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Decreto “del fare”: WiFi, EXPO ed il solito colpo di coda

Anche sul decreto “del fare” si notano numerosi traccheggiamenti e discordie che hanno imposto il voto di fiducia. Purtroppo la tendenza è sempre quella a rallentare le azioni, nonostante la rapidità sia fondamentale, è la realtà a ricordalo ogni volta.

Oggi ad esempio è uscito un dato non positivo per l’Italia, l’export extra europeo nel mese di giugno è calato del 2.9%. La giornata lavorativa in meno è sicuramente complice, ma il fatto che i cali maggiori si siano registrati nei confronti degli USA e del Giappone, paesi che hanno dati migliori rispetto alla UE, fa pensare come effettivamente le loro politiche monetarie stiano influenzando positivamente economia e consumi interni.

Da inizio anno il dato sulle esportazioni rimane positivo, in buona parte grazie alla Cina, verso la quale le esportazioni del mese di giugno sono aumentate del 14.9%, Russia, India e Medio Oriente che registrano a Giugno +2%, in calo rispetto alla media del primo semestre.

Anche il dato sull’import extra UE è in calo (-8.7% a giugno)  a testimonianza di una stagnazione totale dei consumi e di domanda che dovrebbe portare a puntare il più possibile le esportazioni.

Nel paese stiamo assistendo a delocalizzazioni di aziende verso l’estero non per usufruire del basso costo del lavoro, infatti i paesi preferiti sono Austria, Germania, Francia ed anche Svizzera, ma per non dover lottare contro la burocrazia, avere leggi, normative e tassazione chiare e stabili nel tempo potendosi quindi concentrare sullo sviluppo del business (la Fiat è stata l’ultima azienda a dichiarare di valutare l’opzione di delocalizzazione in Olanda, ma dietro le dichiarazioni della Fiat vi sono motivazioni più complesse).

Tornando al decreto “del fare” punterei un attimo lo sguardo sulla “liberalizzazione” del WiFi e sull’accordo occupazionale finalizzato ad EXPO 2015.

L’accesso WiFi nei luoghi e negli esercizi o locali pubblici non è più soggetto ad identificazione e tracciatura delle utenze e diventa sostanzialmente libero, purché non rappresenti il core business dell’esercizio che lo offre. Questo passo è decisamente positivo, ma non fa altro che allinearci a quanto in Europa, ivi inclusi paesi che nell’immaginario collettivo molti pensano più arretrati dell’Italia, accade già da anni. Nella maggioranza degli stati europei è sostanzialmente possibile essere sempre connessi ad una rete WiFi pubblica tanto che, portando il concetto all’estremo, potrebbe non essere necessario essere dotati di un abbonamento privato. Ciò, assieme ad un reale processo di liberalizzazione, ha consentito alle tariffe degli abbonamenti, siano essi domestici, mobili o aziendali, di raggiungere livelli molto più bassi che da noi.

Il punto da dover affrontare, che rappresenta il collo di bottiglia dello sviluppo delle nuove tecnologia in Italia, è il digital divide. L’Italia, come si può osservare dalla figura 1, ha registrato nel primo quarto del 2013 una velocità media delle connessioni internet di 4.4 Mbps (ultima in Europa) con velocità massima di picco pari a 30.6 Mbps. Si consideri che una connessione ad almeno 20 Mbps medi è quella necessaria alle aziende medio grandi che vogliano utilizzare la rete come pilastro del loro business. Rimangono inoltre numerose le zone non coperte dalla risorsa internet.

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Passando al “mobile” le cose non migliorano, molti altri stati europei adottano già ampiamente la tecnologia 4G, anche in zone rurali, mentre in Italia sono in atto solo recenti sperimentazioni in alcune zone metropolitane.

Oltre alle lacune infrastrutturali vi sono anche quelle di educazione. È stata istituita la PEC (posta elettronica certificata) per ogni attività, anche una semplice impresa artigiana del solo proprietario, per snellire la burocrazia opprimente che è oggettivamente pesante. Obiettivo encomiabile quello di Brunetta, fervente sostenitore della PEC, il punto è che molti piccoli e piccolissimi imprenditori non hanno la minima idea di come si gestisca una casella di posta e visto che ormai tutte le comunicazioni importanti delle pubbliche amministrazioni arrivano esclusivamente via PEC il risultato ottenuto è stato quello di costringerli a rivolgersi ad un ente terzo (i CAF, la CNA ecc) affinché venisse gestita la PEC conto terzi e non sempre gratuitamente. Quindi oltre al costo della PEC stessa (la versione gratuita benché esista è conosciuta solo dal 52% degli italiani), oltre al costo eventuale dell’ente per il supporto, si è incrementata ulteriormente la burocrazia, questa volta fatta non più di carta, ma di uffici e deleghe.

