del quale fanno ancora parte e che taluni di loro hanno contribuito a fondare.
Anche nell’aria DEM del PD le posizioni su come portare avanti i propri valori ed ideali politici di sinistra sono molto differenti: i più moderati facenti capo al nostalgico della ditta ormai inesistente Pierluigi Bersani vorrebbero esercitare dall’interno la loro influenza, mentre l’aria più Civatiana sarebbe anche disposta a valutare la fuoriuscita da un partito oggettivamente agli antipodi rispetto a quello di appena qualche mese fa.

Non c’è dubbio che i tempi cambiano e chi non sa capire il cambiamento ed adattarsi si farà fagocitare da esso subendolo inerme.

Incredibile e sorprendente come nella sinistra non ci sia capacità di unirsi e formare una coalizione politica degna di tale nome e che possa ambire ad un certo seguito, ovviamente a tutto vantaggio degli avversari.

La leva con la quale è stato aperto il vaso di pandora della furia landiniana è stata il lavoro. Strettamente legato al lavoro ed alle battaglie sia sindacali che industriali che della società civile più in generale sono la lotta alla corruzione, le pari opportunità nell’accesso al mondo del lavoro e la meritocrazia per consentire la scalata sociale che negli USA, alimentata dall’ambizione di crescita personale che può trovare riscontro nel sistema a stelle e strisce, è il motore trainante del PIL.
Proprio poche ora dopo la presentazione di “Coalizione Sociale” è emersa una nuova inchiesta “Sistema” riguardante ancora una volta corruzione, tangenti, turbative d’asta e grandi lavori pubblici. Non se ne sentiva di certo il bisogno poiché solo pochi mesi fa sono emersi episodi di corruzioni in merito all’EXPO 2015 su cui siamo osservati e misurati a livello mondiale e sul Mose di Venezia che ha comportato le dimissioni dell’ex sindaco Orsini ed il commissariamento della città. Proprio l’entità del problema ha spinto il Premier Renzi ad istituire un apposito Commissario Speciale anti corruzione: Raffaele Cantone.
L’indagine sistema va a toccare un’opera spesso al centro delle cronache, la TAV e nella fattispecie il tratto nella zona di Firenze. Ad essere coinvolti sono in tutta Italia circa una cinquantina tra manager pubblici, privati e membri delle istituzioni. Il protagonista indiscusso della vicenda è Ettore Incalza, un nome importante, non per il riferimento all’ellenico eroe (tra l’altro in questo periodo meno si ha a che fare col Peloponneso e meglio è), ma perché il settantenne Incalza è un personaggio noto nei palazzi romani, è colui che da decenni gestisce tutti i lavori pubblici, gli appalti e le grandi opere; è passato da governi di destra e sinistra mantenendo la sua posizione di prestigio e collocandosi in vari enti dalla cassa del mezzogiorno, all’amministrazione della TAV fino a divenire capo della Commissione del Ministero delle Infrastrutture. Evidentemente egli possiede una fitta rete di conoscenze e contatti nel mondo privato, pubblico e politico, una influenza enorme che testimonia come la burocrazia-tecnocrazia nascosta e poco presente nelle cronache e negli sguaiati dibattiti politici del quotidiano sia colei che in ultimo spinge ed indirizza le decisioni politiche. I governi restano, ma quelli che in senso spregiativo sono definiti i boiardi di stato invece rimangono e continuano imperterriti la loro azione.
Ad essere rammentati nella vicenda, non indagati, vi sono il Ministro Lupi ed il figlio Luca che avrebbe ricevuto regali e favori, oltre a Lupi, i cui rapporti con Renzi sembrano in via di rottura pur attendendo giustamente l’esito del percorso indagatorio, alcuni giornali fanno il nome di Alfano, ambedue sarebbero stati menzionati durante una telefonata intercettata. Sono poi presenti altri personaggi molto noti nell’ambito delle grandi opere pubbliche, decisamente meno alla cronaca del quotidiano. Per approfondire si rimanda all’articolo dell’agenzia ANSA (Link Ansa).

L’assenza di investimenti sia pubblici che provati rappresenta una piaga per l’Italia, in un certo senso certificata dall’Unione Europea, da Bankitalia e dalla BCE, queste vicende di corruzione e di appalti truccati inficiano la capacità di attirare capitali privati perché la corruzione è una delle peggiori piaghe che potenziali investitori vedono nel nostro paese (lo ricorda anche Nouriel Roubini dal Forum Ambrosetti) e perché i capitali pubblici investiti vengono sprecati e dirottati in mille rivoli di illegalità, col risultato che il costo medio al Km della TAV in Italia risulta, nella migliore delle ipotesi, doppio rispetto a quello di una analoga infrastruttura tedesca. Non è poi raro, come nell’indagine “Sistema” che i rincari una volta individuato il “giusto” appaltatore possano arrivare fino al 40%.

Evidentemente simili aspetti sono strettamente correlati anche al tema del lavoro, in primo luogo le ditte, le aziende e le imprese oneste non sono fin da subito della partita in quanto gli assegnatari dei lavori sono già definiti, viene dunque meno la sana e leale concorrenza e competizione, ed in secondo luogo le persone che sono chiamate a fornire prestazioni all’interno dell’immenso indotto che si crea attorno alle grandi opere non sono scelte con adeguati criteri. Anche l’indagine “Sistema” come le precedenti, mostra un reticolo di promozioni, collocamenti in posizioni più o meno prestigiose, regalie, poltrone create ad hoc o assegnate a persone specifiche andando così a collocare in caselle talvolta chiave non i più meritevoli, ma quelli “del giro” (già si scrisse in merito a ciò una sorta di sfogo: Tangenti Expo 2015 …. amara conferma che per “noi” non c’è spazio) con ulteriore spreco di soldi pubblici ed a tutto discapito dei risultati ottenibili sia nell’immediato e direttamente connessi all’opera in questione, sia nel futuro perché queste persone continueranno ad esercitare il loro potere, ed una volta entrati all’interno di una certa cerchia le trasmigrazioni tipicamente in crescendo verso posizioni sempre più delicate e ben retribuite sono quasi una naturale progressione, perseguitando così a precludere opportunità a coloro che per curriculum o meriti sul campo ne avrebbero diritto.

La corruzione e le pari opportunità nel mondo del lavoro, così come la crescita e l’escalation sociale sono valori cari tanto al sindacato quanto alle imprese e lo dovrebbero essere anche ai cittadini, per realizzare le proprie ambizioni, ed allo stato per conferire al PIL quella ulteriore spinta presente negli USA, che pur nelle contraddizione sussistenti oltre oceano, dal punto di vista delle opportunità è un sistema aperto e lontano dalla caste di illegalità oggettivamente comuni nel nostro paese.

Ciò che fa più indignare è che fatti simili non sono nuovi (scrivemmo in merito ad Expo, Mose e Mafia Capitale svariati pezzi, a fondo pagina i Link) così come non sono sconosciuti a chi è del mestiere i protagonisti che delinquono: anche nell’ambito dell’illecito i loro curriculum sono di “tutto rispetto”, anzi sono stimati e ricercati da coloro che cercano appoggi. Incalza ad esempio è sulla cresta dell’onda almeno dal 1990, e non è nuovo a vicende giudiziarie. Secondo “Il Giornale” il manager è stato processato ed assolto per 14 volte, è stato coinvolto nei lavori di Italia 90, nel G8, nel Mose, in Expo, nella costruzione del porto di Olbia e nella realizzazione dei grandi passanti autostradali come la Salerno Reggio Calabria ed il tratto Orte-Mestre. Nel 1996, Governo Prodi, con Antonio Di Pietro come Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Incalza fu cacciato, segno evidente che il suo operato era noto alla politica e che non servono ulteriori controlli e leggi se si applicano e si fanno rispettare quelle esistenti (come già scritto : I controlli su Expo 2015), salvo poi rientrare nel successivo Esecutivo Berlusconi. Da allora è sempre rimasto al suo posto fino a dicembre 2014 quando, oltre settantenne, non gli fu rinnovato il contratto dal Governo Renzi (forse per via dell’età o forse perché qualche indiscrezione sull’indagine in corso era già trapelata). Alcune voci riportano che attualmente svolga attività di consulenza per il Governo, tesi smentita dal sottosegretario Del Rio. Comunque va fatto presente che “Il Fatto Quotidiano” svariati mesi prima del dicembre 2014 aveva già fatto notare come sarebbe stato opportuno allontanare il manager dai ministeri.

È chiaro, comprensibile e triste come senza risolvere questi problemi non sia possibile lo sviluppo del sistema paese, l’attrazione di investimenti e la crescita delle persone, vero capitale umano su cui puntare per la ripresa economica e per la creazione di quel nuovo paradigma fatto di sostenibilità ambientale, umana ed economica che tutti menzionano ma ancora ben lontano dall’essere concepito.

