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Giusto ottimismo natalizio, ma non abbandoniamo la realtà

È giusto, è consuetudine di fine dell’anno, a maggior ragione a ridosso di Natale, fare un bilancio cercando di essere ottimisti e trasmettere messaggi positivi in particolare se la situazione non è delle più facili. Infondere speranza e voglia di reagire è compito di un buon manager o dirigente. Accade questo da sempre in ogni azienda con l’immancabile conclusione che si può e si deve sempre puntare a migliorare ed a raggiungere risultati sempre più eccellenti.
Ciò detto sembrano oggettivamente eccessive le parole dette dal Premier Letta nel suo messaggio. Le aspettative per il 2014 paiono enormemente amplificate; pur supponendo che si possa invertire la tendenza ed uscire definitivamente dalla recessione, assecondando in termini di PIL le migliori previsioni di 1-1.1% (in una forbice quantizzata a seconda degli istituti ai valori 0.4%-0.7%-0.8%-1%) la crescita e la ripresa che può dar adito ad un senso trionfale di certo successo come quello profuso da Enrico Letta è bel altra cosa, è crescita quella cinese tra il 7% e l’8%, è crescita quella del Giappone con il lavoro trainato dai grandi investimenti, è crescita quella USA che, a dispetto di un deficit attorno al 5%, ha raggiunto nel terzo trimestre 2013 il 4.1%, non è crescita il nostro 1%, ma si limita ad essere l’uscita tecnica dalla recessione mantenendo sostanziale stagnazione. A Natale i consumi delle famiglie caleranno fino ad oltre il 40% e saranno concentrati principalmente su cibo ed high tech, la fiducia dei consumatori è ai minimi da giugno anche a causa delle incertezze sulla tassazione, la disoccupazione crescerà anche nel 2014 e la giustificazione che si tratta di un dato tecnico dovuto ai NEET che tornano a cercare lavoro non è sufficiente, poiché gli studi rivelano che per invertire la tendenza sull’occupazione serve una crescita minima tra 1.5% e 2%.

Il 2014 stando alle parole di Letta sarà l’anno della svolta, del rinnovamento della politica, anche in termini generazionali, i quarantenni non potranno fallire. Vero è che un po’ di rinnovamento c’è stato e che l’età si è oggettivamente abbassata, ma di qui a dire che il futuro è delle nuove generazioni la strada è lunga nel nostro paese.

All’estero i manager delle più grandi multinazionali hanno spesso meno di 35 anni, ed a 30 anni sono già tranquillamente pronti per assumere posizioni manageriali, mentre qui in Italia, se sono così fortunati da lavorare, sono considerati neo assunti o junior; la politica non è differente, basti vedere l’età media dei politici di altri paesi presenti nel parlamento europeo rispetto ai nostrani, fino ad arrivare al caso limite austriaco dove è recentemente stato eletto un ministro di 28 anni, cose simili sono accadute anche in Repubblica Ceca.

Testimonianze tangibili dei cambiamenti della politica verso modelli più virtuosi e morigerati non sono stati molto convincenti ed il balletto degli emendamenti alla legge di stabilità di queste ore con misure che escono dalla porta per rientrare dalla finestra ne sono una testimonianza, salvo poi additare come colpevoli le Lobby (Link media e Lobby) che però non hanno l’ultima parola in merito che rimane sempre e comunque della politica.

Le risorse che verranno destinata al taglio del cuneo fiscale ed alla riduzione delle tasse sono solo ipotesi e previsioni vincolate a quanto potrà essere raccolto dalla lotta all’evasione, dal rientro di capitali dall’estero e dalla spendig review che il Commissario Cottarelli (il quale avrà durissimo lavoro vedendo le modifiche nottetempo al DDL Stabilità e considerando che non avrà potere concreto di mettere in pratica il suo piano) ha già blindato in favore del taglio alla spesa.

Gli atteggiamenti della Germania in favore dell’Europa promessi dalla Merkel non si sono verificati così come le pressioni Italiane a Bruxelles.

Alla luce di ciò Enrico Letta, al quale va dato atto di essere equilibrato e di impegnarsi sinceramente, non dovrebbe alzare così tanto l’asticella delle aspettative degli italiani che troppe volte si sono sentiti dire che le cose cambieranno e non saranno mai come prima, che l’ora della svolta è giunta, salvo poi essere delusi e finire col non avere più fiducia dei propri rappresentanti al governo. Suggerirei quindi volare più basso o più semplicemente dire la verità, e cioè che SE la politica invertirà davvero rotta e si comporterà virtuosamente mettendo al centro il bene del paese e dei cittadini, SE la generazione dei 20-30 enni si vorrà sacrificare impegnandosi e tenendo in mente che probabilmente non riuscirà ad agganciare il benessere sociale e le possibilità economiche che ebbe la generazione precedente, SE chi ha avuto di più ottenendolo onestamente o per leggi incolpevolmente troppo favorevoli vorrà rinunciare a qualche privilegio, SE l’Europa vorrà essere più permissiva, SE E SOLO SE tutto ciò si verificherà sarà possibile riportare la qualità della vita, l’uguaglianza e la sostenibilità sociale del nostro paese a livelli accettabili.

Benissimo essere ottimisti dunque, ma rimanere agganciati alla realtà dei fatti è un una prerogativa che la politica, a tutti i livelli dovrebbe recuperare.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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Napolitano non sorprende, ribadisce!