In sostanza la liberalizzazione del WiFi è un passo verso la civiltà, la vera sfida è vincere il digital divide in termini di infrastrutture ed educazione alle potenzialità di business che interne offre.

Il secondo punto del decreto “del fare” di cui vorrei far menzione è l’accordo sull’impiego nel lambito dell’ EXPO2015. Esso introduce nuovi elementi di flessibilità che consentono assunzioni per la gestione e realizzazione del grande evento EXPO e potrebbe essere un modello per tutti i grandi eventi. Nel dettaglio la società Expo assumerà 340 giovani con contratto di apprendistato di età inferiore ai 29 anni ed implementerà specifici piani formativi. Circa 300 persone  saranno individuate partendo dalle liste di mobilità e di disoccupazione e saranno assunte con contratto a tempo determinato. Un totale di 195 persone potranno svolgere uno stage percependo buoni pasto ed un rimborso mensile di 516 euro. Con le regole attuali le assunzioni non avrebbero potuto avere luogo del resto applicare rigidi criteri tipici dei contratti a tempo indeterminato per un evento “spot”, benché di grande rilevanza, come l’EXPO2015 avrebbe avuto oggettivamente poco senso. L’accordo, ritenuto positivo dalla maggior parte delle associazioni e dei partiti politici,  è stato sottoscritto dalla società EXPO (AD Giuseppe Sala) e di sindacati (CGIL, CISL, UIL) dando esempio di flessibilità e collaborazione di cui ora più che mai c’è necessità.

Quella dell’EXPO è una vetrina importante per l’Italia e per i giovani impegnati in ogni forma (assunti, stagisti o volontari) perché mette in contatto con realtà differenti, arricchisce culturalmente e da la possibilità di crearsi un network lavorativo utile. In tal caso a prescindere dalle condizioni economiche si deve consigliare ai giovani, citando la ex ministro Fornero, di non essere “Choosy” e di mettersi in gioco.

Purtroppo anche questa volta non è mancato il colpo di coda della vecchia politica che con un’abile manovra, inserendo un innocuo “NON” all’interno di una frase del decreto, ha annullato la proposta elaborata dall’ esecutivo Monti di mettere un tetto (circa 300’000 Euro all’anno)  allo stipendio dei manager delle società pubbliche e partecipate dalla Stato non quotate in borsa, guarda caso a poche ore dal rinnovo del mandato di AD delle Ferrovie ed a pochi mesi di quello delle Poste… un saggio della politica italiana possessore di un grande archivio avrebbe detto che a pensar male si fa peccato ma….

 

27/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

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Economie in via di sviluppo: i nuovi mercati emergenti

Lo scenario economico mondiale sta mutando, ormai è ben noto. La centralità economica è passata dall’Europa agli USA ed ora si sta rapidamente dirigendo verso l’estremo oriente, con China ed India che fanno da traino più consistente. In ottica futura però, quali sono le parti del globo che una Multinazionale intenzionata ad investire ed ampliare il proprio business dovrebbe monitorare? La Figura 1 può dare una idea.

Figura 1. Previsione della crescita del GDP (PIL) per il 2013

Figura 1. Previsione della crescita del GDP (PIL) per il 2013

Immediatamente si nota come ad avere crescita negativa, oltre all’Iraq, siano solamente alcuni stati del vecchio continente, tra cui Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.

Il tasso di crescita della Cina rimane ben oltre il 6% nonostante abbia subito una battuta d’arresto dovuta in parte alla crisi globale che ha colpito le sue esportazioni.

Il Sud America cresce a ritmi costanti, ma anche in tal caso si è verificato un rallentamento nel tasso di crescita del Brasile il quale, benché andrà ad ospitare importanti eventi (Olimpiadi e Mondiali di calcio) che fanno da traino alla crescite economica ed agli investimenti, sta vivendo momenti di tensione interna politica e sociale non trascurabile.

Il dato più importante però riguarda l’ Africa (cartina politica in Figura 2). I tassi di crescita di alcuni stati del “Continente Nero” sono ragguardevoli (gli stati a maggior tasso di crescita sono rappresentati in Figura 3). Vero è che il tasso di crescita non può prescindere dal valore assoluto del GDP che per alcuni stati africani è talmente basso che sono sufficienti relativamente pochi investimenti per fa impennare il tasso di crescita. In ogni caso è significativo ad indicare  quali, con buone probabilità, saranno in un futuro non troppo lontano le economie emergenti. L’Africa complessivamente, secondo l’IMF, crescerà costantemente di qui al 2025 di poco più del 4% all’anno ed è il continente che nel medio – lungo periodo ha tassi di crescita più elevati seconda solo ad alcune economia asiatiche in via di sviluppo. Gli stati che già ora crescono a ritmi oltre il 6% supereranno abbondantemente il 4% medio dell’intero continente. L’Africa è certamente ricca di insidie e contraddizioni tra le quali l’enorme disuguaglianza, la classe dirigente corrotta e militarizzata, l’insicurezza e l’assenza di rispetto dei diritti umani, l’instabilità politica e la guerriglia, in alcuni casi la fame, la siccità e l’assenza di infrastrutture ed elettrificazione, ma è ricca di risorse naturali e minerarie ed il fenomeno del “Land Grabbing” ,del quale la Cina è la massima esponente, testimonia le potenzialità africane.

Figura 2. Mappa politica dell’Africa

Figura 2. Mappa politica dell’Africa

Figura 3. Tasso (%) di crescita del GDP per il 2013

Figura 3. Tasso (%) di crescita del GDP per il 2013

In un momento come quello attuale il portfolio investimenti di qualsiasi grande azienda deve essere diversificato sia per produzione, anche rimanendo nello stesso settore merceologico (tecnologie produttive e bacini di utenti differenti ecc), sia geograficamente. Sempre più difficoltà avranno le compagnie che punteranno a mercati limitati o solamente interni. Per l’Europa in particolar modo l’export dovrà essere dominante.

Una Multinazionale, una tra le poche, che avesse possibilità di investire nei periodi di difficoltà, oltre a consolidare ed incrementare la presenza nelle economie ex emergenti ed ora a pieno titolo realtà come la Cina ed Emirati e in misura minore il India o Sud America, guardando principalmente al futuro non dovrebbe mancare di essere presente, inizialmente anche solo come presidio in modo da individuare tempestivamente opportunità di business,  nella zona africana ed in particolare in quegli stati che stanno già crescendo a ritmi “cinesi”.

In Nigeria ad esempio, oltre alle compagnie petrolifere, sono già presenti numerose imprese edili europee ed italiane. Il settore edile è quello che funge da precursore allo sviluppo andando a creare le infrastrutture necessarie ad ogni attività, immediatamente dopo vengono il settore dei trasporti e quello energetico, elettrico in particolar modo.

Proprio per il continente africano l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha in programma importanti piani di investimento e sviluppo in collaborazione con Governi ed aziende private. Il fine dell’ONU è quello etico e morale di arginare la povertà in quelle zone, come il sub sahariano Sahel, che rimangono in assoluto tra le più povere della terra. Le priorità individuate dall’ONU e dal suo rappresentante Romano Prodi sono la lotta a guerre e guerriglie, alla fame ed alla siccità, la costruzione di infrastrutture e vie di comunicazione e l’accesso all’energia.  Tutto ciò con lo scopo di creare micro e piccole economie anche di dimensioni domestiche. Questi propositi, in particolar modo quello dell’accesso alla risorsa elettrica con il programma “Energy for all” è totalmente condiviso ed indicato come prioritario anche dalla World Bank.

Altamente probabile che dopo gli anni asiatici assisteremo ad anni in cui una protagonista sarà l’Africa e chi avrà anticipato il trend, valutandone correttamente rischi ed opportunità, ne saprà sicuramente trarre vantaggio.

21/07/2013

Valentino Angeletti

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Incomprensibilmente ancora troppi attriti

Nei giorni scorsi sono stati diffusi alcuni dati interessanti. L’ISTAT ha certificato che i consumi degli italiani sono al minimo dal 1997, cioè da quando ebbe inizio la serie storica, prima del 1997 non si raccoglievano dati relativi ai consumi. Rispetto all’anno precedente nel 2012 la spesa delle famiglie ha registrato un calo del 2.8%  attestandosi a 2’419 € per nucleo. Dal 53,6% è passata al 62,3% le percentuale delle famiglie che ha dichiarato di aver ridotto la spesa alimentare sia per quantità che per qualità ed anche la spesa per medicinali e cure mediche sono diminuite, posticipate in attesa e nella speranza di tempi migliori. Questi ultimi due dati sono a mio avviso quasi umilianti e davvero poco si addicono ad un paese civile ed in linea teorica benestante. Non vedo benessere in rinunce a cibo e cure, per questo è necessario intervenire al fine d incrementare il potere d’acquisto delle classi meno abbienti.

L’Assoviaggi-Confesercenti ha rilevato un calo delle prenotazioni turistiche, sia in entrata che in uscita rispettivamente del 15% e del 7%. Il turismo e più in generale i consumi stanno sopravvivendo grazie alle presenze straniere, come sostenuto dell’ente organizzatore dell’evento “Notte Rosa” sulla riviera romagnola. Segno che comunque il settore “tira”, va sviluppato e va creata la filiera e l’indotto annesso che colpevolmente in Italia manca, come manca, causando un eccesso di spesa, una sinergia tra le regioni ed i vari enti per pubblicizzare e vendere le bellezze ed il prodotto Italia. Criticamente direi che questa conclusione non è di certo degna del più acuto stratega.

Una buona notizia arriva invece dal settore agricolo che, secondo la Coldiretti, nei primi tre mesi del 2013 registra un aumento delle assunzione tra gli under 35 del 9%. Le figure ricercate non sono solo stagionali, ma anche imprenditoriali, così come i lavori spaziano dal tipico lavoro di raccolta nel campo ad impieghi più specializzati legati a produzioni tipiche o particolari (prosciutti e salumi locali, primizie, yogurt, latticini, confetture, vini e spumanti, oli ecc). In aumento sono anche i ragazzi che scelgono di formarsi in istituti agrari, restituendo la giusta dignità ai mestieri della terra dei quali dobbiamo necessariamente far tesoro e tutelare gelosamente perché all’estero l’enogastronomia italiana è sempre più apprezzata.

Altra notizia buona è data dalle esportazioni. Uno studio di I.T.A.L.I.A. – Geografie del novo made in Italy rivela che oltre ai noti settori dell’ alimentare, del lusso, della moda, molto richiesti all’estero sono i prodotti della manifattura di precisione ad esempio per la lavorazione del legno, di mezzi di trasporti, di sistemi per la navigazione aerea e spaziale (Finmeccanica nonostante tutte le vicissitudini rimane una eccellenza mondiale), del caffè torrefatto, della rubinetteria, alla ricerca sulla graphene e molto altro, segno che l’export può dare un contributo notevole al rilancio ed alla crescita del nostro paese. Se non fosse per l’elevato costo dell’energia, dove in ogni caso il governo e l’ Europa devono agire, il Made in Italy sarebbe al 4° posto per esportazioni all’interno del G20. Altra evidente indicazione è data dall’aumento del e-commerce, cresciuto del 144% in un anno, quindi sfruttare le nuove tecnologie ed abbattere il digital divide non sono semplici discorsi, tra l’altro in voga già da molto tempo, ma necessità. Riallacciandoci al turismo sia turisti che agenzie utilizzeranno sempre più lo strumento elettronico per creare pacchetti ad hoc e quindi imprese turistiche ed una filiera turistica off-line risultano fuori mercato.

In un contesto del genere, dove permangono i segnali negativi, ma si hanno anche chiare indicazioni su dove puntare e l’EXPO, se ben sfruttato, non come le Olimpiadi in Grecia, potrebbe costituire un eccellente driver, pare veramente difficile capire come il Governo, che pure ha ottenuto buoni risultati in Europa per quel che riguarda la procedura di infrazione e sul fronte interno con una decisa accelerazione dell’abolizione delle province, rimanga ostaggio di particolarismi e lotte intestine.

Da un lato si moltiplicano le correnti, i candidati alla segreteria, gli scontri sul congresso di partito, in sostanza il problema della leadership interna è messo in primo piano rispetto a tutto. Sull’altro fronte l’ostinazione sul tema della cancellazione dell’IMU, che dovrebbe essere definitiva per Ferragosto, è vincolante alla stabilità dell’Esecutivo a tal punto che indiscrezioni attribuirebbero al PDL la richiesta di dimissioni del Ministro Saccomanni definito inadatto. Come se durante una guerra in un piccolo paese si stesse a discutere sul divieto di sosta nella piazza principale.

Lo stesso IMF ha ammonito asserendo che l’imposta sugli immobili non può essere cancellata (si ricorda che originariamente oltre alla cancellazione totale avrebbe dovuto sussistere anche la restituzione dell’imposta versata nell’anno trascorso). Il nostro debito pubblico oltre il 130% del PIL è stato paragonato a quello della Grecia, la quale però ha avuto il merito di riuscire nonostante tutto a ridurlo. Non si poteva attendere altro monito riguardo all’IMU, vero è che non sempre l’ IMF ha avuto ragione, ma un’imposta sugli immobili esiste in tutti gli altri paesi europei, è un’imposta la cui cancellazione non avvantaggia le fasce a più basso reddito bensì quelle a reddito maggiore che secondo la Costituzione dovrebbero contribuire al benessere dello Stato in misura superiore. Il problema dell’ Italia non è l’ IMU, ma è l’unione tra tassazione elevata (abbiamo raggiunto il 4° posto in Europa con il 44% sul PIL, superando la Finlandia, l’ EU27 si attesta al 40.5%) in particolare sulle persone e sulle imprese, al netto dell’evasione le tasse pesano quasi il 50% sulle persone e circa il 60% sulle imprese, il cuneo fiscale, gli sprechi e le spese della macchina pubblica elevatissime, la cattiva gestione del patrimonio statale e dei lavori pubblici, la mancanza di politiche di sviluppo a lungo termine, la burocrazia insostenibile, il sistema di welfare iniquo e spesso inefficiente, che hanno portato a questa situazione ed al debito di oltre 2 triliardi di € che significano tra gli 85 ed i 90 miliardi di interessi annui.

Considerando che molte delle misure intraprese fino ad ora sono oggettivamente scoperte, si pensi al rifinanziamento della CIG che è stata possibile attingendo alle risorse per i salari di produttività che dovranno essere reintegrati come pure il budget allocato sulla TAV che ha consentito la ripartenza di alcuni cantieri di piccole e medie opere pubbliche rimaste bloccate, è decisamente improbabile che si possa pensare ad una cancellazione dell’IMU. La sua rimodulazione ed eventualmente ridefinizione delle soglie e dei target paiono invece una via decisamente più percorribile e sostenibile. Si dovrà anche cercare di abbassare la tassazione sul lavoro e di evitare l’aumento dell’IVA. Positivo è che si cominci a sentire qualche dichiarazione, benché ritardataria, in favore di un fondo privato di gestione del patrimonio immobiliare, già da tempo sostenuto da alcuni …. I 400 miliardi che circolano sembrano decisamente ottimistici, ma sicuramente cifre importanti si possono ottenere.

Ultimo episodio che vorrei mettere in luce riguarda la vicenda di una piccola impresa del Veneto che, avendo visto un lieve incremento di ordini dall’estero, ha chiesto ai suoi dipendenti, per SALVARE l’azienda e dunque tutti i POSTI DI LAVORO, di potersi trattenere, in alcune circostanze, 30 minuti aggiuntivi rispetto al normale orario di lavoro per consentire il rispetto dei tempi di consegna. Questi straordinari non sarebbero stati immediatamente retribuiti, ma lo sarebbero stati a fine anno qualora la situazione fosse migliorata. Il parere dei lavoratori è stato favorevole, ma ad opporsi in modo deciso sono stati invece i sindacati. L’impresa oggetto della vicenda è una piccola impresa di 30 dipendenti probabilmente a gestione famigliare, dove non c’è gerarchia, ma amicizia, una di quelle che non gioca con la finanza, ma che produce, che paga le tasse e che ha impossibilità di accesso al credito. Anche in tal caso, sempre considerando il contesto che stiamo attraversando, maggior flessibilità ed un approccio win-win ai negoziati è fondamentale. I tempi dei muri e degli arroccamenti a posizioni fisse è finito tanto in politica quanto in economia. Vince chi è in grado di cambiare, adattarsi rapidamente comprendendo ed anticipando i trends e rivedendo se necessario le proprie convinzioni. Non esiste una teoria od un provvedimento adatto sempre e comunque, tutto dipende dai periodi e dalle circostanze.

Evidentemente in un clima ove sussistono tutti i conflitti ai quali assistiamo: politici, generazionali, di classe, dove si mettono in primo piano i particolarismi, gli egoismi e la propaganda non è possibile portare avanti nel migliore dei modi l’interesse della cosa pubblica, lo dimostrano i rallentamenti sul fronte del risarcimento dei debiti delle PA alle imprese emersi negli ultimi giorni.

Ritengo incredibilmente controproducente questo atteggiamento e non credo che la politica non lo abbia capito, stento però a comprendere, senza usare malizia o forse realismo, il perseverare di attriti così significativi.

 

07/07/2013

Valentino Angeletti

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Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo

Il Premier Enrico Letta è tornato dall’Eurogruppo di Bruxelles soddisfatto per quanto ottenuto in tema di lavoro. La somma disponibile da impiegare per favorire il lavoro giovanile ammonta a circa 1,5 miliardi. La stampa è discordante e non è ben chiaro se le risorse siano spendibili nei prossimi due anni, quindi 2014/15 oppure in tutto il periodo 2014/2020 per il quale è stato definito il bilancio unitario europeo. Da un’intervista rilasciata dallo stesso Premier l’impressione è che il miliardo e mezzo sia da spalmarsi per tutto il settennato, mentre nel il primo biennio sia possibile allocare circa 800 milioni di euro, in ogni caso superiori rispetto a 500 milioni poi ritoccati a 550 – 600 inizialmente stimati.
Il risultato è quindi tutto sommato positivo anche se la cifra non ha la portata tale da risolvere i problemi dalla disoccupazione giovanile in Italia e dovrà essere impiegata nel migliore dei modi per adempiere al progetto europeo ‘youth guarantee’ nei modi e termini stabiliti. Non è in ogni caso condivisibile l’affermazione di Enrico Letta, forse fatta in un momento di entusiasmo, secondo la quale le aziende non avrebbero più alibi per non assumere giovani. Una azienda che non assume non lo fa per principio, anzi sarebbe ben felice di assumere in quanto vorrebbe dire che gli affari e gli ordinativi vanno bene e ci sono prospettive di crescita, ma è l’assenza di domanda ad esserne la causa.
Purtroppo i consumi, dall’alimentare ai beni più frivoli passando per i medicinali, sono calati talmente tanto che il potenziale produttivo attuale risulta decisamente sovradimensionato. Intervenire sul lavoro abbassando il cuneo fiscale, detassando le nuove assunzioni, favorendo l’ingresso nel mondo del lavoro tramite stage e tirocini retribuiti, riformando i centri per l’impiego, è fondamentale, ma lo è ancora di più la creazione di nuovi posti di lavoro rilanciando la produzione. Il rilancio può avvenire solo grazie ad una spinta ai consumi conseguente all’aumento del potere d’acquisto della classe media che proporzionalmente più sta risentendo della crisi e puntando convintamente sull’export nel quale l’Italia ha potenzialità enormi.

Da inizio del 2013 sono fallite circa 45 aziende o imprese al giorno. Si tratta spesso do piccoli artigiani o commercianti oppure di PMI a conduzione familiare o dei distretti tipici del Veneto, della produttiva Emilia , del Piemonte o della Lombardia. Queste realtà, che difficilmente riusciranno a riaprire anche a crisi trascorsa, erano parte della cosiddetta spina dorsale del paese, cioè le rappresentanti della manifattura italiana. Esse sia per produttività che sia perché devolvevano in tasse oltre il 50% del loro fatturato hanno fatto davvero da traino al paese consentendone lo sviluppo.

Oltre alle entità medio piccole anche grandi aziende stanno pesantemente risentendo della crisi o in alcuni casi ne stanno approfittando per delocalizzare. In questi giorni la IBM ha annunciato 355 esuberi in Lombardia, la Whirpool ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Trento, che vedeva impiegati 450 lavoratori, per trasferire parte della produzione a Varese e parte in Polonia. La Indesit che aveva già annunciato 1450 esuberi e l’intenzione di chiudere due stabilimenti, uno nelle Marche ed uno in Campania, ha dichiarato il fermo produttivo (che cesserà il 2 luglio) a causa degli scioperi di Melano ed Albacina dai quali lo stabilimento Indesit di Fabriano si approvvigionava. La multinazionale ex Merloni ha nel piano industriale di mantenere in Italia solo alcune produzioni ad alto valore aggiunto dislocando in Polonia il resto.

Purtroppo, guardando in faccia alla realtà, è impossibile pensare che la manifattura come l’abbiamo sempre concepita torni ad avere il ruolo di traino, anche se si facessero tutte le migliori riforme sul lavoro possibili sarà impossibile competere con la manodopera di paesi come la Croazia, la Romania, la Turchia, la Polonia, la Cina, l’India, solo per citarne alcuni, ove il costo del lavoro è anche 15 volte inferiore rispetto all’Italia. Non è neanche credibile che l’edilizia, grande malato di questa crisi, riprenda a costruire a pieno regime. L’Università de L’Aquila ha calcolato in uno studio che non è più possibile in Italia tracciare una circonferenza con raggio uguale o superiore a 10Km senza incontrare un centro abitato, l’urbanizzazione è ormai arrivata a saturazione.

Dobbiamo puntare quindi ad un altro genere di manifattura, più di nicchia, che produca prodotti di eccellenza ad altissimo contenuto tecnologico e che dietro abbia un knowhow frutto di ricerca ed innovazione di qualità. Dobbiamo puntare sui internet, sull’efficienza energetica, sulle imprese digitali, sul lusso e la moda (non il semplice abbigliamento), proteggere la nostra enogastronomia chiedendo in sede europea tutele stringenti sull’originalità e la provenienza di certi prodotti tipici richiesti in tutto il mondo (la Francia lo ha fatto e lo ha ottenuto). Riscoprire l’agricoltura, il patrimonio forestale, ed in certi casi i mestieri che producono eccellenze e unicità non copiabili e che se ben pubblicizzate attirerebbero i nuovi ricchi del pianeta. Bisogna guardare sempre di più all’export, capire rapidamente i nuovi trends ed essere ‘on time’ sui mercati perché è probabile che i livelli di consumo dei periodi prima della crisi non li vedremo più, almeno nel breve termine. Si deve creare una filiera turistica organizzata e sviluppare tutto l’indotto potenziale, dai trasporti alle guide alla ristorazione, che sia in grado di accogliere e seguire il turista vendendogli non solo le bellezze uniche che fortunatamente abbiamo, ma anche il ‘prodotto Italia’ andando incontro alle sue esigenze: possiamo offrire turismo sportivo, marittimo, montano, percorsi culturali e fieristici, possiamo essere orientati ai giovani offrendo discoteche nella riviera romagnola o ai meno giovani offrendo il relax di un’isola come Pantelleria piuttosto che un percorso culturale nei borghi medioevali del centro o di relax e benessere negli agriturismi toscani o nelle terme del Veneto. L’edilizia dovrà convertirsi, passando da pure costruzione a recupero del patrimonio, ristrutturazione e riqualificazione secondo determinati standard energetici ed antisismici ed utilizzando materiali e tecniche innovative a basso impatto ambientale ed ad alta efficienza energetica, edilizia ad alto valore aggiunto e contenuto tecnologico quindi.

Le possibilità non mancherebbero, si deve però cominciare rapidamente ad investire in ricerca e sviluppo, abbattere il digital divide, creare le giuste infrastrutture, riorganizzare ed ottimizzare i trasporti, offrire ai giovani percorsi formativi mirati, abbattere i muri di burocrazia che spesso stroncano sul nascere ogni iniziativa, proteggere il nostro patrimonio, adeguare tassazione e costo dell’energia. Non dimentichiamo di poter far leva sui fondi della BEI e sull’evento EXPO 2015. L’implementazione di piani di sviluppo a medio lungo termine credo che sarebbero ben apprezzati anche in sede europea e Bruxelles potrebbe mostrarsi disposta ad appoggiarli concedendoci credito in modo da avviare quel meccanismo grazie al quale sarà possibile la creazione di posti di lavoro che possano godere degli sgravi e dei denari che il Premier Letta ha sapientemente portato a casa dall’Eurogruppo.

29/06/2013
Valentino Angeletti
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