Alcuni buoni segnali vi sono sul fronte anti corruzione, infatti è stato presentato ieri in Parlamento con discussione prevista per la prossima settimana l’Emendamento dell’Esecutivo al DDL Anticorruzione ove sono state inasprite le pene per corruzione, turbative, falso in bilancio e che il Governo dovrebbe riuscire a far passare grazie ai voti di SEL (e non dell’alleato NCD a meno di un cambio all’ultimo minuto) testimoniando come Renzi possa contare su varie maggioranze mobili.

Sul fronte lavoro invece Tito Boeri, neo amministratore dell’INPS, fa notare come nei primi 20 giorni di febbraio le richieste di decontribuzione da parte delle aziende per la trasformazione (o nuova assunzione) di contratti precari in nuovi contratti a tutele crescenti siano arrivata a toccare 76’000. Per la maggior parte è pensabile che si tratti di trasformazioni di contratti già esistenti e non nuovi posti di lavoro, ma indubbiamente (pure con le precisazioni da farsi sul Jobs Act ed il mercato del lavoro presenti ai collegamenti di seguito) per coloro che si vedono trasformare un contratto precario con tutte le sue aleatorietà in uno a tutele crescenti, protetto da più garanzie, è una buona notizia.

Link su Mose, Expo, Mafia Capitale:

  1. Expo2015, Mose e gli investimenti esteri vanno a picco…
  2. L’ Expo 2015 e la credibilità da conquistare
  3. Il sottile filo conduttore tra mafia capitale, rapporto Censis 2014 e declassamento S&P
  4. Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità
  5. Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE
  6. Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno….
  7. Velleità di Landini: fuoco di paglia o controparte tale da non poter essere ignorata?
  8. La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…

qeIl conto alla rovescia in attesa dell’ultra menzionato QE-BCE è agli sgoccioli. Il Direttivo della Banca Centrale Europea ha infatti annunciato l’avvio del piano per lunedì 9 marzo, come da ultimi pronostici. L’entità rimane confermata a 60 miliardi al mese fino a 1140 miliardi complessivi (19 mesi), ma con possibilità di prolungamento “ad libitum” fintanto che il target di una inflazione, attualmente a zero, inferiore ma prossima al 2% non sia raggiunto. Teniamo bene a mente che inflazione e stabilità dei prezzi, ossia il mantenimento di un adeguato rapporto tra Euro ed altre valute, sono i reali obiettivi di questa manovra di espansione monetaria. Gli asset acquistati saranno titoli di stato (anche con rendimento negativo fino a -0.2%, che è il rendimento dei depositi presso l’istituto di Francoforte) ad esclusione delle emissioni di paesi con rating basso o junk, ABS e covered bond aventi rating almeno mezzanino (si escludono pertanto titoli spazzatura). Il vincolo sul rating imposto esclude dal programma la Grecia e la possibilità di acquistare bond con rendimento negativo include nel piano l’acquisto di Bund tedeschi, che rappresenteranno la maggiora parte dei titoli sovrani.

Escludere la Germania dal piano di acquisto era all’atto pratico impossibile, primo perché per vincere l’ostilità della Germania una contropartita era necessaria, sappiamo bene che a costo zero la Germania non si sposta dalle proprie posizioni; secondo perché l’ammontare degli acquisti è ripartito in modo direttamente proporzionale alle quote di BCE detenute da ciascuna banca centrale nazionale e la Germania è la maggior azionista della BCE. Risulta pertanto che, nonostante l’ostracismo tedesco e dei falchi nordici al seguito solo in ultimo vinto, i tedeschi saranno coloro che più beneficeranno di questa misura. Non ne beneficerà invece la Grecia a causa del suo rating, alla quale però la BCE ha allargato la linea di credito di emergenza fino 100 miliardi, il 68% del Pil ellenico, caso unico in Europa, tanto che questa circostanza ha spinto il Governatore Draghi a dichiarare ironicamente che la BCE è diventata una sorta di Banca Greca.

Dal mio punto di vista con gran ritardo, perché se QE doveva essere considerando le condizioni recessive ampiamente manifeste avrebbe dovuto esserlo fin da subito, il QE partirà e sono state superate, non senza pagare loro pegno, le resistenze nordiche di quattro anni.

Nonostante la Germania sarà la più grande beneficiaria del QE, anche durante il Direttivo non sono mancate le critiche da parte di esponenti tedeschi, che quantomeno avrebbero posticipato l’operazione facendo fare alla ripresa (o meglio ripresina) il proprio corso (non capisco come si possa pensare di rivedere in tempi ragionevole l’inflazione al 2% senza interventi esterni). La BCE invece si è mostrata decisamente ottimista ed ha rialzato le stime di crescita del PIL dell’Eurozona a 1.5% per il 2015 ed a 1.9% per il 2016 con una inflazione che rimarrà bassa ancora a lungo, sfiorando il target nel 2017 quando è prevista all’1.8%. Questi dati si riportano solo per completezza di informazione, ma mi auguro che abbiamo imparato a diffidare dalle previsioni, normalmente riviste più e più volte, tanto più in uno scenario delicato e fluido su molti fronti come quello in essere dove basta davvero un batter d’ala di libellula per scatenare reazioni impreviste, imprevedibili e d’ingente entità. Questo ottimismo è in parte dovuto ai risultati già messi a segno dall’annuncio del QE ancora prima che esso venga davvero implementato: l’Euro si è ribassato notevolmente nei confronti del dollaro, i mercati (come di consueto anticipatori) hanno messo a segno discreti rialzi a cominciare dai titoli bancari, i Bond di debito sovrano dell’area Euro hanno ridotto i loro spread.

Appurato ciò è altresì doveroso fare alcune considerazioni, perché c’è il rischio che l’effetto dei QE sia in realtà meno vigoroso e decisivo di quanto supposto e la liquidità immessa potrebbe non confluire all’economia reale.

Innanzi tutto va ricordato che l’obiettivo del Quantitative Easing non è far confluire liquidità alle imprese, agli investimenti, ai privati, bensì supportare inflazione ed Euro; l’equazione non è affatto immediata o semplice. Ne abbiamo avuto chiaro esempio con gli strumenti monetari messi in campo negli anni addietro e che in parte contribuiscono a farmi affermare che sarebbe stato meglio tentare (sempre di tentativo è giusto parlare) fin da subito con un QE: i prestiti erogati a tassi attorno all’1% da Francoforte alla banche sono stati utilizzati non per dare credito, ma per acquisto di Bond dai rendimenti anche 4 o 5 volte superiori rispetto all’1% dovuto alla BCE; gli ABS e il TLTRO invece sono stati accolti con freddezza dalle banche a causa degli imminenti stress test europei, dei criteri di Basilea 3, e dello stato di patrimonializzazione delle banche italiane non buono. Queste stesse cause hanno ridotto la propensione al credito da parte degli istituti bancari, assecondata dalla scarsa domanda conseguente ad un clima di generale sfiducia ed incertezza sul medio lungo termine. A ben guardare è stato più benefico l’effetto annuncio procrastinato da Draghi sulla disponibilità della BCE a mettere in campo strumenti non convenzionali che l’effetto degli strumenti stessi.

Come nelle occasioni precedenti il rischio che anche in questo caso gli intermediari, ed in particolare le banche, piene di crediti deteriorati e secondo l’UE sottocapitalizzate, non destinino sufficiente liquidità al credito per le imprese ed agli investimenti è concreto. Il motivo principale risiede nei criteri di Basilea che gli istituti devono rispettate e che conferirebbero un profilo di rischio alla concessione di credito superiore rispetto a quello conferito ad attività finanziarie e speculative (derivati inclusi). Ne risulta che nonostante una leva più bassa le banche italiane siano valutate peggio rispetto ai grandi colossi nordici (Deutsche Bank, Commerzbank, BNP, Societè General, Credi Agricole, Norges, ABN Amro, Saxo ecc ecc). Una simile distorsione potrebbe comportare che la liquidità ottenuta dalle banche cedendo asset alla BCE in cambiio di denaro sonante invece di essere prestata per investimenti e sviluppo economico reale venga reinvestita in finanza.

Abbiamo poi un Euro già molto basso, a circa 1.1 rispetto al Dollaro, e non è certo che possa ribassarsi ancora, probabilmente tenderà alla parità, difficile prevedere ribassi ulteriori.