Attorno alle 19:30, giusto in tempo per scompaginare le scalette dei telegiornali, ma alla fine neanche poi tanto, è stato diramato il comunicato del Presidente della Repubblica in merito al processo Mediaset.

Napolitano, chiamato in causa anche insistentemente da più parti benché non fosse nelle sue intenzioni pronunciarsi pubblicamente, non tradendo moderazione e pragmatismo, è stato decisamente realista senza dare adito alle tanto eclatanti quanto improbabili dichiarazioni che molti, in particolare tra le file del PDL, si attendevano.

I tre punti cardine del comunicato possono essere riassunti come segue:

  • Si deve prendere atto di ogni sentenza definitiva così come vanno rispettate le conseguenti implicazioni.
  •  Al momento non è stata presentata alcuna richiesta di grazia, qualora venisse presentata è dovere del Presidente della Repubblica valutarla  con attenzione.
  • Nella situazione attuale una crisi di governo avrebbe conseguenze drammatiche.

Non ci sono state sorprese particolari ed il “monito” del Presidente, sobrio come al solito, era oggettivamente quello che la maggior parte dell’opinione pubblica, minimamente interessata alla vicende economico politiche del paese, avrebbe proferito o comunque aveva in mente senza necessità che la più importante istituzione lo ripetesse. Evidentemente non vale lo stesso per gli esponenti politici, che tutt’ora cercano di interpretare a loro pro o comunque secondo una specifica linea di pensiero le parole del Presidente.

Se proprio si vuole analizzare quanto scritto nel comunicato stampa si evince in sostanza che la magistratura ed il potere giudiziario hanno agito e continuano ad agire in piena autonomia garantendo uguaglianza a tutti i cittadini di fronte alla legge, il Presidente della Repubblica assolverà sempre e comunque alle sue funzioni e valuterà accuratamente ogni richiesta di grazia conforme alle procedure costituzionali formalmente presentata, inclusa eventualmente quella relativa al Processo Mediaset (di sicuro non si muoverà “motu proprio”), il contesto attuale non consente di affrontare crisi di governo.

Riguardo all’ultimo punto è stato ripetuto più e più volte che i  leggeri segnali positivi che possono far pensare ad una lenta ripresa economica del paese e dell’Europa (nel secondo trimestre del 2013, battendo le previsioni degli analisti, il Pil della Germania sale dello 0.7%, quello della Francia dello 0.5% trainato da una ripresa dei consumi interni, anche il PIL della UE-27 sale dello 0.3%) vanno capitalizzati senza perdere energie, tempo e risorse umane in scontri politici intestini ai partiti o al governo, propagande elettorali ed arroccamenti ostinati, andando ad agire sinergicamente in modo rapido ed incisivo sui tanti aspetti che potrebbero contribuire alla ripresa, anch’essi ribaditi molte volte.

La concertazione della politica, mai come ora, dovrebbe essere rivolta alla soluzione dei problemi concreti, Enrico Letta non dimentica mai di ripeterlo e del resto è quello che sta abilmente ricordando anche Berlusconi, salvo che i suoi in sembrano non volerlo ascoltare perseverando nel lanciare ogni tipo di ultimatum.

Una crisi di governo adesso, con le borse ed i mercati piuttosto “tiranti” dopo settimane di buone performance e lo spread a livelli molto bassi (ai minimi da un paio di anni), complice anche l’incremento dei rendimenti dei Bund tedeschi, lascerebbe ampio margine di manovra alla speculazione e farebbe optare agli investitori, tornati a credere nei mercati azionari, per una presa di benefici scatenando così le vendite. C’è inoltre l’incognita delle agenzie di rating che sorvegliano attentamente l’Italia, sia per lo stato di avanzamento delle riforme e del debito sovrano che ha raggiunto il nuovo record di 2075.1 miliardi di euro a giugno, sia per la situazione politica, che ci è già costata un downgrade nelle scorse settimane. Al momento l’Italia è classificata per S&P BBB con outlook negativo, a soli due step da junk, spazzatura, che per il paese significherebbe grande difficoltà di rifinanziamento se non a tassi esagerati poiché molti investitori istituzionali, grandi fondi e Stati Sovrani hanno per statuto divieto di acquisto di titoli classificati “non investment grade”.

Il Presidente della Repubblica non ha sorpreso, ma di sicuro ha ribadito per l’ennesima volta i capisaldi della linea alla quel i partiti politici dovrebbero attenersi.

13/08/2013

Valentino Angeletti

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Non c’è bisogno dell’ autunno caldo che i presupposti lasciano intravedere

Non vogliamo un autunno caldo, ha dichiarato il Premier Letta ad una emittente televisiva ellenica.
Secondo il Premier il 2014 può essere l’anno della svolta, della ripresa, dell’inversione di tendenza, ma è necessario che si lavori in modo collaborativo per il raggiungimento di quegli obiettivi nazionali e  comunitari ormai noti.
Le sue parole calzano decisamente bene sia se intercalate nel contesto europeo che limitatamente a quello italiano, in ambedue i casi però la svolta nel 2014 arriverebbe con un po’ di ritardo.

Relativamente all’Unione fino ad ora, e Grecia ed Italia lo hanno vissuto sulla loro pelle, i particolarismi hanno spesso avuto la meglio rispetto all’interesse della EU. Solo per citare alcuni esempi si possono ricordare la questione dell’unione bancaria, della regolamentazione Basilea 3, della trasparenza e dello scambio dati tra istituti di credito per la lotta all’evasione, gli accordi sui bilanci unici europei, l’utilizzo dei meccanismi ESM ed OMT e più in generale tutta la politica economica e monetaria che ha subito importanti pressioni dai governi ‘nordici’ e dalle loro banche centrali. Questo autunno si preannuncia tutt’altro che tranquillo, complici le elezioni tedesche che hanno tenuto in scacco le decisioni politico-economiche comunitarie degli ultimi mesi in più di una occasione.

In Italia il governo della svolta si è insediato a febbraio e, forte di una maggioranza molto ampia, doveva agire immediatamente, quasi con azioni lampo, sui temi fondamentali. Invece hanno prevalso le divisioni tra i partiti, la campagna elettorale non è sostanzialmente mai cessata e si sono rincorsi provvedimenti più di propaganda che di oggettiva utilità o incisività.
La situazione del prossimo autunno non sarà calma, ci sono le vicende giudiziarie del Cavaliere Berlusconi riguardo al caso Mediaset che stanno dividendo il PDL. L’esito del processo ha valenza politica anche per il PD non concorde su come comportarsi a seconda del pronunciamento della corte, del resto le divisioni nel PD sono uno stato ormai costante; il congresso che si terrà in autunno inoltrato, forse addirittura a dicembre, assieme all’elezione del nuovo segretario e del candidato a Premier sembra siano le priorità dei Democratici.
I due partiti di maggioranza paiono decisamente più interessati a portare avanti le loro vicende interne che a lavorare assieme negoziando costruttivamente per perseguire i target dichiarati.
Per il 2014 ci sono previsioni leggermente positive, il PIL tornerebbe a crescere dello 0.7% (salvo solite rettifiche), ultimamente i negozi e le attività chiuse sono inferiori rispetto a quelle che hanno aperto, i consumi e la produzione potrebbero tornare a respirare ed il credito alle famiglie (non alle imprese) è concesso con più facilità, i dati sul lavoro e sulla disoccupazione invece rimarranno ancora negativi. Dunque nel 2014 qualche speranza esiste e può essere sfruttata; se però non muterà l’atteggiamento sia interno alla EU che al nostro governo, il prossimo autunno sarà tutto tranne che tranquillo.

28/07/2013
Valentino Angeletti
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Vice Ministro Fassina: idee chiare e ragionevoli su un certo tipo di evasione

Cosa avrebbe detto di male il Vice Ministro dell’Economia Fassina? Che, pur non giustificandola, esiste “una evasione di sopravvivenza”?  Questo fenomeno oggettivo è noto da tempo qui nel paese dove si lavora fino all’ 11 Giugno per pagare le tasse, non è certo Fassina a scoprirlo. 

Partendo dal sacrosanto presupposto che l’evasione fiscale, fardello per il nostro paese, dal peso stimato di 250 miliardi di euro all’anno, deve essere combattuta duramente,  portata a reato penale e le sanzioni devono essere inasprite poiché di fatto adesso per i grandi evasori è conveniente rischiare considerando che nel peggiore dei casi si ricorrerà ad un patteggiamento ed al  pagamento di una somma inferiore a quanto dovuto al fisco, non è altresì possibile far finta che quelle realtà dei piccoli commercianti ed artigiani, delle partite iva e degli studi di settore non esista. 

Il Vice Min. Fassina avrà sicuramente fatto riferimento a qualcuno di loro, rendendosi conto delle loro condizioni. Ovviamente non si parla di evasioni palesi, come i grandi orefici o gioiellieri che dichiarano 6’000 euro all’anno o gli imprenditori che dichiarano meno dei dipendenti o ancora dei locali notturni che dichiarano mediamente un rosso di 6’000 euro annui, ma si fa riferimento a piccoli esercizi, ad imprese individuali, ad attività artigiane spesso in contesti di piccoli paesi. 

L’evasione alla quale credo Fassina volesse alludere è quella di queste piccole realtà che supponendo un giro d’affari che va realisticamente dai 1000 ai 3000 euro al mese potrebbero evadere un totale di 50-70 euro al mese, sufficienti per la spesa di una settimana o per il pagamento di qualche bolletta. 

Parlando da dipendente non vorrei sentire colleghi con il posto fisso  asserire l’ovvietà che dei servizi ospedalieri “et similia” usufruiscono anche i piccoli commercianti, i quali potrebbero controbattere di non avere tutele come la cassa integrazione, permessi per malattie, di avere pensioni molto inferiori, di non poter godere di permessi retribuiti per assistere parenti malati, in caso di infortunio poi le somme percepite sono  molto esigue e non mi dilungo oltre. 

Questo scontro sarebbe solo una triste lotta tra poveri che non porta a nulla se non a distogliere l’attenzione dal reale problema che è la grande evasione ed elusione. 

Chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di qualsiasi classe sociale appartenga, qualsivoglia lavoro svolga, che non abbia compreso questa situazione di oggettiva difficoltà del paese vuol dire che non ha ancora chiaro come si sta evolvendo l’economia, come sta cambiando la società ed il mondo del lavoro e di come le prese di posizioni idealistiche ora più che mai sono controproducenti anche per le stesse parti che vorrebbero rappresentare o delle quali vorrebbero farsi portavoce. 

Sarebbe invece auspicabile un impegno comune, a partire dal governo e dall’Europa, per quel che riguarda la tassazione nella UE, la protezione e lo scambio dei dati bancari e quella dei paradisi
fiscali per fare in modo che nessuno abbia necessità di evadere per sopravvivere. 

Non mi stupisco di quanto detto da Fassina, economista di prestigio e di Bocconiana formazione, ed ancor di più non mi stupisco di coloro che  esprimono solidarietà, pur non giustificandoli, nei confronti di quelle attività che per sostentamento primario sono costrette ad evadere qualche decina di euro al mese.

Per inciso ha fatto quasi meno scalpore quando si ricorse al condono sul rientro dei capitali esteri con garanzia dell’anonimato.

 

25/07/2013

Valentino Angeletti

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Tremenda evasione, ma Premier impreciso

Il Premier Letta oggi ha dichiarato lotta durissima contro l’evasione fiscale, ovviamente come non essere d’accordo, visto che la somma sottratta al fisco da questa pratica illegale è stimata attorno ai 150 miliardi di euro all’anno. Asserendo che in Italia le tasse sono oggettivamente troppo alte perché non tutti le pagano è stato chiaro nel messaggio, ma forse un po’ superficiale e retorico. L’alto livello di imposizione fiscale in Italia non può attribuirsi in toto all’evasione, la quale rappresenta una parte delle motivazioni che sono ben più complesse.

L’evasione è stata tacciata anche di consentire un vantaggio competitivo per le aziende disoneste che ne usufruissero, in quanto darebbe loro la possibilità di offrire servizi di qualità inferiore. Questa affermazione è imprecisa, gli evasori hanno vantaggio competitivo nel poter offrire un servizio o un prodotto di qualità media a prezzi inferiori rispetto ai competitors onesti. Se la qualità fosse inferiore avrebbero vita breve poiché sarebbe lo stesso mercato a decretare la loro fine ed invece l’evasione prospera.

Volendo giustamente dichiarare guerra all’evasione esiste nell’immediato la possibilità di mettersi alla prova. In questi giorni la GdF ha scoperto una truffa ai danni del fisco operata da parte di una società romana che serviva numerosi personaggi famosi (si sono fatti i nomi di un cantante e del padre di un motociclista, ambedue famosissimi). L’ammontare complessivo delle somme gestite pare superasse il 1 miliardo di euro. La società operava prendendo in consegna il denaro, triangolandolo attraverso vari istituti di credito e società off shore dei classici paradisi fiscali (Isole Vergini, Antille Olandesi, Isola di Man ed altri ameni lochi) e depositandolo infine presso istituti di credito sanmarinesi.

Invece di un classico patteggiamento, irrisorio nei confronti dell’evaso, che di fatto rende l’operazione illegale in ogni caso profittevole, perché non sequestrare l’intero ammontare e magari utilizzarlo come copertura all’IVA? Si ricorda che l’evasione non è reato penale essendo stato depenalizzato,  si potrebbe renderlo nuovamente penale? Di sicuro se fosse un reato penale e la multa fosse veramente penalizzante il fattore deterrente sarebbe esponenzialmente superiore.

Purtroppo l’affermazione che se in Italia si recuperasse appena il 15% rispettivamente da evasione, dai costi della burocrazia e dalla criminalità non vi sarebbero problemi di coperture è tanto emblematica quanto avvilente.

24/07/2013

Valentino Angeletti

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Decreto “del fare”: WiFi, EXPO ed il solito colpo di coda

Anche sul decreto “del fare” si notano numerosi traccheggiamenti e discordie che hanno imposto il voto di fiducia. Purtroppo la tendenza è sempre quella a rallentare le azioni, nonostante la rapidità sia fondamentale, è la realtà a ricordalo ogni volta.

Oggi ad esempio è uscito un dato non positivo per l’Italia, l’export extra europeo nel mese di giugno è calato del 2.9%. La giornata lavorativa in meno è sicuramente complice, ma il fatto che i cali maggiori si siano registrati nei confronti degli USA e del Giappone, paesi che hanno dati migliori rispetto alla UE, fa pensare come effettivamente le loro politiche monetarie stiano influenzando positivamente economia e consumi interni.

Da inizio anno il dato sulle esportazioni rimane positivo, in buona parte grazie alla Cina, verso la quale le esportazioni del mese di giugno sono aumentate del 14.9%, Russia, India e Medio Oriente che registrano a Giugno +2%, in calo rispetto alla media del primo semestre.

Anche il dato sull’import extra UE è in calo (-8.7% a giugno)  a testimonianza di una stagnazione totale dei consumi e di domanda che dovrebbe portare a puntare il più possibile le esportazioni.

Nel paese stiamo assistendo a delocalizzazioni di aziende verso l’estero non per usufruire del basso costo del lavoro, infatti i paesi preferiti sono Austria, Germania, Francia ed anche Svizzera, ma per non dover lottare contro la burocrazia, avere leggi, normative e tassazione chiare e stabili nel tempo potendosi quindi concentrare sullo sviluppo del business (la Fiat è stata l’ultima azienda a dichiarare di valutare l’opzione di delocalizzazione in Olanda, ma dietro le dichiarazioni della Fiat vi sono motivazioni più complesse).

Tornando al decreto “del fare” punterei un attimo lo sguardo sulla “liberalizzazione” del WiFi e sull’accordo occupazionale finalizzato ad EXPO 2015.

L’accesso WiFi nei luoghi e negli esercizi o locali pubblici non è più soggetto ad identificazione e tracciatura delle utenze e diventa sostanzialmente libero, purché non rappresenti il core business dell’esercizio che lo offre. Questo passo è decisamente positivo, ma non fa altro che allinearci a quanto in Europa, ivi inclusi paesi che nell’immaginario collettivo molti pensano più arretrati dell’Italia, accade già da anni. Nella maggioranza degli stati europei è sostanzialmente possibile essere sempre connessi ad una rete WiFi pubblica tanto che, portando il concetto all’estremo, potrebbe non essere necessario essere dotati di un abbonamento privato. Ciò, assieme ad un reale processo di liberalizzazione, ha consentito alle tariffe degli abbonamenti, siano essi domestici, mobili o aziendali, di raggiungere livelli molto più bassi che da noi.

Il punto da dover affrontare, che rappresenta il collo di bottiglia dello sviluppo delle nuove tecnologia in Italia, è il digital divide. L’Italia, come si può osservare dalla figura 1, ha registrato nel primo quarto del 2013 una velocità media delle connessioni internet di 4.4 Mbps (ultima in Europa) con velocità massima di picco pari a 30.6 Mbps. Si consideri che una connessione ad almeno 20 Mbps medi è quella necessaria alle aziende medio grandi che vogliano utilizzare la rete come pilastro del loro business. Rimangono inoltre numerose le zone non coperte dalla risorsa internet.

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Passando al “mobile” le cose non migliorano, molti altri stati europei adottano già ampiamente la tecnologia 4G, anche in zone rurali, mentre in Italia sono in atto solo recenti sperimentazioni in alcune zone metropolitane.

Oltre alle lacune infrastrutturali vi sono anche quelle di educazione. È stata istituita la PEC (posta elettronica certificata) per ogni attività, anche una semplice impresa artigiana del solo proprietario, per snellire la burocrazia opprimente che è oggettivamente pesante. Obiettivo encomiabile quello di Brunetta, fervente sostenitore della PEC, il punto è che molti piccoli e piccolissimi imprenditori non hanno la minima idea di come si gestisca una casella di posta e visto che ormai tutte le comunicazioni importanti delle pubbliche amministrazioni arrivano esclusivamente via PEC il risultato ottenuto è stato quello di costringerli a rivolgersi ad un ente terzo (i CAF, la CNA ecc) affinché venisse gestita la PEC conto terzi e non sempre gratuitamente. Quindi oltre al costo della PEC stessa (la versione gratuita benché esista è conosciuta solo dal 52% degli italiani), oltre al costo eventuale dell’ente per il supporto, si è incrementata ulteriormente la burocrazia, questa volta fatta non più di carta, ma di uffici e deleghe.

In sostanza la liberalizzazione del WiFi è un passo verso la civiltà, la vera sfida è vincere il digital divide in termini di infrastrutture ed educazione alle potenzialità di business che interne offre.

Il secondo punto del decreto “del fare” di cui vorrei far menzione è l’accordo sull’impiego nel lambito dell’ EXPO2015. Esso introduce nuovi elementi di flessibilità che consentono assunzioni per la gestione e realizzazione del grande evento EXPO e potrebbe essere un modello per tutti i grandi eventi. Nel dettaglio la società Expo assumerà 340 giovani con contratto di apprendistato di età inferiore ai 29 anni ed implementerà specifici piani formativi. Circa 300 persone  saranno individuate partendo dalle liste di mobilità e di disoccupazione e saranno assunte con contratto a tempo determinato. Un totale di 195 persone potranno svolgere uno stage percependo buoni pasto ed un rimborso mensile di 516 euro. Con le regole attuali le assunzioni non avrebbero potuto avere luogo del resto applicare rigidi criteri tipici dei contratti a tempo indeterminato per un evento “spot”, benché di grande rilevanza, come l’EXPO2015 avrebbe avuto oggettivamente poco senso. L’accordo, ritenuto positivo dalla maggior parte delle associazioni e dei partiti politici,  è stato sottoscritto dalla società EXPO (AD Giuseppe Sala) e di sindacati (CGIL, CISL, UIL) dando esempio di flessibilità e collaborazione di cui ora più che mai c’è necessità.

Quella dell’EXPO è una vetrina importante per l’Italia e per i giovani impegnati in ogni forma (assunti, stagisti o volontari) perché mette in contatto con realtà differenti, arricchisce culturalmente e da la possibilità di crearsi un network lavorativo utile. In tal caso a prescindere dalle condizioni economiche si deve consigliare ai giovani, citando la ex ministro Fornero, di non essere “Choosy” e di mettersi in gioco.

Purtroppo anche questa volta non è mancato il colpo di coda della vecchia politica che con un’abile manovra, inserendo un innocuo “NON” all’interno di una frase del decreto, ha annullato la proposta elaborata dall’ esecutivo Monti di mettere un tetto (circa 300’000 Euro all’anno)  allo stipendio dei manager delle società pubbliche e partecipate dalla Stato non quotate in borsa, guarda caso a poche ore dal rinnovo del mandato di AD delle Ferrovie ed a pochi mesi di quello delle Poste… un saggio della politica italiana possessore di un grande archivio avrebbe detto che a pensar male si fa peccato ma….

 

27/07/2013

Valentino Angeletti

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Superare l’impasse agostana, poi concentrarsi sul concreto

Il voto di sfiducia al Governo ha avuto esito negativo.

Il Premier Letta ed il suo Esecutivo l’hanno scampata dunque? A dire il vero solo parzialmente perché la vicenda Kazaka ha lasciato strascichi di non poco conto, del resto la questione è complessa sul piano geopolitico internazionale, un vero e proprio intrigo. Nonostante il voto a favore del Governo nel PD si sta diffondendo l’idea della necessità di un rimpasto dell’Esecutivo in ottobre. Ciò si aggiunge alle tensioni già in essere dovute principalmente all’esito del “processo Berlusconi” del 30 luglio che ha sicuramente un’importante valenza politica ed alle decisioni che dovranno essere prese entro il 31 agosto.

Come un eventuale voto di sfiducia al Governo anche un rimpasto non è un provvedimento banale non sono convito che passerà inosservato agli occhi degli altri stati europei ed a quelli delle istituzioni di Bruxelles poiché testimonierebbe che gli attriti già evidenti, ma fino ad ora domati dal Premier con il supporto del Presidente Napolitano, stanno assumendo dimensioni sempre maggiori col rischio di minare seriamente la stabilità politica. In Europa attualmente i paesi che stanno fronteggiando crisi di governo, mettendo i apprensione i mercati, sono non a caso il Portogallo e la Grecia le cui difficili condizioni sono ben note.

Il contesto che stiamo attraversando impone collaborazione e negoziati produttivi sia perché non c’è tempo da perdere in contrasti sia perché le risorse sono poche e vanno utilizzate al meglio, quindi tutte le energie dovrebbero essere vincolate in modo costruttivo. Abbiamo l’onere e l’onore, effettivamente non sempre riconosciuto dagli altri stati membri, di essere un paese fondatore dell’Unione Europea e la terza economia del vecchio continente, questo deve essere chiaro a Bruxelles, ma anche a Roma, non ci possiamo permettere di essere ulteriormente causa o capro espiatorio per movimenti di mercato problematici o alibi per gli speculatori che, considerando le situazioni economiche di Asia ed USA, vedono nel nostro continente la preda più debilitata ed il nostro paese ne rappresenta la vitale giugulare ove attaccare mortalmente.

A proposito di risorse il 31 agosto è il termine per prendere decisioni in merito a quattro temi fondamentali per la resistenza dell’esecutivo: il nodo esodati, la procedura di pagamento della prima tranche da 20 miliardi dei debiti alle PA che vorrebbe essere anticipata rispetto al 2014 ed infine il nodo IMU ed IVA. La cancellazione totale dell’IMU richiesta dal PDL non è ormai evidentemente percorribile, ma la soluzione definitiva è ancora lontana, si parla di franchigia entro un certo limite (i capannoni industriali produttivi non dovrebbero essere tassati in accordo con Confindustria, ma pronunciamenti definitivi non si sono sentiti), oppure di integrazione con TARES e TARSU, o ancora una imposta comunale che tenga conto del patrimonio immobiliare incrociato con il nuovo indice ISEE, ovviamente anche l’ipotesi di un rinvio alla
legge di stabilità del 2014 non manca, servirebbero 4 miliardi, ma la riunione odierna della Cabina di Regia ha confermato, senza esplicitare i modi, una definitiva risoluzione entro il 31 agosto.

L’IVA, che dovrebbe passare al 22% dal 1 ottobre, analizzando i dati è un falso problema, non dovrebbe essere aumentata in quanto non strutturale, non porterebbe gettito e vesserebbe ulteriormente consumatori ed imprese. È dimostrato (Curva di Laffer in figura) che aumentare l’imposta oltre un certo livello (in Italia già superato) deprime i consumi portando incassi molto inferiori rispetto a quanto previsto. È successo con l’aumento dal 20 al 21% e si è ripetuto con l’incremento delle accise sui carburanti che, a causa del drastico calo dell’utilizzo delle auto ed alle difficoltà delle grandi aziende di autotrasporto, ha apportato un gettito inferiore rispetto a quando le accise erano più basse.

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

 

Questi nodi sono fondamentali più per consentire al Governo di sboccarsi e concentrarsi su questioni sostanziali che per il loro valore assoluto, pochi spiccioli nel mare magnum del debito. Alcune ombre sulle coperture di qui a fine anno sono state sollevate, poi smentite dai Ministeri competenti. Si sono sentite voci su una possibile manovra correttiva da 12 miliardi, del resto l’oggettiva necessità di concentrarsi sull’abbattimento del debito di oltre 2060 miliardi di € ha portato il Ministro Saccomanni a paventare l’ipotesi, durante il G20 di Mosca, di cessione delle aziende partecipate (leggi le strategiche ENI – ENEL – FINMECCANICA molto appetibili per settore merceologico a stati asiatici, arabi ed anche la stessa Russia dove il Ministro era intervistato) subito smentita modificando “cessione” in “garanzie collaterali” (oggettivamente ai valori attuali più che vendita sarebbe una svendita con conseguente rinuncia ai dividendi che nel complesso, tra Ministero del Tesoro e CdP, ammontano a quasi 2 miliardi annui) ed inserendo la possibilità di quotare Poste e Ferrovie dello Stato che già si sono affacciate sul mercato obbligazionario.

La vera questione da chiarire nell’immediato è che senza investimenti strutturali non conteggiati nel deficit (applicare la golden rule per grandi investimenti infrastrutturali, interventi nell’ambito dell’Expo 2015, detassazione del lavoro ecc), abbattimento della pressione fiscale e del costo del lavoro applicando entro dicembre i provvedimenti della Youth Guarantee, modifica dei contesti produttivi e del modello economico trainante (mettere la finanza al servizio dell’economia reale e di produzione, comprendere quale siano i nuovi settori che saranno trainanti riconvertendo quelli più tradizionali e dei quali l’Europa sta perdendo il primato), spostamento della fiscalità dalle persone ed imprese ai consumi, lotta all’evasione, alla corruzione ed alla burocrazia, abbattimento della spesa pubblica e gestione profittevole del patrimonio statale, costo dell’energia allineato a quello del resto d’Europa, incremento dell’export, riforma delle pensioni e del mercato del lavoro favorendo la riallocazione e riconversione dei lavoratori sarà la stessa Unione e non uscire dalla crisi e rischiare l’implosione.

Le misure sono quello ormai note e devono essere prese in sede Europea: unione bancaria e fiscale, mercato unico dell’energia, condivisione trasparente dei dati bancari, regimi sui proventi finanziari comuni e soprattutto politica monetaria che temporaneamente inietti liquidità (applicando il meccanismo OMT dell’ ESM o stampando direttamente) per far partire la fase degli investimenti come hanno fatto, fino ad ora a ragione, il Giappone, momentaneamente in attesa del rinnovo della Camera Alta, e gli USA che hanno registrato buoni dati in termini occupazionali ed hanno i loro indici borsistici ai massimi storici.

L’esempio della Grecia, col senno di poi, dovrebbe essere una lesson learnt. Avere agito subito senza ricorrere in modo quasi ostinato all’austerità che ha portato in ultimo al taglio di 25000 dipendenti pubblici che sicuramente contribuiranno a deprimere ulteriormente economia e consumi nonostante un drastico abbassamento dell’IVA su certi prodotti e servizi per supportare il turismo estivo favorito dalle tensioni in medio oriente ed Egitto, avrebbe ridotto di 10 volte il costo sostenuto fino ad ora dai greci e dall’ Europa tutta.

L’obiettivo è dunque superare il 31 agosto, sbloccare l’empasse e lavorare con determinazione così a Roma come a Bruxelles senza pensare in questo frangente a rimpasti, congressi e vicende processuali. Cosa fare si sa, come fare si studia e si implementa, cominciare e subito a farlo è fondamentale.

20/07/2013

Valentino Angeletti

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Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo

Il Premier Enrico Letta è tornato dall’Eurogruppo di Bruxelles soddisfatto per quanto ottenuto in tema di lavoro. La somma disponibile da impiegare per favorire il lavoro giovanile ammonta a circa 1,5 miliardi. La stampa è discordante e non è ben chiaro se le risorse siano spendibili nei prossimi due anni, quindi 2014/15 oppure in tutto il periodo 2014/2020 per il quale è stato definito il bilancio unitario europeo. Da un’intervista rilasciata dallo stesso Premier l’impressione è che il miliardo e mezzo sia da spalmarsi per tutto il settennato, mentre nel il primo biennio sia possibile allocare circa 800 milioni di euro, in ogni caso superiori rispetto a 500 milioni poi ritoccati a 550 – 600 inizialmente stimati.
Il risultato è quindi tutto sommato positivo anche se la cifra non ha la portata tale da risolvere i problemi dalla disoccupazione giovanile in Italia e dovrà essere impiegata nel migliore dei modi per adempiere al progetto europeo ‘youth guarantee’ nei modi e termini stabiliti. Non è in ogni caso condivisibile l’affermazione di Enrico Letta, forse fatta in un momento di entusiasmo, secondo la quale le aziende non avrebbero più alibi per non assumere giovani. Una azienda che non assume non lo fa per principio, anzi sarebbe ben felice di assumere in quanto vorrebbe dire che gli affari e gli ordinativi vanno bene e ci sono prospettive di crescita, ma è l’assenza di domanda ad esserne la causa.
Purtroppo i consumi, dall’alimentare ai beni più frivoli passando per i medicinali, sono calati talmente tanto che il potenziale produttivo attuale risulta decisamente sovradimensionato. Intervenire sul lavoro abbassando il cuneo fiscale, detassando le nuove assunzioni, favorendo l’ingresso nel mondo del lavoro tramite stage e tirocini retribuiti, riformando i centri per l’impiego, è fondamentale, ma lo è ancora di più la creazione di nuovi posti di lavoro rilanciando la produzione. Il rilancio può avvenire solo grazie ad una spinta ai consumi conseguente all’aumento del potere d’acquisto della classe media che proporzionalmente più sta risentendo della crisi e puntando convintamente sull’export nel quale l’Italia ha potenzialità enormi.

Da inizio del 2013 sono fallite circa 45 aziende o imprese al giorno. Si tratta spesso do piccoli artigiani o commercianti oppure di PMI a conduzione familiare o dei distretti tipici del Veneto, della produttiva Emilia , del Piemonte o della Lombardia. Queste realtà, che difficilmente riusciranno a riaprire anche a crisi trascorsa, erano parte della cosiddetta spina dorsale del paese, cioè le rappresentanti della manifattura italiana. Esse sia per produttività che sia perché devolvevano in tasse oltre il 50% del loro fatturato hanno fatto davvero da traino al paese consentendone lo sviluppo.

Oltre alle entità medio piccole anche grandi aziende stanno pesantemente risentendo della crisi o in alcuni casi ne stanno approfittando per delocalizzare. In questi giorni la IBM ha annunciato 355 esuberi in Lombardia, la Whirpool ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Trento, che vedeva impiegati 450 lavoratori, per trasferire parte della produzione a Varese e parte in Polonia. La Indesit che aveva già annunciato 1450 esuberi e l’intenzione di chiudere due stabilimenti, uno nelle Marche ed uno in Campania, ha dichiarato il fermo produttivo (che cesserà il 2 luglio) a causa degli scioperi di Melano ed Albacina dai quali lo stabilimento Indesit di Fabriano si approvvigionava. La multinazionale ex Merloni ha nel piano industriale di mantenere in Italia solo alcune produzioni ad alto valore aggiunto dislocando in Polonia il resto.

Purtroppo, guardando in faccia alla realtà, è impossibile pensare che la manifattura come l’abbiamo sempre concepita torni ad avere il ruolo di traino, anche se si facessero tutte le migliori riforme sul lavoro possibili sarà impossibile competere con la manodopera di paesi come la Croazia, la Romania, la Turchia, la Polonia, la Cina, l’India, solo per citarne alcuni, ove il costo del lavoro è anche 15 volte inferiore rispetto all’Italia. Non è neanche credibile che l’edilizia, grande malato di questa crisi, riprenda a costruire a pieno regime. L’Università de L’Aquila ha calcolato in uno studio che non è più possibile in Italia tracciare una circonferenza con raggio uguale o superiore a 10Km senza incontrare un centro abitato, l’urbanizzazione è ormai arrivata a saturazione.

Dobbiamo puntare quindi ad un altro genere di manifattura, più di nicchia, che produca prodotti di eccellenza ad altissimo contenuto tecnologico e che dietro abbia un knowhow frutto di ricerca ed innovazione di qualità. Dobbiamo puntare sui internet, sull’efficienza energetica, sulle imprese digitali, sul lusso e la moda (non il semplice abbigliamento), proteggere la nostra enogastronomia chiedendo in sede europea tutele stringenti sull’originalità e la provenienza di certi prodotti tipici richiesti in tutto il mondo (la Francia lo ha fatto e lo ha ottenuto). Riscoprire l’agricoltura, il patrimonio forestale, ed in certi casi i mestieri che producono eccellenze e unicità non copiabili e che se ben pubblicizzate attirerebbero i nuovi ricchi del pianeta. Bisogna guardare sempre di più all’export, capire rapidamente i nuovi trends ed essere ‘on time’ sui mercati perché è probabile che i livelli di consumo dei periodi prima della crisi non li vedremo più, almeno nel breve termine. Si deve creare una filiera turistica organizzata e sviluppare tutto l’indotto potenziale, dai trasporti alle guide alla ristorazione, che sia in grado di accogliere e seguire il turista vendendogli non solo le bellezze uniche che fortunatamente abbiamo, ma anche il ‘prodotto Italia’ andando incontro alle sue esigenze: possiamo offrire turismo sportivo, marittimo, montano, percorsi culturali e fieristici, possiamo essere orientati ai giovani offrendo discoteche nella riviera romagnola o ai meno giovani offrendo il relax di un’isola come Pantelleria piuttosto che un percorso culturale nei borghi medioevali del centro o di relax e benessere negli agriturismi toscani o nelle terme del Veneto. L’edilizia dovrà convertirsi, passando da pure costruzione a recupero del patrimonio, ristrutturazione e riqualificazione secondo determinati standard energetici ed antisismici ed utilizzando materiali e tecniche innovative a basso impatto ambientale ed ad alta efficienza energetica, edilizia ad alto valore aggiunto e contenuto tecnologico quindi.

Le possibilità non mancherebbero, si deve però cominciare rapidamente ad investire in ricerca e sviluppo, abbattere il digital divide, creare le giuste infrastrutture, riorganizzare ed ottimizzare i trasporti, offrire ai giovani percorsi formativi mirati, abbattere i muri di burocrazia che spesso stroncano sul nascere ogni iniziativa, proteggere il nostro patrimonio, adeguare tassazione e costo dell’energia. Non dimentichiamo di poter far leva sui fondi della BEI e sull’evento EXPO 2015. L’implementazione di piani di sviluppo a medio lungo termine credo che sarebbero ben apprezzati anche in sede europea e Bruxelles potrebbe mostrarsi disposta ad appoggiarli concedendoci credito in modo da avviare quel meccanismo grazie al quale sarà possibile la creazione di posti di lavoro che possano godere degli sgravi e dei denari che il Premier Letta ha sapientemente portato a casa dall’Eurogruppo.

29/06/2013
Valentino Angeletti
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