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Situazione politica tesa e contesto sempre più difficile suscitano critiche ed ipotesi di scenari quasi da complotto

Ogni giorno che passa si diviene sempre più consci e consapevoli di quanto, nonostante i proclami dei nostri leader di governo, la situazione italiana sia sempre più complessa e lontana dall’essere sulla via di un concreto, tangibile e duraturo miglioramento.

Il lavoro, pur tra le dichiarazioni ottimistiche troppo affrettate (come giustamente rimarcato da Poletti), non è ancora ripartito e ne sono una testimonianza reale, ben più oggettiva dei presunti 90’000 nuovi contratti a tempo indeterminato che probabilmente sono in maggior parte trasformazioni di vecchi rapporti precari ed instabili, le vertenze Wirphool-Indesit (nonostante gli accordi presi col Governo in sede di cessione della Ex Merloni), Auchan, che in Sicilia denuncia concorrenza sleale da parte di supermercati locali che praticherebbero contratti a tempo pieno trattandoli come se fossero part-time e risparmiando di conseguenza sui costi -se così fosse si tratterebbe di un caso palese di sfruttamento- , e Mercatone Uno, storico marchio sponsor del grande Pantani dei tempi d’oro, che ha portato i libri contabili presso gli uffici di Bologna per avviare le pratiche di fallimento. In tutto ciò ballano migliaia di posti di lavoro e queste vertenze, visto che il bianco e la grande distribuzione sono settori di consumo, testimoniano il proseguire della stagnazione, a prescindere dagli alti e bassi fisiologici dei dati mensili, bimestrali o trimestrali. Ci si deve augurare che il MISE ed i Ministri Guidi e Poletti assieme ai Sindacati lavorino alacremente per proteggere l’occupazione, in cui non ci si possono permettere ulteriori defezioni conferendo il sostentamento degli esuberi ad ammortizzatori sociali che richiederebbero risorse pubbliche scarseggianti, e contemporaneamente si concentrino per modificare un mondo del lavoro decisamente troppo obsoleto.

Anche la riforma della scuola lascia perplessi. Le proteste vengono da tutti i fronti, non può il Premier sempre evitare di mettersi in dubbio quasi che avesse il dono della perenne infallibilità e credendo che siano gli altri, dolosamente o inconsciamente per chissà quale stupidità, a sbagliare ed essere avversi al cambiamento in favore di una conservazione di privilegi. I docenti, con gli adeguamenti contrattuali bloccati da tempo, e gli studenti, che fruiscono un servizio mai all’altezza del paese sviluppato e progredito che l’Italia dovrebbe essere, hanno ben pochi privilegi da proteggere, eppure protestano. Credo davvero che servirebbe più dialogo, molto più dialogo ed umiltà.

Sul piano Europeo l’importante incontro che si è tenuto tra il Premier Renzi, Lady Pesc Mogherini, il Segretario Generale ONU Ban Ki Moon sulla nave San Giusto lascia un po’ di amarezza. Non ci volevano certo decine di tragedie in mare ed il Segretario ONU per ricordare che la priorità deve essere salvare vite umane. Invece tale messaggio è stato trasmesso come se fosse chissà quale novità o scoperta, elogiato come una epifania mistica e fino ad ora imperscrutata. In tutto ciò l’Europa continua a fare orecchia da mercante cercando di “lavarsi la coscienza” con l’aumento del budget per “Triton”, ora portato a 9 milioni di € parimenti al precedente piano “Mare Nostrum”, ma senza il ben più gravoso impegno di accogliere e gestire i flussi migratori, onere che rimarrebbe al primo stato di approdo, tra gli altri l’Italia appunto.

In tutto ciò la scena, e quel che è peggio le energie politiche, sono concentrate sulla Legge Elettorale Italicum (poi verranno le regionali).

Importantissimo, non vi sono dubbi, modificare il Porcellum incostituzionale, ma si deve pervenire, in tempi ragionevoli e compatibilmente con le priorità di un paese e di un continente ancora in difficoltà economica, con gli interessi dei cittadini e con lo scenario di elezioni al 2018, ad un risultato che sia di qualità. Il meglio non si potrà raggiungere, non è nelle corde dell’uomo, ma non ci si deve accontentare al ribasso solo per poter fregiarsi di aver agito. Invece, onde evitare confronti, discussioni e modifiche all’Italicum, si stanno facendo conteggi, si sta meditando sul voto segreto, sulla fiducia, si pensa a far slittare i lavori per, ossimoricamente, contingentare i tempi e rendere il processo più rapido, si propongono, da parte del Governo, aperture sulla Riforma del Senato in cambio dell’appoggio alla legge elettorale, scambio che, visto l’autoritarismo ed il decisionismo Renziano pare tanto un “Do (poi) Ut Des (ora): Aspetta e Spera”.

In tutto ciò si fa largo, in tono quasi ricattatorio, pure l’ipotesi di fine legislatura e caduta del Governo, con elezioni, a questo punto, non prima di fine anno, ma con la parola ultima che, mai dimenticarlo, in caso di crisi governativa spetta sempre e comunque al Presidente Mattarella il quale dovrà decidere come agire, avendo nel suo mandato la possibilità di formare un nuove esecutivo (il Premierato italiano, a dispetto di quanto i più credono, non è eletto dal Popolo sovrano, ma i poteri gli sono conferiti dal Presidente della Repubblica).

Sorge il dubbio, alla luce dell’ipotesi avanzata da Renzi di fine legislatura, solo sino a qualche settimana fa collocata inderogabilmente al naturale termine del 2018, che non siano così infondate le voci secondo le quali dalla City della Tremenda Albione i poteri forti della finanza siano molto delusi dall’operato Renziano in tema economico. I dati sono deboli e non tali da indicare una concreta, tangibile e strutturale ripresa, lo 0.6-0.7% di PIL è insufficiente e passibile di revisioni ed anche il supporto di un prezzo del greggio molto basso non sembra aiutare più di tanto. Lo scenario economico continua (e continuerà ancora a lungo) ad essere in balia di eventi esterni incontrollabili: flussi migratori, terrorismo, Ucraina-Russia, Libia, crisi Greca. Il supporto dei palazzi Londinesi (dove a ridosso della sua nomina Renzi era solito andare e riunirsi con controparti non ben definite) al Premier starebbe dunque venendo meno e là starebbero lavorando per un qualche avvicendamento.

Forse queste sono solo fantasie figlie di un “complottismo” a volte dilagante ed eccessivo, ma in altri casi figlio di evidenze non avulse dalla realtà e dall’oggettivo andamento dei fatti.

Non serviranno molti sforzi per verificarlo: aver pazienza ed aspettare al più sino a fine anno.

Valentino Angeletti
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Velleità di Landini: fuoco di paglia o controparte tale da non poter essere ignorata?

landiniCosa abbia in mente non è chiaro e da quello che è stato possibile ascoltare e leggere pare che a non averlo chiaro sia anche il diretto interessato. Maurizio Landini, in rotta dichiarata con molte politiche del governo che lo coinvolgono direttamente, a cominciare quindi dal Jobs Act e tutto il concetto di lavoro e tutela di diritti che vi si cela dietro, è in procinto di lanciare un “movimento”, una “coalizione”.

Sarebbe bene capire quali siano le sue intenzioni e le sue velleità. Il segretario FIOM, che a breve scenderà in piazza per presentare la sua “creazione”, parla di una forza non politica, non un partito, del resto fin da subito aveva escluso questa opzione, ma di un’entità aggregatrice di quelle classi sociali, persone, lavoratori atipici, pensionati ed in buona sostanza ogni cluster di persone non rappresentate, morse pesantemente dalla crisi che non sentisse i propri interessi protetti e portati avanti dal Governo. Questo concetto ricorda molto quello lanciato da Sergio Cofferati, anche lui con un grande passato da sindacalista, in occasione del suo abbandono del PD a valle delle primarie liguri. Quasi le stesse parole furono usate: “forza aggregatrice”.

Il bacino di seguaci a cui Landini può attingere e dar voce è potenzialmente ampio e parte dalla base (come sarebbe partito un eventuale movimento di Cofferati) della manifestazione di piazza San Giovanni. Del resto che il Governo stia attuando politiche molto moderate e molto vicine ad un centro più sbilanciato a destra, con buona gioia di Alfano e del piccolo NCD, non è mistero, così come l’apprezzamento verso il Premier di una parte consistente e “pesante” di FI e di molti ex elettori di Silvio Berlusconi. Lo si è visto in varie occasioni, nel Jobs Act solo per citare l’ultimo e lo rivedremo con al seguito aspri scontri e polemiche anche quando verrà affrontato il tema dei diritti civili, delle unioni di fatto e dei matrimoni Gay che hanno appena ottenuto il via libera dal Parlamento Europeo. Landini denuncia il Premier di asservire e soddisfare esclusivamente i desideri confindustriali, agendo peraltro senza confronto con le parti sociali.

Per la volontà di non “perdere tempo” e non interrompere un flusso comunicativo costante e martellante, spesso anche un po’ superficiale ed in certi casi (detto con la massima umiltà, affetto e nell’insignificanza di chi scrive)  anche stucchevole, pesante ed infantile, e per la voglia di “fare”, talvolta senza troppo curare che si arrivi al bene o al meglio possibile che su questioni molto delicate non può essere sacrificato alla rapidità, il Premier non ha mai negato la disponibilità ad ascoltare tutti gli interlocutori, salvo poi mantenere il diritto di agire in autonomia. Su ciò c’è stata fin da subito la massima trasparenza da parte del fiorentino.

Da ciò ne consegue che gran parte della sinistra più radicale, quella definibile di sindacato e che si può ascrivere alla minoranza DEM, non sia rappresentata, ed anche Bersani dovrebbe mettersi l’anima in pace, perché il suo desiderio di modificare il partito dall’interno non può essere realizzato con le esigue e poco determinate forze che potrebbe raccogliere. Pierluigi deve prendere atto che la Ditta non è più la sua ed è ben differente da come la conosceva: ora la dimensione del PD pare quasi una multinazionale che non disdegna di portare la residenza fiscale a Londra se ciò, legalmente, le consentisse di ottenere vantaggi in termini fiscali. La conformazione della creatura scaturita da DS, Ulivo e Margherita è radicalmente mutata e Bersani, così come Cuperlo, Civati, Mineo, D’Attorre e compagnia bella oggettivamente non “c’incastrano” più nulla.

Oltre a questa frangia del PD anche Sel potrebbe trovare casa nel movimento di Landini. Sel aveva lanciato la proposta di dividersi dal PD a Civati, poi avrebbe accolto Cofferati ed ora senza dubbi si è espressa a favore di una discesa in campo (qualsiasi sia il modo e la forma) del leader FIOM.

Vi sono poi delusi, e non pochi, del M5S e dello stesso Governo Renzi, un tempo convinti sostenitori ed ora dal mutato pensiero. Un nome da emblema? Della Valle. È pensabile anche a qualche elettore leghista che ha mal digerito la divisione interna e l’orientazione che Salvini sta dando alla ex Lega Nord (di fatto non lo è più) sulle orme di un estremismo di destra anti Europa misto tra il Le Penismo e le correnti xenofobe mitteleuropee.

Questo a grandi linee è il bacino a cui può pensare di dar voce Landini. Quantificarlo numericamente è complesso, ma si può pensare che, appurata la natura di centro destra dell’italia, possa arrivare anche ad un 9-12% sempre che vi sia coesione e che poi non vincano le divisioni verso l’atomismo tipiche della sinistra da Bertinotti in poi. Se il leader dei metalmeccanici ritiene che molte persone disagiate, a prescindere dalle dimensioni, non siano rappresentate e siano vittima sofferente dell’evolvere dell’azione parlamentare, è quasi un dovere morale ed etico tentare di dar loro voce e farlo nel modo più forte possibile. Analogo ragionamento vale per la minoranza DEM Bersaniana o Civatiana che sia e per Cofferati.

Il vero punto che deve risolvere e chiarire Maruzio Landini è come da loro voce in modo da esser incisivo rispetto al Governo. Evidentemente deve poter interagire ed influenzare l’attività parlamentare, lui stesso cita più volte lo strumento del referendum abrogativo, ma lo fa, non tradendo la sua sicurezza, anche Renzi in merito alle riforme costituzionali, distorcendone il senso perché, secondo Costituzione questo tipo di referendum dovrebbe essere strumento a protezione delle minoranze e non di consenso per la maggioranza. Landini non può non sapere quanto è forte Renzi: si muove in modo perfetto nella scena politica italiana, tesse e scuce accordi e patti, può contare su più maggioranze (fino a 4) a seconda del tema trattato, si fa forte di avversari inesistenti, di alcune congiunture macroeconomiche favorevoli (pur in uno scenario fragile e debole), e dell’appoggio al suo piano di riforme di Bruxelles (che deve iniziare a preoccuparsi dell’escalation dei partiti anti UE che in Italia stanno contagiando anche M5S e del perdurare del braccio di ferro Grecia-Germania la quale non si capisce spinta da qual autorità agisca da capo europeo), al quale non interessa tanto il merito, ma il risultato. Ad esempio per l’UE massima licenziabilità è sinonimo di flessibilità del mondo del lavoro, quindi un bene, mentre è una bestemmia blasfema per Landini. Non sono riusciti ad intaccare la forza di Renzi, che non disdegna di avanzare per decreto se si trova alle strette, FI, Nazareno, frange PD, Sindacati, dubbi ed ombre sulle primarie ed altre simili quisquilie, figurarsi se il Premier può essere preoccupato da un movimento senza velleità politiche, ma orientato più ad essere un elemento culturale e di condivisione di valori e vedute comuni.

Le uniche due possibilità che realisticamente Maurizio Landini può avere sono:

  1. prendere coraggio e fondare un partito sulle orme di Siriza o Podemos, che in pochissimo tempo e nato quasi dal nulla rischia di vincere le prossime elezioni spagnole, proponendosi fin da ora assieme a SEL e frange DEM come alternativa di sinistra al Governo PD (leggi Renzi) – NCD che diverrebbe di fatto grande centro moderato.
  2. Fondare un nuovo sindacato che rappresenti TUTTI i lavoratori, ad iniziare da coloro che non sono rappresentati. Non sia dominato dai pensionati o lavoratori di lungo corso ben tutelati, ma punti ai giovani, alle partite IVA, agli artigiani ed autonomi, ai precari, a coloro ai quali sono stati tolti benefici e diritti che i più anziani ancora a lavoro detengono tutt’ora. L’interesse ed il bene del lavoratore non è nè di destra nè di sinistra, ma solo ed esclusivamente del lavoratore medesimo ed in tal senso c’è spazio affinché un “sindacato globale del lavoro” possa affermarsi. Questo concetto, non espresso in modo così chiaro, sembra però animare i discorsi e le intenzioni di Landini.

Rimane solo da attendere non tanto qualche informazione o dichiarazione in più, quanto qualche azione concreta che faccia capire se quello del Segretario FIOM si rivelerà solo un fuoco di paglia relegato nell’Iperuriano valoriale e destinato a chiacchiere nei raduni di piazza ma inutile all’obiettivo del sindacalista di esser considerato nelle decisioni parlamentari come ve ne sono tanti oppure se si concretizzerà in controparte tale da non poter essere ignorata dell’Esecutivo, ridisegnando una scena politica già molto fluida, magmatica ed affatto chiara se non nel suo incontrastato ed unico “Dominus”.

Link:

  1. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato
  2. Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE
  3. PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE
  4. RIFORME: decisive per la Grecia ed al centro dell’Eurogruppo, ma anche crocevia importante per un nuovo assetto politico italiano

14/03/2015
Valentino Angeletti
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Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto

NazarenoLa premessa da tenere a mente e che ormai avremmo dovuto imparare a far nostra, è quella che nella politica nulla ha contorni chiari e definiti e tutto può essere assai differente da come appare. Le risposte e le letture più ovvie, semplici e talvolta scontate possono essere fuorvianti ed in ultimo smentite da fatti non ponderati precedentemente, parimenti è altresì vero che  spesso, come vuole il dicotomico metodo del rasoio di Occam, le soluzioni e le letture più semplici son quelle che poi si rivelano corrette. Questo per dire che niente è scontato e che la politica, in Italia a maggior ragione, può riservar sorprese sempre e comunque tanto i rapporti tra le forze e le strategie sono come le geologiche zolle tettoniche, mutevoli e semoventi, che quotidianamente, benché di pochissimi ed impercettibili frazioni di millimetri, scivolano l’una sull’altra.

Non fa eccezione la rottura sul patto del Nazareno. Lo strappo attorno alla metodologia utilizzata per l’elezione del Presidente della Repubblica è ritenuta una ferita insanabile da parte di Forza italia, tanto che le reazioni interne sono state veementi. Per tutta onestà va ricordato che fin da subito Renzi aveva escluso l’elezioni Quirinalizie dal perimetro del Nazareno, mentre FI, annoverando le elezioni Presidenziali tra le riforme istituzionali, anzi, la riforma istituzionale per eccellenza, ha sempre ritenuto il confronto e la scelta condivisa del nome tra FI e PD di Renzi un elemento fondamentale del Patto, rendendosi disponibile a sostenere un candidato vicino al PD purché inserito nella loro rosa di proposte.

In FI le divisioni già evidenti si sono ulteriormente acuite, Fitto spinge per lo scioglimento dei vertici del partito in modo da ricominciare da zero con nuove modalità di nomina della classe dirigente, sia un’elezione primaria oppure un nuovo congresso, mentre è il consigliere politico di Berlusconi, Toti, a confermare la sospensione o rottura del Patto, sostenuta con toni più pacati anche da Romani che pur mantiene possibile il supporto di FI alle riforme necessarie, tutte dal suo punto di vista. Romani quindi confermerebbe un sostanziale mantenimento in vita del Patto. Sorprendenti sono state invece le dimissioni avanzate da membri storici e fondatori del partito di Berlusconi, quali Brunetta e lo stesso Romani, dimissioni che sono state poi respinte dallo stesso Silvio Berlusconi.

La prima domanda da porsi, proprio tenendo a mente quanto detto inizialmente, è se il Patto Nazareno sia davvero rotto o o se invece sia solo un bluff da parte di FI per cercare di dare l’impressione, incassata la sconfitta del Colle, di un maggior potere negoziale nella trattativa con Renzi e con il Governo? Del resto è innegabile che il supporto dei voti di Berlusconi siano stati decisivi per il passaggio in aula di alcune riforme, tra cui l’Italicum. Con tutta probabilità FI vaglierà ogni riforma, ma potrebbe continuare a garantire il suo supporto ben conscia com’è che in questo momento la sua forza, parimenti al suo elettorato, è ridotta se non all’osso al tessuto connettivo immediatamente prossimo e che una sua uscita dal Nazareno, rendendola inquadrabile come fattore impediente per le riforme, darebbe adito alla facile critica nei confronti dei suoi membri di voler bloccare un paese che invece ha la necessità immane di progredire riformandosi presto e soprattutto bene. Berlusconi è troppo furbo e di esperienza per non aver valutato simili conseguenze.

Supponendo invece una definitiva rottura del Nazareno chi avrebbe la meglio e chi invece la peggio? La risposta è complessa, ma è possibile fare un’analisi.

Ad uscirne indebolita, checché ne dicano i suoi componenti, è FI. Ha perso una posizione quasi di Governo e, considerando il risanato legame tra Renzi e l’ala del PD che guarda più a sinistra, anche le condizioni che può avanzare, i veti che può opporre ed i voti che può precludere al percorso delle riforme sembrano meno incisivi che in passato.  In aggiunta a ciò il tessuto del partito risulta molto precario andando a toccare anche i le basi storiche del partito.

In situazione neutrale si trova NCD, forse leggermente in miglioramento proprio in conseguenza all’indebolimento di FI. La sua posizione rimane comunque minoritaria ed Alfano, considerando anche i voti che la nascitura formazione di Corrado Passera, “Italia Unica” drenerà da NCD, non può che essere soddisfatto della rappresentanza in termini di ministri che continua ad avere allocati nel Governo.

Il PD va diviso in PD di Renzi ed ala più a Sinistra, cosiddetta minoritaria. Per il “PD-minoritario” si apre l’opportunità di avere un margine di trattativa più ampio nei confronti di Renzi che adesso dovrà confrontarsi e prestare maggior ascolto alle richieste di questa parte dei Democat. L’elezione del Presidente Sergio Mattarella ha ristabilito un certo equilibrio ed una certa fiducia interna nonostante qualche attrito sulle riforme permanga ed è proprio su queste che Renzi probabilmente si vedrà costretto a cedere qualche metro, come del resto potrebbe dover fare sulle tematiche più in bilico anche con SEL, che dunque riconquista un po’ di centralità.
Vi è in ultimo il PD di Renzi, quello di Governo. La sua posizione rimane dominante, può in un certo senso non curarsi troppo delle dichiarazioni e delle azioni di FI sul Nazareno, anche se le esternazioni di suoi primi esponenti come Lotti Luca o Serracchiani Debora dovrebbero essere più pacate perché se è vero che anche senza FI è possibile per il PD approvare le riforme, dall’altro lato è altrettanto vero che si renderà necessario un maggior dialogo ed una maggior apertura verso le richieste della minoranza PD e di SEL. Questo comporterà indubbiamente un cambio di strategie, meno vicino ai requisiti richiesti da NCD e FI, in tema di legge elettorale, legge sul lavoro e diritti civili (tematiche in cui è estremamente competente ed in cui può, e ci auguriamo che lo faccia, entrare nel merito il Neo Presidente Mattarella). Tal circostanza non è che sia drammatica per il Premier, non sono i dettagli dettati dalle minoranze ed impensierirlo nel percorso delle riforme, una concessione a FI, al M5S che valuterà il suo supporto di volta in volta od una alla minoranza PD/SEL al fine di far approvare una riforma poco cambia dal suo punto di vista. L’obiettivo è correre incessantemente senza fermarsi, potendosi così fregiare di aver ottenuto l’approvazione di Camera e Senato. Quali siano le ultime decine di voti necessari è di secondaria importanza visto che mediaticamente il loro risalto è infinitesimale rispetto al fatto di aver ottenuto voto parlamentare favorevole. Ovviamente i mutati rapporti di forza dovranno far mutare approccio al Premier orientandolo alla riconquista degli elettori più sinistrorsi e drenando il M5S, anch’esso sempre meno solido e sfaldato dalle fuoriuscite ed espulsioni come da un atteggiamento prettamente ostruzionista e poco costruttivo. Il prezzo da pagare potrebbe dover essere una perdita di voti lato centro e centro destra che comunque sono stati e rimangono importanti nel portfolio del Governo; da questo punto di vista arrivano in soccorso al Premier fiorentino le divisioni interne a FI e la sua perdita di credibilità, così come la nascita della formazione Italia Unica di Corrado Passera che, in quota ancora ignota, andrà per forza di cose a sottrarre voti alla stesse FI ed NCD.

In sostanza anche in questa situazione il Premier può far spallucce e correre, eventualmente le elezioni anticipate non spaventano anzi ora meno che mai vista la cresciuta inconsistenza degli avversari. Il Guitto Fiorentino può muoversi camaleontico nella scena politica italiana, giocando in casa come sotto la cupola del Brunelleschi all’ombra del campanile di Giotto, traendo vantaggio da ogni situazione come è topico per chi è già collocato in posizione di netto vantaggio forte per giunta dell’assenza di avversarsi tali da poter recare una preoccupazione che non sia poco più di un grattacapo.

04/02/2015
Valentino Angeletti
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22-25-29: Board BCE, elezioni in Grecia, inizio votazioni per il Quirinale. Un terno dalle conseguenze importanti ed imprevedibili

Confermando i più accreditati pronostici, seguendo il rigorosissimo rituale ed accompagnate da pochissime righe (comunicato ufficiale) prive delle motivazioni già ampiamente comunicate nelle settimane scorse, le dimissioni dell’ormai ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si sono concretizzate. Come da Costituzione entro 15 giorni, per dare tempo ai grandi elettori di riunirsi, è stato fissato il termine per la prima votazione, calendarizzata il 29 gennaio alle ore 15; nel frattempo sarà la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Pietro Grasso a svolgere il ruolo di supplente, mentre a guidare il Senato sarà la Vice Presidente Valeria Fedeli. Il 29 gennaio sarà quindi una data importante che ha già catalizzato l’attenzione della maggior parte dei media e di tutta l’opinione pubblica, sarà il Valzer conclusivo presso il Palazzo Schönbrunn di una stagione danzante già aperta da tempo. La rilevanza dell’evento è indubbia, si tratta a tutti gli effetti di storia che rimarrà impressa negli annali e ci auguriamo anche nei libri di Storia che vengono proposti alla scuola dell’obbligo, ma la sua collocazione è immediatamente seguente a due altre importantissime date, che di certo non verranno ricordate se non da cultori specifici, ma durante le quali si svolgeranno eventi in grado di influenzare direttamente la vita dei cittadini europei ed in un certo senso anche l’economia mondiale. Ci stiamo riferendo al 22 gennaio, quando la BCE di Mario Draghi potrebbe avviare i QE ed il 25 gennaio quando si terranno le elezioni greche.

Sul Quantitative Easing si è espresso in queste ore il membro del consiglio direttivo BCE Benoit Coeure, affermando che il 22 l’Istituto è in grado di annunciare l’inizio dei QE, a conferma quindi che non vi sono elementi ostativi tecnici, ma aggiungendo anche che non è detto che lo farà, a testimonianza di come, nonostante l’evidente necessità di stimoli sia monetari che politici (leggasi riforme Europee e dei Singoli membri), la tensione sul tema in seno al direttivo dell’istituto sia ancora alta e come le elezioni greche rechino pensieri a Francoforte.
Lo stesso Governatore Draghi, intervistato dal settimanale tedesco Die Zeit ha sostanzialmente detto che il mandato della BCE è PanEuropeo e deve rivolgersi a 19 paesi, non solamente ad alcuni. In sunto quello che ha voluto trasmettere è evidente: la Banca Centrale è un organo neutrale, anche se la presenza delle banche centrali nazionali al suo interno rendono difficile il realizzarsi in toto di questo principio e se ne hanno le evidenze, e per assolvere il suo mandato, cioè la stabilità dei prezzi e un’inflazione leggermente inferiore al 2%, ha alcuni mezzi tecnici, non infiniti, ed alcune opzioni di utilizzo che potrà mettere in campo. Chiaramente in certe condizioni queste “technicality” potranno avvantaggiare taluni Stati membri piuttosto che altri, ma non v’è volontà nè di supportare nè di penalizzare nessuno, se non nell’interesse dell’intera area Euro, nè tanto meno sono gradite (e non ne avrebbero volute avere) ingerenze esterne. Il riferimento è senza dubbio principalmente rivolto alla Germania ed alla BundesBank che, con le loro pressioni, hanno probabilmente imbrigliato l’Istituto ed il Governatore causando controproducenti ritardi d’azione. Si tratta questa della prima volta in cui viene fatto esplicito riferimento a pressioni di tipo nazionalistico all’interno del Board BCE che prima d’oggi era sempre stato detto agire e decidere per votazione a maggioranza, benché l’impressione esterna fosse che i voti tedeschi (del resto rimangono i maggiori azionisti della BCE) pesassero di più di quelli di altri stati.
A dar man forte ad un possibile avvio dei QE già da fine gennaio o inizio febbraio è anche il primo pronunciamento della Corte di Giustizia Europea di Karlsruhe in merito alla obiezioni della Corte Costituzionale Tedesca sulla adeguatezza e costituzionalità del programma OMT (Outright monetary transactions) lanciato nel 2012 per proteggere il vecchio continente dagli attacchi speculativi conto i debiti sovrani e che prevede la possibilità, effettivamente poi mai applicata, da parte di Francoforte di acquistare sul mercato secondario titoli sovrani a breve termine dei singoli Stati membri per stabilizzarne gli spread (erano inoltre presenti altri vincoli da rispettare sui quali non ci soffermiamo). In sostanza l’avvocato generale della Corte di Giustizia, Cruz Villalón, riconoscendo le sue competenze tecniche, ritiene la BCE ente proposto ed adeguato all’attuazione della politica monetaria europea per il raggiungimento, entro il proprio mandato, degli obiettivi fissati. Gli unici paletti imposti all’OMT (e di fatto all’operatività della BCE perché sembrano criteri generali) sono che l’operazione rimanga entro il perimetro di politica monetaria e non rientri nella politica economica dei singoli Stati e che sussistano circostanza straordinarie atte a giustificare l’uso di strumenti non convenzionali. I QE venturi, che i mercati (ed anche Draghi), fermo restando qualche incertezza sulle tempistiche, danno ormai per scontati come testimonia in parte (il prezzo del greggio è un altro fattore di influenza) il livello dell’Euro sceso in modo considerevole nell’ultimo periodo, si differenziano in un punto sostanziale rispetto all’OMT: mentre quest’ultimo è un acquisto sul mercato secondario (quindi con istituto bancario a vendere alla BCE) di una quantità NON illimitata di titoli sovrani a breve scadenza, il QE è un acquisto diretto di Bond sul mercato primario (quindi di titoli emessi e detenuti dallo Stato il cui acquisto si riversa nelle casse statali e viene utilizzato per impieghi “pubblici” come pagamento di interessi sul debito, stipendi, pensioni, rifinanziamenti vari ecc) e potrebbe avere natura potenzialmente illimitata. Risulta evidente che un acquisto sul mercato primario di Bond potrebbe risultare intervento di politica economica e non monetaria di conseguenza addotto come motivazione dai detrattori, e non vogliamo sospettare dei tedeschi, per impugnarne la non costituzionalità causando, se non il blocco, di certo il ritardo in attesa di chiarimenti e verifiche; le circostanze straordinarie del periodo invece difficilmente potranno essere obiettate. Bisogna augurarci sinceramente che la Germania, ancora non convinta della necessità di interventi monetari espansivi e che non teme l’inflazione relegandola solamente alla guerra sui prezzi petroliferi ed al conseguente impatto su quelli energetici, segua l’intimazione di Draghi ed accetti la decisione di agire in modo che, assieme al leggero (ancora insufficiente per l’italia e di sicuro ritardato di almeno due anni tanto che gli effetti positivi potrebbero essere insignificanti rispetto alla gravità della condizione in essere) allentamento europeo sulla flessibilità per gli investimenti, si possano creare le condizioni favorevoli tali da sbloccare liquidità per il rilancio della crescita, dell’occupazione, dei salari, della domanda e dell’offerta, senza ovviamente prescindere dal processo riformatore da compiersi a livello europeo e nazionale. La Germania dovrà convincersi, mettendo da parte un dato del PIL 2014 a +1.4%, massimo dal 2011 (mentre il PIL mondiale secondo la Banca Mondiale nel 2015 sarà del 3% invece che il 3.4% della precedente stima, e l’Europa rimarrà l’anello debole del globo), ad assecondare Draghi.

Anche l’attesa sulle elezioni greche, e questa è la seconda data importante del 25 gennaio, mette preoccupazione alla BCE, perché un’eventuale vittoria (ormai certa, ma va capito in che misura) di Tsipras (Syriza) e la sua propensione alla rinegoziazione del debito pur rimanendo nel perimetro dell’Eurozona, ritenuta irreversibile dalla stessa BCE, comporterebbe conseguenze imprevedibili sui mercati, nonché uno stop definitivo degli aiuti da parte della Troika (al momento solo sospesi per un controvalore di 10 miliardi circa). La Germania, per bocca dei suoi più arcigni rigoristi, il Ministro Schauble ed il Governatore Buba Weidmann, continua a sostenere, facendolo per l’ennesima volta, che qualsiasi sarà il nuovo Governo greco, esso dovrà portare avanti quanto impostato dal precedente Esecutivo; quindi onorare il debito e proseguire con le mosse di austerity potendo così fruire del piano di aiuti altrimenti bloccato. Non è dello stesso parere Tsipras che proclama il proprio europeismo caratterizzato da un maggior indirizzamento verso il popolo ed il cittadino piuttosto che all’esclusivo rispetto dei vincoli e dei parametri di Bruxelles, e va notato senza pregiudizi che, per quanto Syriza possa essere ricondotto ad un’ala di sinistra piuttosto spinta, questa è una posizione, tralasciando le sfaccettature di dettaglio rispetto al concetto generale, condivisa dalla grandissima maggioranza dei partiti e delle formazioni d’opinione europee inclusi movimenti anti Europa dalle più disparate basi ideologiche tipicamente di stampo nazionalista. Il leader greco di Syriza oltre alla rinegoziazione del debito, che sostiene non andrà ad impattare sulla quota parte da privati ma solo su quella detenuta da entità finanziarie, vuole incrementare la spesa pubblica per riportare a livelli dignitosi i salari e migliorare il welfare che di welfare ha rimasto ben poco, soprattutto nella sanitàSappiamo quanto la Germania sia usualmente ferma e rigida sulle proprie posizioni, ma in tal caso anche Tsipras pare non essere da meno, del resto non ha molto da perdere dato che fino ad ora gli aiuti (che minacciano di interrompere) e le azioni della Troika alle quali sono connessi, ben poco hanno sortito per lo stato ellenico se non un tremendo peggioramento dello stato sociale ed un innalzamento del debito a quasi il 175% del PIL.
Sarà fondamentale, e ce lo auguriamo, che venga trovato un accordo WIN-WIN, al quali peraltro Tsipras da l’impressione di essere disposto, per ambedue le parti e per tutta l’Europa. L’eventuale imposizione di diktat ed ultimatum in ambedue i sensi potrebbe veramente far degenerare la situazione continentale sia a livello economico-finanziario che di ordine sociale già a repentaglio. Forse è per tale ragione che la BCE potrà decidere di attendere il 5 marzo per dare l’annuncio definitivo del via ai QE, approfittando anche per cercare di ammorbidire le posizioni tedesche.

Immediatamente dopo questi due avvenimenti si colloca l’inizio della votazione per il Quirinale, il 29 gennaio. Questa partita ha la sua importanza sia sull’immagine (già in chiaro scuro) dell’Italia in Europa e nel mondo, sia sull’equilibrio politico interno con potenziali riflessi sulla stabilità del Governo, già ora dalle fondamenta non marmoree, che avrebbe di sicuro ripercussioni (principalmente di tipo speculativo) sulle piazze finanziarie.
La rosa di papabili candidati è copiosamente popolata, sicuramente non mancheranno i colpi di scena ed al momento pare che una figura politica ampiamente condivisa e che si faccia da garante (arbitro dal giusto metro di intervento) neutrale delle istituzioni sia quella preferita rispetto un un profilo tecnico come avrebbe potuto essere Draghi, se non si fosse autonomamente tirato fuori dai giochi con probabile dispiacere tedesco ma secondo noi non ancora completamente fuori corsa, Visco altamente probabile nel caso di orientamento tecnico, Padoan o Bassanini. Molto dipenderà dalla tenuta del Patto del Nazareno. Le riunioni interne del PD e di FI sono già iniziate e probabilmente la strategia dominante sarà quella di proporre un candidato accettabile per entrambi che riscuota fin dalle prime tre votazioni, nelle quali è richiesta la maggioranza qualificata (2/3) dei 1009 grandi elettori, buon consenso per poi eleggerlo a partire dalla quarta o quinta, quando la soglia si ridurrà al maggioranza semplice. FI si è riunita assieme alla Lega e si suppone che abbiano stilato una lista di personalità, anche del PD, sulle quali possono scendere a compromesso con il Partito Democratico, nella speranza che uno tra quelli sia proprio il personaggio proposto dal Premier. Renzi invece dovrà vedersela con il proprio partito ove non mancano le manifeste contrapposizioni impersonificate da Fassina e Civati, Mineo e talvolta anche Bersani, benché in modo più celato, che non si sa quanto effettivo seguito abbiano all’interno dei Democratici. Civati e Mineo, forti nelle dichiarazioni, ostentano sempre sicurezza e critica nell’esprimersi sul Governo e sulla gestione Renzi del PD, salvo poi non dar seguito alle proprie obiezioni. Forse sono consapevoli, e questo è quello che viene trasmesso ad un “analista” esterno, che anche cercando di far fronte comune con SEL non riuscirebbero a drenare un seguito almeno significativo dal partito del Premier e così preferiscono giacere, pungolando verbalmente, nell’insignificanza di non essere rappresentati nè di proporsi a rappresentare quella parte di elettorato che secondo loro avrebbero. Se al contrario, questa “fronda” civatian-fassiniana (in senso buono non me ne voglian Pippo e Stefano) ritenesse di poter mettere in difficoltà il Governo e di volerlo fare, prendendo atto che rimanere nel PD vorrebbe dire, data la risolutezza decisionale di Renzi rispetto ai Sindacati ed all’ala più a Sinistra del suo partito, non aver voce in capitolo sul moti temi che ritengono fondamentali, quella delle elezioni del Presidente della Repubblica a scrutinio segreto può rappresentare un’occasione. Ovviamente oltre a SEL sarà indispensabile il supporto del M5S e di qualche centrista. Risulta invece difficile pensare che i dissidenti-franchi tiratori di FI (stimati in circa 40 contro i circa 150 del PD, ma tutto è etereo e la segretezza del voto rende questi numeri altamente variabili), che per semplicità si possono identificare con i sostenitori di Fitto, riescano a digerire un’eventuale proposta dell’asse Civati – Sel – M5s , che da quel che si comprende dovrebbe essere spiccatamente caratterizzata (Prodi in primis). Quindi, constatata l’impossibilità di essere decisivi, i “Fittiani” potrebbero propendere per allinearsi al Nazareno mantenendo il proprio (comodo) status quo.
La possibilità, forse unica, dell’asse Civati-M5S-Sel è quella di votare ben compatti un nome al quale il Premier difficilmente potrebbe opporsi a meno di non provocare una rottura definitiva all’interno del proprio partito. Quando Bersani disse che non era necessario attendere la quarta votazione in presenza di un candidato adeguato e condiviso, è possibile che si riferisse proprio a questa circostanza: un Romano Prodi (che ormai è stato nominato troppe e troppe volte per essere ancora papabile nonostante abbia tutte le caratteristiche), o simile, con ottimi numeri fin dalla prima votazione potrebbe di certo rappresentare la base della strategia Civati-Sel-M5S.

Queste elezioni presidenziali insomma sono irte e procellose, molto importati per testare la tenuta del governo, del patto del Nazareno, del PD entro il quale si presenta la possibilità per coloro che dissentono dalla gestione Renzi di farsi valere qualora ritengano di avere forza sufficiente (altrimenti il sospetto dell’interessa alla posizione rispetto alle proprie idee ed ideali potrebbe legittimamente levarsi) e per comprendere il destino delle future riforme che inevitabilmente, nonostante i tentativi di proseguire serrando i ritmi, subiranno Quirinalizi rallentamenti.
Detta questa importanza non vanno però mai perse di vista le condizioni che sussistono fuori dai nostri confini ed attualmente riconducibili alle mosse della BCE, alle elezioni greche ed allo spiraglio di flessibilità piccolo, troppo ritardato ed ancora insufficiente che ha fatto breccia nella politica economica di Bruxelles, così come, essendo un aspetto indiscutibilmente da migliorare e rendere più efficace per l’Italia, l’immagine, la credibilità e l’autorevolezza che all’estero si forgiano sulla base degli esiti, degli sviluppi e della gestione di eventi di indubbia rilevanza quale le elezioni di un Presidente della Repubblica è.

Link:
– Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea
– Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia
– Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco
– Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE
– Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni – Qurinalizie e le presidenziali in greche
– I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie
– La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca
– Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?
– Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

 

14/01/2015
Valentino Angeletti
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Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE

Il Governatore Draghi non vorrebbe prender parte al Valzer Viennese per il Quirinale
Benché la data non sia stata ancora comunicata in modo ufficiale al grande pubblico, perché è poco credibile pensare che i diretti interessati, leggasi politici, partiti e 1008 grandi elettori, non abbiano idea di quando avverranno le dimissioni Quirinalizie, la successione al Colle è nel pieno vivo pur nella simulata indifferenza dei “palazzi”.
I giochi e le manovre alla luce del sole o nelle tenebre delle notti senza luna sono iniziati da tempo ed anche le rose dei nome sono all’incirca pronte con l’apertura agli outsider che alla fine potrebbero tranquillamente spuntarla. L’esito di questa partita è fondamentale per testare la tenuta dell’Esecutivo e la “lealtà” nei confronti del Premier da parte degli alleati di Governo, ma anche e soprattutto all’interno del PD stesso. In questa circostanza è ben difficile pensare al ripetersi dei 101 franchi tiratori che “impallinarono” Prodi e con lui Bersani, ma a partire dalla quarta votazione, ossia quando il quorum si abbasserà, tutto è possibile e la prima idea che può venire in mente, giusto per dar libero sfogo alla fantasia, è un’ampia asse tra una fronda (da capire quanto realmente sostanziosa, perché potrebbe davvero avere dimensioni nascoste ben superiori a quanto si possa sospettare) del PD, SEL e M5S per far salire proprio il Professore di Via Guido Reni in Bologna. Su Prodi Renzi non si è pronunciato, ovviamente ribadisce stima come nel 2013, ma l’apertura di Berlusconi ad un esponetene di centro sinistra purché equilibrato, di caratura internazionale, garante della costituzione ed aggiungiamo noi esperto in economia, esteri ed Europa, pur rispecchiandosi perfettamente nella figura di Romano Prodi pare il tentativo finale di screditarlo; come a dire che FI è aperta al dialogo sulle nominaton e non pone preventivi diktat, ma in cambio di ciò alcuni paletti sono da rispettare ed uno parrebbe proprio essere l’esclusione del Professore. Professore che non si è detto interessato all’incarico, ma del resto lo fece anche nell’occasione precedente. Nei prossimi giorni gli incontri si intensificheranno con plausibili e poco auspicabili rallentamenti dell’attività parlamentare ed avverrà anche quello tra Renzi e Berlusconi dove oltre all’Italicum, alle riforme, oggetto esplicito del patto del Nazareno, sicuramente terrà banco anche il Quirinale.
All’interno del più completo marasma che i media cercheranno invano di districare, un nome, uno abbastanza accreditato e menzionato da tempo anche qui, è quello di Mario Draghi, attuale Governatore della BCE. Draghi non si e detto della partita assicurando di voler terminare il proprio mandato a Francoforte, fissato per il 2019, aggiungendo inoltre di non essere un politico nè di volerlo diventare. Una delle caratteristiche che si dovranno definire prima dell’elezione è proprio quella sull’estrazione del candidato, politico e tecnico? La propensione, anche a valle del discorso di fine anno di Napolitano (Link ad articolo su discorso di fine anno 01/01/15), è quella di una personalità politica appoggiata dal più ampio consenso, garante delle istituzioni, di esperienza all’estero, conoscitore delle dinamiche interne italiane ed europee, autorevole all’estero e con gli interlocutori internazionali più importanti, dagli USA alla Cina, dal Medio Oriente all’Africa fino alla Russia (che piaccia o meno di orbitare attorno a Putin non smetteremo certamente di colpo) e di nuovo si torna proprio alla figura di Prodi. Sulla fattezza politica invece che tecnica, contrariamente a qualche settimana fa, paiono allineate tutte le forze politiche principali.
Uno spostamento di Draghi verso la Presidenza della Repubblica avrebbe fatto molto piacere alla Germania la quale ha ostacolato in modo evidente la volontà espansiva in politica monetaria che, crediamo, il Governatore avrebbe voluto e potuto imprimere in assenza del costante veto del maggiore azionista della BCE, la tedesca banca centrale, BuBa, del falchissimo Weidmann seguite dalla sua orbita nordica. Per l’Italia invece la posizione di Draghi all’Istituto Centrale è fondamentale perché il 22 gennaio i mercati, calmi in attesa e moderatamente ottimisti, e tutti i Governi si attendono un importante annuncio sui QE che a questo punto dovrebbero essere precisi, veloci e sostanziosi (avrebbero, a nostro modesto avviso, già dovuto essere implementati). Ormai la presa d’atto di un possibile scenario deflattivo o comunque di bassa inflazione prolungata oltremodo (ed i consumi lo dimostrano anche in periodo natalizio e di saldi) si scontra con il mandato della BCE fino ad ora assolto inefficacemente (questa tendenza era stata rilevata e denunciata in questa sede oltre un anno fa) e che Draghi ha il dovere una volta per tutte di invertire con maggior beneficio per i paesi che come l’Italia si trovano in difficoltà superiori. Qualora la sua figura fosse sostituita è difficile pensare che la Germania non faccia valere la sua potenza e le nazioni più problematiche potrebbero pagarne ulteriore scotto. L’idea balenata in qualche testata di un’avvicendamento tra Prodi, destinato a Francoforte, e Draghi proiettato in direzione Colle, pare poco plausibile proprio per le posizioni tedesche che difficilmente acconsentirebbero all’italiano Prodi ultimamente molto critico (e non a torto) nei confronti di certe gestioni europee e della BCE, anche se dal punto di vista prettamente italiano sarebbe stata una soluzione decisamente interessante.
Scartando la figura di Draghi e dei tecnici in generale, si escludono in automatico nomi come il Ministro Padoan o Visco, dalla fattezza quest’ultimo molto prossima a quella di Draghi, mentre salgono in graduatoria il Magistrato Ferdinando Imposimato (che mi fa sorridere aver conosciuto televisivamente per la sua presenza alla trasmissione Forum … da Rita Dalla Chiesa al Quirinale, un bel salto), ma anche il Politico PPI e cattolico Pierluigi Castagnetti o il giudice ex DC Sergio Mattarella. In ogni caso basta leggere questo articolo di IlGiornale.it (LINK) per farsi un’idea che i nomi con o (principalmente) senza fondamento sono davvero tanti, quasi tutti in sostanza; anche un tal Enrico Letta a cui manca il requisito di anzianità è stato proposto addirittura da Eugenio Scalfari (Link).
Il Valzer Viennese è già iniziato, la sala da ballo del Palazzo di Schönbrunn, ufficialmente ancora chiusa, in realtà è già gremita e le danze da settimane principiate.
Doveroso ricordare e sottolineare, ed è la storia che lo insegna, che tutti coloro che si tirano fuori dalla corsa al Quirinale rischiano d’essere tra i primi candidati proposti, talvolta bruciati, ma talvolta eletti ed ogni riferimento a Draghi o chissà a Prodi è puramente casuale (o no?).

Il caso dei Vigili romani: 83.3% assenti il 31/12/2014
Se l’83.3% dei ‪vigili urbani o polizia municipale di Roma assenti NON comprende quelli a casa per regolari ferie in un giorno particolare come il 31/12, segue che, supponendo un 12% (stima bassa per l’ultimo giorno dell’anno) di regolarmente in ferie, avrebbe lavorato al massimo il 5% del corpo (circa 50 unità), il che pare oggettivamente impossibile.
Giusto quindi non generalizzare perché nel pubblico, settore con tutte le sue protezioni ma pur sempre vessato senza possibilità di opposizione per la natura dello stipendio direttamente dallo Stato o suoi bracci armati, quasi sempre si deve far encomio a coloro che lavorano il doppio ad uguale e spesso bassa paga (gli straordinari come gli aumenti salariali) per sopperire a mancanze ed inefficienze, abusi ed assenteismo di una parte del personale, ma anche del datore Stato stesso, per offrire un servizio decente anche se spesso non all’altezza e non per loro colpa.
Doveroso verificare con calma e precisione le motivazioni (protesta?), le condizioni effettive di lavoro del corpo ed i numeri senza la smania da immediato annuncio o della accusa al capro espiatorio di turno, individuare i veri abusi e prendere i giusti provvedimenti che invero già esistono introdotti dal governo di centro sinistra nel 2001 ed ulteriormente perfezionate da quello di centro destra a firma Renato Brunetta nel 2009.
Insomma lavorare con rapidità e precisione, agire e portare a termine l’operazione, sequenza logica quasi ovunque, ma di rado applicata fino ad ora in Italia e ne abbiamo pagato, ne stiamo pagando e ne pagheremo amare conseguenze.

La Lituania entra nell’area Euro
Benvenuta alla Lituania nella grande famiglia dell’Euro, il 19° paese che ha adottato la moneta unica.
Alla luce dei parametri economici dell’ex stato sovietico come debito (circa 36% del PIL), deficit, PIL e relativo tasso di crescita (circa 3%) alcune fonti di informazione già si gettano nel sottolineare come essi siano addirittura migliori di quelli tedeschi e come ci sia da imparare dai virtuosismi dello stato baltico.
Conviene a nostro avviso non esagerare e fare le debite proporzioni. Ben diverso è il ruolo delle economie trainanti come la Germania e, benché in difficoltà, la Francia, l’Italia e la Spagna.
Con una popolazione di poco inferiore ai 3 milioni di abitanti (circa come Roma), con un PIL di circa 35 miliardi di euro (pari poco più di 1/3 degli interessi pagati dall’Italia sul suo debito, oppure al PIL generato da una provincia italiana), la Lituania può sicuramente rappresentare un ottimo avamposto strategico per i rapporti con la Russia e consentire l’arricchimento economico, culturale, di mercato tipico di un allargamento che non dovrà essere l’ultimo per consentire l’incremento della competitività europea ed una maggior stabilità dei confini (la Turchia ad esempio sarebbe importante per i rapporti con il Medio Oriente e l’Islam, ma molto deve ancora fare su alcuni temi fondamentali che esulano dai rigidi parametri economici), ma erigere già la Lituania a vessillo degli esempi da seguire pare un tantino eccessivo, pur col massimo rispetto ed encomio per i suoi eccellenti parametri economici.

02/01/2015
Valentino Angeletti
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Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche

Poco più di 25 minuti, tanto è durato l’ultimo discorso di fine anno del Presidente Napolitano. Nelle sue parole hanno trovato conferma le “imminenti” e “prossime” dimissioni sulle quali ha tenuto a precisare come esse siano previste dalla costituzione. La scelta è stata anche dovuta ad un senso di dovere nei confronti del paese poiché le sue condizione di salute non gli avrebbero più consentito di svolgere nel pieno delle sue forze e con il massimo impegno e concentrazione tutte le funzioni caratterizzanti la posizione istituzionale che ricopre, inoltre, essendo stato rieletto in condizione di emergenza e dopo un lungo e “doloroso” percorso politico, auspica il ritorno ad una elezione svolta secondo quanto sancito dalla Costituzione e possibilmente che goda del più ampio consenso tra i partiti.

Da queste sue parole emerge il fortissimo attaccamento alla Carta fondamentale e si evince un limitato riferimento alla politica, ripresa solamente in modo superficiale in seguito, nella speranza di un lavoro comune, condiviso e collaborativo, tanto in Italia quanto in Europa, svolto per il bene dei cittadini e per perseguire un crescita economica sostenibile, di prosperità, duratura e che abbracci tutti i membri della UE. Il fatto che i destinatari delle sue parole, meno politiche e più personali rispetto al discorso di insediamento del suo secondo mandato e del capodanno 2014, siano sostanzialmente i cittadini e non i politici, apostrofati in modo perentorio ed accusatorio nelle due occasioni precedenti, può star a significare, benché non detto esplicitamente, un po’ di delusione rispetto alla politica, lenta e poco fattiva nell’elaborare ed implementare il processo necessario di riforme istituzionali ed economiche, anche per colpa di circostanze macroeconomiche ed europee oltre che per i particolarismi ed i giochi di partito interni; Napolitano fa dunque appello a tutti noi cittadini per un cambiamento più ispirato e portato avanti dal basso.

Non entrano nei dettagli già sviscerati e che continueranno ad esserlo nelle più recondite pieghe sillabiche da analisti blasonati, è innegabile che Napolitano voglia infondere fiducia, evidenziare ciò che di buono è stato fatto e che lascerà in eredità al suo successore, guardare la metà colma della brocca. Rimanda infatti al processo di riforme indubbiamente avviato senza però far menzione al tempo ed all’impegno trasversale tra forze discordi (e non solo tra partiti) ancora necessari per portarlo a termine; parla di Mafia Capitale e della scandalosa ingerenza della malavita, ma mette principalmente in risalto i nomi che portano alto il labaro dell’Italia, dalla scienziata Giannotti all’astronauta Samanta Cristoforetti; si riferisce con encomio ai giovani che intraprendono esortandoli ad impegnarsi nel lavoro dopo gli studi senza cadere nell’ignavia, ma non ricorda con sufficiente enfasi il livello di disoccupazione “non voluto” dai senza lavoro e l’impossibilità di emergere nel nostro paese, il quale lascia spesso come sola opzione l’emigrazione, che sovente i giovani devono fronteggiare sbattuti nel gorgo del precariato o di stipendi e condizioni al limite dello sfruttamento, senza possibilità di sostentamento in grandi città facendo in modo che solo coloro già agiati possano accedere ad un certo livello di studi ampliando ulteriormente il divario sociale, non solo in campo economico, ma, il che è peggio, anche a livello culturale; redige un bilancio positivo del semestre italiano di presidenza europea essendo stati inseriti con più determinazione i concetti di flessibilità, di crescita, di occupazione, senza riconoscere che questa presa di coscienza è stata parzialmente imposta dall’evidenza di errori pregressi sia di Bruxelles che della BCE, dal precipitare della crisi e poiché le misure ad oggi intraprese si stanno verificando insufficienti, a cominciare dal prossimo, lento e poco convincete piano “investimenti Juncker”, a fronte di una condizione europea (ed italiana) grave e senza ulteriore tempo da spendere in prove e test di opinabile efficacia già in partenza; accusa le pericolose tendenze anti-europee e propendenti all’abbandono della moneta unica, senza poi calcare la mano in modo deciso, come fatto dal Cancelliere Merkel nel suo discorso di fine anno, su un sentimento, ormai diffusissimo e pieno di consensi nell’Unione, che porta ad una sempre maggiore chiusura rispetto alle istituzioni, rispetto ad altri popoli, rispetto al diverso, sfociando sempre più spesso in episodi di intolleranza e di xenofobia; non accenna alla crisi Greca e ad altre delicate elezione in Europa dalla Spagna al referendum Britannico sulla permanenza nell’Euro; non parla del’incapacità di risolvere la situazione dei Marò nè dei nuovi tragici flussi migratori dalla Siria attraverso l’Adriatico, che si aggiungono a quelli africani verso Lampedusa e la Sicilia, ingestibili solo dall’Italia ed anche dall’intera Europa se continua a comportarsi come fatto fino ad ora, quasi ignorando che tante vite disperate si spengono e si disperdono tra le acque, sulle carrette del mare nelle stive dei traghetti.

Senza andare oltre, ribadiamo come Napolitano abbia voluto provare ad infondere fiducia a tutti noi, ben conscio dall’alto della sua esperienza del reale stato delle cose, della giustificata stanchezza nei confronti della politica e di un sentimento diffuso e comprensibile (forse non pienamente scusabile) di apatia e rassegnazione, sicuramente non orfano, ma che ha i genitori ben definiti nei partiti (ovviamente non in tutti i componenti), nelle evidenti protezioni di Status Quo e rendite di posizione, di scontri divisivi forieri di conservazione, di inutili vessilli ideologici, di una UE distante e meccanica e via dicendo in un impietoso quanto noto elenco. La fiducia, anche nella politica, è fondamentale per la ripresa economica, la crescita, la propensione ai consumi di medio e lungo termine, per la dinamicità sociale e Napolitano ha provato a fomentarla lasciando un messaggio di speranza al suo successore ed a tutti i cittadini. Sappiamo però che la fiducia, che i sondaggi danno ulteriormente in calo, si perde con facilità ed è difficile da riconquistare, per guadagnarla servono molto impegno, dimostrazioni concrete di buona volontà e risultati ed atti tangibili.

A livello nazionale il primo test per mettere alla prova il recepimento (dubbio, perché la condivisione di circostanza per taluni discorsi spesso lascia subitamente spazio ad una sordità cronica) delle parole e degli auspici di Napolitano, saranno le elezioni Quirinalizie. Il Presidente dall’alto della sua esperienza sa che esse stanno catalizzando i movimenti di partito e già giochi di forza sono in atto, influenzando l’attività parlamentare. Forse a questo punto sarebbe doveroso da parte sue dare una dimensione temporale precisa ai concetti di “IMMINENTI” e “PROSSIME” in modo da focalizzare entro un limite ben definito la preparazione e le manovre per il Colle, definendo una data oltre la quale, con un nuovo Presidente, tutto dovrà tornare alla normalità politica ed alla piena concentrazione sul lavoro di riforma che non dovrebbe cessare, ma è in evitabile che si interrompa.

Guardando all’Europa invece le elezioni in Grecia, che per come sono nate lasciano sospettare una volontà trasversale della politica greca di dare freno all’austerità non più sostenibile, sono la prima prova. Il 25 gennaio i sondaggi danno favorito Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra Syriza, che ha nei suoi programmi non l’uscita dall’Euro, ma il rinegoziato dei trattati, una nuova discussione sul debito sovrano, aumento della spesa pubblica per investimenti e salari e la convergenza verso una Unione meno oppressiva e più vicina ed assistenziale verso i cittadini, teorie non molto differenti da quelle di molti economisti e partiti europei. Le urne, benché il FMI abbia interrotto il piano di aiuti, al momento non spaventano troppo i mercati per quattro ragioni principali:

  1. Draghi è atteso nel suo discorso di giovedì 22 gennaio; in tale occasione i broker e le piazze finanziarie confidano che i dettagli dei QE siano precisati e siano sufficientemente potenti.
  2. L’ Europa ha toccato con mano che in certe occasioni il costo per il mantenimento del rigore e dell’austerità è ben superiore rispetto a quello di un salvataggio immediato della situazione difficoltosa; si crede quindi che lo stesso errore non verrà ripetuto.
  3. La TROIKA non ha risolto la situazione ed il sentimento popolare, con il consenso a Tsipras e più duramente con gli scontri di piazza, ha prevaricato i freddi dati  ed i parametri economici in miglioramento.
  4. Il governo Tsipras probabilmente governerà in coalizione, non avrebbe quindi carta totalmente bianca.

Se le condizioni di cui sopra si verificheranno tutte e la vicenda sarà gestita da Bruxelles con trattative WIN-WIN senza diktat, ostruzionismi, arroccamenti ed inserendo elementi di flessibilità e garanzia per la sostenibilità dei conti (più tempo, proroghe o sospensioni dei trattati nel periodo di crisi ecc) i mercati, il governo Tsipras ed il popolo greco digeriranno, altrimenti potrebbe scoppiare una tempesta dovuta non al peso economico ellenico, ma al fattore “precedente che fa giurisprudenza”.

Un ruolo fondamentale lo avrà la BCE, Draghi e la Germania, con la triplice Merkel, Schauble, Weidmann, per consentire all’istituto di Francoforte la messa in atto di acquisti di titoli di stato ed a Bruxelles per alleggerire la morsa del rigore introducendo elementi di flessibilità. Pur avendo Schauble assicurato con durezza che lo contraddistingue che qualsiasi governo salirà nello stato ellenico i trattati europei non sono in discussione nè possono essere disdetti, la Merkel ha la possibilità di dar atto alle parole sui timori per le tendenze xenofobe e violente presenti nel suo discorso di fine 2014 muovendosi una volta tanto concretamente e senza mettere dinnanzi a tutto l’interesse germanico.

Non ci rimane che attendere queste imminenti, prossime e fondamentali vicende, confidando davvero nell’apertura, non solamente verbale, di un reale periodo di cambiamento la cui fase embrionale ha animato il discorso dell’ancora Presidente Napolitano ed è stata da lui ritenuta sufficiente, in decisiva concomitanza con la stanchezza fisica tipica della sua veneranda età, per stabilire che è il momento di collaborare con le istituzioni da altra sede rispetto all’Ufficio del Quirinale.

Link:
Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica? 02/12/14
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni? 09/11/14
Fine anno, tutti con Napolitano. Quindi da domani si cambia? 01/01/14

01/01/2015
Valentino Angeletti
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Breaking news 17/12/2014

‎Italia: Italicum si Italicum no…bla bla bla…… roba da Vianello e Mondaini (anzi no, perché Sandra e Raimondo sono adorabili, un pezzo di TV Italiana)! Nel ‎Mondo si fa la storia: “‎TodosSomosAmericanos” ‎USA – ‎Cuba dopo 53 anni i rapporti si distendono grazie alla mediazione papalina che ha giocato un ruolo simile a quello di Giovanni Paolo II nell’allentare le tensioni durate la guerra fredda tra Occidente e blocco sovietico.

“‎Renzi: ‎riforme, poi ‎Quirinale; Berlusconi e ‎Brunetta prima Quirinale, solo dopo le riforme, altrimenti veto da parte nostra”. Ma la condizione… fondamentale per supportare un simile dibattito è sapere se e quando si dimetterà Napolitano, altrimenti parole sterili ed al vento.

Centro Studi Confindustria:
Pil 2014: -0.5%;
Pil 2015: +0.5%;
disoccupazione continuerà ad aumentare anche il prossimo anno;
la corruzione è costata 300mld nel 2014 considerando come paragone il livello di corruzione francese (non zero corruzione, ma solo un po’ meno), lo 0.8% del Pil ogni anno.

Commissione Senato blocca la legge di Stabilità, lavori parlamentari e riunioni di maggioranza si sono protratte durante la notte. Oggi riprenderanno la discussione.
Mi chiedo, ma alle 2,3,4 di notte con che lucidità si può lavorare? Trattando peraltro un tema così delicato??

Sul caso Marò i Ministri Gentiloni e Pinotti han riservato parole dure, non c’è intenzione dell’Italia di rimandare in India Latorre nonostante la sentenza della Corte Suprema indiana che richiede indietro il militare italiano.
Girone rimane nelle “galere” indiane e visto il clima pare poco probabile un suo rilascio. Sono più di due anni e vari governi (il che non ha aiutato) che, a parte le parole di impegno, la situazione si protrae senza volgere a soluzione ed è venuto il momento di mettere da parte orgogli nazionali più di facciata che di sostanza perché l’inconsistenza dell’Italia e dell’Europa all’estero è comprovata da questa (e non solo) vicenda ed ogni interesse economico.

Attacco Hacker a Sony da parte della Corea del Nord per il film “Interview”, Kim Jong-Un smentisce.
Mi par mossa marketing,una bufala,simili azioni non si annunciano,si fanno, solo dopo se ne denunciano gli effetti! Se alla fine il film verrà proiettato, magari in ritardo, troverei conferma delle mie ipotesi.

A ridosso di Natale tutti impegnati con regali, cene, panettoni, lavoro da chiudere entro l’anno (mio caso) ecc, ecc, presteranno poca attenzione alla politica, ma il Parlamento (I presenti…usualmente pochi sotto le feste) voterà il JobsAct. In un tanto sospetto quanto consueto blitz natalizio. Bisogna stare sempre vigili! Sempre!

17/12/2014
Valentino Angeletti
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Rientro capitali esteri senza sconti, ma quel godimento personale……

La norma sul rientro di capitali esteri ha ottenuto il “SI” del Senato.
Non vi saranno sconti, ma sono comunque previsti riduzioni di pena e taglio degli interessi di mora.

Anche se il reato di autoriciclaggio è stato da poco introdotto, temo che verrà applicata in molti casi, la maggior parte, la fattispecie di “autoriciclaggio per godimento personale”, che non è reato ed una volta dimostrato non comporta pena.
Suppongo che non dovrebbe essere difficoltoso per un evasore supportato da professionisti, avvezzo all’argomento e maestro nel divincolarsi tra i cavilli legali, quasi sono i grandi evasori, riuscire a dimostrare di aver portato fuori dall’Italia una somma, magari inferiore a quella realmente oscurata al fisco, per goderne personalmente (una casa, un’auto, regalie ecc ecc).
In sostanza vi è il rischio che pochi andranno in galera; del resto il meccanismo deve risultare un minimo appetibile per essere “sottoscritto” dagli “aventi diritto”, ed in tal caso, pur non in modo esplicito, l’abbuono potrebbe avvenire proprio dal scappatoia penale.

Di certo meglio che uno scandaloso condono del 5 o del 9% con anonimato a corredo, ma in ultimo chi meriterebbe la pena in questo paese riesce in un modo o nell’altro a scamparla…. 😦

Speriamo almeno che i 5-6 miliardi di incassi previsti dall’erario siano usati per il bene dei cittadini.

04/12/2014
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond. Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

Come previsto la Legge di Stabilità italiana è stata promossa a Bruxelles. Più che una promozione si tratta di un rinvio a marzo per un nuovo controllo alla luce dei progressi fatti. Rispetto alla comunicazione ufficiale le parole di Juncker sono state decisamente più melliflue infatti hanno puntato a mettere in luce una maggiore applicazione della flessibilità sottolineando che pur essendoci i margini per multare l’Italia, la Francia ed il Belgio, ciò non è stato fatto riscontrando le condizioni eccezionali della crisi e concedendo quindi più tempo e fiducia a questi paesi. All’Italia ha ricordato la necessità di proseguire con il risanamento dei conti e con le riforme, ma ha avuto parole anche per la Germania alla quale ha fatto presente che per lei ha la possibilità è venuto il momento da parte di investire.

Il comunicato ufficiale, anch’esso riconoscendo l’eccezionalità della crisi, riguardo al nostro paese ha riconosciuto l’impegno nel perseguire alcune riforme, ma ha anche aggiunto che quello che è stato fatto non è sufficiente e sono necessari più sforzi. Effettivamente oltre a qualche buon impostazione si vede ancora ben poco. Il rischio Italia è rimane a alto, sia dal punto di vista delle riforme stesse, sia dal punto di vista dei conti. Vieni richiesto infatti al governo un maggior impegno nel taglio della spesa, nell’ottimizzazione ed efficientamento nell’utilizzo di denari pubblici, nel taglio del debito e nel programma di privatizzazioni. Come detto, a marzo vi sarà una nuova valutazione dell’ex finanziaria alla luce dei progressi e se questi dovessero risultare insufficienti è più che probabile che verranno presi poco piacevoli provvedimenti ossia procedure di infrazione. Si tratta più che di una promozione di un vero ultimatum, perché se quest’anno è stata applicate una pseudo-flessibilità, che comunque non sarà da sola in grado di far fronte alla spirale recessiva, per il prossimo non sono previsti sconti.

Anche per un poco attento osservatore è gioco facile notare che vi è davvero ben poco di nuovo e che quanto riportato nel comunicato ufficiale sono null’altro che i capisaldi degli impegni presi dal nostro paese e presentati alla Commissione UE dal Governo Monti in poi, a cominciare proprio da Spending Review e privatizzazioni. Da allora scarsi obiettivi sono stati raggiunti e neppure è pensabile poter invocare oltre che un po’ di flessibilità in più, finora relegata a quella prevista dai patti che in quanto tale non può definirsi flessibilità ma semplicemente corpo del patto stesso, una vera e propria revisione dei trattati perché l’intento (sempre da Monti in poi) era  quello avanzare la richiesta con in mano la contropartita della Spending Review, delle privatizzazioni, di qualche dato incoraggiante sul debito, della defiscalizzazione e delle riforme, contropartita che al momento non abbiamo.

Il corollario economico non mostra segni particolarmente positivi e se sull’Italia Confindustria si mostra moderatamente ottimista, Moody’s ha tagliato le stime di crescita ed anche Padoan ha messo in guardia su un 2015 che potrebbe continuare ad essere difficoltoso, pur mantenendo la previsione, ma dalla sua posizione non potrebbe fare altrimenti, di un ritorno al segno “più”.  Gli ultimi dati sulla disoccupazione italiana non sono confortanti, infatti l’Istat registra +13,2% a ottobre, record, tasso più alto dall’inizio delle serie, cioè dal 1977. Sempre ad ottobre i disoccupati sono 3,4 mln, +90’000 in un mese. L’aumento dipende anche dal ritorno alla ricerca del lavoro e questa è la parte mezza piena del bicchiere, ma crescono contemporaneamente anche le ore di cassa integrazione ed il numero di lavoratori che ne usufruiscono. Tra i giovani si riscontra una disoccupazione al +43,3%, oltre 700 mila in cerca di lavoro. Gli occupati in ottobre sono in calo di 55’000. La crescita è stimata dall’ISTAT a zero anche nel Q4 e secondo l’istituto di statistica è possibile che il segno negativo si estenda anche al 2015.

Il punto di vista della BCE è stato espresso da Draghi durante il suo discorso al Governo finlandese. La BCE continua a paventare l’ipotesi di ulteriori misure non convenzionali che a questo punto possono risiedere solamente nell’acquisto diretto di titoli di stato. All’atto pratico però non è ancora chiaro se e quando queste misure saranno messe in azione, confermando così il costante ritardo che ha caratterizzato l’operato di Francoforte condizionato dalle pressioni tedesche. A questi annunci, ai quali ormai ci eravamo abituati, si è aggiunta una considerazione degna di nota: è stato detto agli stati membri che devono prepararsi ad una cessione di sovranità, non tanto riguardo alle riforme, cosa che era già stata sostenuta, quanto alle materie prettamente economiche. Draghi ha ribadito che il solo sostegno monetario non è sufficiente, e fin qui nulla di nuovo, ma ha aggiunto che è NECESSARIA UNA CONDIVISIONE DEL RISCHIO SOVRANO, IL CHE VUOL DIRE CHE GLI STATI PIU’ RICCHI E VIRTUOSI DEVONO CEDERE PARTE DELLA LORO STABILITA’ DI CREDITO SOVRANO IN FAVORE DI QUELLI PIU’ PROBLEMATICI CHE DOVRANNO RICAMBIARE CON LE RIFORME E LA PERSECUZIONE DELLA DISCIPLINA DI BILANCIO. IN ALTRE PAROLE UNA CONVERGENZA VERSO UNO STRUMENTO DEL TIPO EURO-BOND (argomento già trattato e sostenuto almeno due anni or sono in questa sede, precedentemente avanzato da Prodi ed anche da Tremonti). Singolare che il Governatore abbia parlato così proprio nel nido dei falchi duri e puri, Olli Rehn e Jyrki Katainen, chissà per questa dichiarazione quante notti insonni e quanti incubi dovranno affrontare.

Il timore comunque è che questa svolta verso la condivisione dei rischi all’interno dell’Euro-Zona sia venuta troppo tardi e sia ancora ben poco più che un periodo ipotetico del terzo tipo. Bene che se ne parli (era ora) e che ci sia consapevolezza che quella deve essere la direzione per raggiungere una vera ed efficace unione, ma chissà quante opposizioni dovrà subire e chissà se gli effetti non saranno ormai limitati da una situazione andata costantemente peggiorando.

Non pochi dubbi lascia anche il piano di investimenti di Juncker che dispone di soli 21 miliardi freschi, 16 dai budget europei e 5 dalla BEI e che si spera possano essere moltiplicati grazie ad investimenti privati (non crediamo che Juncker, nonostante la sua provenienza lussemburghese, voglia spingersi a fare pura finanza) di un fattore 15 raggiungendo così i 315 miliardi. A destare perplessità è più di un punto, innanzi tutto va capito quale investitore avrà voglia di investire suoi capitali nella zona del mondo più in difficoltà (e l’Italia, pur con grandi possibilità, ne rappresenta il caso limite in negativo) con crescita bassissima o nulla e sull’orlo della deflazione. Fortunatamente in questa fase i mercati e gli spread, anche grazie alla guerra sui prezzi del petrolio, sembrano essere temporaneamente cauti, ma i venti sono rapidi a virare. La soluzione potrebbe essere una sorta di imposizione europea ai vari Stati ad investire, assegnando a ciascuno una quota dei 21 miliardi che dovranno essere moltiplicati per 15 a spese degli stessi Stati; qui sorge il secondo punto perché ad essere scomputati dal calcolo del deficit (decisivo per il rapporto deficit/pil ancora fissato al 3% come limite massimo, ma che l’italia si è impegnata a contenere entro il 2.6-2.7% nel 2015, ritardando di un anno) dovrebbero essere solo le quote del piano Juncker. Quindi supponendo che il piano di investimenti italiano da circa 87 miliardi presentato alla Commissione sia accettato per 1/3 si ottiene un fabbisogno di 29 miliardi che diviso per 15 da (arrotondiamo) 2 miliardi provenienti da piano Juncker e non conteggiabili nel deficit e ben 27 di risorse proprie da inserire invece nel calcolo del deficit. Si tratta di una somma insostenibile per i nostri bilanci.

Dall’esempio nostrano sono evidenti i dubbi su questo tanto blasonato “bazooka” della Commissione Juncker che rischia di sparare men che a salve o di poter essere sostenuto solo da pochi stati, quelli in condizioni migliori come la solita Germania.

Abbiamo infine una situazione economico-politica italiana tutt’altro che facile. Pare incredibile come in questa fase tutti i partiti siano al loro interno divisi: in FI è in atto un “fitto” scontro sulla leadership, il PD è diviso sulle riforme, quella del lavoro in particolare che sta andando verso una fiducia e che rischia di non essere votata da una trentina di membri del partito, in sostanza la linea impostata da Renzi al PD non piace a molti e lo stesso Cuperlo ha dichiarato che quello non è il partito che avevano in mente, nonostante ciò sembra che questa fronda non abbia sufficiente forza per una vera scissione. Anche il M5S è in difficoltà dopo i mediocri risultati alle regionali, ha appena espulso due membri ed eletto una sorta di penta-direttorio per supportare Grillo.

Ciò non aiuta a velocizzare e snellire il percorso delle riforme sulle quali si attendono svariate battaglie in aula e tante ripercussioni nelle ore a seguire, il tutto a vantaggio del precipitare della situazione economica mai affrontata concretamente né realmente in ripresa come mostrato dagli ultimi dati.

In aggiunta vi è la questione della successione di Napolitano, che sembrerebbe ormai prossimo alle dimissioni. Le motivazioni più probabili sembrerebbero legate all’età ed alle sue condizioni di salute e tenuta fisica, che devono fare i conti con il numero 90 e non gli consentirebbero di affrontare il ritmo di una intera giornata di lavoro. Sul tema le speculazioni giornalistiche poi si sprecano: vanno da una misteriosa malattia alla volontà di lasciare prima dello scoppiare di una tempesta economico-finanziaria. Riteniamo che abbiano ben poche fondamenta se non quelle di alimentare ulteriormente il già aspro dibattito ed il sospetto. La stanchezza e la voglia di riposo, che peraltro il Presidente già aveva al momento della sua rielezione, unite ad uno scoraggiamento causato dalla tortuosità del percorso delle riforme (a cominciare dalla legge elettorale) ed alla possibilità, che non vuole essere lui a trasformare in realtà, di uno scioglimento anticipato delle Camere, lo potrebbero verosimilmente aver spinto alla scelta di lasciare.

Sul nodo della successione è chiaro che si aprirà un’altra “sanguinosa” battaglia di intrigate alleanze e doppiogiochismi, tali da sottrarre ulteriori energie ai lavori parlamentari, che potrebbero rappresentare delle vere e perigliose forche caudine per il Governo. Il Presidente del Senato Grasso, che assumerebbe ad interim la Carica di presidente della Repubblica, ha già iniziato ad appellarsi alla responsabilità, auspicando di giungere tempestivamente ad una convergenza più ampia possibile, come se volesse dire ai partiti di cominciare a mettersi d’accordo perché quando sarà il momento non c’è tempo da perdere. Difficile che il consiglio verrà seguito, del resto si sente già lo sfregar metallico delle armi che si stanno affilando.

Link:
Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno
Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

 

28/11/2014
Valentino Angeletti
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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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