Lo spread ha subito un notevole calo sfondando al ribasso, nel caso dei BTP, quota 100. Indubbiamente ciò comporta un buon risparmio sugli interessi sul debito sovrano, ma di contro le stime sul debito inserite nel DEF si sono rivelate ottimistiche ed in realtà il debito è superiore di circa 4 punti percentuali, il 128% previsto si è rivelato 132.2% quindi il risparmio effettivo è un po’ inferiore.

Un altro fattore importante è il prezzo del petrolio attorno ai 50 $ al barile. Tale circostanza è stata inserita dalla BCE tra i fattori trainanti la crescita economica, mentre per la BuBa ed il ministero delle finanze tedesco questo elemento sarebbe la reale causa della bassa inflazione. Opinione condivisa è comunque che nel giro di qualche mese al massimo anno il petrolio tornerà attorno ai 70 $ ed oltre, rischiando quindi di peggiorare le ultime previsioni della BCE. I prezzi attuali non sono sostenibili a lungo per molte compagnie, principalmente piccole realtà, operanti sia nello Shale che nel difficile mare del nord dove i costi estrattivi sono alti, inoltre le major hanno stoppato gli investimenti andando a comportare un rischio di approvvigionamento nel lungo termine, quando la domanda di idrocarburi tornerà a salire e ciò conferisce un gradi di incertezza in più.

In ultimo, ma non per importanza, vi è la situazione internazionale delicatissima. Le tensioni in Medio Oriente e nel Mediterraneo (Siria e Libia in primis) e la crisi Russo-Ucraina con le sanzioni Russe che penalizzano l’export italiano. Secondo le stime si ha una riduzione media dell’export verso la Russia del 5% che per molte aziende vale però il 50% del proprio giro d’affari, in sostanza si collocano sull’orlo del fallimento. Anche le variabili più lontane andrebbero tenute in debita considerazione, non di poco conto per l’UE è ad esempio il calo di 0.5% della crescita Cinese che passa dal 7.5% al 7% con rapporto deficit/pil a circa il 2%.

Il caso di successo dell’espansione monetaria statunitense può lasciare ben sperare, ma le circostanze USA sono ben differenti da quelle europee. Innanzi tutto la FED ha agito (ed ha anche esortato la BCE a farlo) per tempo non ostinandosi nel rispetto dell’austerità procrastinata in Europa, ha iniettato liquidità direttamente nell’economia e non ha lesinato di stampare moneta (cosa non nel mandato della BCE) ad oltranza. Gli USA hanno innalzato costantemente il tetto del loro debito (portandolo oltre il 100% del PIL per evitare il fiscal cliff) e non si sono mai curati troppo del rapporto deficit PIL a circa il 5%; hanno poi settato il target sulla disoccupazione, puntando al 6-6.5% (cosa non consentita in Europa visto che il lavoro è materia in capo ai singoli stati ed il target monetario della BCE è relativo ad Euro ed inflazione) e non lesinato in spesa pubblica per investimenti infrastrutturali che creassero lavoro nè per aumentare il welfare (legge sanitaria e salario minimo innalzato). Tutto ciò assieme ad un sistema dinamico, flessibile e meritocratico ha consentito di consolidare seriamente la ripresa economica.

Com’è ora possibile evincere con facilità, il risultato dei QE è tuttaltro che scontato e di certo va recepito il sempre corretto monito di Draghi a proseguire il piano di riforme necessario in tutta Europa ed in Italia in particolar modo, senza crogiolarsi troppo sulle iniezioni di liquidità. Sull’austerità cara alla Germania è interessante poi notare come la linea di credito d’emergenza alla Grecia (senza considerare gli aiuti passati) abbia raggiunto pochi giorni fa i 100 miliardi e che un salvataggio di Atene nel 2011 sarebbe costato circa 150 miliardi complessivi, evidentemente un prezzo di gran lunga inferiore, con la possibilità che la crisi avesse un corso meno drammatico.

Credo, ma non solo da ora, che in fondo convenisse agire in quel modo, abbandonando fin da subito l’austerità, salvando la Grecia ed insistendo sul percorso di riforme che già all’epoca erano evidentemente indispensabili, senza fare sconti a coloro che non le implementassero o che eventualmente sprecassero il denaro concesso. Il timore del “precedente” e la forza tedesca nel proteggere i propri interessi hanno invece avuto la meglio come sembra abbiano, in misura inferiore, anche adesso.

Il QE-Day è dunque alle porte, ma che sia anche un Beautiful-Day è ancora tutto da dimostrare.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco

Una sorta di smentita ufficiale è arrivata, forse perché siamo prossimi alla riapertura delle piazze finanziarie in attesa per le elezioni in Grecia e prima ancora per il direttivo BCE con l’auspicato annuncio di Draghi di proseguire sulla strada dei QE, direttamente dal Governo tedesco, come se la Merkel ne fosse distante, attraverso il portavoce Georg Streiter che ha confermato la linea precedente all’intervista del Cancelliere al settimanale Der Spiegel. Quella di Frau Merkel era parsa davvero una saetta a ciel sereno cozzando palesemente con quanto asserito poche ore prima dal Governatore Draghi intervistato dalla testata finanziaria tedesca Handelsblatt. Che tra i due non scorresse buon sangue è sempre stato evidente, ma stiamo arrivando quasi alla contraddizione preconcetta.

Il Governatore, mantenendo la propria linea, ha convintamente ribadito la necessità di riformare in molti aspetti gran parte dei Paesi Membri della UE così come, a livello dell’intera Unione, la governance e le norme che regolano fiscalità, mercato del lavoro, burocrazia, ma ha anche aggiunto che essendo oggi il pericolo “deflazione” superiore rispetto a sei mesi fa e che il mandato BCE di proteggere prezzi e riportare l’inflazione lievemente sotto il 2% risulta più complesso, il suo istituto è convinto di utilizzare ogni mezzo disponibile, facendo così esplicito riferimento al Quantitative Easing che probabilmente vorrebbe già annunciare (con ritardo aggiungiamo noi) il 22 gennaio o al più, attendendo l’esito delle elezioni greche del 25 gennaio, il 5 marzo. Evidentemente, e da tempo lo sosteniamo, la politica monetaria può solo far da spalla all’impegno riformatore e di controllo sui costi e gli sprechi che dovranno mantenere, con differente priorità, i singoli governi nazionali, ma vista la spirale di crisi, le prospettive, la difficoltà nel riattivare le dinamiche investitorie pubbliche e private, pare un passo obbligato che, come la condivisione del rischio e la cessione di sovranità a Bruxelles su tematiche di interesse comune e da sincronizzarsi per non creare squilibri competitivi, si ritiene già troppo a lungo rimandato, probabilmente non per volere dello stesso Governatore, ma per diktat interni al board BCE. Sull’uso dei QE, alla stregua delle misure espansive già attuate come TLTRO ed ABS i cui risultati al momento sono stati più freddi del previsto, si sono scagliati i falchi nordici capeggiati dalla Germania economico-finanziaria di Schauble-Weidmann, dando nutrimento alla loro propensione al particolarismo più che alla condivisione e cooperazione per la crescita. Secondo Schauble e Weidmann infatti, la necessità di QE non esiste e l’inflazione è sostanzialmente causata dai beni energetici, inoltre il deprezzamento del petrolio non favorirebbe, com’è in realtà possibile, un ulteriore abbassamento dell’inflazione, ma potrebbe essere addirittura una spinta alla crescita; la loro strategia sarebbe quella di attendere (come se non si fosse già atteso troppo) il normale riassetto delle dinamiche economiche ritenute non eccessivamente preoccupanti. Lo scontro sull’acquisto di titoli di stato da parte di Francoforte rimane quindi aspro, ma arrivare ad ipotizzare la possibile uscita di qualche membro dall’area Euro non era mai stata avanzata, anzi la Merkel aveva sempre bocciato questa opzione proprio come il Governatore Draghi secondo il quale il contesto dell’Euro è “irreversibile” (evidentemente anche a livello tecnico il processo non sembra essere così banale e le regole non lo prevedono).

A poche ore dall’intervista di Draghi, la Merkel ha dichiarato al Der Spiegel che esiste concretamente la possibilità di uscita della Grecia dall’Euro; l’opzione diverrebbe inevitabile qualora dopo la probabile vittoria di Syriza il Governo decidesse di venire meno ai trattati europei e di non saldare il proprio debito. Secondo il Cancelliere gli attuali meccanismi di protezione e di salvataggio implementati dall’Unione garantirebbero l’assenza di rischio per una “GrExit”.

Dichiarazione spiazzante, sicuramente per la Commissione UE che si è trincerata dietro un no comment, per i mercati ancora chiusi per festività e che potrebbero reagire malissimo, ma anche per la stessa Grecia, per gli elettori messi di fronte ad un indiretto ultimatum, per Tsipras e Syriza che rimane un partito il quale non professa l’uscita della Grecia dall’Euro, ma solo una revisione dei trattati e dei patti come peraltro molti altri in Europa. Il messaggio potrebbe anche essere diretto a Draghi in modo da incrementare i dubbi sull’attuazione dei QE, quasi che, essendo possibile la cacciata degli stati non virtuosi, l’acquisto dei loro titoli fosse superfluo. Un bell’arrocco a protezione dello status quo tedesco di Frau Merkel che si scontra in modo quasi irrimediabile con il sentimento di unità continentale che si vorrebbe diffondere all’interno dell’Unione e ad oggi minato da pericolose tendenze nazionalistiche e xenofobe delle quale lo stesso Cancelliere ha preso atto nel suo discorso di fine anno.

A distanza di una notte, che usualmente porta consiglio, è arrivata la correzione del Governo tedesco, come detto per bocca del portavoce  Georg Streiter, che riconferma immutata la linea tedesca sul caso Grecia: lo stato ellenico, confermando quanto asserito da Schauble qualche giorno fa, si deve impegnare nelle riforme, deve proseguire quanto impostato dai piani della Troika ed il nuovo governo deve adempiere gli impegni presi dall’esecutivo precedente. In caso contrario le conseguenze potrebbero essere problematiche, ma mai era stata paventata l’ipotesi di una uscita che potrebbe rappresentare un pericolosissimo precedente mal digerito dalla finanza che gestisce gli andamenti degli spread in grado di coinvolgere pesantemente importanti istituti tedeschi a cominciare da Deutsche Bank, CommerzBank ed al seguito tutte le LandersBank territoriali.

Il susseguirsi serrato di dichiarazioni e smentite potrebbe essere il solito gioco di squadra tra Merkel, Schauble e Weidmann per lanciare segnali a coloro che li devono recepire, gioco che ha sempre avuto l’obiettivo, sovente raggiunto, di anteporre l’interesse tedesco di breve termine oppure potrebbe essere più semplicemente che il pensiero del Cancelliere sia davvero distante anni luce, nonostante le dichiarazioni di circostanza ai vari consessi internazionali, a quello che dovrebbe essere condiviso per un’Europa dei popoli che miri alla crescita sostenibile ed equilibrata tra vari membri livellando gli squilibri. Concetto che a partire dalla campagna elettorale di maggio tutti i partiti politici parevano condividere cercando di infonderlo ad ogni strato sociale anche per arginare le crescenti tendenze nazionalistiche e che verosimilmente rappresenta l’unica ancora di salvezza per avere qualche, seppur remota, possibilità di ritrovare la competitività dell’UE nel contesto mondiale e con lei quella di tutti gli stati membri, inclusa, in un ottica di leggermente più lungo termine, la stessa Germania.

04/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

Renzi, Landini, gli onesti ed il lavoro… Personalmente lavorerei sui punti comuni piuttosto che sulle ideologie

Lungi dal voler difendere l’una o l’altra posizione e partendo dal presupposto che Landini nella sua prima dichiarazione, secondo la quale le persone oneste (alcune) non voterebbero il PD di Renzi, ha fatto indubbiamente una gaffe di comunicazione, una delle tante che negli ultimi anni sono state compiute da personalità di governo, dirigenti ed alte cariche istituzionali, della quale si è subito scusato, rettificando che il suo riferimento era relativo alle persone, lavoratori dipendenti, pensionati e coloro che il lavoro lo cercano, che pagano regolarmente le tasse e si collocano nella parte onesta del paese le quali non sosterrebbero la politica renziana. Personalmente avevo inteso il senso della prima dichiarazione del sindacalista, ma lo scivolone comunicativo è evidente ed è sempre pericoloso definire a priori, in base ad una certa condizione che peraltro può essere transitoria, l’onestà o meno di una persona che ovviamente come tutti sappiamo è una caratteristica che, alla pari del suo opposto, pervade la società a 360° e meno male che è così.

Quello che però sta sfuggendo di mano, è il fatto che questi scontri tra sindacati, CGIL – Fiom in particolar modo, e Premier, quasi vi fosse un astio personale, non può far altro che appesantire ulteriormente la situazione del nostro paese.

Per quanto possa interessare, ho sempre sostenuto che i sindacati dovessero rinnovarsi abbandonando posizioni di arroccamento a difesa di rendite e posizioni acquisite non più attuali e sostenibili in favore del sostegno di un concetto di lavoro più dinamico e soprattutto andando a tutelare tutta quella platea che di diritti non ne ha neppure uno, dai giovani e giovanissimi che si affacciano ora nel mondo del lavoro, alle persone di mezza età che hanno sempre lavorato con contratti part-time a progetto, di collaborazione o costretti ad avere false partite IVA. Inoltre anche il meccanismo di cassa integrazione è un punto da rivedere ed indirizzare verso una reale riqualificazione del lavoratore da impieghi ormai fuori tempo, come un certo tipo di manifattura “vecchio stampo” e sgominata dalla concorrenza a basso costo dell’est Europa e dell’Asia, verso i settori più innovativi ed attuali che meglio si confanno al modello economico che il nostro paese dovrà per forza di cose seguire se vuole tentare un colpo di reni per uscire dalla stagnazione. In questo periodo di transizione lo Stato dovrà essere presente per sostenere il lavoratore, fornirgli le strutture di riqualificazione ed alla fine del percorso trovargli una occupazione, dopo di che il riqualificato deve poter essere in grado di “spiccare il volo in autonomia con le proprie forze”. Un modello simile è del resto già in vigore in Germania.

Questo concetti pare che siano condivisi sia dal Premier e dal Governo che dagli stessi sindacati; mi chiedo perché allora non si riesca a lavorare assieme sui punti importanti in comune, invece che fossilizzare la discussione su dettami ideologici che infine si trasformano quasi in battibecchi privati. Le accuse del tipo “loro scioperano noi invece le fabbriche e le imprese le apriamo”, mi spiace dirlo, ma sono pure locuzioni figlie del linguaggio dei 140 caratteri, molto impressive, toccanti e che rimangono in mente, ma senza contenuto reale, perché è ovvio che ambedue vogliono che le fabbriche siano aperte, e sperabilmente con le migliori condizioni di lavoro ed opportunità di sviluppo del business possibili.

Il punto, non unico ma emblematico, su cui verte lo scontro è l’Articolo 18 causa di spaccature, oltre che tra Governo e sindacato, anche all’interno dello stesso PD, tanto che molti esponenti non si sono detti disposti a votare la legge così com’è, giudicandola troppo vicina a certi poteri forti (Confindustria) ed alle richieste del centro destra.

Quello che si perde di vista è che effettivamente una parte importante del mondo del lavoro, quelle centinaia di migliaia (milioni in totale) di persone che hanno manifestato e che manifesteranno durate il caldo autunno sindacale, che un tempo trovavano rappresentanza politica nel PD o nei partiti più di centro sinistra/sinistra, al momento non sono rappresentati, ed inutile giraci attorno, se si andasse a votare non saprebbero a chi dare il voto e forse si asterrebbero o si farebbero guidare dal molto comune moto della scelta del “meno peggio”. Ciò a prescindere da chi si sostenga politicamente, è un male per la democrazia, e forse il PD dovrebbe porsi il quesito se lasciare scoperta una fetta così ampia della popolazione è corretto.

Soprattutto però si sta perdendo di vista il fatto che, pur importante, le modifiche delle leggi sul lavoro, non riusciranno da sole, come invece alcuni vorrebbero far credere, attirare capitali ed investimenti. Per assurdo anche il poter licenziare  senza limiti non spinge un investitore a venire in Italia soprattutto per gli allarmi sullo stato economico del paese innalzati nuovamente da Draghi anche per il 2015 quando si registrerà un contesto  molto più stagnate del previsto, per via delle ristrettezze di budget che vincolano e limitano gli interventi di defiscalizzazione, a causa della burocrazia che pur essendo additata come acerrima nemica continua ad opprimere le aziende, ed anche e soprattutto per la giustizia: lenta, incerta ed incomprensibile, giudizi impietosi confermati dalla sentenza sul caso Eternit, scandalosa di per se e pessima propaganda per coloro che volessero investire sul suolo italiano. Aggiungiamo inoltre una incertezza istituzionale che potrebbe degenerare da un giorno all’altro, con un Presidente della Repubblica prossimo al ritiro a vita privata che a sorpresa si reca dal Papa per udienza faccia a faccia non programmata e che non mi allontana dal pensare al retroscena che un Saggio abbia chiesto ad un altro Saggio, uomo del dialogo, consigli su una situazione delicata, spinosa… magari la situazione del paese ed una, lontana ma esistente, possibilità di scioglimento delle Camere? Non lo sapremo mai, la il sospetto come la curiosità sono tanti.

In sintesi, forse sarebbe davvero meglio concentrarsi e lavorare sui punti d’accordo, che tutto sommato sono significativi e numerosi, invece che arroccarsi nuovamente su argomenti puntuali e troppo spesso figli dell’ideologia che offuscano dalla vista delle reali necessità dei cittadini e degli investitori.

LINK:
Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi 03/11/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13

21/11/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

Proprio in questa sede avevamo già preannunciato che il tema dell’Articolo 18, e più in generale del lavoro, avrebbe caratterizzato le settimane a venire e sarebbe stato un argomento molto divisivo all’interno della maggioranza di governo, tra governo ed opposizione e soprattutto tra i ranghi del PD stesso. Le settimane a cui ci riferivamo sono adesso giunte e l’argomento va preso di petto per l’importanza che riveste sia in Italia che in Europa. La discussione in merito si è aperta a dire il vero con alcuni dati migliori di quelli che eravamo soliti dover digerire, ed in particolare l’aumento del numero degli occupati di 82’000 unità in aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente (+82 mila) e dello 0,6% su base annua (+130 mila) e l’incremento del tasso di disoccupazione al 12,6% dal precedente 12,3%. In particolare, pur sembrando contraddittorio, il secondo dato è particolarmente interessante perché mostra la tendenza di coloro che prima erano NEET a tornare nuovamente alla ricerca attiva di un lavoro animati da una rinnovata energia ed auspicabilmente speranza.

Personalmente capisco lo scoramento, ma il cessare la ricerca di occupazione quando si è disoccupati, magari di lungo periodo, faccio davvero fatica a comprenderlo, sia chiaro che questo è solo un del tutto privato ed opinabile pensiero. Il risultato dell’incremento della platea dei cercati è per forza di cose una maggior probabilità che alcuni di essi (magari con competenze tecniche, manuali, artigiane specifiche) possano inserirsi nel mondo del lavoro ed in parte così è stato. L’equazione: “più gente cerca più è probabile che un numero maggiore di persone trovi” rimane valida. Detto ciò va anche ricordato che i mesi scorsi erano quelli estivi ed una maggiore inattività, in particolare tra i giovani ed i neo laureati, è fisiologica. Inoltre non ci si deve mai dimenticare del livello altissimo di disoccupazione che colloca il nostro paese in vetta (negativamente) alle classifiche europee superato tra le big solo dalla Spagna.  Il 12.6% di disoccupazione che sale al 42.9% nella fascia 15-24 anni, sale ulteriormente per le donne e diventa record per le donne del sud italia, non è tollerabile in nessun luogo, tanto meno in un paese dove il lavoro è Costituzionalmente sancito come fondamenta della Repubblica Italiana. Volendo comunque aprire all’ottimismo senza il quale nessuna situazione può volgere in meglio si potrebbe asserire che da qualche parte si deve pur cominciare e questi dati potrebbero rappresentare un punto di partenza.

Purtroppo nelle giornate immediatamente seguenti siamo tornati coi piedi per terra ed i disordini romani di piazza Indipendenza durante la manifestazione degli operai delle acciaierie di AST di Terni, con il Segretario FIOM-CGIL Landini in prima fila (orgogliosamente gli va riconosciuto), hanno messo in luce uno spaccato del paese ben differente. Dall’insediamento del Governo Renzi nello sorso febbraio, ovviamente derivanti da problemi pregressi, sono state oltre 5’000 le vertenze aziendali di cui oltre la metà relative a problemi occupazionali. Uno studio della CGIL basato sui dati ISTAT riporta che da gennaio a settembre 2014 le persone in cassa integrazione sono oltre 1 milione di cui la metà (525 mila) a zero ore. Il reddito complessivo perso è di circa 3,1 miliardi di € pari a 5’900 € annui a cassaintegrato, a settembre le ore di cassa integrazione richieste ammontano a 104 milioni (+43.86%). Infine anche la produzione industriale è in calo per l’ultimo periodo.

La vertenza della AST di Terni che tanto è balzata alle cronache per la sua gravità non è altro che la punta di un iceberg il quale vede numerose grandi aziende versare in condizioni simili. Le vertenze infatti riguardano tra gli altri Meridiana, Lucchini, Alitalia (di poche ora fa il caso di Fiumicino con i badge dei licenziandi disattivati un giorno in anticipo), Edison Sun, Tirreno Power, Fincantieri Palermo, TWR di Livorno, SGL Carbon in Umbria, il servizio di call center erogato da Accenture, IBM, tutto il distretto del Sulcis ed i casi a parte di Ilva, che con il nuovo Commissario Straordinario Gnudi e lo sblocco di oltre un miliardo dei patrimoni dei Riva ha una sfida titanica da affrontare che deve puntare alla riqualificazione ed all’innovazione, e della raffineria ENI di Gela che in questi giorni dovrebbe volgere a risoluzione. In generale si potrebbe dire che la crisi pervade tutti i settori un tempo forti in Italia, come l’energia, la manifattura, la cantieristica e l’edilizia, mentre tengono i settori di nicchia, dalle start up biomediche e tecnologiche, al lusso fino all’alimentare biologico ed alla manifattura di pregio. Evidente, tanto da non richiedere approfondite e complesse analisi, è poi la tendenza di ogni azienda straniera a riportare in patria o altrove le produzioni allontanandosi appena possibile dal nostro paese, anche in quei in settori globalmente non in crisi come quello degli acciai speciali prodotti proprio dalla AST di Terni. Il fenomeno evidenzia un paese sia ostile all’attrazione di investimenti ed al mantenimento di quelli in essere a causa del suo livello di competitività più basso rispetto alle altre zone europee principalmente a causa delle croniche “malattie” nostrane quali burocrazia, corruzione, fisco, costo del lavoro, incertezza normativa e via dicendo nel ben noto impietoso elenco. Gli investimenti sono annoverati come imprescindibili per la ripresa del ciclo economico, ma difficilmente con l’Europa e la BCE avuta fino ad ora e con i vincoli interni al nostro paese imposti agli investitori sarà possibile una reale ripartenza. In USA la ripresa economica confermata anche dagli ultimi dati del PIL è stata trainata da investimenti, re-industrializzazione, rivoluzione energetica e non ultima azione espansiva e precisa della FED che ormai ha cessato il suo operato di quantitative easing, ma che ha fornito all’economia reale, pubblica e privata, capitale fresco da investire con l’obiettivo di riportare attorno al 6% il tasso di disoccupazione.

Quello che è sfociato nei disordini violenti di piazza Indipendenza a Roma è un sentimento preoccupante, perché emblematico di uno stato d’animo diffuso tra i lavoratori, tra i giovani, tra gli artigiani e le partite IVA, tra gli studenti, tra i pensionati e tra la classe media che piano piano si vede declassare essendo ormai relegata negli strati più bassi di una società il cui 28% è a rischio povertà. Neppure la laurea e gli studi sono funzionali al benessere, poiché varie ricerche dimostrano come ormai avere una laurea (con poche differenze tra le varie facoltà) non rappresenti nel nostro paese un segno distintivo capace di consentire un più facile accesso nel mondo del lavoro né tanto meno una scalata sociale un tempo quasi assicurata. Ne consegue che chi può è spinto a migrare spesso a malincuore e con biglietto di sola andata (e pensare che anche lo studio è sancito dalla Costituzione, Art. 34), mentre chi rimane è scoraggiato, soffre di un grave disagio sociale potenzialmente pericoloso e teme per l’assenza di prospettive. Tante delle persone in mobilitazione e che animeranno questo autunno-inverno, a cominciare dagli infermieri finendo con gli scioperi generali a Milano e Napoli indetti a dicembre dalla CGIL, probabilmente hanno percepito gli 80€ del bonus IRPEF, ma non è quella sovvenzione a cambiare loro la vita se non rappresenta il punto d’inizio di un percorso strutturale e pianificato. Proprio l’assenza di pianificazione spaventa. L’incedere del cambiamento, che pur è necessario, sembra sempre traballante, ostaggio quando di tentativi di conservatorismo, quando della propaganda con repentini e ficcanti slogan a scapito della qualità del risultato che, assieme alla rapidità imposta dai ritardi del passato, non va mai sottovalutata onde evitare di creare danni irreparabili una volta entrati a regime. Le tensioni nel Governo, gli scontri parlamentari, il continuo ricorso a decreti e fiducia spesso con fare quasi ricattatorio non contribuiscono a creare un clima di fiducia, come la contrapposizione in certi frangenti quasi personalistica con il sindacato, a volte eretto ad emblema di ogni male italiano. Il sindacato è un istituto che sicuramente si deve rinnovare, ma non va dimenticato che in molte vertenze come Ducati ed Electrolux è riuscito a negoziare portando soluzioni vincenti e preservando il lavoro. Più che lo scontro, tra Governo, Sindacato e ogni altro attore di questa partita di cambiamento, vi dovrebbe essere dialogo e negoziato senza arroccamenti totalitaristici, perché non va dimenticato che il futuro del paese deve essere l’obiettivo comune di tutti e per raggiungere questo ambizioso traguardo serve davvero uno sforzo di mediazione collettivo. Quello che la gente percepisce, pur consapevole delle resistenze conservative e della complessità di dover affrontare un grosso cambiamento ed una poderosa discontinuità col passato che richiederà sacrifici e sforzi per le nuove e meno tutelate generazioni, è una sostanziale stagnazione che poco rispecchia le aspettative iniziali che i Governi Monti e Letta prima e Renzi poi avevano fatto sperare.

Il periodo prossimo venturo sarà fondamentale per capire che direzione vorrà essere presa e con che modalità, in questa fase sia a livello nazionale che europeo puntare allo scontro ed ai diktat non può che peggiorare e bloccare ulteriormente una situazione così grave che va affrontata per forza di cose col più coeso ed ampio dispiegamento di forze possibile.

Link:
Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni 06/04/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13
Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia 28/06/13

02/11/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

Il Parlamento Europeo di Strasburgo ha dato il suo nullaosta all’insediamento della nuova Commissione Juncker. L’investitura formale c’è quindi stata ed ora rimane da attendere l’ufficialità per il suo insediamento prevista per il primo novembre.

Nel suo discorso davanti all’Europarlamento il Lussemburghese Juncker, presidente entrante, ha voluto sottolineare l’importanza dell’Europa che deve pensare oltre che alla tripla A finanziaria, rimasta saldamente solo alla Germania ed in modo più traballante al Lussemburgo, alla tripla A sociale, riavvicinandosi di più ai cittadini e rianimando lo spirito di appartenenza e l’orgoglio di far parte del progetto Europeo. Europa che inevitabilmente dovrà rivolgere sempre più lo sguardo al Mediterraneo ed all’Africa intervenendo con più risolutezza nelle vicende di politica estera che stanno affliggendo il Medio Oriente, senza ovviamente poter permettersi di tralasciare la Russia.

Juncker ha tenuto a ribadire l’importanza che ricoprono gli investimenti rilanciando così il piano di supporto a crescita ed occupazione da 300 miliardi la cui definizione precisa è stata anticipata da febbraio 2015 a dicembre 2014 ed in cui la componente privata sarà di fondamentale importanza. L’ammontare della somma è ingente, un buon inizio, ma oggettivamente da sola non è sufficiente a ricollocare l’Unione sui binari della competitività rispetto ad un resto del mondo che pare aver imboccato una strada, che seppur non priva di difficoltà, porta comunque a livelli di crescita ben superiori a quelli dell’Eurozona. La destinazione dell’incentivo dovrebbero essere quei settori trainanti, ad alto valore aggiunto ed in cui l’Europa si mostra più deficitaria o in certi casi, con i tedeschi non immuni, obsoleta. Ci si riferisce quindi alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, ai collegamenti digitali a larghissima banda, alle telecomunicazione ed ovviamente al settore energetico che mai come ora mostra evidente bisogno di essere maggiormente integrato ed uniformato tra tutti gli stati membri con un miglior sfruttamento e distribuzione geografica della diversificazione tecnologica che in Europa comunque già esiste.

Fino a qui gli intenti ed i propositi sono encomiabili e rispecchiano a tutti gli effetti le reali esigenze del vecchio continente e riprendono le linee programmatiche pre elettorali. Quando invece si viene al nodo economico le cose si complicano. Una parte del discorso è stata pronunciata in tedesco facendo riferimento al fatto che è la lingua della nazione campione del mondo attualmente non così in forma, quasi a voler ricordare di come la Germania, ultimi dati alla mano, abbia bisogno dell’Europa. In realtà questo piccolissimo affronto poco deve aver scalfito gli animi di Merkel e Schauble, perché subito dopo Juncker ha fatto intendere che per quel che concerne la politica economica non vi saranno grosse rotture con il passato. La disciplina di bilancio, il rigore se vogliamo usare un termine più odioso, va mantenuta e la via intrapresa non deve essere abbandonata, ma rafforzata ed affiancata al processo di riforme che ogni singolo paese ha il dovere di portare a compimento. Nessuna idea di rivedere i patti, neppure alla luce della pesante recessione, e la flessibilità che può essere concessa è solo quella già presente nei trattati. Da queste parole si comprende la sintonia che indiscrezioni dicono essere nata tra il Cancelliere tedesco ed il Commissario entrante, perché si tratta proprio della linea economica Schaeuble-Merkel-Katainen.

Questo discorso in realtà si contrappone in modo abbastanza evidente all’informativa pronunciata da Renzi in Senato durante la quale il Premier italiano ha parlato di una Europa nuova, in rotta col passato e che cambia verso, abbandonando il rigore e l’austerità. Renzi sottolinea inoltre come il piano da 300 miliardi sia un grande risultato del semestre italiano perché fortemente voluto e preteso proprio dall’Italia. Qualche dubbio su questa affermazione nasce in quanto il piano fu proposto da Juncker ancor prima che ottenesse la maggioranza dei voti alle elezioni europee, sembrerebbe dunque (ma il condizionale è doveroso) esclusivamente farina del suo sacco.

Nelle stesse ore dell’approvazione della nuova Commissione UE arrivava,non senza qualche intoppo, anche la bollinatura da parte della Ragioneria di Stato alla legge di Stabilità italiana che può così approdare al Quirinale. A breve inoltre è prevista la consegna della lettera già inviata dalla Commissione al MEF dove si chiederanno alcune precisazione. Sulla lettera della Commissione ha totalmente ragione Renzi nel dire che la richiesta di precisazioni è una  normale prassi. Il vero problema è se le precisazioni saranno accettate e condivise da Bruxelles o se verranno richieste rettifiche più o meno pesanti. In ogni caso una completa bocciatura il 29 ottobre non pare un’ipotesi verosimile.

Tornando invece al concetto di flessibilità entro i patti nuovamente ribadito da Juncker e che sarà comunque il viatico dei prossimi mesi, la Francia non ha di che stare tranquilla visto che il suo rapporto deficit/PIL supera il 4.2%, quindi ben fuori dalla più permissiva applicazione dei trattati, dalla parte di Hollande vi è però un appoggio tedesco che sembra molto un tentativo di supporto al primo mercato per esportazioni (in Francia tutti hanno la Mercedes per intenderci…). Neppure l’Italia può permettersi di non preoccuparsi. Anche se il rapporto deficit/PIL rimarrà, come dovrebbe, sotto il 3% esso è comunque superiore al piano di rientro e la correzione sul deficit di 0.1% presente nella Legge di Stabilità  è ben inferiore allo 0.5% richiesto. Le indiscrezioni vorrebbero la Commissione indirizzata a richiedere uno sforzo sul deficit ed è probabile che verrà trovata una mediazione per un valore di 0.25-0.3% riducendo le coperture necessarie da 8 miliardi (necessari per arrivare allo 0.5%) a 3-3.5 miliardi già accantonati in un apposito tesoretto. Il tesoretto però viene da clausole di salvaguardia che significano aumento dell’IVA, delle accise quindi aumento della tassazione e prosecuzione senza se e senza ma sulla via dell’austerity.

Di certo questo modello non è quello che Renzi, stando all’informativa al Senato, ed i cittadini europei vorrebbero e non pare essere una rottura così netta col passato da consentire l’uscita dalla spirale recessiva esasperata dal vecchio approccio economico.

Se questa Commissione vorrà davvero imprimere e, ricordando che Juncker ha affermato essere l’ultima opportunità, evitare il tracollo, l’approccio da seguire dovrà essere ben differente e dovrà essere messo in pratica fin da subito. IN questo frangente non esistono mezze misure o vie di compromesso, o si agisce immediatamente e bene o si prosegue nel declino.

22/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

 

 

Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

La prevista pioggia di liquidità dovrebbe spingerci ad andare in giro ben muniti di ombrello. Lunedì 20 ottobre infatti si avvia la seconda, dopo il T-LTRO, delle misure non convenzionali decise dalla BCE per riportare l’inflazione attorno al 2% e vincolare denaro fresco verso le imprese e l’economia reale. Questa fase consiste nell’acquisto da parte dell’Istituto di Francoforte di covered bond emessi dalle banche. Questi titoli sono garantiti con rating almeno di Bbb- e potrebbero ammontare complessivamente a 1000 miliardi probabilmente spalmati in tre anni con obbligo per le banche di vincolare la liquidità ottenuta direttamente alle imprese.
Il provvedimento come detto segue la prima trance di T-LTRO e precede l’acquisto di ABS ed a differenza delle misure non convenzionali utilizzate precedentemente, quelle di questi giorni vincolerebbero appunto i beneficiari, quindi gli istituti di credito, a finanziare aziende ed economia reale (ad esclusione di prestiti immobiliari per evitare bolle).
Fino ad ora la politica monetaria di iniezione di liquidità non aveva mai imposto agli istituti di prestare ad imprese e famiglie e tale lacuna è stata determinante nel limitarne gli effetti.
Ancora prima però, e si è sostenuto più volte, i ritardi di intervento della BCE e la poca determinazione ad agire con politiche espansive differenziandosi dall’esempio della FED e senza seguire i consigli provenienti da più parti, a cominciare dal Fondo Monetario della Lagarde, hanno contribuito all’aggravarsi della crisi iniziata con il caso greco che se trattato diversamente e con miglior puntualità forse avrebbe avuto un minore impatto e non sarebbe stato il “la” alla recessione più grave dal 1929.
I ritardi fino ad ora attribuiti all’approccio eccessivamente conservativo della BCE sembrano adesso poter essere fatti risalire, in modo non così sorprendente, anche ad un altro attore. Sarebbe emerso da alcuni carteggi che già per risolvere il caso della Grecia molti Governi, tra cui il Governo Monti, sarebbero stati favorevoli all’utilizzo immediato di strumenti non convenzionali da parte della BCE, dal canto suo già pronta ad intervenire, tra cui anche l’acquisto diretto di titoli di stato .
Questa possibilità, che forse avrebbe permesso di scrivere una storia differente, sarebbe stata avversata dalla Germania, ed in particolare dal Governatore della BuBa Weidmann e dal Ministro delle finanze Schaeuble ai quali BCE e Commissione si sono rimessi assecondando così il commissariamento, l’intervento della Troika e la conseguente linea dell’austerità che ha messo in ginocchio la Grecia ad oggi nuovamente a rischio per via delle tensioni sui suoi titoli di stato con interessi balzati oltre il 7% (con punte fino a 9%).
L’ingerenza della Germania, potente azionista europeo e della banca centrale, se vera, avrebbe tenuto in scacco Draghi e la BCE dall’attuare misure più immediate e risolute consentendo solo la rincorsa agli eventi che stavano precipitando invece che agendo con azioni preventive e arrivando così al livello di inflazione (già deflazione in alcune zone) ad oggi presente.

Nonostante questa lezione, e ciò è preoccupante, pare che anche ora l’approccio tedesco non sia mutato. Weidmann e Schaeuble non hanno lesinato critiche al T-LTRO, all’acquisto di covered bond e soprattutto a quello degli ABS ritenendo che così facendo il rischio si trasferisse iin modo eccessivo sulla BCE. Ovviamente al momento non v’è nessuna apertura né a QE che acquistassero direttamente titoli di stato sovrani ed ovviamente neppure ad una condivisione del debito a mezzo di Euro-Bond. Nel frattempo la Germania, consapevole della sua forza e dei problemi patrimoniali di alcune sue banche territoriali, ha spinto affinché si rallentasse il processo di unificazione bancaria che avrebbe dovuto consentire di rendere più sostenibile il sistema finanziario europeo ed affinché si rendessero più laschi i criteri di valutazione del loro stato patrimoniale (criteri di Basilea).
Anche adesso, sempre a dispetto di quanto propagandato trasversalmente in tutta UE nel periodo pre-elezioni europee quando l’austerità ed il rigore (durante periodi recessivi) sembravano ormai sul punto di rimanere solo un ricordo in favore di un piano di investimenti (300 mld €) e nonostante dati di produzione, ordinativi e fiducia di consumatori ed imprese in netto calo, la Germania non si risparmia nel professare che la prima preoccupazione dovrebbe essere il rigore dei conti ed il rigido rispetto dei vincoli europei e ciò soprattutto per quel che concerne le “leggi finanziarie” che gli stati membri si apprestano ad inviare al vaglio della Commissione.

Il comportamento tedesco, che ha confermato ogni impegno preso con Bruxelles incluso l’azzeramento del deficit ed ha impostato una finanziaria su investimenti in ricerca-sviluppo ed istruzione, sembra ignorare il semplice ragionamento per il quale se il mercato principale di sbocco, rappresentato da quasi tutto il resto dell’Europa, va in crisi pesante e si blocca, la naturale conseguenza è che anche il mercato “esportatore”, con un fisiologico ritardo più o meno cospicuo, ne andrà a risentire.
Analogo rigore pare che vorrà applicare Katainen, attuale Commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari, nel valutare le leggi di stabilità avendo dichiarato che utilizzerà l’aritmetica per l’analisi di ogni numero.
La legge di stabilità italiana difficilmente sarà bocciata, ma sicuramente saranno chieste precisazioni e cifre ben comprensibili, in particolare sulla spending review incluso il perché della dipartita di Cottarelli e con lui del suo report, sui tagli che le regioni/enti locali dovranno effettuare, sullo stato delle privatizzazioni, sul taglio del cuneo fiscale e probabilmente anche sul progresso delle riforme istituzionali. Oltre a ciò sarà messo sotto esame il debito in aumento, il livello di crescita (ottimistico per il momento in essere) considerato per le stime previsionali del DEF ed il rapporto deficit/pil al 3% che non verrà sforato, ma che è pur sempre superiore rispetto a quanto la tabella di marcia UE per il rientro del deficit prevede, così come ritardato di un anno è stato il pareggio strutturale di bilancio. Non è previsto comunque un respingimento, ma la richiesta di un qualche aggiustamento è probabile e vista la difficoltà nel reperire risorse se non con clausole di salvaguardia ben note ed odiose questa circostanza potrebbe essere preoccupante.

Oltre a ciò non si attendono grandi novità anche se alcune indiscrezioni danno un Katainen, che dovrebbe essere futuro VP della Commissione Juncker, ammorbidito verso le posizioni più riformiste e permissive professate dallo stesso Juncker, e soprattutto un “patto segreto” che vedrebbe la Germania soccorrere la Francia garantendo la sua legge finanziaria (con rapporto deficit/pil al 4.2%) affinché non venga rigettata da Bruxelles e soprattutto venga evitata la procedura di infrazione. Evidentemente se ciò fosse vero Berlino si sta rendendo conto che alla fin fine anche gli stati vicini, e suoi mercati naturali di esportazione, hanno una discreta importanza sull’economia tedesca. Un asse Franco-Tedesca però potrebbe essere controproducente per l’Italia che troverebbe maggiori difficoltà a fare squadra proprio con il paese transalpino che a quel punto dovrebbe sottostare alle condizioni dettate dei tedeschi, precludendo così un incremento dei margini di flessibilità per il nostro paese. Benché intriganti comunque allo stato attuale questi sono puri esercizi di analisi senza verificate fondamenta.

In questo frangente in cui la crisi e la recessione non sembrano aver mollato la presa ed in cui l’inflazione è bassa ed alta la forza dell’Euro (anche se ridimensionata) l’unica possibilità, che deve accompagnare le riforme che i singoli governi hanno l’obbligo di mettere rapidamente e proficuamente in atto per attrarre investimenti, supportare famiglie ed imprese ed agevolare l’occupazione (in Italia oltre 2 milioni di posti di lavoro persi in 6 anni solo tra gli under 35, dato ISTAT), è una governance europea realmente rivolta alla crescita ed una politica monetaria più espansiva che a questo punto sono assolutamente dipendenti dal cambio d’impostazione del Governo di Berlino e della BuBa.
Del resto Germania e BuBa, se vera è l’indiscrezione del loro veto rispetto ad un subitaneo ed espansivo intervento della BCE nel 2011 indirizzando invece verso il commissariamento di Atene il conseguente intervento della Troika ed un protratto regime di austerità, avrebbero da farsi perdonare forse gran parte dell’aggravarsi della crisi con tutte le ripercussioni economiche, sociali e di sentimento Anti-UE alle quali stiamo assistendo.

19/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Gestione del cambiamento e delle crisi …. capacità su cui lavorare in Europa e non solo

Nessuno può mettere più in dubbio che l’epoca che stiamo attraversando sia un epoca di cambiamento, del resto tutto scorre, “panta rei” dicevano i greci, e l’evoluzione del mondo nel suo succedersi di ere e specie viventi ne è una dimostrazione. Quello in atto però, come molti altri, è una discontinuità netta, non graduale né dolce, ma sembra essere piuttosto irruenta. Mai come adesso il termine cambiamento si può associare alla sua radice etimologica di crisi, termine che sta caratterizzando il presente.

Le crisi per come le intendiamo nella nostra modernità, vale a dire periodi di estrema difficoltà, ci pongono di fronte alla necessità di saper gestire simili eventi così da portare avanti la nostra sopravvivenza. Il paragone è volutamente estremizzato, ma a pensarci bene neppure troppo.

Fino ad oggi la nostra società, forse differenziandosi da quelle del passato che erano avvezze ad adattarsi in modo più rapido a mutate condizioni, pare dimostrare di giorno in giorno di non aver la ben che minima capacità di affrontare crisi di un certo rilievo.

La capacità di fronteggiare e gestire le crisi, crisis management, dovrebbe essere caratterizzata almeno da quattro elementi:

  1. Capacità di prevederle, almeno in parte.
  2. Gestirne l’evoluzione.
  3. Reazione ed adattamento prendendo le opportune contromisure.
  4. Mitigazione ad apprendimento.

Recentemente la nostra modernissima ed altamente tecnologica cultura ha dimostrato di avere pesanti, incolmabili, lacune in ognuno dei quattro punti presentati. Le cause di questa deficienza risiedono sicuramente nella complessità delle recenti crisi che si inseriscono in un contesto sempre più globalizzato ed interconnesso in cui segregare gli effetti di eventi avversi diventa sostanzialmente impossibile e l’innesco dell’effetto domino risulta essere se non immediato sicuramente molto rapido, ma risiedono anche nell’assenza di una strategia comune di intervento mirata a perseguire obiettivi condivisi e che sia definita in modo olistico in ogni suo aspetto, nell’anteposizione di interessi particolari e nazionali  ed alla tendenza al mantenimento dello status quo, di privilegi acquisiti, del potere accumulato da parte di certi gruppi di influenza che pure a livello globale ancora esistono potenti. Non si parla di cospiratori o poteri oscuri dominatori dell’intero pianeta, ma semplicemente di gruppi di persone che principalmente per la posizione che ricoprono e per la loro capacità di fare sinergia proteggendo vicendevolmente i propri interessi comuni (cosa che i singoli stati non sono capaci di fare efficacemente in modo da indirizzare un benessere più diffuso) riescono ad avere notevoli influenze su aspetti che poi si ripercuotono su un numero molto elevato di persone ed hanno impatti importanti su interi sistemi.

Una dimostrazione di incapacità nella gestione di crisi e cambiamenti, limitandoci per un attimo al perimetro italiano, è rappresentata dagli ultimi episodi alluvionali di Genova che si sono verificati. Nonostante i recenti precedenti (a 3 anni da un evento identico ed avvenimenti simili accadono con cadenza annuale) non è stato possibile prevedere e quindi diffondere tempestivamente ed in modo ottimale l’allarme né avere danni limitati testimoniando che anche la gestione durante l’evento è stata approssimativa, in certi casi tardiva e troppo dipendente dall’iniziativa di singoli gruppi di persone più o meno organizzate. Il fatto che poi vi fosse un precedente dimostra l’incapacità nelle azioni di mitigazione nonostante i fondi stanziati per interventi di abbattimento del rischio e nell’apprendimento della lezioni impartita da madre natura. Inoltre a distanza di pochi giorni dalla vicenda di Genova eventi analoghi e problemi di gestione simili si sono verificati anche in Toscana (ricalcando un evento già accaduto nelle medesime zone solo due anni fa), a Trieste ed in Emilia Romagna. Salendo di livello, il verificarsi con sempre maggior frequenza di eventi atmosferici estremi, che per il numero di volte che si ripetono non possono più essere definiti straordinari, è strettamente collegabile al cambiamento climatico in atto. Il “Climate Change” è da tutti i consessi scientifici, a cominciare dall’IPCC, indicato come un rischio globale da fronteggiare e tale tesi è accettata da tutti i governi che periodicamente indicono riunioni e conferenze senza però che vi sia una roadmap tangibile e pratica per far fonte al problema riconosciuto come grave. Nel mentre le condizioni del pianeta tendono a peggiorare, i ghiacciai a sciogliersi, le acqua ad innalzarsi, la desertificazione avanza verso il continente europeo e l’incontro tra correnti d’aria calda africana con quella fredda nordica conferisce alle precipitazioni un’energia molto superiore rispetto al passato, tale da scatenare gli episodi a cui periodicamente assistiamo, inclusi tornado ed uragani. Pur avendo previsto tutto ciò ed avendone le basi scientifiche non siamo ancora capaci di gestire gli eventi né siamo in grado di adattarci e mitigarne il rischio.

Analogo ragionamento può essere fatto per il virus Ebola. Un problema grave che rischia di mettere in ginocchio l’economia mondiale come ha confermato l’ONU. La vicenda dell’infermiera statunitense contagiata è emblematica. Questa persona, entrata in contatto con malato proveniente dall’Africa pur seguendo ufficialmente le procedure è caduta vittima del contagio. Recatasi poi all’ospedale di Dallas è stata dimessa e si è imbarcata su un volo di linea assieme ad altre 300 persone. Qui è evidente la presenza di errori umani. La gestione delle procedure e degli eventi in un caso molto grave e noto non sono state sufficienti e c’è da scommettere che non lo sarebbero neppure altrove. Fin tanto che non verrà scoperto un vaccino minimamente efficace, e c’è da augurarsi che le case farmaceutiche al di là dell’interesse economico ci stiano lavorando, solo le procedure e la capacità di gestione possono contenere la minaccia, quindi devono essere seguite pedissequamente.

Anche sulla gestione dei flussi migratori l’Europa, e per la sua posizione l’Italia è la prima a risentirne, è stata, principalmente perché, dietro la spinta di specifici interessi, non interessata a contribuire economicamente ad un problema che pare di dominio altrui, incapace di lavorare in modo efficace e coordinato per fronteggiare l’emergenza, né ha imparato dal passato essendo le migrazioni un annoso problema.

Che dire poi delle crisi geo-Politiche ancora insolute, e lontane dall’esserlo, con le loro ripercussioni economiche ed umanitarie che sono tutt’ora in atto in Russia-Ucraina ed in medio Oriente?  Al di là di riunioni e vertici l’Unione Europea ha sostanzialmente raggiunto risultati nulli e, quasi in contemporanea con gli incontri tra vertici di stato, gli scontri continuano violenti senza che si capisca quale strategia di intervento sia stata elaborata.

Infine veniamo all’aspetto più veniale delle crisi economiche. Siano esse finanziarie o sistemiche si ripetono quasi periodicamente segno di un sistema che non riesce a reggersi in modo equilibrato e che prima o poi deve scaricare i propri oscillatori. Nell’ultima crisi del 2011, seguente a quella del 2007 dei Mutui Subrime dalla quale pare non si sia appreso nulla, è mancata la capacità di previsione nonostante alcuni segnali già vi fossero e qualche allarme fosse stato lanciato, è mancata la capacità di gestione perché le misure messe in campo come ad esempio il salvataggio di svariate banche, la politica adottata con la Grecia e l’approccio monetario non sono servite ad evitare la spirale recessiva e l’avvitarsi degli eventi; è mancata la capacità di adattamento perché nonostante i risultati evidentemente negativi non è mai mutato l’approccio con cui si è continuato ad affrontarla contribuendo al suo aggravamento (vedi i casi di Cipro, la prosecuzione dell’austerità inflessibile, e l’attuale ricaduta greca). Adattando quanto detto ad un evento recente, l’intenzione di Katainen, Commissario UE ad interim agli affari economici e monetari, di utilizzare un metodo strettamente aritmetico per l’analisi delle leggi di bilancio proposte dagli stati membri è esattamente il migliore emblema dell’incapacità e della non volontà di adattarsi agli scenari mutevoli.

La parola d’ordine del presente e del futuro è resilienza, dobbiamo constatare che non siamo in grado di indirizzare l’ordine degli eventi, ma dobbiamo essere bravi ad evolvere in modo da adattarci nel migliore e più proficuo dei modi, se necessario anche cambiando radicalmente le nostre convinzioni ed i nostri modelli fino ad oggi ritenuti, a torto o a ragione, vincenti.

Di sicuro la capacità di gestire il rapido cambiamento e le crisi in senso lato non è una delle qualità più acute dell’Europa e della nostra società, ma di per certo conviene a tutti che si inizi subito a far fronte a questa mancanza.

Link correlati:
Alluvione di Genova: tre banali considerazioni al di là della ricerca di colpevoli e capri espiatori 12/10/14
Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza 23/08/14
Il futuro scorre rapido e richiede adattamento 07/08/13
Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza 15/09/13

15/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale