Archivi della categoria: Finanza

Banca Etruria, caso Boschi e l’abilità comunicativa di Renzi

crack-bancheSiamo in un periodo politicamente convulso sia a livello europeo che nazionale. Le elezioni francesi hanno riaperto una ferita, solo in parte curata dalla vittoria ai ballottaggi dell’asse repubblicani e socialisti opposti alla destra estrema lepenista di Front Nationalle; la Spagna si appresta ad andare alle urne per rinnovare la legislatura, tra l’incertezza generale, è già appurato che sono ben 4 le forze in gioco e pertanto si tratterà comunque dell’ennesima sconfitta del tentativo di ricondurre l’EU, e con essa ogni stato membro, ad un bipartitismo PSE-PPE, già evidentemente non rispecchiante i rapporti di forza del nostro paese.

A notte inoltrata, 3:15 del mattino (di domenica 20/12), a larga maggioranza, è stata approvata dalla Camera la legge di stabilità che è intenzione varare entro il 23 dicembre. Essa, molto dispendiosa e per la maggior parte in deficit, tanto da richiedere l’innalzamento del rapporto deficit-PIL di un valore compreso tra 0.2 e 0.4% a seconda dell’andamento del prodotto interno lordo, contenine anche il decreto salva banche per risolvere il recente caso che sta meritando gli onori dei media.

Una frase che riecheggia, e non è cosa nuova, molto spesso in questi giorni è “i colpevoli pagheranno”. Simile frase sarebbe scontata in ogni altro paese, superflua, se non fossimo in Italia, dove molte volte si sono sentite uguali parole e molto poche invece quelle in cui le si è viste realizzate. Generalmente, tirando le somme, a pagare sono sempre stati i soliti cittadini o contribuenti, insomma hanno pagato coloro che, in molti casi, già prima avevano subito il maltolto.

Entro i confini nazionali la questione che più ha tenuto banco è senza dubbio il crack delle quattro banche territoriali: Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti. Se la più grande delle quattro è Banca Marche, le cui vicissitudini sono evidenti e note almeno da 4 anni, quella più nell’occhio del ciclone è Banca Etruria, essendo direttamente collegata alla famiglia del renziano Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. Oltre ad incarichi secondari di altri componenti della famiglia Boschi, cosa peraltro diffusa che esponenti della politica locale abbiano posizioni in fondazioni legate per governance e comando a banche territoriali (molto abbiamo scritto di MPS), è la Vicepresidenza del padre Pier Luigi Boschi. Tale vicepresidenza ha inizio quando Maria Elena era già Ministro ed immediatamente prima della riforma per la trasformazione da istituti bancari con voto capitario, come le banche territoriali o di credito cooperativo, in SPA, quindi con voto proporzionale alle azioni detenute ed una più complessa ed approfondita governance di controllo sui bilanci. La riforma in questione, che ovviamente il ministro per le riforme doveva conoscere a puntino, ha consentito una repentina salita dei titoli interessati, e nella fattispecie ha fatto segnare una crescita di oltre il 60% a Banca Etruria. Ovviamente ciò non vuol dire che la famiglia Boschi abbia fatto guadagni, ma sicuramente disponeva di informazioni privilegiate, che avrebbe potuto sfruttare. Pur rimanendo ancorati al principio d’innocenza fino a prova contraria, ancora una volta siamo di fronte al solito concetto, che non dovrebbe verificarsi in politica, di “opportunità”, quello, ad esempio, secondo cui la Cancellieri avrebbe dovuto, a detta della stessa Boschi, dimettersi, e per il quale sono caduti Iosefa Idem e Maurizio Lupi. Altro elemento che fa pensare, è che recentemente sia stato inserito un emendamento secondo cui, in seguito ad un crack bancario, i vertici degli istituti godono di immunità che li rende non legalmente punibili.

Date queste evidenze, più fatti oggettivi che opinioni come alcuni vorrebbero far pensare, va detto che gli italiani, investitori sottoscrittori e vittime delle obbligazioni subordinate di emissione Banca Etruria, sono stati tratti in inganno da un sistema, quello finanziario, tutt’altro che trasparente, che suole compilare i questionari per la redazione dei profili di rischio dei clienti, indirizzando le risposte, quando non compilandoli totalmente loro, operatori con MBO sulle vendite di prodotti quali obbligazioni ed ostaggi delle difficoltà della banca, datrice di lavoro che solo vendendo simili prodotti può, ad esempio, non incorrere in contratti di solidarietà o licenziamenti. Il cliente, va detto, non essere del tutto incolpevole. L’italia è, tra i paese OCSE, l’ultimo come preparazione finanziaria e se, come di fatto è stato, entreranno a pieno regime le regole del Bail-In europee per la risoluzione bancaria, sarebbe bene che l’investitore avesse contezza di ciò in cui sta collocando i propri risparmi e del rischio che corre. Sapendo che il rischio di perdita sottoscrivendo obbligazioni subordinate dell’emittente Banca Etruria, si collocava nell’intorno del 60%, quanti avrebbero aderito? Eppure, sebbene tra cavillose righe scritte in burocratese, ciò poteva essere evinto ed era dovere dell’operatore spiegarlo chiaramente. O ancora, in quanti avevano letto i report europei pubblici che intimavano a Bankitalia di controllare le banche in questione poiché gli interessi conferiti non erano sostenibili in relazione al costo del denaro, in quel periodo ridotto ai minimi? Una duplice colpa dal mio punti di vista.

Lato opposizione di governo è parsa subito lapalissiana una disorganizzazione totale nel mettere in difficoltà l’esecutivo, sfruttando tutto ciò che questa vicende offriva su un piatto d’argento, e visto il calo dei consensi dell’esecutivo in favore del M5S, non sarebbe stato troppo complesso se, almeno in questa occasione, le opposizioni si fossero fortemente coalizzate. Invece l’incedere è stato differito, prima la sfiducia al Ministro Boschi avanzata dal M5S , Lega e pochi altri elementi (bocciata), poi sarà la volta della sfiducia a tutto il governo, incalzata da FI ed il centro destra. Una divisione che ha reso gioco facile a Renzi, che da ottimo comunicatore ha cercato di spostare l’attenzione sul fatto che il decreto salva banche appena inserito in stabilità avrebbe salvato dipendenti (probabilmente vero) e correntisti. Il termine correntisti è generico ed impreciso, infatti è probabile che i correntisti e gli obbligazionisti, per le norme di protezione e di solvenza nei confronti dei creditori, non siano coloro che avrebbero dovuto concorrere al salvataggio della banca, contrariamente a detentori di obbligazioni subordinate ed azionisti. Ricordiamo che i conti correnti sino a 100’000 euro sono protetti dal fondo interbancario. Indubbio però è che il termine correntisti fa molto più effetto che obbligazionista.

Altra mossa da maestro di Renzi, è stato l’attacco, giustissimo, ma sospetto per ritardo e tempistiche, alla Merkel ed alla Germania, alla quale veniva ricordato di “non stare versanod sangue per l’Europa”. Il Premier ha voluto porre attenzione su temi come immigrazione, economia, energia-petrolio, Russia, ed anche Banche. Le tempistiche sono sospette percè questi problemi sono noti da anni ormai e mai il Presidente Renzi aveva alzato la voce come in questa occasione. Il monito che Renzi ha sottolineato con più vigore è stato quello economico, ed in particolare legato al salvataggio delle banche, ed alla necessità che, se esistono regole comuni, anche i rischi devono essere condivisi tra tutti i paesi membri, cosa che la Germania ha sempre rifiutato (la condivisione dei rischi ed anche di bond europei sono soluzioni che da molto proponiamo in questa sede, ed anche Prodi prima e Tremonti poi se ne fecero promotori). Renzi ancora ha ricordato, e dice il vero, che la Germania utilizzò alcune centinaia di miliardi per salvare le sue banche (Deutsche Bank e Commerzbank le più note), mentre l’Italia solo uno (per MPS), omette però di ricordare che ciò è dovuto al fatto che a causa del rapporto deficit-PIL italiano, dal valore del debito e dal PIL stagnante, non ci fu consentito da Bruxelles.

Il risultato di un simile attacco è stato nullo in Europa, liquidato dalla Merkel con un: “non è la prima volta che abbiamo qualche divergenza con Renzi” (ricordiamo che quest’anno non riusciremo a rispettare il percorso di rientro deficit-PIL e che l’Europa per tale ragione potrebbe richiederci ulteriori sacrifici a primavera del 2016). In Italia invece gli attacchi di Renzi hanno avuto un successo incredibile nello spostare l’attenzione dal caso Boschi al suo coraggio nel battere i pugni in Europa…. Ma con quale ritardo ha iniziato a battere i pugni, e con che convinzione? Pressoché nulla.

Le regole da rivedere per convergere verso una unione reale, d’interessi e valori comuni, senza gli slanci particolaristici delle singole nazioni, attente alle proprie zone di confort, sono innumerevoli e l’italia, oggettivamente in molte circostanze penalizzata dalle normative comunitarie, dovrebbe con più convinzione, determinazione e competenza, lottare per una loro revisione, non lanciare qualche accusa solo quando la comunicazione ed il consenso lo richiedono.

