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Fiducia: la legittimazione che mancava a Renzi

FiduciaLa vicenda della riforma della legge elettorale “Italicum” sta giungendo ad un epilogo fondamentale, infatti, prima dell’approvazione definitiva con voto a scrutinio segreto sull’intero corpo della legge in programma martedì 5 maggio, si terrà nel pomeriggio di giovedì 30 maggio l’ultimo due voto di fiducia sull’articolo 4, dopo che gli articoli 1 e 2, votati mercoledì 29 e nella mattinata di giovedì 30, hanno passato la flebile forca caudina rappresentata dalla votazione di fiducia a scrutinio palese.

L’esito delle prime votazioni è stata una debacle impietosa per gli oppositori del Governo e soprattutto per la minoranza del PD, un marcia trionfale per l’Esecutivo ed in particolare per la persona di Matteo Renzi. I numeri sono abbondantemente dalla parte del Preimer: 352 voti favorevoli (350 per l’articolo 2), 1 astenuto, 207 contrari (193 per l’articolo 2). All’interno del PD  sono stati 38, i vecchi e meno vecchi big del partito tra cui Bersani, Bindi, Cuperlo, Fassina, Civati, Letta, D’Attorre, Epifani, Speranza, a non partecipare al voto (che gli è valsa l’accusa di ignavia da parte di esponenti M5S) non appoggiando di fatto la fiducia, mentre 50 elementi afferenti all’area riformista del PD si sono allineati al partito, come spesso accaduto in passato, votando favorevolmente.

L’ipotesi paventata da Renzi già qualche settimana fa di porre il voto di fiducia sulla legge elettorale è stata fin da subito motivo di tensioni politiche, e perché il tema della legge elettorale è di dominio parlamentare e non di Governo, e perché gli unici due precedenti, oggettivamente ed innegabilmente poco edificanti, risalgono all’epoca del fascismo, legge Acerbo, ed alla legge truffa. A valle poi del voto sulle pregiudiziali di costituzionalità, bocciate con un margine ampio di circa 150, in favore dunque della legge proposta dal Governo, sembrava ai detrattori ancor meno necessario il ricorso al voto di fiducia, essendo i numeri abbondantemente in favore dell’Esecutivo. La decisione comunicata dal Ministro Maria Elena Boschi proprio pochi istanti dopo il voto sulle pregiudiziali di ricorrere alla fiducia ha acuito ulteriormente le tensioni ed inasprito, come ormai tristemente frequente, i toni del dibattito parlamentare.

L’accusa mossa al Premier per la sua scelta da opposizioni e minoranza Dem è quella di una prova di forza non necessaria, di una azione con soli due precedenti infausti, di un eccesso di decisionismo ed autoritarismo che ricorda epoche fosche, di una volontà di sminuire il lavoro parlamentare, le opposizioni, il solito pacato Brunetta ha asserito che sarebbe volontà renziana ridurre il Parlamento in un bivacco di manipoli e dichiarazioni sulla stessa lunghezza d’onda sono state fatte da esponenti del M5S e PD, ed annichilire, annientare ed asfaltare la Minoranza Dem, avendo, con il voto palese, la possibilità di enumerare ed identificare chiaramente chi siano i dissidenti.

Lato Renzi invece la questione di fiducia non sarebbe altro che, ed in tal modo è stata presentata ai media, alla comunicazione, al web in una campagna comunicativa molto attenta e puntuale, una (ennesima) opportunità democratica che il suo Governo da alle opposizioni ed a tutti coloro che gradirebbero mandarlo a casa. Lui invece vorrebbe, come non è stato fatto nel recente passato, “cambiare il paese” a suo modo e rapidamente: a tal pro ha impostato una direzione precisa. Effettivamente a livello prettamente teorico il ragionamento del Premier sta in piedi. Il suo Esecutivo ha redatto una riforma elettorale ed ora conferisce, con uno strumento criticabile, ma costituzionalmente ammesso, la possibilità a tutti coloro che hanno mosso pesanti critiche di votare in favore o meno del suo operato, di bloccare la riforma e mandarlo a casa anche (volendo) unendo le forze in “strampalate” alleanze. Proprio la tenuta del Governo è stata legata da Renzi alla fiducia e, sempre teoricamente, potrebbe rappresentare l’occasione per tutti coloro che almeno a parole gradirebbero assai questa ipotesi.

Innanzi tutto va però ricordato come ben meno democratica è apparsa la mossa del segretario PD di “epurare”, sostituendoli temporaneamente, la Commissione Affari Costituzionali dai 10 membri PD non sostenitori dell’impianto della riforma con esponenti amici. Tale gesto, di quelli che i cittadini apprendono di sfuggita e dimenticano nel giro di qualche decina di minuto presi come sono dai problemi del quotidiano, è parso decisamente autoritario e poco consono ad un aulico ed alto concetto democratico.

Se un obiettivo Renziano era contare ed asfaltare la minoranza Dem, esso è sicuramente riuscito, del resto visti i precedenti, la forza e la determinazione di questa compagine è stato un po’ come sparare su una “croce rossa” neppure a pieno organico. Il riallineamento dei 50 elementi di area riformista ha sancito una spaccatura dei dissidenti riducendola davvero al lumicino. Anche la dichiarazione di Bersani di non voler uscire comunque dal partito fa intendere che continuerà a “baccagliare” di una ditta ormai divenuta multinazionale che fa finanza e taglia rami aziendali, dall’interno del PD, mantenendo il ruolo di uno dei tanti “pungiball” su cui Matteo Renzi all’occorrenza scarica le sue tensioni.

Oltre alla motivazione precedente però, leggo nel ricorso ad una fiducia scontata un’altra volontà: quella della legittimazione del suo Esecutivo e del suo Premierato che spesso è accusato, infondatamente, di essere illegittimo e di non derivare da elezioni popolari. Il successo della fiducia era fin da subito scontato, o si sarebbe verificato un allineamento col Governo, oppure il Governo sarebbe caduto; questa ultima opzione risultava di fatto inesistente perché a nessun politico piace lasciare la propria posizione e poltrona, ed in caso di sfiducia, caduta dell’esecutivo e nuove elezioni, a meno di un intervento, improbabile per come ha impostato il suo mandato, del Presidente Mattarella, l’unico vincitore sarebbe stato ancora lo stesso Renzi (con qualche voto in meno ed un M5S in leggera salita), ulteriormente potenziato dalla possibilità di eliminare ogni dissidente e creare un Governo completamente suo: questa ipotesi non piace di certo agli avversari del fiorentino, tanto più se essi si trovano in posizioni di comando o di governo.

Il ragionamento del Premier è quindi efficace e banale: porre la fiducia. Se non piacciono l’operato e le modalità di comando e governo proposte, e che continueranno ad essere tali, c’è la concreta possibilità di far finire governo e legislatura e giocarsi nuovamente tutto alle urne. Se però viene votata la fiducia vuol dire che l’esecutivo ed il parlamento condividono la gestione del potere, il decisionismo, l’esercitazione del comando, la volontà di fare certe riforme rapidamente e subito, senza discutere, tergiversare e senza troppi confronti. La fiducia dunque è motivo per richiedere e pretendere appoggio e per, finalmente, avanzare una forma di legittimazione.

Lo strumento è potente soprattutto a livello comunicativo e si ritiene, a prescindere dalla vittoria scontata fin da subito, che sia la vera arma n grado di conferire a Renzi altri forti “attrezzi” comunicativi con cui giustificare il suo operato e screditare ogni tipologia di avversario.

30/04/2015
Valentino Angeletti
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