20/12/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

Annunci

La microscopica crisi greca al cospetto del potenziale impatto cinese. I pericoli economici sembrano non finire

yuan-renminbiCome avevamo previsto (Link), in merito alla crisi greca, pare sempre più probabile un accordo tra creditori ed Atene entro il 18 agosto, in modo da poter rimpinguare le casse greche per il 20 agosto, data in cui lo stato ellenico dovrebbe rimborsare la BCE di una somma pari a poco più di 3 miliardi di €. Il piano di riforme che Atene avrebbe intenzione di portare a compimento è stato presentato ai creditori ed alle istituzioni europee ed è stato da loro condiviso. Si tratta di un testo da 385 pagine con 27 riforme da implementare, tra cui l’aumento di tasse sugli immobili, delle imposte sugli armatori, fino ad ora praticamente esenti, eliminazione delle agevolazioni agricole, differenti scaglioni di IVA, piano per aumentare l’età pensionabile ed un imponente piano di privatizzazioni (svariati aeroporti sono già nel mirino dell’Hub di Francoforte). Il piano è particolarmente duro per l’ellade, e poco rispecchia le promesse elettorali di Tsipras, diventato molto più mansueto ed accomodante nei confronti della ex Troika, da quando Varoufakis si è tirato fuori (o è stato fatto fuori) dalla compagine del governo Tsipras, sostituito da un “assente” Euclid Tsakalotos. I falchi europei, Germania e Finlandia in testa a tutti, si dicono scettici sulla possibilità che Atene sia in grado di mantenere le promesse ed implementare le riforme, così preferirebbero, allo sblocco del piano di aiuti da 86 miliardi in 3 anni, un prestito ponte per traghettare la Grecia ad autunno, consentendo il pagamento della rata agostana alla BCE ed oltrepassando l’eventuale riconferma elettorale della Merkel. Fonti riportano di toni più che aspri ed urla telefoniche tra il Premier ellenico ed il Cancelliere tedesco. Il testo del piano di riforme, che peraltro, in alcune parti come IVA e privatizzazioni, è molto simile alle linee guida che l’UE consiglia di seguire all’Italia, dovrà essere votato dal Parlamento Greco immediatamente prima dell’Eurogruppo di venerdì 14, da quello UE e da alcuni altri stati membri, tra cui Germania, Finlandia, Olanda. Risulta evidente che senza una ristrutturazione del debito ed una revisione degli interessi, ogni piano di aiuto è inutile, se non a compartecipare ad un inutile e vizioso giro di denari che partono dai creditori, confluiscono ad Atene per tornare, a distanza di pochi giorni ai creditori stessi per assolvere alla scadenze imminenti; nulla si ferma in modo stabile e costruttivo nell’economia greca. Questa, non a caso, è l’idea che ultimamente si è fatta l’FMI, non più certa di partecipare al piano di salvataggio (la decisione comunque non sarà presa prima di ottobre) senza una riorganizzazione del debito, che avendo raggiunto quasi il 180%, con interessi non trascurabili, è chiaramente insostenibile soprattutto se peridi di austerità sono ancora in vista. Invero i mercati pare abbiano già scontato gli scenari peggiori, risultando così immuni dai possibili colpi di scena che la vicenda greca potrebbe ancora riservare, visti gli attriti permanenti tra falchi e colombe, analogo discorso non può essere fatto per l’autorevolezza, l’integrità ed il valore internazionale dell’Europa nella sua interezza, che deve ancora guardarsi bene dal trascurare il peso della crisi ellenica.

Non si arriva però ad intravedere un po’ di calma da un lato, quando nuove e ben più procellose tempeste imperversano e si palesano dall’altro. Si tratta stavolta di un peso massimo, al cospetto del quale la Grecia pare meno che un virus già debellato da poderose dosi di vaccino: la Cina. La Banca Cinese (BoC) ha deciso, con una mossa che ha colto tutti gli analisti di sorpresa, di manovrare, svalutandola, la propria moneta nazionale, lo Yuan Renminbi, e lo ha fatto per ben tre volte consecutive nell’arco di 72 ore, rispettivamente ritoccando il tasso di cambio di -1.9% lunedì, -1.6% martedì e -1.1% all’apertura di giovedì, per un ribasso complessivo di 4.6%. Si tratta di un segnale decisamente forte, benchè l’arma utilizzata sia senza dubbio la medesima adottata da FED, BCE, BoJ, l’impatto cinese è stato ben più forte, perché inatteso, ma soprattutto per due ragioni, una di respiro a breve termine, l’altra da valutare sul medio-lungo periodo. Da anni il governo cinese tenta di far in modo che lo Yuan possa rientrare nel paniere delle banche nazionali, FMI in testa, come valuta di riserva per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie, dapprima ancorandone il valore al dollaro e mantenendo la quotazione artificialmente alta, ora, disancorando il tasso di cambio dal dollaro, svalutando ed aprendo di fatto la quotazione dello Yuan alle leggi di mercato.

Per tale ragione, una maggiore e più naturale competizione tra valute, il FMI plaude alla decisione cinese, asserendo che in tal modo il valore dello Renminbi non sarà gonfiato, e nel medio periodo concorrerà alla stabilità del mercato delle valute: questa si terebbe di una decisa apertura all’economia di mercato del regime cinese.

I due rischi menzionati sopra, riguardo a questa mossa cinese sono connessi all’impatto immediato ed alle prospettive future.

Nell’immediato la reazione delle piazze finanziarie mondiali è stata decisamente negative con perdite tra il 3 ed il 4.5%, bruciando nel complesso oltre 227 miliardi di Euro solo in UE (anche se oggi, giovedì, le piazze sembrano tentare il rimbalzo). Gli USA hanno accusato il Governo di Pechino di voler scatenare una guerra valutaria, e come conseguenza probabilmente verrà presa la decisione di non alzare i tassi che ormai avrebbero dovuto subire un rincaro per via degli ottimi dati sull’occupazione ai quali sono legati. Ovviamente la svalutazione dello Yuan punta ad incrementare la competitività nell’export dei prodotti cinesi, penalizzando di fatto l’import. A risentirne maggiormente sono stati i comparti del lusso, automotive e beni di consumo Europei e Statunitensi. Tra i due mercati vi è però una differenza, mentre l’Europa può dirsi toccata più marginalmente dalla svalutazione cinese, in quanto paga le merci in Dollari, stesso discorso non vale per gli Stati Uniti. In realtà i mercati del lusso e delle auto di un certo livello (le grandi tedesche, le auto di lusso e le supersportive) si ritiene possano stare relativamente tranquilli, visto che un incremento di prezzo anche del 5% su beni dall’elevato costo e ad appannaggio dei più facoltosi milionari cinesi, non dovrebbe incidere molto sulle loro abitudini di consumo; non è così per i grandi colossi europei ed americani del consumo di larga scala, al quale i cinesi medi, nuova classi di colletti bianchi del boom economico, hanno iniziato ad attingere a piene mani. Rientrano in questa cerchia marchi come Apple, Intel, GM, Siemens ed, in quota minore, FCA. Impatto negativo c’è stato anche sulle materie prime (in particolare minerarie) di cui la Cina è grande consumatrice, ad iniziare dal petrolio, in questa fase ancora sotto pressione (la Cina è il secondo importatore). Un altro grande rischio del breve periodo, ma con effetti anche nel medio-lungo termine, è la possibilità che si inneschi una guerra valutaria. In Asia, stati come il Vietnam che competono per manodopera con la Cina, hanno già provveduto a svalutare e le valute Australiana, Neozelandese, Malese, Indonesiana (ed anche il Dollaro Canadese) sono ai minimi. L’Euro invece ne esce decisamente rafforzato, con ripercussioni negative sul nostro export (in aggiunta a alla maggior competitività dei prodotti cinesi). Si innescasse una guerra valutaria, il rischio globale sarebbe una deflazione planetaria che potrebbe spingere taluni paesi, ed anche l’Italia viste le politiche del lavoro perseguite negli ultimi anni, a tentare un’impossibile battaglia sui prezzi delle merci, tagliando sempre più (auguriamoci di no) costo del lavoro e materiali, a scapito del potere d’acquisto dei lavoratori e della qualità, vero valore aggiunto che la nostra manifattura deve conferire alle proprie produzioni. Alla deflazione potrebbe concorrere anche il prezzo del greggio, già sotto pressione per le decisioni OPEC, indirizzate dall’Arabia Saudita, di non intaccare le produzioni, dalla domanda inferiore dovute a rallentamenti in molti settori ciclici ad alto consumo di idrocarburi, dalle scorte USA maggiori del previsto e dalle nuove disponibilità di Iran ed Iraq; in questa fase, a seguito di un rallentamento cinese dell’import di OIL, la domanda potrebbe calare ulteriormente.

Il secondo elemento di preoccupazione, è rivolto al medio-lungo periodo ed è collegato all’economia Cinese che pare in rallentamento (anche se detto dall’Italia e dall’Europa fa sorridere sarcasticamente). Quest’anno la crescita cinese faticherà a raggiungere il target del 7%, ed quand’anche lo raggiungesse, la crescita reale potrebbe essere inferiore, drogata: dagli interventi statali nel campo della finanza, come il divieto di vendita di titoli imposto poche settimane fa a seguito di diminuzioni degli indici borsistici di Hong Kong e Shanghai; dall’eccesso di credito per investimenti in borsa (prestiti per acquisto di azioni e prodotti finanziari anche non regolati, OTC, dando come garanzia quote dei titoli stessi); dal settore immobiliare, in questi anni eccessivamente attivo, senza che vi fosse una corrispondentemente alta domanda a giustificarlo; dal maggior interesse alla tutela dell’ambiente e dell’aria di cui la Cina dovrà necessariamente curarsi. Gli ultimi dati macroecoomici cinesi non sono rassicuranti: i prezzi al consumo sono calati del 5%, la produzione industriale è aumentata del “solo” 6%, mentre le esportazioni e le vendite al dettaglio del 10.5% (a noi comuni europei può sembrarci strano, ma tali valori sono decisamente sotto le stime) e denotano un rallentamento globale dell’economia del dragone. Rallentamento che avrebbe, ed avrà perché prima o poi dovrà verificarsi nonostante le alchimie finanziarie tentate da Pechino, un impatto enorme su USA, Russia (che deve vedersela con un PIL calato di oltre 4 pti percentuali), Asia, Europa: sul globo insomma. Non va mai dimenticato che durante le ultime crisi, la Cina è sempre stata la valvola di sfogo per molto dell’export estero e soprattutto la locomotiva, in grado di non far precipitare l’economia mondiale, alla quale agganciarsi per non cadere nel baratro della recessione.

A parte la Grecia quindi, alla quale si continua a prestare molta attenzione se non altro per i destini dell’UE, il mondo deve fare tremenda attenzione alla Cina, studiare un piano B ed interventi che possano evitare un suo eccessivo rallentamento, senza ricorrere a trucchi finanziari, compromessi sull’ambiente e senza soprassedere sui diritti umani e sulla sicurezza sul lavoro. Una partita tutt’altro che facile.

13/08/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Il cronico, teutonicamente imposto, ritardo di Mario Draghi, ultimo baluardo di questa Europa

All’ultimo direttivo del Board BCE, che si tiene il giovedì ogni 45 giorni, il Governatore Draghi ha proferito parole piuttosto nette in merito alle ultime vicende economico-politiche.

Innanzi tutto ha comunicato che aumenterà il tetto dell’ELA, la liquidità di emergenza per le banche greche, di 900 milioni di euro, in aggiunta agli 89 miliardi già conferiti, così da consentire i prelievi di 60 euro ai greci fino ad agosto e ridare liquidità alle banche.

In merito all’ELA, Mario Draghi ha poi precisato, con tono perentorio, che precedentemente non è stato possibile incrementarne il tetto perché lo statuto della BCE non consente l’innalzamento di una ELA nel caso non sussistano sufficienti garanzie bancarie o se uno stato e le sue banche al seguito, versano, come la Grecia nei confronti dell’FMI, in situazione di insolvenza. Sono infondate, a detta del Governatore, le accuse rivolte alla BCE di voler spingere, non consentendo la riapertura delle banche ormai prive di liquidità senza il supporto ELA, all’accettazione del piano della Commissione, respinto inutilmente con il referendum del 5 luglio. Ora, a seguito della conferma del piano da 82-86 miliardi in 3 anni, la cui prima trance da 7 è in procinto di essere erogata, approvato dal Parlamento di Atene ed anche da quello tedesco, le garanzie sono aumentate, consentendo lo sblocco dell’ELA, operazione puntualmente messa in atto da Draghi.

Mario Draghi ha inoltre riconfermato come sia nella missione della BCE l’obiettivo di preservare l’Euro e di impedire la fuoriuscita di qualsiasi paese membro dalla moneta unica. L’istituto utilizzerà ogni strumento, anche non convenzionale, per perseguire il risultato. L’eventuale decisione di eliminare un paese dalla zona Euro è una decisione prettamente politica che spetta agli stati ed alla Commissione, non ad un’entità neutrale (teoricamente neutrale, perché la trazione tedesca, col 17% delle quote, è evidente) come la Banca Centrale. Dal punto di vista della BCE e di Draghi non è contemplabile l’ipotesi di una GrExit.

Questa affermazione ricalca un po’ quella del 2011, il famoso “What ever it takes”, e si contrappone alle contemporanee dichiarazioni del solito Scheauble il quale ha riaffermato che l’uscita VOLONTARIA della Grecia dalla zona Euro per un tempo di circa 5 anni sia la soluzione migliore. Evidentemente se dovesse esserci una uscita è impensabile che essa sia a tempo, anche perché di lì a poco probabilmente imploderebbe tutta l’UE. Del resto è ormai chiara la volontà dei falchi di perseguire una Europa a due velocità, che di fatto non sarebbe più unita, né potrebbe condividere medesime politiche ed obiettivi economici.

In realtà non si ritiene che la GrExit sia stata una ipotesi realmente sul tavolo, non esistono procedure e la Costituzione europea non contempla questa evenienza; inoltre la Grecia, come la maggior parte degli stati dell’Eurozona, non sarebbe tecnicamente in grado di coniare nuova moneta.

Questo slancio di Draghi a protezione dell’Euro, appare un po’ ritardato, come furono ritardatari i QE che con tutta probabilità, se avesse potuto decidere in autonomia senza tenere in considerazione la componente tedesca del board BCE, il Governatore avrebbe erogato ben prima. Il Governatore, se avesse realmente voluto arginare una GrExit quando pareva più probabile e tranquillizzare i mercati in preda alla volatilità, avrebbe dovuto fare dichiarazioni simili a ridosso del referendum, cosa che non ha fatto. Si ritiene perché non sarebbero state gradite a tutte le istituzioni europee (ovviamente capeggiate dai falchi, ma con al seguito tutti i capi di stato, incluso Renzi) che avevano conferito al referendum il significato, totalmente infondato, di scelta tra Euro e Dracma e quindi Grexit o non Grexit.

Draghi, sempre con canonico, quasi cronico, ritardo, si è allineato all’altrettanto ritardataria FMI sospinta dal segretario Jack Lew e la FED, nel confermare la necessità di un taglio, magari a mezzo di un dilazionamento trentennale, dell’insostenibile debito Greco, che, agli occhi anche dei meno esperti, già dal 2011 era chiaro non potesse essere rimesso nei tempi e modi concordati e soprattutto con le condizione di austerità imposte, inefficaci a risollevare il PIL, denominatore nel rapporto col Debito. Ad FMI e BCE si accoda anche il Professore, ex Premier italiano, Romano Prodi, secondo il quale è necessaria una ristrutturazione del debito greco, proprio come fu fatto con la Germania negli anni addietro (ogni riferimento è puramente non casuale) e tale necessità è anche parte di quel processo che dovrebbe portare l’Europa ed essere davvero un elemento unitario.

Che il ruolo di Draghi e della BCE nel cercare di limitare la crisi sia stato e sia tutt’ora fondamentale, risulta evidente come risulta chiaro l’impegno quasi personale di Draghi “To preserve the Euro”. Meno chiaro, forse, è che Draghi si sta divincolando tra i falchi tedeschi, maggiori azionisti della BCE che fanno proseliti non dichiarati, ma fattuali, anche in Italia, e la sua volontà di tenere coesa l’Europa, con uno sforzo diplomatico e gestionale senza pari.

Speriamo che predomini il concetto di Draghi, che vinca su quello delle spinte particolaristiche, divisive e distruttive, perché Super Mario è l’ultimo e unico baluardo per questa Europa.

17/07/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Varoufakis all’Eurogruppo di Riga non ha Riga(to) dritto: clima teso soluzione greca lontana. Legge elettorale: potenziale fattore di instabilità in Italia. Lo scenario europeo potrebbe risentirne.

Mario Draghi, Governatore BCE, assieme al Presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, non lasciano trasparire distensione e tranquillità

Mario Draghi, Governatore BCE, assieme al Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, non lasciano trasparire distensione e tranquillità

L’opinione che par essere condivisa da gran parte dei media, dalle istituzioni politiche ed economiche, dai Governi e dall’Unione Europea, è che il periodo di crisi stia volgendo verso una fase di inversione. Effettivamente qualche segno c’è e le congiunture macroeconomiche sembrano rimanere complessivamente favorevoli: il QE è stato avviato, il petrolio si mantiene basso, il sistema bancario pare aver raggiunto livelli di stabilità superiori rispetto agli anni più bui della recessione, l’inflazione/deflazione, pur con rilevanti differenze geografiche, pare aver allentato la morsa, il PIL, anche in tal caso con notevoli differenze tra zona e zona (USA, UK, Germania, ma anche Spagna, in gran spolvero, Italia ancora debole), dà segni positivi, il mercato del lavoro sembra timidamente ripartire anche in Italia, benché sia probabile, come accaduto per i primi due mesi del 2015, si tratti ancora di stabilizzazioni di contratti rispetto a nuove assunzioni (Link), del resto l’industria nostrana, conferma ne è il caso Indesit-Whirpool, stenta a ritrovare la fiducia massiva necessaria ad ampliare organico e ad impegnarsi in investimenti di medio-lungo termine.

Ciononostante, cercando di approfondire meglio il contesto complessivo, segni che potrebbero portare ad un qualche scossone economico, quantomeno nell’aera Euro vi sono. Taluni evidenti, altri meno.

Come avevamo già messo in guardia (LINK), la questione greca si sta dilungando in modo eccessivo, adesso, a valle dell’Eurogruppo di Riga, i nervi paiono a fior di pelle e le dichiarazioni hanno perso il carattere confortante e diplomatico delle settimane scorse. Avevamo già detto che sarebbe stato difficile se non impossibile, viste le intenzioni di Varoufakis, di giungere ad un accordo in questo Eurogruppo, e ciò ci fa sospettare che la liquidità, poca, a disposizione di Atene e reperita andando a racimolare ogni briciola disponibile (trasferimento all’ente centrale della liquidità di enti locali è misura del governo Tsipras di qualche giorno fa), possa consentire allo stato Ellenico di giungere sino a giugno sia per stipendi e pensioni che per il rimborso delle tranche di aiuti ricevute e che nei mesi di maggio-giugno ammontano complessivamente a 2.5 miliardi di Euro.

Le istituzioni ed i colleghi europei di Varoufakis pare che ormai abbiano perso i toni dialoganti, ed avrebbero, secondo Bloomberg, definito il ministro Greco come un:

“Professore perditempo, giocatore d’azzardo, in sostanza un dilettante”.

Lo stesso Draghi ha ripetuto più volte piccato che il tempo, agli sgoccili, sta scadendo e gli fa eco il ministro Schauble che, ancora più pragmatico, fa notare come il tempo avrebbe dovuto essere limitato, e l’avvicinarsi di questo termine ultimo (probabilmente da suo punto di vista già oltrepassato abbondantemente) sarà messo di fronte ai Varoufakis e Tsipras.

A snervare le istituzioni BCE, FMI, Commissione, ESM sono l’avvicinarsi dei rimborsi (entro il 12 maggio 750-770 milioni all’FMI) e le voci che vedrebbero Atene senza liquidità nel giro di due settimane, ma anche, e soprattutto, l’atteggiamento spudorato e guascone del Ministro Greco, sempre sicuro, al limite della strafottenza e come se fosse lui ad essere in una posizione di vantaggio.

La scarsità di liquidità sta spingendo Draghi e BCE a considerare scenari di Haircut sulle garanzie per rimborsi ai creditori pari al 50% – 75% fino al 90% il che renderebbe i collaterali (bond greci che ora arrivano ad interessi del 30%), usati a copertura della linea di credito di emergenza, carta stracca tanto da negare l’accesso di Atene a successive tranche di aiuti. La decisione su una simile azione potrebbe essere sul tavolo del prossimo board BCE il 6 maggio.

Chiaro che se la via fosse quella di un Haircut ed il conseguente dello stop della linea ELA saremmo di fronte ad un default pilotato, ipotesi che rimane quella più probabile sul tavolo. Molto più difficile pensare ad una uscita dello stato ellenico dall’Euro, forse vi potrebbero essere due forme di pagamento parallele, ma di fatto ciò sancirebbe la sconfitta e la reversibilità della moneta unica, evenienza che ancora viene definita impossibile. In ogni caso si tratterebbe, parafrasando Mario Draghi, di terreni altamente ignoti e, aggiungo io, assai complessi da gestire, principalmente contro le speculazioni finanziarie.

Oltre alle problematiche squisitamente tecniche, importanti ma note a priori, l’atteggiamento di Varoufakis è ciò che più disturba ed indispone i suoi colleghi. I portoghesi, finlandesi, spagnoli, irlandesi sono stufi di dover andare presso i loro parlamenti a giustificare concessioni acconsentite ad Atene e non concesse ai rispettivi paesi quando ne avrebbero avuto bisogno, viceversa non sopportano di dover giustificare manovre impopolari con i loro elettori che invece alla Grecia sono risparmiate.

In Grecia la situazione è complessa e difficile a livello sociale, e va detto che il Governo si sta impegnando a mantenere quanto detto agli elettori, confermando l’intransigenza, tipica dell’Europa con le richieste di austerity, promessa in campagna elettorale, del resto dal punto di vista di Tsipras le scelte sono poche. La banca del Pireo ha deciso di abbuonare agli indigenti alcune tipologie di debiti inferiori a 20’000 euro ed è intenzione del Governo reinserire le tredicesime sulle pensioni, tolte dal governo precedente. Questo uno dei pochi punti tecnici toccati a Riga e che ha fatto letteralmente “imbestialire” i colleghi di Varoufakis, alla pari del tergiversare sulle privatizzazioni, che in Grecia dicono di stare portando avanti perché hanno liberalizzato una licenza sulle scommesse del valore di qualche simbolico milione di Euro: intollerabile per l’UE una simile giustificazione.

Stavolta va spezzata una lancia in favore dei “falchi”, perché se è vero che Varoufalkis deve giocare la sua partita, ciò non toglie che stia giocando troppo e non abbia ancora presentato la lista di riforme chiesta e richiesta. Essa avrebbe anche potuto differire da quelle esplicitamente volute dalle istituzione, ma avrebbe dovuto essere qualche cosa di concreto e tangibile, quantificabile con relativa precisione, una base su cui intavolare una reale discussione, invece ad oggi sono stati presentati solo titoli, a volte fumosi ed al limite dello scherzo.

Il mix di tutto questo ha portato il clima di Riga all’esasperazione ed i toni del dialogo ad essere più che critici come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem.

Fin qui le tensioni sulla crisi greca che pare lontana dell’epilogo ancora piuttosto incerto, ma anche in Italia ci sono strani movimenti.

In patria il perno di tutto sono la legge elettorale Italicum e le divisioni, pesanti, che attorno ad essa si sono create (LINK). Il Governo non vorrebbe affrontare un nuovo passaggio in Senato dove avrebbe una maggioranza più risicata e sarebbe disposto a porre la fiducia alla Camera per evitare ulteriori modifiche che comporterebbero, appunto, un nuovo e più complesso passaggio presso l’altra Camera. Il Premier, contro tutti gli oppositori, dai membri dissidenti del PD, all’opposizione (FI in primis), agli alleati di maggioranza che non supportano l’Italicum, ha parlato per la prima volta di concreta possibilità di caduta del Governo e della Legislatura qualora la legge venisse modificata o, in caso di fiducia, il Governo andasse in minoranza. Mentre quindi fino ad ora lo scenario di fine legislatura era posto al 2018 adesso è più mobile. Il tentativo di Renzi di spingere sulle riforme è palese, forse sente anche lui un certo fiato sul collo e vuole portare risultati, magari anche non curandosi troppo degli eventuali effetti di una importante modifica non ponderata a sufficienza.

Vero è che il Premier può permettersi in questo frangente di fare la voce grossa visto che, in caso di elezioni, non sembrano esservi avversari tali da impensierirlo, e forse il M5S è l’unica compagine che numericamente può, nel caso di una massiva perdita di voti del “PD by Renzi”, metterlo minimamente in difficoltà, ma oltre allo scenario delle urne vi è anche la possibilità che il Presidente Mattarella formi lui stesso un nuovo Governo.

Ambedue gli scenari, ma soprattutto il secondo, sembrano fare il paio con alcune voci non ufficiali che provengono dalla City londinese, secondo le quali Renzi avrebbe stufato coloro che gli diedero credito, in quanto si attendevano misure economiche più incisive ed a questo punto del percorso renziano dati migliori. Lo 0.7%, 0.6% secondo FMI e Fitch (il quale mantiene lo scenario fragile ed il giudizio a BBB+) che se verificato cancellerebbe il tesoretto virtuale accumulato, di crescita del PIL per il 2015 non è sufficiente, così come la flessibilità in tema di lavoro non soddisfa, è una misura imposta, subita, e non ricercata ed apprezzata come in UK ed in USA. Gli effetti sul credito e sugli investimenti non ci sono ancora e sappiamo che le menti della finanza ragionano in quarti d’ora quando stanno pianificando il futuro, in decimi di secondo se sono impegnati nel trading HFT, quindi è assolutamente possibile che il vento nei confronti di Renzi nella tremenda Albione abbia invertito la sua direzione.

Evidentemente il fattore di un nuovo Governo, o per nomina o per elezioni, in un paese importante come l’Italia è un fattore di ulteriore instabilità, che se unito alla questione greca che potrebbe protrarsi o giungere a conclusioni non proprio positive, lasciano aperte numerosi ipotesi di incertezza per il futuro di medio-breve, situazione che tipicamente va prima di tutti ed in modo più incisivo a scapito dei cittadini spesso incolpevoli ed inermi.

25/04/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso.

Giunto il giorno QE, acquisto illimitato di titoli di debito Sovrano da parte della Banca Centrale Europea, non ci sono stati colpi di scena da parte di Draghi e QE è stato. Anche l’entità non sembra trascurabile. Bene dunque la decisione della BCE di procedere con i QE, anche se sicuramente molto in ritardo (qui come altrove la misura era da tempo invocata), almeno 18 mesi, ma meglio tardi che mai.

Il piano prevede l’acquisto fino a 60 miliardi di € al mese fino a settembre 2016, 19 mesi quindi per un totale di 1’140 miliardi di € teorici, o comunque fino a quando l’inflazione non avrà raggiunto il target leggermente sotto il 2%. Non potrà essere acquistato più del 33% di un debito sovrano e mai più del 25% per relativamente ad ogni singola emissione, le scadenza vanno dai 2 ai 20 anni. Una bella somma anche se non paragonabile a quella della FED del 33% più consistente su base mensile, ma ci si può accontentare.

La perplessità riguarda però la struttura di garanzia perché l’80% dei bond verrà garantito dalle Banche Centrali Nazionali (Bankitalia nel nostro caso) ed il restante 20% dalla BCE stessa, che scende all’8% considerando che il 12% è relativo ad eventuali emissioni di altri soggetti europei come BEI o ESM garantiti pariteticamente da BCE ed istituti nazionali (riducendo la quota parte dei 60 miliardi che verrà impiegata per acquisto di titoli di stato a poco più di 50 mld).
Il che vuol dire che la maggior garanzia (80%) a copertura ad eventuali default (un caso talmente problematico da diventare solo uno dei tanti problemi che si creerebbero, seppur il precedente Greco esista), o anche ad ondate speculative sugli spread (e l’Italia dopo la Grecia è la prima preda) è fornita dalla Banca Centrale Nazionale stessa, ossia dallo Stato, ossia dai cittadini che non è escluso possano dunque dover essere chiamati a contribuire in un qualche modo (leggasi tasse o come vedremo dopo riserve auree) se le cose non dovessero andare proprio come previsto e, facendo i debiti scongiuri, fino ad ora non sono mai andate come previsto in campo monetario.

Ancor peggiore è il messaggio che traspare dalle mosse della BCE, ossia che per quanto remoto un default è possibile (se ne accorgeranno anche i mercati di questo risvolto non troppo sottile) e pertanto l’istituto di Francoforte, sicuramente sospinto dalle pressioni tedesche, ha ritenuto di chiedere garanzia alle Banche Nazionali. Inoltre gli acquisti verranno fatti in proporzione alle quote delle singole Banche Nazionale nella BCE stessa e quindi in prevalenza verso la Germania (con il suo 17% nella BCE), ma anche il 12% italiano non è trascurabile. Alla luce di questa percentuale si evince anche che la garanzia che deve assicurare l’istituto di Visco è coperta in buona parte dalle riserve auree del tesoro. Per il nostro paese poi si andrà a delineare un’ulteriore nazionalizzazione del debito, o meglio della sua garanzia, già detenuto per la maggior quota da banche nostrane, comportando che in caso di problemi di solvibilità e di eventuale uscita dall’Euro (ipotesi che comunque sarebbe drammatica) gli istituti e gli stati esteri avrebbero meno interesse ad operare un salvataggio nei nostri confronti, mentre ad essere penalizzati sarebbero i detentori, istituti italiani, cittadini e Bankitalia, del nostro debito. Quindi, ricapitolando molto semplicisticamente la BCE acquisterà titoli sovrani di vari paesi poco appetitili dal mercato e con interessi relativamente bassi che gli verranno corrisposti (bassi interessi per 60 miliardi al mese per 19 mesi sono comunque somme non nulle), di contro fornirà liquidità al sistema per riportare l’inflazione attorno al 2% ricevendo comunque la garanzia che, nel caso peggiore di un default totale, l’80% del capitale iniettato sarà coperto dagli Istituti Nazionali, e nel caso italiano (il più problematico a livello europeo) con la certezza di sufficienti riserve auree, quello che invece è chiamata a coprire direttamente, come abbiamo visto sopra, è l’8% che probabilmente dopo qualche mese potrebbe esser già stato coperto dagli interessi corrisposti per la detenzione di Bond.

Poco rischio, buona resa e tanta immagine: gran “mossa Draghi”, il quel dopo questa soluzione è ancor meno appetibile per il Quirinale visto che anche la Merkel si potrebbe essere convinta che il Governatore sta assolutamente bene dov’è attualmente, almeno fino al 2019. Speriamo che tutto funzioni senza intoppi e che gli Stati non si adagino sugli allori (e si deve dare ragione alla Merkel quando afferma che il QE non dovrà fermare il processo di riforme) reputando a torto questa mossa una panacea o una manna, che in realtà rimarrà inutile senza le opportune riforme, investimenti, innovazione ed innesco del meccanismo “crescita potere d’acquisto – domanda – creazione di lavoro”. I soldi non sono tutto e si possono avere in grande quantità, ma a poco servono se non sono impiegati nel modo giusto e più redditizio possibile, quindi investimenti con ritorno strutturale nel medio lungo periodo come, più che strade e ponti, infrastrutture tecnologiche e digitali, istruzione, ricerca innovazione.

Insomma la vera condivisione dei rischi e dei benefici che l’UE dovrebbe perseguire con immane ritardo e che avrebbe aiutato a contrastare la crisi è ancora lontana; vero, c’è un inizio di discontinuità con una minima condivisione, ma ancora non sufficiente. In sostanza le posizioni tedesche si sono fatte nuovamente valere, infatti con il suo Rating la Germania continua a non rischiare troppo nè a voler contribuire per rendere più stabili altrui condizioni.
Rimane da augurarci che tutto vada per il meglio, non ci siano intoppi ed il denaro sia fatto arrivare immediatamente all’economia reale ed alle attività produttive, fermo restando che la mission del QE non è immettere liquidità nel sistema economico, né abbassare la disoccupazione come in USA, bensì perseguire il 2% di inflazione. Di certo l’Europa unita, quella dei popoli e della cooperazione e della condivisione quasi totale pensata dai Padri Fondatori che tutti invocano è ben altra cosa.

22/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie

Infastidisce quasi dover riscontrare che un’altra voce importante, di peso, autorevole, ribadisce la linea politico economica sostenuta umilmente in questa sede (ovviamente non solo, la schiera è foltissima). In audizione alla Camera il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha lanciato importanti messaggi e tratto conclusioni che dovrebbero lasciare il segno. Quindi dopo FMI per bocca della Lagarde, FED parlando con i suoi vertici Bernanke prima e Yellen poi e BCE con Draghi, si unisce anche l’omologo italiano (forse addirittura papabile inquilino del Quirinale) del Presidente della BundesBank Weidmann, totalmente in disaccordo rispetto ai suoi colleghi economisti.

Riprendono quanto in questa sede viene proposto ormai da mesi (forse anche di più) e constatando il permanere del cronico ritardo e, in quanto riteniamo che simili idee non possano essere state partorite solo adesso da luminari (senza ironia) come coloro sopra menzionati, la costante supremazia dell’impostazione rigorista tedesca, molto in sintesi i punti focali toccati da Visco sono stati i seguenti:

  • i prestiti del settore bancario sono ancora deboli e le banche dovrebbero impegnarsi a fornire risorse all’economia reale cosa che, nonostante TLTRO ed ABS, non è ancora avvenuta, sia per carenza di domanda che per carenza di offerta. Analogo discorso vale per i prestiti alle famiglie che dovrebbero invertire leggermente il trend nella prima parte del 2015 anticipando quelli alle imprese.
  • Gli stress test sulle banche italiane non danno risultati invidiabili e ciò è parzialmente dovuto ad una sorta di distorsione nel metodo di valutazione europeo che non ha considerato le specificità nazionali ed ha ritenuto più penalizzante il credito (attività preminente negli istituti italiani) rispetto alla speculazione finanziaria ad alta leva (tipica delle banche nordiche, britanniche e tedesche).
  • La crescita nella zona euro è molto più lenta del previsto e non si può negare la dinamica deflattiva che non è dovuta solo (contrariamente a quanto sostiene Weidmann) ai prezzi energetici, bensì anche alle dinamiche salariali e dei prezzi in generale che nel breve saranno acuite ulteriormente dal calo del prezzo del greggio (nota: i paesi del MO hanno apertamente dichiarato di potersi spingere a 40$/bar; da capire quanto possano stare al gioco una Russia ormai ai limiti della sostenibilità finanziaria per Rublo e Bond ed un Iran sotto embargo, che pure continuano a spingere al ribasso il petrolio in un gioco che per loro potrebbe risultare mortale). Ciò rende necessario l’utilizzo di ulteriori armi monetarie non convenzionali come i QE diretti acquistando titoli di stato su larga scala. Il rischio sottoscritto dalla BCE da questa sorta di condivisione del debito (peraltro avanzata esplicitamente da Draghi riprendendo una filosofia Prodiana e Tremontiana) sarebbe bilanciato da una maggiore stabilità e minor rischio per la zona euro nella sua interezza e per i singoli stati membri.
  • Il debito italiano è in crescita ad ottobre di 23.5 mld € (+ 25 mld Amministrazione centrale, – 1.5 mld Amministrazioni locali) arrivando a 2’157.5 mld e previsto a 2’200 mld a fine anno. Evidentemente con le condizioni congiunturali in essere è impossibile per l’Italia rispettare i piani di rientro del rapporto Debito-PIL secondo quanto sottoscritto nei patti europei che anche la commissione Juncker sembra voler mantenere inalterati.

Tutti questi punti sono stati da tempo affrontati in precedenti analisi delle quali riportiamo di seguito solo le ultime:

Un altro presagio, stavolta afferente alla sfera politica più che economica, che si sta vedendo realizzato è il rallentamento, quasi il blocco, dei lavori parlamentari dovuti alle imminenti dimissioni del Presidente della Repubblica. Ufficialmente non si conosce la data precisa, qualche indizio potrebbe essere dato proprio oggi dallo stesso Napolitano in occasione del saluto alle alte cariche dello stato oppure in occasione del discorso alla nazione di fine anno. A rallentare l’azione di Governo vi sono già le miriadi di emendamenti presentati sulla legge elettorale, su quella di stabilità e su ogni provvedimento proposto e non sembra il caso aggiungervene altri dovuti alle manovre in corso per la scelta di un nuovo Presidente, giochi di palazzo evidentemente già in atto da tempo. Il Presidente del Senato Grasso aveva auspicato un accordo preventivo su un nome condiviso da più parti politiche, idealmente tutte, in modo da essere rapidi al momento debito: non sembra che l’auspicio possa vedersi realizzato e del resto vi erano pochissimi dubbi. A far salire il tema della successione a Napolitano ufficialmente sugli scudi sono stati: l’incontro tra Renzi e Prodi tenutosi da poche ore a palazzo Chigi che sarebbe stato incentrato sulla politica estera, la Libia, il medio oriente, la crisi russa ed ucraina, forse la Grecia, di certo l’Africa ed il Sahel, ma è difficile pensare che nei 120 minuti di dialogo non sia stata proferita parola sulla successione, alla luce di chi è il Professor Prodi e della sua storia trascorsa e recente; e le risposte piccate di Berlusconi secondo cui il patto del Nazareno contiene anche indicazioni sul Quirinale, contrariamente a quanto precedentemente affermato dal PD.

Berlusconi, qualora Renzi agisse da solista nella elezione del Presidente, è intenzionato a dare battaglia sulle riforme. Clima da ultimatum, due patti del Nazareno ed un PD in cui regna non proprio l’armonia dunque: tutti gli ingredienti per una azione di governo rapida e snella.

Inutile ricordare quanto l’Italia e l’UE non possano concedersi di rallentare ulteriormente  in una situazione già abbondantemente in stallo. Per quel che riguarda il nostro paese ciò non è consentito sia perché dopo tanto immobilismo sarebbe giusto iniziare a spingere davvero sull’acceleratore, sia perché non è possibile dare il fianco a Bruxelles sempre pronta a ricordarci che dobbiamo portare avanti le riforme. Monito sacrosanto che però dovrebbe essere accompagnato da una visione politico-economica europea meno burocratica, più lungimirante e davvero incentivante crescita, investimenti e lavoro.

Lungi dal voler essere un gufo, dicono ve ne siano anche troppi, ma sembra proprio che le previsioni meno confortanti si stiano almeno parzialmente verificando.

15/12/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Ma quale LuxLeaks per piacere!

Alla faccia dell’ingenuità a cui non credo.
Vorrebbero farci pensare che solo ora si scopre che il Lussemburgo ha un regime fiscale irrisorio sfruttato legalmente da molte aziende multinazionali e società di revisione contabile anche sotto il mandato di Juncker che per svariati anni è stato il “Gran Duca” del Granducato?
Quello del Lussemburgo è un esempio che da anni viene portato come esempio di competizione fiscale in UE che crea squilibri e concorrenza insana fomentando l’elusione.
Mi verrebbe da dire: “Ma va?”.
Poi se qualche sospetto nasce sulle tempistiche del presunto scandalo, esattamente coincidenti con l’insediamento di Juncker a Bruxelles, si potrebbe anche non parlare a sproposito di malizia…

Sia chiaro che i patti a due come pare sia avvenuto tra Lussemburgo, che peraltro si vanta del trattamento fiscale riservato alle aziende ed alle persone fisiche, non sarebbero mai da prendere come esempio prediligendo la trasparenza, ma non è, a grandi linee, lo stesso concetto, ampiamente adottato anche in Italia, secondo il quale un evasore si può regolarizzare patteggiando con lo stato una somma in genere ben inferiore al dovuto e quindi sottraendo denaro alla collettività? Oppure, i casi di condono fiscale con percentuali minimali non sono un patto “scellerato” a scapito degli onesti? In aggiunta in questi due esempi siamo di fronte ad un reato, in Lussemburgo invece no.

Voglio confidare alcuni segreti, ma mi raccomando, zitti, non lo sa nessuno e non vorrei sollevare uno scandalo o un leaks!! Oltre a Lussemburgo anche in Olanda, UK, Irlanda e Canarie il fisco per le aziende è super agevolato, ad esempio l’Irlanda che sta risalendo la china dopo il commissariamento ha basato la sua ripresa, confermata da buoni dati, sul regime di tassazione esiguo rispetto ad altri stati membri e che, attenzione, si riversa solo parzialmente sull’economia reale; il differente costo del lavoro ed il differente livello di salario per i lavoratori applicati nei vari paesi membri è una delle principali cause di delocalizzazione delle aziende verso stati più convenienti e ciò rappresenta senza dubbio concorrenza distorcente entro l’UE; se vogliamo anche i differenti vincoli ambientali o sull’inquinamento (alcuni sono europei, altri no) applicati dalle legislazioni locali favoriscono le aziende di taluni paesi rispetto ad altri, ad esempio nell’Adriatico la Croazia consente trivellazioni in mare, l’Italia (fino allo Sbloccaitalia) no pur essendo il mare lo stesso e gli eventuali danni derivanti da un disastro, identici per ambedue i paesi; analogo concetto vale per le regolamentazioni bancarie.

Insomma, come già detto più volte in questa sede il cambiamento di governance europea dovrà modificare queste distorsioni puntando all’uniformazione ed integrazione normativa così da diminuire la concorrenza, perfettamente legale, sul regolatorio che in una vera Unione dovrebbe essere molto più uniforme di come è adesso. Anche più attenzione alla morale ed all’etica in contesti fiscali (anche se ai giorni nostri di rado etica e denaro vanno a braccetto) ed in generale normativi sarebbero auspicabili, ma su ciò proprio Juncker ha assicurato il suo impegno.
Prendendo da emblema l’ultimo caso lussemburghese si è portati ad asserire e denunciare che il meccanismo di elusione fiscale ha sottratto denaro ad altri Stati europei in favore del Gran Ducato, evidenziando così la divisione esistente; si dovrà invece arrivare (ma è un obiettivo ambizioso e di lungo periodo) quasi a non curarsi di simili spostamenti di denaro perché sempre interni ed a disposizione di una sole entità senza confini, l’Europa.
Forse un’Utopia ma diversamente credo difficile che tutti gli stati del vecchio continente possano continuare ad vivere in relativa prosperità inseriti nell’attuale dinamica evolutiva globale.

Link:
Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori 19/12/13
Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 04/05/13
Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa 05/05/14

06/11/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno

A breve si terrà il mensile Board Meeting della BCE e l’aria che si respira è piuttosto pesante. Il concetto chiave da tenere sempre a mente e che se fosse stato considerato ed applicato prima avrebbe di sicuro limitato gli effetti della crisi e della recessione economica, è sostanzialmente uno pur componendosi di vari elementi: si tratta dell’evidente necessità di un cambio nella governance europea e parimenti della BCE, del loro approccio economico e monetario andando incontro, quantomeno limitatamente al periodo di estrema difficoltà in cui l’Europa è impantanata, ad una maggior capacità di visione, di adattamento e resilienza agli eventi. Fino ad ora sia UE che BCE si sono mostrate troppo rigide, incapaci di prendere decisioni importanti e sicuramente rischiose, ma necessariamente quando il gioco si fa duro il rischio ne fa parte e va corso. Quando poi hanno implementato potenziali contromisure lo hanno fatto spesso in ritardo tanto da rendere inefficaci i possibili benefici. Questa critica era già da tempo condivisa e mossa da molti economisti, dalla carta stampata, dalla FED, da esponenti del tesoro e del governo USA ed anche molti capi di governo europei non hanno lesinato critiche anche aspre alla commissione Barroso, che fatto salvo quest’ultimo scampolo di mandato in cui ha mostrato un atteggiamento più aggressivo, si è limitata ad incassare senza replicare (a dire il vero l’unico che ha sempre risposto per le rime a critiche dirette è stato il commissario economico Olli Rhen). Con le elezioni europee del maggio scorso era sembrato evidente, anche se siamo stati abituati ad essere cauti attendendo la prova dei fatti oltre alle sole e volatili parole, che anche la politica indipendentemente dal partito ne avesse preso coscienza ed avesse improntato ogni suo programma al cambiamento e ad una politica economica più rivolta agli investimenti, alla crescita ed al sostegno all’occupazione rispetto al puro rigore e disciplina di bilancio comunque importanti, ma che in cicli economici simili avrebbero potuto essere parzialmente allenatati per poi eventualmente essere riadattati ad una economia caratterizzata da una ben differente dinamicità rispetto a quando furono redatti (e siglati da ogni stato membro) i primi accordi.

Già dopo la crisi USA dei mutui subprime fu chiara l’esigenza di rivedere il settore bancario e sottoporlo ad un meccanismo di controllo unificato che impedisse la speculazione aggressiva foriera delle cicliche e sistemiche crisi tipiche dei nostri giorni, stabilisse chi fossero i principali attori nei salvataggi bancari così da escludere eccessivi carichi statali istituendo anche un fondo europeo di salvataggio e rendesse preminente il credito all’economia reale, alla produzione ed alle famiglie rispetto alla finanza. Il processo ed il negoziato furono lunghi, in particolare, nemmeno a dirlo, con la Germania, ma poi con numerose smussature l’accordo venne trovato ed il meccanismo unico di sorveglianza sotto la BCE è da poco entrato in vigore. Nell’ambito della valutazione del sistema bancario la BCE ha anche avviato una serie di stress test dai risultati noti.

Oggi, con la nuova commissione già insediata a che punto siamo? Quella condivisione di intenti e quel percorso di virata rispetto alle precedenti governance sono state avviate o quantomeno pianificate? Gli stress test hanno fornito risultati attendibili?

Partendo dall’ultimo quesito possiamo nutrire qualche dubbio, infatti, come si legge su il sole 24 ore (LINK), nella valutazione della solidità bancaria è stato attribuito un coefficiente di rischio inferiore alle attività finanziarie, anche speculative (portafogli contenenti bond, cds, etf, edge fund, ecc), rispetto a quelle prettamente creditizie che invece si vorrebbe incentivare. Il risultato è stato premiante per quegli istituti che hanno tanto capitale allocato a speculazioni (banche nordiche, francesi e tedesche in pole position) rispetto a quelle che hanno prediletto la concessione di credito. Sia chiaro che finanza e credito non sono di per se bene o male, ambedue possono servire a supportare l’economia ed ambedue hanno dato un contributo al protrarsi della crisi, ma l’utilizzo di strumenti derivati complessi non soggetti ad alcuna regolamentazione e tipici della shadow banking è innegabile che sia una delle cause principale di crisi sistemiche. Il fattore che ha portato a questo risultato è quantomeno perverso, infatti mentre i crediti sono valutati dalla BCE, gli strumenti derivati e spesso “non liquidi” sono valutati autonomamente dai singoli istituti e sottoposti in seguito ad approvazione da parte della banca centrale del proprio paese. Evidentemente una banca centrale per non minare l’economia e la stabilità dei mercati della propria nazione potrebbe essere portata ad utilizzare un criterio lasco che comunque risulta differente da paese a paese, introducendo una sorta di non uniformità nei giudizi. Il possibile conflitto di interessi di tale meccanismo è evidente. In sostanza parrebbe che gli stress test per come sono stati impostati non favoriscano il ritorno al sano credito rispetto alla speculazione aggressiva andando contro ad una delle necessità evidenziate e ad uno dei principi che hanno portato a simili controlli (e qui sorge la domanda che ci poniamo da tempo, non sarebbe il caso di tornare alla divisione tra banche commerciai e banche d’affari?).

Passando al fronte della condivisone di intenti ed alla sintonia che dovrebbe animare il lavoro della Commissione non si riscontrano elementi positivi.

Alla BCE sorge l’ipotesi, lanciata dalla Reuters, di una fronda composta da una decina di banchieri centrali di area filo tedesca e rigorista che avrebbero l’intenzione di spodestare l’attuale governatore Draghi considerato troppo espansivo (pensare se al suo posto ci fossero stati Bernanke o la Yellen???). Fino ad ora la politica della BCE è sempre stata piuttosto macchinosa probabilmente ostaggio della BuBa e della Germania e non ha sortito gli effetti desiderati a meno di qualche temporaneo sprint euforico dovuto alla miriade di annunci profusi. Adesso sono state avviate alcune contromisure, come T-LTRO, acquisto di ABS fino ad arrivare a parlare concretamente della possibilità di acquisto di Bond sovrani dando inizio a QE veri e propri. Questi meccanismi non sono mai piaciuti a tedeschi e filo-tedeschi in quanto ritenuti troppo rischiosi e potenzialmente alibi con i quali i paesi meno virtuosi avrebbero potuto allentare il processo di riforme interne. Fin da subito li avversarono ed ora non possono sopportare lo spauracchio sempre più concreto dell’acquisto diretto di Bond alimentando così la misteriosa fazione anti Draghi, nonostante tutte le rassicurazioni sull’uso di adeguate garanzie da parte di Francoforte.

Lato nuova Commissione, Juncker ha voluto subito essere chiaro, indicando che la via che adotterà non sarà quella del silenzio alle critiche ma della pronta risposta. Il Commissario ritiene non tollerabile giudicare l’UE come un’orda di burocrati ed asserendo ciò si è rivolto principalmente a Renzi, il più colorito nelle sue critiche e la cui diplomazia in consessi come BCE, Europa e simili dovrebbe decisamente migliorare; affettivamente (ma è solo mia opinione) certe dichiarazioni non andrebbero esternate in quei modi pur mantenendo valido il contenuto. Il monito di Juncker comunque non è solo per Renzi, ma anche per Cameron ed Hollande. Il Lussemburghese ha poi rincarato la dose facendo notare al Premier Italiano che se solo i burocrati avessero agito nel valutare la legge di stabilità italiana l’esito non sarebbe stato il medesimo visti gli scostamenti dai paramenti concordati (debito/pil in testa ed a seguire deficit/pil), la gestione è stata pertanto politica. La frecciata è chiara, il Commissario ha messo in guardia l’Italia evidenziando come la valutazione sia stata benevola. Si evince che non vi saranno sconti all’Italia ed ai paesi più problematici e, benché non riportato esplicitamente, si ha la sensazione che il rigore non verrà affatto abbandonato da questo nuovo esecutivo Europeo composto senza dubbio da forti sostenitori della ferrea disciplina di bilancio.

Riassumendo, sul fronte bancario la migrazione dal dominio della finanza e della speculazione verso il sostegno creditizio a famiglie, imprese e produzione potrebbe essere più difficoltoso del previsto; la BCE continua a essere divisa sull’uso di un approccio più espansivo (e che ha contribuito alla crescita USA di oltre il 3% nell’ultimo periodo) tanto da ipotizzare un ribaltone negli altissimi piani dell’Eurotower; in Commissione UE sembrerebbe che il clima non sia dei più rilassati, lasciando intendere che i reali problemi siano altri e ben più profondi rispetto alle pur poco opportune e certamente fastidiose accuse di “gang burocratica”.

Forse è ancora presto per trarre conclusioni, sbaglierò come di consueto e non so quale sia l’idea di ben più autorevoli e preparati esperti, ma trovo davvero complesso in un contesto simile vedere quel bicchiere mezzo pieno che spesso si riesce a trovare in ogni dove (confidiamo nel piano di investimenti da 300 miliardi € anticipato da Juncker a dicembre anziché a primavera 2015, ma ad oggi ancora etereo).

05/11/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

La prevista pioggia di liquidità dovrebbe spingerci ad andare in giro ben muniti di ombrello. Lunedì 20 ottobre infatti si avvia la seconda, dopo il T-LTRO, delle misure non convenzionali decise dalla BCE per riportare l’inflazione attorno al 2% e vincolare denaro fresco verso le imprese e l’economia reale. Questa fase consiste nell’acquisto da parte dell’Istituto di Francoforte di covered bond emessi dalle banche. Questi titoli sono garantiti con rating almeno di Bbb- e potrebbero ammontare complessivamente a 1000 miliardi probabilmente spalmati in tre anni con obbligo per le banche di vincolare la liquidità ottenuta direttamente alle imprese.
Il provvedimento come detto segue la prima trance di T-LTRO e precede l’acquisto di ABS ed a differenza delle misure non convenzionali utilizzate precedentemente, quelle di questi giorni vincolerebbero appunto i beneficiari, quindi gli istituti di credito, a finanziare aziende ed economia reale (ad esclusione di prestiti immobiliari per evitare bolle).
Fino ad ora la politica monetaria di iniezione di liquidità non aveva mai imposto agli istituti di prestare ad imprese e famiglie e tale lacuna è stata determinante nel limitarne gli effetti.
Ancora prima però, e si è sostenuto più volte, i ritardi di intervento della BCE e la poca determinazione ad agire con politiche espansive differenziandosi dall’esempio della FED e senza seguire i consigli provenienti da più parti, a cominciare dal Fondo Monetario della Lagarde, hanno contribuito all’aggravarsi della crisi iniziata con il caso greco che se trattato diversamente e con miglior puntualità forse avrebbe avuto un minore impatto e non sarebbe stato il “la” alla recessione più grave dal 1929.
I ritardi fino ad ora attribuiti all’approccio eccessivamente conservativo della BCE sembrano adesso poter essere fatti risalire, in modo non così sorprendente, anche ad un altro attore. Sarebbe emerso da alcuni carteggi che già per risolvere il caso della Grecia molti Governi, tra cui il Governo Monti, sarebbero stati favorevoli all’utilizzo immediato di strumenti non convenzionali da parte della BCE, dal canto suo già pronta ad intervenire, tra cui anche l’acquisto diretto di titoli di stato .
Questa possibilità, che forse avrebbe permesso di scrivere una storia differente, sarebbe stata avversata dalla Germania, ed in particolare dal Governatore della BuBa Weidmann e dal Ministro delle finanze Schaeuble ai quali BCE e Commissione si sono rimessi assecondando così il commissariamento, l’intervento della Troika e la conseguente linea dell’austerità che ha messo in ginocchio la Grecia ad oggi nuovamente a rischio per via delle tensioni sui suoi titoli di stato con interessi balzati oltre il 7% (con punte fino a 9%).
L’ingerenza della Germania, potente azionista europeo e della banca centrale, se vera, avrebbe tenuto in scacco Draghi e la BCE dall’attuare misure più immediate e risolute consentendo solo la rincorsa agli eventi che stavano precipitando invece che agendo con azioni preventive e arrivando così al livello di inflazione (già deflazione in alcune zone) ad oggi presente.

Nonostante questa lezione, e ciò è preoccupante, pare che anche ora l’approccio tedesco non sia mutato. Weidmann e Schaeuble non hanno lesinato critiche al T-LTRO, all’acquisto di covered bond e soprattutto a quello degli ABS ritenendo che così facendo il rischio si trasferisse iin modo eccessivo sulla BCE. Ovviamente al momento non v’è nessuna apertura né a QE che acquistassero direttamente titoli di stato sovrani ed ovviamente neppure ad una condivisione del debito a mezzo di Euro-Bond. Nel frattempo la Germania, consapevole della sua forza e dei problemi patrimoniali di alcune sue banche territoriali, ha spinto affinché si rallentasse il processo di unificazione bancaria che avrebbe dovuto consentire di rendere più sostenibile il sistema finanziario europeo ed affinché si rendessero più laschi i criteri di valutazione del loro stato patrimoniale (criteri di Basilea).
Anche adesso, sempre a dispetto di quanto propagandato trasversalmente in tutta UE nel periodo pre-elezioni europee quando l’austerità ed il rigore (durante periodi recessivi) sembravano ormai sul punto di rimanere solo un ricordo in favore di un piano di investimenti (300 mld €) e nonostante dati di produzione, ordinativi e fiducia di consumatori ed imprese in netto calo, la Germania non si risparmia nel professare che la prima preoccupazione dovrebbe essere il rigore dei conti ed il rigido rispetto dei vincoli europei e ciò soprattutto per quel che concerne le “leggi finanziarie” che gli stati membri si apprestano ad inviare al vaglio della Commissione.

Il comportamento tedesco, che ha confermato ogni impegno preso con Bruxelles incluso l’azzeramento del deficit ed ha impostato una finanziaria su investimenti in ricerca-sviluppo ed istruzione, sembra ignorare il semplice ragionamento per il quale se il mercato principale di sbocco, rappresentato da quasi tutto il resto dell’Europa, va in crisi pesante e si blocca, la naturale conseguenza è che anche il mercato “esportatore”, con un fisiologico ritardo più o meno cospicuo, ne andrà a risentire.
Analogo rigore pare che vorrà applicare Katainen, attuale Commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari, nel valutare le leggi di stabilità avendo dichiarato che utilizzerà l’aritmetica per l’analisi di ogni numero.
La legge di stabilità italiana difficilmente sarà bocciata, ma sicuramente saranno chieste precisazioni e cifre ben comprensibili, in particolare sulla spending review incluso il perché della dipartita di Cottarelli e con lui del suo report, sui tagli che le regioni/enti locali dovranno effettuare, sullo stato delle privatizzazioni, sul taglio del cuneo fiscale e probabilmente anche sul progresso delle riforme istituzionali. Oltre a ciò sarà messo sotto esame il debito in aumento, il livello di crescita (ottimistico per il momento in essere) considerato per le stime previsionali del DEF ed il rapporto deficit/pil al 3% che non verrà sforato, ma che è pur sempre superiore rispetto a quanto la tabella di marcia UE per il rientro del deficit prevede, così come ritardato di un anno è stato il pareggio strutturale di bilancio. Non è previsto comunque un respingimento, ma la richiesta di un qualche aggiustamento è probabile e vista la difficoltà nel reperire risorse se non con clausole di salvaguardia ben note ed odiose questa circostanza potrebbe essere preoccupante.

Oltre a ciò non si attendono grandi novità anche se alcune indiscrezioni danno un Katainen, che dovrebbe essere futuro VP della Commissione Juncker, ammorbidito verso le posizioni più riformiste e permissive professate dallo stesso Juncker, e soprattutto un “patto segreto” che vedrebbe la Germania soccorrere la Francia garantendo la sua legge finanziaria (con rapporto deficit/pil al 4.2%) affinché non venga rigettata da Bruxelles e soprattutto venga evitata la procedura di infrazione. Evidentemente se ciò fosse vero Berlino si sta rendendo conto che alla fin fine anche gli stati vicini, e suoi mercati naturali di esportazione, hanno una discreta importanza sull’economia tedesca. Un asse Franco-Tedesca però potrebbe essere controproducente per l’Italia che troverebbe maggiori difficoltà a fare squadra proprio con il paese transalpino che a quel punto dovrebbe sottostare alle condizioni dettate dei tedeschi, precludendo così un incremento dei margini di flessibilità per il nostro paese. Benché intriganti comunque allo stato attuale questi sono puri esercizi di analisi senza verificate fondamenta.

In questo frangente in cui la crisi e la recessione non sembrano aver mollato la presa ed in cui l’inflazione è bassa ed alta la forza dell’Euro (anche se ridimensionata) l’unica possibilità, che deve accompagnare le riforme che i singoli governi hanno l’obbligo di mettere rapidamente e proficuamente in atto per attrarre investimenti, supportare famiglie ed imprese ed agevolare l’occupazione (in Italia oltre 2 milioni di posti di lavoro persi in 6 anni solo tra gli under 35, dato ISTAT), è una governance europea realmente rivolta alla crescita ed una politica monetaria più espansiva che a questo punto sono assolutamente dipendenti dal cambio d’impostazione del Governo di Berlino e della BuBa.
Del resto Germania e BuBa, se vera è l’indiscrezione del loro veto rispetto ad un subitaneo ed espansivo intervento della BCE nel 2011 indirizzando invece verso il commissariamento di Atene il conseguente intervento della Troika ed un protratto regime di austerità, avrebbero da farsi perdonare forse gran parte dell’aggravarsi della crisi con tutte le ripercussioni economiche, sociali e di sentimento Anti-UE alle quali stiamo assistendo.

19/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea

Giornata di crollo delle borse, con Piazza Affari come sovente capita in queste circostanze maglia nera, perdendo sul campo il 3.92%, FTSE All-Share sotto i 20’000 punti e Spread a 142 pti.
In Europa (indice Stoxx600 dei principali listini) la perdita ammonta a circa 222 miliardi di €.
I numeri italiani non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli dei mesi più bui della crisi e sappiamo anche come i mercati siano decisamente volatili e speculino su queste circostanze, ma la debacle finanziaria c’è stata. Il motivo principale che la maggior parte degli analisti ritiene aver scatenato le vendite sarebbe stato il discorso di Mario Draghi da Napoli.
Sicuramente la strategia della BCE è una causa importante, ma non è affatto l’unica perché la situazione tende a complicarsi sempre di più.

Dalla bocca di Draghi non sono uscite quelle parole che fino ad ora, pur rimandando o ritardando quasi costantemente interventi potenti di politica monetaria nonostante i dati economici, hanno saputo tranquillizzare e sospingere i mercati. La BCE ha confermato il suo programma di acquisto di ABS e Covered Bond ed ha mantenuto il costo del denaro al tasso minimo di 0.05%. Innanzi tutto è mancato il dettaglio temporale delle misure di acquisto, infatti la comunicazione si è limitata ad ipotizzare metà ottobre come data di inizio. Secondo elemento di dubbio è relativo all’ammontare complessivo. L’istituto di Francoforte suppone 1’000 miliardi, ma al momento sono solo teorici anche perché il mercato dei Covered Bond è relativamente limitato. Altro punto è che non si conosce l’ammontare delle cartolarizzazioni che le banche emetteranno quindi un’ulteriore variabile incerta che non piace ai mercati. La precedente prima emissione di T-LTRO ha raccolto meno richieste del previsto, le banche quindi hanno distribuito meno denaro soprattutto per gli imminenti stress-test UE e per la richiesta di credito in diminuzione (dovuta principalmente alla continua negazione dello stesso). Infine il trasferimento del rischio finanziario, causa della crisi del 2007, da Banche private ad un organo centrale come la BCE può lasciare spazio a dubbi. È vero che i titoli acquistati dalla BCE sono garantiti, gli ABS ad esempio son di livello “senior” o “mezzanino”, i Covered Bond acquistabili invece hanno rating fino a BBB- (non proprio alto) e possono provenire anche da pesi come Grecia e Cipro (e, volendo utilizzare tale misura, non sarebbe corretto ed equilibrato il contrario).
Nonostante il momento di urgenza quindi la BCE ha nuovamente tergiversato, non menzionando affatto QE tramite acquisto diretto di titoli di stato sovrani in modalità FED (la quale continua col tapering e che in linea teorica potrebbe spostare flussi di capitali dagli USA all’Europa se la politica monetaria ed il processo riformatore agissero in modo espansivo), limitandosi a ribadire ciò che era già noto e rimarcando la propria disponibilità ad utilizzare misure non convenzionali, un bazooka più grosso, nel caso il periodo di bassa inflazione continuasse. In Realtà il periodo di bassa inflazione, attualmente allo 0.3% contro un target del 2% e con molti stati tra cui l’Italia (-0.1%) già in deflazione, è lungamente consolidato e la discesa inflazionistica non tende a smorzarsi. In aggiunta a ciò i dati macroeconomici continuano a peggiorare, gli investimenti pubblici e privati non ripartono ed anche la stessa BCE, oltre a ribadire correttamente la necessità di riforme importanti, ha definito più volte il periodo come fragile ed incerto proprio per via della stessa inflazione e delle tensioni geopolitiche che pure non accennato a diminuire (sono ripresi i bombardamenti su Donetsk, Mosca ha limitato la presenza di entità straniere nei media locali al 20% ed iniziato a censurare e controllare il web con lo scopo di ostacolare lo spionaggio della CIA).
Non si capisce quindi la frase della BCE:
“nel caso in cui la tendenza alla bassa inflazioni si protragga ulteriormente …”
è una affermazione già verificata, ed in questo momento in cui lo stesso Draghi intima rapidità ed urgenza d’azione ai governi sarebbe il caso di mettere in campo tutti gli strumenti possibili. A ben vedere però la motivazione che ha sempre rallentato e ritardato l’operato della BCE potrebbe essere allocata nella Germania, totalmente avversa (Schaeuble e Weidmann sono stati chiarissimi in merito) ad ogni politica monetaria espansiva e ad ogni flessibilità dei patti europei, che tra l’altro risulta essere la maggior azionista della stessa BCE. Draghi quindi si è sempre trovato imbrigliato pur alla guida di un Istituto formalmente neutrale.

Come fanno notare da Francoforte però il calo dei mercati era già iniziato prima del discorso di Draghi (a parte la solita fuga di notizie che si ha prima delle parole ufficiali che sempre esiste) ci sono altri elementi che minano la fiducia dei mercati. Nella fattispecie le dichiarazioni del ministro francese Sapin di non rispettare il vincolo del 3% sul rapporto deficit/pil portandosi quest’anno al 4.3-4.4% con rientro al di sotto del 3% (2.8% stimato) solo nel 2017. Il debito francese inoltre arriverà a toccare nel 2016 il picco del 98% del PIL per poi scendere. Questo atteggiamento di rottura unilaterale nei confronti dei patti europei e delle linee guida EU e tedesche può essere visto come conseguenza, oltre che della necessità (condivisa) di reperire risorse per investimenti, delle proteste sociali che stanno coinvolgendo il paese e dell’successo del partito anti-EU FN della Le Pen che è la prima forza nel paese.
I mercati, al di là del singolo caso francese comunque grave, possono leggere l’evento come un precedente per altri stati a cominciare dall’Italia, nonostante le smentite londinesi del Premier Renzi che, pur rispettando le decisioni francesi considerandole assolutamente nelle corde di uno stato autonomo e nazionale (non condanna quindi in alcun modo lo sforamento, anzi dice che è nelle possibilità degli stati togliendo in modo esplicito autorità a quanto prescritto dall’Europa), conferma che l’Italia non andrà oltre il 3%, rispettando vincoli (benché solo parzialmente in quanto il rapporto avrebbe dovuto attestarsi al 2.6-2.7% e sarebbe stato più alto del 3% senza il ricalcolo del PIL introdotto da Eurostat).

La vicenda francese non è stata indolore per il venturo Commissario UE agli affari economici e monetari, il francese Moscovici, che è visto con sospetto da Bruxelles e Berlino proprio per la sua nazionalità che potrebbe portalo a difendere gli interessi transalpini. La Merkel e Katainen hanno subito precisato che non avrà in alcun modo potere decisionale in temi economici e monetari considerando il nuovo potente ruolo dei VP che nel caso in questione è ricoperto dal rigorista Donbrovsky. Il VP sorveglierà e nel caso rettificherà l’operato del Commissario economico. Questa situazione mette addirittura in discussione la posizione stessa di Moscovici che potrebbe non superare il voto dell’Europarlamento.

Tali tensioni ovviamente pongono a rischio la credibilità dell’istituzione europea e mostrano quanto le dichiarazioni pre-elettorali della ricerca del perduto spirito europeo dei patriarchi lasciando l’austerità per un approccio più umano e rivolto ai popoli siano deboli e fatte senza convinzione se si tratta di mettere sul piatto interessi particolari. Evidentemente perseverando in questo egoismo l’Europa e gli stati membri avranno ben poche possibilità di risollevarsi e competere a livello globale ed anche la Germania, benché più lentamente, si indebolirà come del resto alcuni dati già iniziano a mostrare. Senza volontà comune e strategia condivisa per la crescita non si può pensare di superare la peggior crisi forse di tutti i tempi.

Analoga frammentazione vi è in Italia, dove i dibattiti sull’articolo 18 e sulla riforma del lavoro lasceranno tracce e non sembrano di facile soluzione, nonostante il tema sia di fondamentale importanza (non tanto il singolo articolo, ma la riforma complessiva) e monitorato da UE ed investitori.
La “buffa” vicenda delle elezioni della consulta mostrano poi come i centri di potere quando vedono minati propri interessi e privilegi siano ancora forti, tanto da aver portato a ben 16 votazioni senza esito positivo pur con il patto del Nazareno ancora in essere e non curandosi né dei moniti di Napolitano né dell’evidente necessità di liberare i lavori parlamentari da questo impegno.
Allo “sbocca Italia” che avrebbe dovuto agevolare il ritorno di quegli investimenti che nel nostro paese latitano non trovando le condizioni per essere redditizi, sono stati presentati circa 2000 emendamenti.
Infine pare che i proventi della spending review, elemento fondamentale da presentare in Europa, che ad un certo punto sembrava la soluzione di tutti i mali, che gli investitori vogliono vedere portato a compimento seriamente poiché gli sprechi enormi sono segno di un paese inefficiente e corrotto se si considerano le spese in certe opere pubbliche e che deve proseguire anche solo per semplice rispetto dei contribuenti, siano molto inferiori ai 15-16 miliardi previsti per il 2015: si fermerebbero infatti a 5 miliardi.

Logicamente, applicando una analisi un po’ più approfondita rispetto alle parole proferite da Draghi e dalla BCE, risulta complesso chiedere ai mercati, che si muovono rapidamente inseguendo certezza e flussi di capitali, ed agli investitori, che cercano stabilità, poca burocrazia e leggi certe, di credere in una Europa decisamente ancora frammentata, senza una linea guida politica ed economica ben definita quasi che fosse incapace di leggere il contesto che accompagna questo ciclo storico caratterizzato per giunta da alte tensioni geo-politiche ed interessanti opportunità altrove.

02/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale